E' di scena lo scandalo
E’ noto qual è nella società borghese, la tecnica dello scandalo. Essa consiste nel lanciare periodiche grida di raccapriccio e di sdegno su ciò che, fino a pochi momenti prima, aveva corso legale e validità indiscussa e che tornerà a riassumere non appena piacerà al direttore di scena di cambiar quadro all’unico e permanente scopo di disorientare il pubblico.
Stiamo appunto attraversando, in Italia e nel mondo, una di queste fasi di scandalo, con tecnica e finalità sempre le stesse. E, come la fase precedente in cui tutto era pacifico e naturale, la fase in cui tutto è illecito e scandaloso realizza l’effetto di mobilitare la massa intorno a parole d’ordine e ad obiettivi non loro, ma della classe avversa.
Che per esempio i nazionalcomunisti di tutto il mondo fossero e si proclamassero gli alfieri della politica russa era riconosciuto nel 1945-47 non solo perfettamente legittimo, ma altamente lodevole. Si era ancora nella fase della santa alleanza dei due Grandi, la fase in cui gli eserciti alleati erano ancora liberatori e la vittoria delle Nazioni Unite passava per il battistrada del progresso. Essere gli schieramenti politici di uno dei tanti schieramenti militari di cui la santa alleanza si componeva era allora di rito, e la divisione dei compiti ammetteva che, nell’armonia universale della democrazia novella, americanisti e russofili compissero il loro dovere ch’era insieme il dovere di coscienza di ogni buon democratico. Oggi, per contro, ci si scandalizza delle dichiarazioni di Togliatti e di Thorez, si finge di cadere dalle nuvole, si urla al doppio gioco, come se le ingenue verginelle del Patto Atlantico e del Piano Marshal, fossero state improvvisamente sorprese nella loro buona fede e ferite nel loro onore. Tre anni fa, si andava al governo con l’esplicito mandato di portarvi la rappresentanza legale della missione democratica della Russia o, viceversa, dell’America: oggi, per la stessa ragione, Thorez e Cachin rischiano di essere processati e Mindzenty e consoci sono finiti al fresco. Sempre in quella felice età, scambiarsi documenti «segreti» e dossiers, compiere opere di spionaggio a favore di una determinata potenza democratica, fare i confidenti di terzi era contribuire all’edificazione della democrazia universale, non v’era ancora un articolo nel codice di questa democrazia, che contemplasse il delitto di lesa-patria, giacché la «patria» era l’alleanza delle nazioni unite. Oggi, l’articolo c’è, e se nel blocco orientale i processi per tradimento si snocciolano come coroncine di rosario, nel blocco occidentale la polizia francese o americana si dispone ad organizzare epurazioni, procedimenti sommari, corti di giustizia con tutto l’apparato scenico che si conviene a regimi che pretendono di incarnare la democrazia pura contro l’arbitrio dittatoriale. In nome degli stessi principi, ieri non ci si scandalizzava affatto che perfetti patrioti e democratici come i nazionalcomunisti avessero parteggiato per la Germania del patto ruso-tedesco nel 1939 e, dalla parte avversa, che patrioti come Ciang Kai Schek avessero massacrato i comunisti nel 1929 o come Churchill avessero organizzato truppe bianche contro la Russia Sovietica: oggi, ci si scandalizza di quello che era considerato ieri un contributo, sia pure indiretto, alla causa comune.
Non diversamente in Italia, in quella tale felice età dell’oro, era qui apertamente riconosciuto che la democrazia progressiva chiudeva il capitolo del fascismo nell’abbraccio della pacificazione nazionale e si sanciva il principio amnistiando i fascisti. Oggi si grida allo scandalo perché Borghese è stato assolto e Graziani è stato deferito a una corte marziale da giudici che hanno impiegato la bellezza di otto mesi ad accorgersi di essere… incompetenti a giudicarlo. Ieri, in nome della patria, si riconosceva il titolo di eroe a chi aveva servito «fedelmente» la patria sia pur combattendo per la Germania; oggi si urla di raccapriccio perché la qualità di «eroe» ha pesato nel processo a favore di Borghese. Ieri si chiedeva alla magistratura, a questa quintessenza della conservazione, la sanzione ufficiale degli atti di una democrazia «affossatrice del fascismo»; oggi si bolla questa stessa magistratura perché ha fatto quello che è nella sua tradizione di fare. Estendendo il discorso, la democrazia della ricostruzione nazionale riconosceva ufficialmente due anni addietro il potere della Chiesa, la legalità del suo intervento in determinati settori della vita pubblica,, la sua qualità di Stato nello Stato, e inseriva nella Costituzione un trattato internazionale del tipo del Patti lateranensi; oggi, v’è chi si scandalizza che il papa pontifichi anche in materia di politica interna. E, dall’altra parte della barricata si riesumano le azioni compiute dai partigiani oltre una certa data delle storia italiana e si considera delittuoso quello che ieri si salutava come meritorio.
In tutta questa cagnara inscenata sulle due ali della gigantesca orchestrazione borghese, il proletariato finisce per smarrirsi in cento vie traverse, invece di trovare la sua unica via diretta. E’ chiaro che, quando grida agli scandali, la società capitalistica ottiene infallibilmente il risultato di porre la classe operaia, già smarrita e disorientata dalla politica opposta di fronte ad una serie non mai conclusa di false alternative e di illusori dilemmi, di spingerla ad individuare, nella situazione tragica in cui il capitalismo l’ha gettata, un peggio ed un meglio, un meno ed un più, un obiettivo limitato da conquistare, una riforma da compiere. Che l’orchestrazione sia, invece che unitaria, bipartita, non può far perdere di vista l’unitarietà del risultato. Se infatti la campagna di scandalismo e di terrore su scala internazionale serve ad orientare masse fluttuanti verso i due poli dello schieramento politico internazionale del capitalismo, a consigliare ai pavidi rifugio in questa o quell’organizzazione ugualmente antiproletaria e a rinsaldare negli altri la fede forse già un po’ scossa negli obiettivi per i quali erano stati chiamati a combattere, gli strilli di sdegno sulla legalità in pericolo, sul fascismo risorgente, sulle volanti rosse servono, su scala nazionale, a riaccendere nei proletari la fiamma consunta di una «lotta per la libertà» che è la valvola di sicurezza contro la possibile lotta per la rivoluzione, e a presentare come paladini della resistenza all’oppressione quelli che ne sono in realtà gli strumenti.
La reazione di classe alla campagna degli scandali deve essere proprio l’opposta: deve cioè tradursi nella coscienza che nella società borghese il «tradimento» non si divide in parti perché è di tutti, che la democrazia è una truffa, che la giustizia è, sempre, un imbroglio, che la democrazia che assolve i fascisti, che liquida gli arretrati ai generali prosciolti, che condanna i proletari rei di aver fatto oltre il giorno x quello che ventiquattro ore prima era loro concesso dai supremi reggitori, che distribuisce patenti di furfanteria, di tradimento e di fascismo a quelli che passavano per liberatori e vindici, fa soltanto la sua missione storica, e che il fascismo non ha bisogno di risorgere perché nessuno, e meno che mai la democrazia, l’ha abbattuto. Invece di perdersi dietro gli alberi, i proletari guardino finalmente il bosco, e capiscano che se si è arrivati a tanto una sola conclusione va tirata: che non ci si libera, che non ci si redime, se non gettando nello stesso immondezzaio le sirene di destra e di sinistra che presentarono la lotta della classe operaia non nei termini di una lotta definitiva fra proletariato e borghesia, ma in quelli fittizi, di una lotta tra la democrazia, bene comune di proletari e borghesi, e un fascismo che proletari e borghesi avrebbe allo stesso grado oppresso, tra legalità e illegalismo, fra ingiustizia e giustizia. Che cioè democrazia e fascismo sono la stessa cosa, e questa cosa si chiama con un nome solo: capitalismo.
Processi politici: fini e mezzi
IERI
Basta tornare indietro di una generazione per ricordare che nella polemica giornalistica e nelle discussioni tra le persone “colte” o nei salotti borghesi si considerava ancora controverso il giudizio sulla grande rivoluzione francese del 1789. Nessuno più nelle sfere dei benpensanti ne contestava ancora i risultati storici sociali e politici, non essendovi più partiti o correnti fautori della restaurazione legittimista, che sostenessero doversi abolire le “conquiste” realizzate nel mondo sulla base di quegli immortali principii. (Ben vero, una cosa che non lasciava di sbalordire il rivoluzionario Benito Mussolini nel 1912 era che a Napoli si stampasse ancora un settimanale borbonico, Il Vero Guelfo…).
Tuttavia era ancora controverso il giudizio dei posteri ed aperto il dibattito, almeno agli occhi dell’uomo della strada, sulla grave questione degli orrori, dei metodi feroci che la rivoluzione aveva seguito, nella sua lotta rinnovatrice e nella sua avanzata inesorabile. Vada per la libertà eguaglianza e fraternità, vada per il regime liberale e parlamentare e per i diritti dell’uomo e del cittadino, vada per la soppressione delle monarchie assolute e dei privilegi nobiliari e chiesastici, ma ad ottenere tutto questo avrebbero dovuto pensarci su e magari rinunziarvi piuttosto che arrivare alle efferatezze del Tempio, ai leggendari sbudellamenti di parrucchieri – che non avevano ancora scoperto la permanente – sulle duchesse ricciutelle.
Argomento sociale decisivo diventava dunque il “giallo”, se pure non si diceva ancora così, la cronaca romanzata e colorita su questi contorni ad effetto dei fatti storici, la dipintura degli orrori. Se da tempo un italiano non tanto fesso aveva spiegato che nel processo politico e storico il fine raggiunto deve essere considerato assai più importante del mezzo adoperato, i discendenti non potevano che arrossire di un antenato così cinico ed immorale come Nicolò Machiavelli.
Svezzare tutte le propagande da questa mania dell’argomento raccapricciante apparve sempre impossibile impresa da quando esso formò la base della diffusione popolare del cristianesimo, e se i reazionari puntavano in primo luogo per la mozione degli affetti e la perorazione di ogni requisitoria sulla Vedova e sul Terrore, i democratici radicali, gli anticlericali massoni non trovavano di meglio che far leva per controbattere sulla Inquisizione e sulle notti di San Bartolomeo.
Non è stato mai possibile chiudere con una sentenza accettata il dibattito su questo punto: chi dei due contendenti sia stato il più crudele, il più feroce. Vi è sempre da ribattere, non se la fanno franca nemmeno Gandhi e Tolstoi. Ma il guaio è che il suddetto uomo della strada non si rende conto che si tratta di una ricerca inutile e che, ammesso che sia possibile discriminare tra le frottole propinate e credute da una parte e dall’altra, non è affatto detto che convenga optare contro chi sta dalla parte, nel passato nel presente e nel futuro, dei mezzi più duri, e che la questione sta sempre altrove.
Nelle guerre di una generazione addietro, era una gara dalle due parti a scoprire nelle carni dei propri feriti le palle dum-dum. I proiettili ammessi dalle convenzioni internazionali del civile mondo capitalistico dovevano essere conici ed uscire da canne rigate, non dovevano produrre infezioni o devastazioni dei tessuti, bastava che mandassero legalmente all’altro mondo. Allora non si parlava ancora di aviazione, gas asfissianti, bombe atomiche e simili giocherelli.
Il clou della battaglia polemica parallela a quella dei cannoni nella guerra 1914 fu intorno alle mani mozze dei bambini belgi e alle atrocità delle orde cosacche dello zar, che non facevano prigionieri.
OGGI
Basterebbe l’ignobile spettacolo del processo Kravcenko a stabilire che siamo tuttora allo stesso punto e che compatte mobilitazioni a fine di propaganda puntano sul capitale idiota degli orrori. Soprattutto gli anglosassoni sono convinti di avere vinto con tale espediente due guerre e non sono disposti a mollare. Montagne di carta stampata sono rovesciate sul mondo, e costituiscono anche un buon affare poiché se libri e riviste di scienza storica e sociale sono indigesti o di poco larga richiesta, il pubblico si getta invece tremendamente “incannarutito” (ossia come il ghiottone sui migliori manicaretti) sulle pagine che ricavano le leggi della scienza storica dalle descrizioni abilmente anatomiche sugli interrogatori di terzo grado a base di unghie estirpate, mutilazioni oscene e vivisezioni di cavie umane.
Da decenni si conduce la campagna contro la rivoluzione russa con queste spregevoli invenzioni e le stesse accuse sono rimbalzate sconciamente nell’ultima guerra da un fronte all’altro. Metà del mondo giura che gli affossatori di Kathyn erano tedeschi, metà li crede russi. A questa specie di letteratura appartengono per il novanta per cento i libri impressionisti sulla Russia e sui ricordi di guerra e i minestroni di autobiografie romanzate di maniaci passivi della persecuzione sulle polizie hitleriana e staliniana.
Molte di queste infamie possono non essere inventate, a chiunque si attribuiscano, ed è impossibile andare a fondo in queste ricerche. Ma, più che impossibile è inutile, come in nessun caso il raccontarle può servire a fini meno che loschi di organizzazioni propagandistiche tendenziose.
Gli stalinisti mal si dibattono contro la sapiente ciurmeria del libro di Kravcenko e di tutto il movimento di tale natura, dopo il gavazzare che hanno fatto nel parallelo metodo di propaganda adoperato dalla stessa organizzazione capitalistica contro il nazismo e il fascismo. Essi saranno vittime di questo lurido armamentario, e lo saranno a giusta ragione perché ne sono stati i complici.
Hanno così sconvolto tutto il procedere della formazione della nuova coscienza storica nell’avanguardia proletaria. Essi accettano stupidamente la discussione se vi sia più libertà in Russia di quanta ve ne fosse in Germania sotto Hitler o ve ne sia oggi in America. Non sono più all’altezza della critica e della condanna della libertà borghese che gli agenti di polizia e i venduti sono ben padroni di scegliere. Non possono rispondere che i comunisti, per conto loro, scelgono la dittatura rivoluzionaria, poiché hanno fatto per loro conto baratto e mercato di tutto, hanno anche essi barato e speculato sullo slogan imbecille della lotta per la libertà tout court ed oggi è la proverbiale biscia che morde il ciarlatano.
Può fare impressione che il comunista tedesco di opposizione Heinz Neumann, un generoso e leale combattente del proletariato, sia finito in una soppressione silenziosa e che la sua compagna sia stata palleggiata tra la polizia sovietica e quella nazista con tanti altri infelici, povera risacca umana dell’ondeggiare della politica dei grandi poteri. Ma non si pensa quale più grave problema storico da meditare e studiare per la conduzione della lotta proletaria sia quello che emerge dal racconto della vedova. Perché mai la tattica russa in Italia sia nel 1923 che nel 1943 è stata tutta nella consegna: “lottate per la libertà, scegliete la libertà, bloccate con liberali di ogni sfumatura”? – e perché invece in Germania quando Neumann voleva il blocco contro Hitler di tutti gli antifascisti, il fronte unico per la libertà, lo si è sconfessato? – e perché ancora dopo il 1941 si è tornati a lanciare il grido della campagna per la libertà e del fronte unico antinazista con tutti i democratici del mondo?
Sono questioni ben più pesanti di quella sul dubbio se il militante Neumann sia stato tenuto in un albergo, in una prigione o in una camera a gas, per quanto queste immagini facciano fremere.
Sono questioni che hanno attinenza col sabotaggio e il disfattismo di tutte le risorse della rivoluzione mondiale.
Perché solo dei comunisti che non abbiano ad ogni svolta scelto qualche cosa nel campo nemico, che considerino la libertà borghese e la oppressione borghese come la stessissima cosa in ogni situazione, possono avere oggi il diritto di sputare in viso ai Kravcenki e alla fabbrica che li produce, nascosta come quella delle bombe atomiche nei deserti del Nuovo Messico e del Dakota.