الحزب الشيوعي الأممي

Battaglia Comunista 1949/II/11

La diplomazia degli stracci all'aria

Eravamo tentati di scrivere quasi un elogio del conte Sforza per la «finezza» dimostrata nel condurre la schermaglia diplomatica per l’inserimento dell’Italia nel «patto atlantico»; ma poi abbiamo pensato che se un riconoscimento è dovuto all’opera di questo vecchio diplomatico, tutto il merito in fondo non è suo, del suo prestigio e della sua intelligenza, ma va per buona parte attribuito anche al prestigio e all’intelligenza di Nenni e di Togliatti, a coloro, cioè, che, subito dopo la liberazione, seppero impostare tutta la politica italiana non esclusa quella estera su quel binario obbligato che avrebbe dovuto logicamente condurre come ha condotto, al patto atlantico.

E vedete un po’ quale strana ironia della storia: mentre stiamo formulando il riconoscimento d’una legittima paternità dovuta più che a Sforza e De Gasperi a Nenni e a Togliatti la cui politica, che non era mai stata del resto di urto con l’interesse del capitalismo in genere e di quello americano in particolare, per essere una politica europea doveva tener conto della prevalenza delle effettive forze vittoriose della guerra, quelle più precisamente che vanno sotto le ferre sigle dell’O.N.U.. dell’O.E.C.E. e del Patto Atlantico, ecco che proprio Nenni e Togliatti se la pigliano ora col patto e con coloro che lo hanno portato a compimento continuando più che nella forma, nello spirito originario la politica della resistenza.

Ma le diatribe parlamentari che si sono accese intorno al patto atlantico tra i partiti al governo da una parte e l’opposizione dall’altra, non vertono tanto sul patto in sé e per sé quanto sulla «ragione sociale» che lo caratterizza. Se il patto invece che a indirizzo americano fosse stato concepito e realizzato a indirizzo russo, Nenni e Togliatti non avrebbero avuto nulla da eccepire, perché è nel comune convincimento dei partiti democratici, dalla democrazia cristiana al P.C.I., che l’Italia non può vivere senza il suo inserimento, a parità formale s’intende, nel gioco delle intese economiche e politiche, quindi anche militari, tra le maggiori potenze internazionali.

Questa dell’adesione ai patti è una malattia cronica della borghesia italiana, vecchia quanto la sua storia, manifestazione ricorrente della sua insufficienza costituzionale. E sì che ne hanno fatte di esperienze negative e umilianti gli italiani; ma a che sono valse se la nostra classe dirigente è manifestamente incapace a liberarsi dalla retorica dei sogni di grandezza tuttora romana e della più aggressiva e puntuta volontà di potenza?

Non c’è davvero da attendersi dalla nostra borghesia un atto purificatore che liberi la sua storia da questa insistente nota di ridicolo.

Incominciò Cavour nel 1858 a dare all’Italia il primo patto, quello uscito dal Convegno di Plombières, che doveva ridurre il problema dell’indipendenza italiana a episodio marginale, buono tutt’al più a servire da espediente nelle mire della diplomazia francese per assicurare la supremazia sull’Europa di Napoleone III, che era assurto a capo della borghesia francese abbattendo nel ’49 la repubblica romana e nel ’52 la stessa repubblica francese.

Sarà poi Depretis nell’82, un democratico progressista del periodo umbertino, a inserire l’Italia nel secondo patto, quello della Triplice di Bismark che obbediva al disegno tutto tedesco di servirsi del potenziale italiano come spregevole materiale d’opera per costruire quella «corazza di bronzo» entro cui chiudere la Germania Imperiale, e che gli avrebbe poi consentito di esercitare la più assoluta egemonia nell’Europa per oltre trent’anni.

Quindi sarà Mussolini che regalerà agli italiani il patto d’acciaio: e con esso le rovine e le ferite tuttora aperte e sanguinanti della seconda guerra mondiale.

Ora è De Gasperi che, spinto da carità cristiana fa dono all’Italia del patto atlantico, schieramento di potenze armate con bombe atomiche americane a… presidio di pace. E si deve certo alla perfida volontà di chi sa quale nemesi storica se agli italiani è stata negata la soddisfazione di sentirsi protetti anche da un altro patto, quello di Stalin e delle democrazie popolari che, a sentire Nenni e Togliatti avrebbe assicurato alla nostra travagliata umanità pace, lavoro e felicità eterni.

Così è evidente che a forza di patti e di pace armata si vanno creando le condizioni materiali della terza guerra mondiale. C’è una logica nelle vicende storiche del nostro paese che ha la linearità e la inesorabilità di una condanna, cui la stentata e goffamente presuntuosa borghesia italiana è incapace di sottrarsi: ogni patto è la guerra; e ogni guerra è una sconfitta.

Come sempre il problema è di sapere se questa Italietta può rimanere o no neutrale nel cozzo delle due forze essenziali dell’imperialismo, e a risposta negativa, verso quale dei due contendenti deve intonare la sua politica di servitore non sempre, per la verità, fedele e di combattente, per la verità, non sempre volitivo ed eroico. Presa nel groviglio dell’economia e degli interessi americani la nostra borghesia, squassata dalla sconfitta, affida nella sua sudditanza verso l’imperialiasmo anglosassone vittorioso, la possibilità di una sua ripresa e la speranza d’una sollecita e sicura rinascita.

Da qui la violenta, a parole, «cagnara» parlamentare e la minaccia di far entrare in scena la piazza e le organizzazioni operaie.L’opposizione grida: Per la pace abbasso il patto! I partiti di governo rispondono: Per la pace evviva il patto!

E allora? Si tratta soltanto d’una dissonanza apparente perché in realtàsono entrambi gridi di guerra.

Mentre De Gasperi vede nel patto atlantico la strada diritta anche se obbligata della sicurezza nazionale, Togliatti e Nenni vorrebbero deviare il corso naturale della storia italiana, quello che porta le impronte di Cavour, di Giolitti e di Mussolini, non quelle del proletariato, verso l’esperienza più recente delle democrazie popolari.

L’accanimento portato nella lotta potrà accentuare i termini del dissidio tra le forze del capitalismo, ma l’istanza che fondamentalmente le anima e le guida è sempre una istanza di conservazione del privilegio basato sullo sfruttamento morale e materiale del proletariato.

Fino a tanto che c’è tempo, e tempo non manca, il proletariato ha ancora la possibilità di dire tutto il suo disprezzo per questa mistificazione immonda della pace, tanto se varata dagli americani, come se varata dai russi, perché è la pace di chi vuole e prepara la guerra, e di affermare attraverso il partito di classe che la guerra del capitalismo potrà essere vinta solo con l’azione rivoluzionaria del proletariato internazionale.

Borghesia italiana fellona

Table of Contents

Ieri

Dal 1882 al 1914 l’Italia è stata nella Triplice Alleanza con l’Austria e la Germania con gran dispetto di tutti i democratici italiani. Questi però ce la fecero a stracciare la cambiale e allo scoppio della Prima Guerra Europea nell’agosto 1914 impedirono l’intervento a termini del trattato finché nel “radioso maggio” del ’15 le forze popolari della democrazia pacifista – alla testa D’Annunzio e Mussolini – riuscirono a travolgere le resistenze di monarchia governo e parlamento attuando la guerra dall’altra parte, a fianco dell’Intesa della Francia e dell’Inghilterra.

Su questo schema storico parte la campagna della opposizione odierna al Patto Atlantico, all’alleanza di guerra dello Stato italiano con il capitalismo americano.

È comodo per la propaganda, fatta secondo il facile avvio di oggi “a braccia”, buttare avanti di questi paralleli e buttarsi sullo slogan che la storia si ripete.

Ma se è indubitato che il materiale della storia è fondamentale guida alla politica dell’oggi, due cose sono necessarie, che entrambe danno fastidio ai demagoghi da baraccone: adoperare una storia non falsificata, ed inquadrare lo sviluppo dei rapporti dalla loro vecchia disposizione a quella nuova.

Che i democratici italiani mal gradissero la politica triplicista e la battessero con valanghe di retorica in prosa e in versi è vero ed è perfettamente spiegabile. L’unità nazionale, mezzo per il consolidamento nella penisola del potere della borghesia liberale, si era fatta con guerre contro l’Austria e aveva lasciato indietro la rivendicazione irredentista di toglierle ancora il Trentino e la Giulia, regioni in parte di lingua italiana. Vero che la Prussia aveva aiutato nella terza guerra a sanare le batoste di Lissa e Custoza, vero che la Francia ove non fosse stata battuta dalla stessa Prussia a Sedan nel ’70 avrebbe impedita la conquista di Roma. Ma tutto l’armamentario politico ed ideologico della democrazia borghese confluiva sempre al di sopra di queste contraddizioni nelle simpatie ardenti per i regimi e la storia liberale classica di Francia e d’Inghilterra sullo sfondo di tinte massoniche ed antivaticane, di smaccate ammirazioni parlamentaristiche.

Le carte dei democratici di mezzo secolo sono dunque in regola. Ma che debbano servire di passaporto a movimenti di oggi che pretendono di richiamarsi alla classe proletaria e al socialismo, è altra cosa.

Per tal gente è articolo di fede che il socialismo altro non è che una sottospecie della democrazia, il proletariato oggi dovrebbe agire secondo le direttive delle forze democratiche come una frazione di esse, naturalmente avanzata e progressiva.

Ma questo era già un falso nella situazione della Triplice e già allora quelli che impostavano la quistione mobilitando la classe operaia sulla scia irredentista e interventista, dopo aver tentato di incanalarvela colla prima fase di neutralismo e pacifismo, meritarono senza appello la condanna di rinnegati e traditori.

I ricalcatori di quella strada nella situazione di oggi meritano quindi in pieno la definizione di allievi di Mussolini, già guadagnata loro a tutti voti per la politica fatta nella guerra recente.

Nel 1914 la classe operaia ed il partito socialista lottarono in modo risoluto contro la politica borghese di alleanze di blocchi e di guerra non soltanto quando si trattò di impedire che avesse effetto l’impegno triplicista, ma anche quando il governo borghese, la monarchia, gli stessi nazionalisti della guerra per la guerra (coerenti anche loro) abbracciati all’ombra del tricolore coi democratici classici e coi pochi traditori delle nostre file, si buttarono sconciamente nell’interventismo anglofrancofilo.

Questa decisa opposizione del proletariato avente senso di classe ad entrambi i mercati imperialistici della borghesia, mantenuta anche durante la guerra, determinò una situazione utile e attiva per le forze rivoluzionarie, anche se non si svolse storicamente (per ragioni oggettive e di indirizzo insufficiente del movimento) nella trasformazione della guerra delle nazioni in guerra civile, che gloriosamente realizzarono i bolscevichi. Essa doveva preludere, se altre deviazioni e tradimenti non avessero intossicato la via al movimento della classe operaia, alla aperta impostazione di questi problemi non secondo gli interessi del Paese della Patria e della Nazione, ossia della borghesia che ci opprime, ma sulla sola base delle prospettive rivoluzionarie internazionali.

Oggi

A parte la condizione disgraziatamente involutiva e degenerativa del movimento classista, è palese che la situazione in cui dinanzi alle prospettive di una guerra generale si trova lo Stato borghese italiano, non ha nulla a che fare con quella del 1914 e anche con quella del 1939 perché, pur risalendo sempre la causa delle guerre agli sviluppi dell’imperialismo capitalista, ben diverso peso e dinamica ha il governo di Roma nel quadro mondiale.

Questo governo di servitori e di scagnozzi non può fare né interventismo né neutralismo, può solo seguire degli ordini e obbedire ad imposizioni e minacce. Non ha una forza di guerra autonoma da mettere in vendita speculando sul sangue dei lavoratori, oggi per dollari come ieri per sterline e per marchi, nemmeno può fare campagne basate su fantasie egemoniche o subegemoniche conquistate con avventure di guerra.

Nulla muterebbe, se la opposizione fosse al potere, in questa condizione di impotenza. Tutti i partiti dell’attuale parlamento hanno contribuito a questa situazione – e se essa potesse avere sviluppi rivoluzionari noi gioiremmo che essa calpesti l’orgoglio nazionale – col loro atteggiamento bloccardo durante la guerra ultima, in politica interna ed estera. È inaudito che i ciarlatani della attuale opposizione osino definire come la terza aggressione dell’America quella che si prepara. Certe bocche sporcano la verità; sono le bocche di quelli che fremevano di gioia agli sbarchi in Africa e in Francia solo perché li avvicinavano ad una divisa di ministri borghesi, sognata tra i patemi dell’esilio e i veti del duce.

Nel 1914 gli stessi piccoli Stati europei, in conseguenza delle caratteristiche della economia e della stessa tecnica militare, potevano avere un peso nello spostare l’equilibrio del conflitto. Comunque gli Stati Uniti si disinteressavano della politica europea e non avevano peso militare adeguato a quello economico, l’Inghilterra viveva l’ultimo atto della sua funzione di isolamento arbitrale nel mondo, nelle forre continentali si facevano calcoli abbastanza scemi quanto quelli dei nostri oratori parlamentari di oggi sul numero di corazzate e di divisioni di almeno cinque potenze militari di comparabile ordine di grandezza, raggruppate due di qua tre di là nei classici blocchi. Poi tra giri di valzer, assoldamento di socialisti rinnegati e crociata ideologica per la civiltà democratica, non bastarono la liquidazione sfrontata dello splendido isolamento britannico e della dottrina di Monroe e perfino la discesa in campo del lontanissimo Giappone a far fuori senza sforzi supremi la Germania.

Ne uscì una situazione nuova, e già allora si cominciarono a formare le regioni di soggezione dei piccoli Stati ai grandi poteri soprattutto fra i rottami dell’Impero d’Austria (una delle meno indecenti amministrazioni pubbliche che abbia potuto offrire la storia del capitalismo). Si urtarono, nel piano egemonico in Europa sulle varie Cecoslovacchie nate fantocci, prima Francia e Inghilterra; poi avvenne quello che avvenne e lo sanno tutti i non lattanti.

La seconda Germania fu rovesciata da una generale coalizione e la povera Italietta non riuscì a piazzare sulla carta buona un secondo mercimonio e una migliore edizione del tradimento. Naturalmente quelli che ci hanno speculato nel diventare grandi uomini in piena luce di riflettori amici o nemici (non conta molto) hanno il toupet di dire che Hitler l’hanno fregato loro colla guerra partigiana e poi con la leonina dichiarazione postarmistiziale.

Nella situazione che ne è seguita, gli stessi centri di Parigi e di Londra hanno barattato influenza ed autonomia e sono di fronte a due soli colossi. Il problema con chi si allea il governo di Roma è un problema sottofesso. La grossa questione è di stabilire se nel possibile mostruoso urto debba vedersi un’alternativa storica su cui vadano giocate tutte le forze del proletariato.

Questo in Italia seppe dir di no al signor Mussolini, dovrebbe saper dire lo stesso al signor Nenni, bene scelto a gettare questo ponte imbroglione tra l’antitriplicismo 1914 e l’antiatlantismo 1949.

Affittando il proletariato all’antitriplicismo borghese si volle aggiogarlo al militarismo e alla guerra, allearlo a nazionalisti e a fasci interventisti di combattimento. Da questo verminaio nacquero i tumori del fascismo e dell’antifascismo londrista ed atlantico. L’onorevole signor Nenni, mai visto sulla strada del socialismo, sta come degnissimo simbolo su tutte queste cantonate di successivo affitto a ben forniti avventori.