الحزب الشيوعي الأممي

Battaglia Comunista 1948/II/11

PROBLEMI NOSTRI. ESISTE UNA QUESTIONE SINDACALE?

I primi congressi provinciali hanno confermato ciò che era previsto e cioè che il punto sul quale si sarebbero scontrate le opinioni e sul quale con maggior fervore si sarebbero svolte le discussioni è quello su cui poggia la politica sindacale del Partito, quale risulta dalle relazioni presentate dal C. E. per il prossimo congresso nazionale. Ma, a nostro avviso, nelle discussioni suaccennate non si è dimostrata una sufficiente maturità; il problema posto, in generale, è stato mal compreso, e in alcuni casi semplicemente rigettato, sostituendolo con schemi di risoluzione che si richiamano alla prassi sindacale della Terza Internazionale e del Partito Comunista d’Italia al momento della sua costituzione. Ora è evidente che, malgrado si dichiari il contrario, non si tiene in nessun conto l’evoluzione compiuta dal capitalismo tra la fine della prima guerra mondiale e lo scoppio della seconda, e della parallela involuzione compiuta dai partiti comunisti praticamente legati a uno dei due blocchi imperialisti, e dell’inserimento dei sindacati nell’orbita di influenza dello stato. Comunque, quello che va messo subito in rilievo è che in nessun caso è stata formulata una opposizione concreta e di principio alla politica sindacale del partito, trattandosi in generale di stati d’animo che in ultima analisi si ricollegano al difficilissimo compito che la situazione ci impone.

Infatti, le questioni che vengono più frequentemente sollevate sono le seguenti: come uscire dalla situazione di quasi isolamento in cui ci troviamo? Come farsi largo in seno alle masse per farci conoscere e sottrarle all’influenza dei partiti opportunisti? La risposta che a questi quesiti danno alcuni compagni di fabbrica, dimostra che essi rimangono alla superficie degli argomenti di discussione ponendo problemi inattuali e così facendo sono inevitabilmente portati a commettere degli errori che potrebbero, se generalizzati, essere di gravissimo danno per lo sviluppo e il consolidamento ideologico del partito. Ad ogni modo, prima di procedere oltre, sarà bene ricordare che se per allargare la nostra influenza fra le masse bastasse essere conosciuti, a quest’ora, proprio nei centri proletari più importanti dovremmo già aver ridotto a zero l’influenza che il nazionalcomunismo esercita ed eserciterà ancora sulle masse operaie.

Il fatto che il nostro partito sia sufficientemente conosciuto e frequentissimamente discusso, e che, ad onta di ciò, gli operai rimangano attanagliati dalla politica nazionalcomunista, dimostra molto chiaramente che questa non è ancora la nostra ora, l’ora della rivoluzione, ma quella della controrivoluzione e della guerra. Ad ogni modo, la risposta che questi compagni danno alle domande di cui sopra, è invariabilmente la seguente: esser più giusta e più redditizia per il partito la partecipazione ai posti di responsabilità degli organismi sindacali e di fabbrica in quanto la nostra opposizione svolta dal di fuori, non dà la possibilità di mantenere i contatti e svolgere quell’attività fra gli operai che si potrebbe invece svolgere se noi fossimo minoranza operante dall’interno.

A prescindere dal fatto che qui siamo assolutamente fuori da tutta l’impostazione che del problema danno le relazioni presentate dal C. E. per la discussione, anche ponendosi da un punto di vista elementare e pratico non è affatto vero che per svolgere una qualsiasi attività nostra in seno alle masse operaie sia indispensabile essere membro di una C. I. o di un Consiglio sindacale, in quanto proletari continuamente a contatto con centinaia di altri proletari, i nostri militanti possono benissimo svolgere un’efficacissima attività di partito, come sta a dimostrare l’azione di diversi gruppi internazionalisti di fabbrica.

Nel modo di vedere dei compagni che così pensano, c’è, in fondo, una preoccupazione che vizia tutta la loro visione del problema: ed è l’insofferenza dell’isolamento che li preoccupa e talvolta li scoraggia, e vorrebbero che il nostro partito godesse di un largo seguito fra le masse proprio nel momento in cui esplode prima di ogni altra cosa, la sconfitta da esse subita. Rimontare la corrente! Questo sforzo infatti sta compiendo il partito e lo fa nel solo modo che gli è consentito, combattendo su tutti i fronti per suscitare fra i proletari la consapevolezza della necessità della lotta rivoluzionaria.

Di non diversa natura sono le preoccupazioni di coloro che dalla constatazione, sulla quale tutti indistintamente siamo d’accordo, per cui il sindacato attuale sia ormai passato al fronte della conservazione borghese, traggono la conclusione che sia necessario passare alla costituzione di nuovi sindacati di cui i quadri della frazione sindacale dovrebbero essere l’ossatura. Anche qui la preoccupazione centrale è quella di uscire dalla situazione di quasi-isolamento e dare al partito artificiosamente un seguito abbastanza largo di operai. E qui entriamo nel vivo della questione. Dovrebbe essere chiaro per tutti che non gli accorgimenti tattici, che spesso portano allo snaturamento delle avanguardie rivoluzionarie, possono portare le masse sul piano politico del partito di classe, e che questa congiunzione sarà resa possibile solamente dal precipitare delle situazioni verso una nuova e più profonda crisi del regime capitalista. L’errore dei nostri compagni, sia di quelli – pochissimi del resto – che pensano alla costituzione di un nuovo sindacato, sia di coloro – più numerosi – che suggeriscono l’entrata nei comitati sindacali per i fini di cui sopra, è quello di credere che ai nostri giorni, che non sono più quelli della libera concorrenza e del pacifico sviluppo del capitalismo, ma quelli del monopolismo, più sfrenato e della gestione totalitaria dell’economia da parte dello stato, sia possibile un’azione sindacale nel senso tradizionale e per mezzo di essa conquistare al nostro partito larghi masse di adesioni. Ora è più che chiaro che una questione sindacale intesa in quel modo non esiste e sarebbe gravissimo errore se nella loro quotidiana propaganda i nostri gruppi di fabbrica lasciassero intendere agli operai, che li ascoltano, che una o più commissioni o qualche sindacato diretto da comunisti internazionalisti possono sul piano strettamente sindacale, cioè salariale, fare qualche cosa di più o di diverso di quello che fanno gli attuali dirigenti sindacali. Se rimane sempre vero che il proletariato si muove alla lotta sotto il pungolo del bisogno e per risultati immediati, compito delle nostre organizzazioni di partito, e soprattutto di quelle di fabbrica è quello di non far credere che siano raggiungibili indipendentemente dalla battaglia rivoluzionaria per il potere. Per cui compito permanente dei nostri gruppi di fabbrica e della frazione sindacale è quello fissato nelle tesi in discussione: né partecipazione alla direzione degli organismi dirigenti sindacali esistenti, né farsi promotori di inutili scissioni. L’apparizione di nuovi sindacati, oltre che non contribuire a guarire nessuno dei mali di cui soffre la classe operaia, aggiungerebbe nuova confusione a quella esistente, con grave danno del faticoso processo di chiarificazione in corso.

Non per la risoluzione di una ormai superata questione sindacale si devono battere i gruppi internazionalisti di fabbrica e la frazione sindacale, ma presenti e superanti in tutte le agitazioni e battaglie della classe operaia si adopereranno per chiarire che la soluzione delle antitesi che le determinano non sarà ottenuta che per mezzo della lotta unitaria di tutto il proletariato per la conquista rivoluzionaria del potere.

M. C.

1848 - 1948

In questi giorni ricorre l’anniversario delle giornate rivoluzionarie milanesi del secolo scorso, e vedremo in quell’occasione i più ignobili connubi e le peggiori mistificazioni presentate sotto la veste di consacrazioni storiche.

Il 1848 è stato un anno di terribili esperienze, di gloriosi avvenimenti, di accanite lotte rivoluzionarie, che videro in lizza i vari strati dell’ancor giovane borghesia contro le esistenti impalcature feudali. Anche il proletariato partecipò a queste lotte e la sua partecipazione fornì ai suoi storici Marx ed Engels materia per fondamentali analisi di strategia rivoluzionaria.

E’ nel 1848 che vede la luce il Manifesto dei Comunisti, è nel 1848 che si inseriscono i primi tentativi coscienti di lotta proletaria e si delinea in modo aperto e insuperabile il fondamentale contrasto fra la borghesia capitalistica, piccola, media e grande, e la classe dei diseredati, di quanti da una rivoluzione non hanno nulla da perdere e tutto un mondo da guadagnare.

La storia, in una di quelle esplosioni che si manifestano d’improvviso e che fino all’ultimo rimangono ai più insospettate, aveva posto all’ordine del giorno in tutte le nazione di Europa, dalla monarchia prussiana alla corte borbonica del napoletano, il problema del rinnovamento sociale e civile e questo rinnovamento si compiva nel sangue della lotta fra classi oppresse e classi opprimenti, in una contemporaneità di avvenimenti che, in una epoca che ignorava il telegrafo e la radio, sta a dimostrare il carattere sempre internazionale delle crisi rivoluzionarie.

Lotta sanguinosa, lotta terribile, che si svolgeva del resto in modo ben diverso che nell’idiozia delle affermazioni democratiche, cioè fuori dei consessi parlamentari.

Marx scriveva a proposito della costituzione tedesca: «La Assemblea era affetta dall’incurabile malattia del cretinismo parlamentare che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare Consesso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada al di fuori delle pareti di questo edificio non conti nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea».

La borghesia creava il regime democratico coi fucili e con le barricate. Naturalmente, fin dal principio, sulle barricate furono soprattutto proletari ed è a proletari che si devono le vittorie conseguite contro il vecchio regime.

Ma la borghesia, se utilizzò il proletariato come ottimo combattente, appena il rivale rappresentato dal feudalismo e dai governi assoluti fu rimosso, rivolse le stesse armi e gli stessi cannoni contro l’incomodo alleato prima che potesse chiedere qualcosa anche per sé.

E’ allora che le masse proletarie, pur essendo state le vere protagoniste delle giornate rivoluzionarie del ’48 furono ovunque disarmate e macellate. A Milano la cacciata del Maresciallo Radezky provocò un’ondata di terrore nella borghesia indigena, che si affrettò a far entrare in città Carlo Alberto il quale con i suoi elementi piemontesi e con i suoi amici d’alto rango milanesi, si preoccupò anzitutto di combattere le classi inferiori della città e della provincia, di impedire che fossero armate, di non concedere loro alcuna possibilità di giocare un ruolo decisivo.

A Parigi, invece, il proletariato resiste per qualche giorno, e per qualche giorno combatte nelle vie contro i nuovi oppressori sostituitisi alla cacciata monarchia. Ma la mancata coerenza organizzativa e l’incapacità di distinguere esattamente i propri obiettivi doveva naturalmente portare il proletariato alla sconfitta, anche perché non si poteva dire che la sua ora storica fosse suonata.

Così fu a Berlino, a Vienna, a Budapest. Nonpertanto, se sconfitta vi fu, fu sconfitta onorevole, e sconfitta seguita a una battaglia altamente educativa per le masse stesse. Marx così commentava quei giorni:

«Una sconfitta dopo una lotta seria è un fatto di importanza rivoluzionaria altrettanto grande quanto una vittoria sostenuta a buon mercato… Il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate, ma, al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione serrata, potente, facendo sorgere un avversario, soltanto combattendo il quale il partito dell’insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario».

Orbene, in questi giorni si commemorano quelle giornate e le si commemorano secondo l’ipocrito schema scolastico presentandole come giornate di lotta nazionale, di guerra allo straniero. Indubbiamente, i tedeschi furono cacciati nelle cinque giornate di Milano, ma la entrata degli «italiani» e l’andata al potere dei milanesi, significarono per il proletariato milanese di allora qualche cosa di ben più grave che lo stesso governo Radetzky. Come a Milano, in tutti gli altri paesi di Europa, a Budapest per causa dei russi chiamati dagli austriaci, in Francia a causa della piccola e media borghesia mascherata dallo svenevole Lamartine, il proletariato combatté e fu sconfitto, non dagli stranieri ma dai suoi concittadini. Sia onore ai combattenti del 1848. a coloro che pur confusamente cercarono nelle strade e sulle barricate non l’ipocrita indipendenza nazionale, ma la libertà dalla oppressione di classe per una società senza classi!

A proposito di isolamento

Uno stato d’animo che abbiamo spesso sentito affiorare nei convegni provinciali, quasi a contrappeso della fermezza con cui i compagni giudicano la situazione generale e reagiscono ad essa, è la preoccupazione dell’isolamento nel quale l’avanguardia continua a dibattersi, tra la sordità e spesso la diffidenza del proletariato. Chi dà espressione a questo stato d’animo non suggerisce, generalmente, particolari rimedi; si limita, con la passione e la buona fede, che nascono dal profondo attaccamento alla causa della classe lavoratrice ed al suo programma rivoluzionario, a rammaricare il fatto e ad augurarsi che il Partito trovi il modo di uscirne.

Ma la possibilità di uscirne non dipende dal Partito. E’ la situazione che, di fronte alla spaventosa e spietata concentrazione delle forze e dei mezzi dell’imperialismo, isola l’avanguardia rivoluzionaria; è la durezza della reazione borghese che chiede a quell’avanguardia d’indurirsi; è la brutalità con cui il capitalismo pone l’alternativa fra la guerra come sbocco necessario della ricostruzione democratica e la rivoluzione come punto di approdo della controffensiva proletaria, che taglia sistematicamente ogni anche più esile contatto fra i due campi nei quali si schierano le forze della rivoluzione e quelle del compromesso.

Non è per un atto di volontà, per uno scrupolo teorico di intransigenza, che il rivoluzionario non ha più posto negli organismi direttivi sindacali: è perché l’evolversi stesso, obiettivo della situazione fa di questi organi gli strumenti diretti dello Stato. Non è per eccesso di orgoglio che il rivoluzionario rifiuta ogni contatto con le organizzazioni politiche anche indirettamente ricollegate alla macchina di oppressione di guerra dell’imperialismo: è perché di fronte alla prospettiva della guerra, non è possibile tolleranza per chi, direttamente o indirettamente, coscientemente o in buona fede, esplicitamente o con riserva, lavora al servizio di questa spaventosa e sistematica opera di distruzione.

Non solo l’isolamento è incettabile, ma sarebbe antistorico pensare che, nelle condizioni attuali, l’avanguardia proletaria non lo subisse. L’isolato, l’appestato, il perseguitato non è il Partito: è la classe operaia. E più la macina della guerra avanza, più l’imperialismo contende al proletariato il margine di movimento e di ripresa classista che si è conquistato non per benevole concessione borghese, ma per un atto di forza, più l’avanguardia rivoluzionaria è costretta all’isolamento, alla spietata difesa di se stessa, del patrimonio che è suo, ma che è soprattutto della classe.

L’avanguardia non vive e non opera nell’astratto: è, anche se agguerrita, anche se ideologicamente immunizzata dai miasmi dell’ambientyìe storico in cui vive, pur sempre parte della classe. E, come tale, ne subisce i contraccolpi, i riflessi, le oscillazioni. La sua funzione è di resistere, in una situazione che le contende giorno per giorno le possibilità d’irradiazione e di vita. I compagni che hanno imparato a resistere nei periodi di alta marea, sanno anche che quando l’ondata è in riflusso, occorre prepararsi ad essere ancora più soli. Il marxismo insegna a non ridere e a non piangere: ma a capire.

Di fronte all’alternativa della guerra e alla sua quotidiana, capillare preparazione, l’avanguardia proletaria sarà sempre più sola. E lavorerà a preparare il terreno e le armi politiche a quella svolta della situazione storica, dalla quale soltanto può venire una risposta al quesito che tormenta (e lo si comprende) tanti compagni: fino a quando soli?