الحزب الشيوعي الأممي

Battaglia Comunista 1949/II/31

Primi passi del nazionalcomunismo verso il fascismo

L’accusa di fascismo alla direzione del Partito Comunista Italiano da parte degli esponenti della socialdemocrazia non è nuova, essa risale ai tempi in cui l’evoluzione delle situazioni radicate sulle sconfitte proletarie del primo dopoguerra si orientava verso la affermazione del fascismo in Germania, ma allora come oggi la polemica fra due correnti politiche gemelle dello schieramento borghese si limita ai soli aspetti esteriori del problema, evitando con somma cura reciprocamente quelli più profondi onde evitare il rischio di mostrarsi (socialdemocratici e comunisti… nazionali) nella loro vera luce come forze politiche entrambe necessarie alla sopravvivenza del regime capitalista.

Una cosa però è certa ed è questa, che nel giuoco incruento della polemica i socialdemocratici tradizionali purosangue hanno buon gioco, ché, chi come loro vantano nel tempo una condotta pro-capitalismo rettilinea hanno molte cose da rimproverare ai loro tortuosi concorrenti nazionalcomunisti, è questa la ragione per cui di fronte ai rapporti internazionali della situazione di oggi la polemica si accentua per … concretizzare la divisione della classe operaia sugli opposti fronti dell’imperialismo e, appunto per questo, mantenendo intatta la loro solidarietà nel deviare e strangolare il movimento di classe del proletariato.

In queste colonne è stato più volte messo in rilievo che una determinata politica non può essere giudicata fascista solo dal colore della camicia di cui si riveste ma dai risultati che essa produce sul duello storico delle moderne classi in lotta fra di loro, ed è da questo punto di vista che noi riaffermiamo che tutti i partiti raggruppati all’ombra del tricolore dei C.L.N. di non lontana memoria nell’opera politica svolta nell’ultima fase della guerra e dopo la sua fine può benissimo essere rivendicata da qualsiasi raggruppamento eminentemente fascista. Infatti, se la guerra invece di finire con la vittoria degli alleati si fosse, per pura ipotesi conclusa con la vittoria dei paesi apertamente fascisti, non occorre molta agilità intellettuale per comprendere che Mussolini su tutte le piazze d’Italia in altrettanti storici discorsi avrebbe soprattutto detto quello che hanno detto (e che continuano a dire) Togliatti, Nenni e Saragat.

Occorreva, prima di passare al tema di questo articolo, mettere in luce l’identica natura, reazionaria e fascista di tutti e tre i partiti che pretendono richiamarsi agli interessi storici della classe operaia il ché nulla toglie all’esattezza di un articolo apparso sul periodico pisello «Corno Socialista» a proposito dei conati fascisti di quello che fu il Partito Comunista d’Italia, internazionalista e rivoluzionario.

Per chi ha vissuto la vita dell’emigrazione politica in Francia prima del settembre 1939 sa con esattezza la natura anticlassista di tutte le capriole politiche del partito comunista sotto la guida di Togliatti come conosce del resto quelle compiute da tutti gli altri partiti sedicenti proletari.

Non era una delizia vedere, all’epoca dei fronti popolari, sfilare per le vie di Parigi immensi cortei di proletari con alla testa Cachin, Thorez, Blum e… persino Deladier stretti a braccetto?! ma di questo «Corno Socialista» non ne parla, eppure quello è proprio il periodo in cui il partito di Togliatti lanciava il famoso appello firmato da 62 capi oggi senatori e deputati col quale si rivendicava il programma fascista del 1919.

Noi non sappiamo se detto appello aveva per obiettivo la formazione in Italia di un ministero Togliatti-Mussolini capace di raggruppare tutto il popolo italiano sulla base del suddetto programma, ma è fuor di dubbio che se ciò in Italia si fosse realizzato attorno ai due, si sarebbero trovati anche Nenni e Saragat. Questo va detto per rimanere nei limiti della polemica di lor signori, per noi marxisti al contrario, la critica va esercitata su quello che realmente è avvenuto per effetto dell’appello firmato dai 62, il quale precisamente consiste in questo: il partito di Togliatti, Longo e Secchia facendo suo il programma mussoliniano del 1919 non solo platonicamente ma sostanzialmente come è stato abbondantemente dimostrato, tentava di mobilitare gli operai incasermati nei sindacati e i fascisti di sinistra per rovesciare il governo di Mussolini, strumenti di questa politica le cellule illegali che forniscono il materiale necessario al funzionamento del Tribunale Speciale. Di questa politica, responsabili sono anche tutti i socialisti che militavano in quel momento sotto l’insegna del fronte popolare,e i piselli attuali compresi.

Messe le cose a posto per questi galli dello stesso pollaio, si può con più agio mettere in evidenza gli antefatti della politica fascista del P. nazional-comunista. Siamo nel 1924, la esecuzione da parte dei sicari mussoliniani del socialdemocratico Matteotti apre repentinamente una profonda crisi nel regime in via di consolidamento, i riformisti si ritirano sull’Aventino ed avendo le principali leve di comando della C.G.I.L. impediscono con tutti i mezzi un’azione di forza del proletariato. Il gruppo parlamentare comunista sotto la direzione opportunista della prima centrale Gramsci dopo un primo tentennamento rientra compatto in parlamento e accusa direttamente Mussolini e il governo quali responsabili del delitto: nel frattempo Gramsci partorisce l’idea di un possibile accostamento del partito coi cosiddetti fascisti di sinistra, ambasciatore per le trattative mostruose il professore di… leninismo Ottavio Pastore.

Sei anni più tardi in Germania. Alla tattica dei fronti unici coi socialdemocratici dominante nell’Internazionale dal Iv Congresso (1922) al VI (1928) succede quella politica inconseguente che va sotto il nomr di socialfascismo che permetterà a Hitler di arrivare al potere servendosi semplicemente delle competizioni elettorali offerte dalla democrazia, nelle quali i concorrenti da battere sia pwer i fascisti che per i … comunisti erano i socialdemocratici. Nel gennaio 1930 i nazisti ormai forza considerevole e concorrenti diretti anche nel campo sindacale dei … comunisti promuovono organizzano e dirigono uno sciopero politico contro il governo socialdemocratico di Prussia: Braun-Levering e trovano l’insperata adesione dei comunisti bolscvichi tipo Thalman, che nelle rivendicazioni nazionali contro la pace di Versailles Thalman e soci si dimostrano più sciovinisti di Hitler e resero a quest’ultimo numerosi servigi. Ultimo e non meno significativo episodio di questa catastrofica politica lo si ebbe nel 1934 all’epoca dello scandalo Stawiski ove comunisti e fascisti del Colonnello de la Roque si trovarono a urlare solidali contro il governo radicale di Flaudin; manifestazioni durante le quali il ministro degli interni Doladire fece caricare dalla guardia repubblicana gli uni e gli altri e qui ci arrestiamo crediamo che basti come documentazione valida a dimostrare le tendenze fasciste del degenerato partito comunista di Italia anche perché dopo l’ultimo episodio parogino della politica che identificava i socialdemocratici come fascisti, veniva già proclamato il nuovo cambiamento di rotta quello dei fronti popolari, dell’entrata della Russia nella società delle nazioni e della preparazione aperta della guerra.

E’ in questa fase che va inserita la rivendicazione fascista del partito di Togliatti di cui parla «Corno Socialista». Ma è sorprendente constatare come attualmente o Saragat, o Blum dimentichino il loro sviscerato amore per la politica dei fronti ed il loro entusiasmo per la trovata dei 62 tipi che rivendicano il programma 19 dei fasci.

La verità è che uniti o divisi e talvolta anche apparentemente ostili, Staliniani e Blumisti si accordarono si accordano e si accorderanno per allontanare il giorno in cui il proletariato ritrovando sé stesso e il suo partito di classe spazzerà via tutto questo serraglio di avventurieri.

Legalismo ed illegalismo capitalistici

L’opposizione ha sparato le sue ultime cartucce parlamentari in un dibattito sull’illegalismo delle forze dell’ordine e in particolare sulla violenza esercitata nei confronti dei braccianti. Per questi signori, è uno scandalo giudiziario, che la borghesia faccia quello che ha sempre fatto, ed è illegale, cioè contrario al codice borghese che la classe avversa al proletariato eserciti la forza come suo titolo di diritto.

Il dibattito è dei più assurdi dal punto di vista delle più elementari posizioni di classe. Il vecchio riformismo, di fronte alla violenza esercitata dagli agrari e dagli industriali nelle fasi più acute dei contrasti sociali, si appellava alla legge e allo Stato come se legge e Stato non fossero, l’una, la codificazione statutaria, l’altro l’organizzazione esecutiva di una generale violenza di classe, come se cioè gli articoli del codice da una parte, gli istituti della società capitalistica dall’altra non fossero uno per uno e tutti insieme, altrettante barriere erette da questa società contro l’attacco della classe operaia, e funzionassero invece come enti metafisici imparzialmente posti a difesa e a tutela di tutti i cittadini contro l’arbitrio di singoli. Il nuovo riformismo, avendo contribuito direttamente alla elaborazione di un «codice democratico» e alla ricostruzione dello Stato «popolare», supera di gran lunga il vecchio nell’ossequio a questi due strumenti della violenza capitalistica contro gli operai.  

Come di fronte al fascismo nascente, così oggi il riformismo si agita di fronte allo spettro di atti «illegali» e periferici di violenza padronale e perde di vista quello che è il motore centrale, organico, permanente della violenza. Esso si risveglia dal letargo delle «armonia» democratiche il giorno in cui un agrario aggredisce uno scioperante ed arruola crumiri e lo Stato interviene a proteggere non il bracciante ma il padrone, così come si risvegliava dalla beata fede del non-prevalere del fascismo solo quando lo Stato prendeva apertamente le difese delle squadracce nere contro i proletari in lotta. E’ questo «illegalismo» che lo spaventa e lo stupisce, mentre è per esso perfettamente normale quell’uso non aperto, non episodico, non centrale della violenza o, che è lo stesso della dittatura capitalistica, che è l’esercizio quotidiano di una giustizia basata interamente sulla forza o il maneggio normale degli ingranaggi amministrativi dello Stato in vista dell’oppressione della classe avversa.

In altre parole, lo Stato non è per esso il nemico ma l’amico, la giustizia non è la codificazione di tutta la prepotenza e di tutto l’arbitrio su cui si fonda la società in cui viviamo, ma, al contrario, l’arbitro e il mediatore fra uomo e uomo: il proletariato non è soggetto alla violenza ora per ora e minuto per minuto, ma in casi e momenti di eccezione, e questa violenza lo colpisce non attraverso i grandi e fondamentali istituti della società borghese ma attraverso una deviazione arbitraria di singoli individui dal «diritto» e dalla «legge». Per cui ad ogni episodio di violenza alla Scelba, ecco una petizione allo Stato perché ricordi le funzioni per le quali è sorto, ed applichi la giustizia contro l’ingiustizia!

Gli effetti politici di questa posizione di fronte allo Stato e alla giustizia borghesi sugli schieramenti di battaglia del proletariato sono perniciosi. Sia che – come si poteva ancora credere un tempo – derivi da un «errore» di principio, sia che derivi – come siamo oggi più che autorizzati a dire – da una precisa funzione al servizio dell’ordine costituito, – questa posizione sposta l’azione proletaria dalla battaglia frontale e generale contro la società borghese all’accettazione degli strumenti fondamentali del dominio di questa sulla classe lavoratrice, dalla lotta contro lo Stato in quanto organizzazione di difesa e di potenziamento del privilegio capitalista alla sua adorazione, dalla centralizzazione degli sforzi e delle energie operaie contro la barriera centrale degli organi fondamentali e permanenti della classe avversa al loro sbriciolamento nell’episodio locale o nella polemica contingente e periferica. Non è più lotta contro la società borghese nell’insieme armonico dei suoi mezzi di repressione, ma riconoscimento della legalità di questi e condanna dei presunti fenomeni degenerativi di una generale funzione di legge. Non è più smascheramento di quella violenza permanente e centrale che è il vero avversario della classe operaia, ma accecamento della coscienza proletaria e difesa della dittatura capitalistica, allo stesso modo come la polemica contro gli «strati retrivi e reazionari» del capitalismo, contro i capitalisti «esosi» o «disonesti», ecc. tende a far dimenticare ai proletari che il capitalismo è tanto più forcaiolo, oppressore, aguzzino, quanto più è «onesto» «progressista» e riformatore, e che la condanna socialista del regime del profitto non ha nulla a che vedere con le encicliche papali contro la disonestà degli usurai e lo spirito scarsamente cristiano degli imprenditori.

Quando l’opposizione rimprovera a Scelba di usare la polizia e la magistratura difesa dei padroni, chiede alla borghesia di rinnegare se stessa e di volgere lo stato, suo baluardo, contro i suoi interessi contingenti e perenni. Quando strilla contro le violenze individuali rimaste impunite dimentica che Stato e giustizia sono qui per difendere la violenza organizzata costante e generale. La classe operaia nell’altro dopoguerra ha dovuto lottare, ben più che contro le squadracce fasciste, contro l’apparato generale di difesa dello stato democratico: le due offese erano, comunque, parallele, si sostenevano a vicenda; né poteva essere diverso. Oggi, Scelba non fa che esercitare con perfetta coscienza la sua missione di esecutore delle «esigenze superiori» dello Stato: ed è un esecutore spietato quando «applica la legge» non meno di quando compie «atti di arbitrio».

D’altra parte, la cambiale in bianco gliel’anno data i partiti di sinistra. Sono loro che hanno ricostruitolo Stato e che hanno sancito tutti i principii ai quali, legalissimamente, il governo oggi si appella. Il «diritto al lavoro» al quale si richiamano gli Scelba di tutto il mondo nel proteggere i padroni ed i loro crumiri è stato inserito da tutti i partiti della democrazia nelle tavole della Costituzione italiana: e il «diritto al lavoro» significa, come ha sempre significato in regime capitalista, «diritto dell’operaio a farsi sfruttare». Quando il governo proclama d’essere deciso a difendere il patrimonio nazionale, non fa che tradurre nel suo linguaggio la teoria togliattiana e nenniana secondo cui i proletari devono difendere un bene comune di tutti gli italiani, l’agricoltura nazionale, l’industria nazionale, la indipendenza nazionale. Quando Scelba fa il patetico sul grano o sul riso nazionali minacciati di rovina se lo sciopero si fosse prolungato, Di Vittorio poteva ben rivendicare la paternità della frase, giacché furono i confederali a farsi scudo del «riso nazionale» sia per chiedere agli agrari che mollassero sia per liquidare lo sciopero. Quanto alle jeeps della polizia e alle sentenze dei tribunali, quanto ai manganelli e alle dichiarazioni di amnistia, val la pena di ricordare che tutto ciò è opera comune di governo e opposizione?

Quello che i rivoluzionari dicono e non devono stancarsi di dire ai proletari non è già che questo governo non è democratico ma che lo è nel più perfetto dei modi, essendo la democrazia appunto, una delle tante armi dirette contro il proletariato: che lo Stato non esorbita dalle sue funzioni ma anzi le applica in pieno: che questo «fascismo» è la «democrazia». Tutte cose che la opposizione non può dire e non dirà mai, per il fatto palmare che è. anch’essa, una delle forme fondamentali della democrazia.

NOI ROTTAMI dell'opportunismo

Cara «Battaglia»,

                        un amico, lettore di «Vie Nuove», il giornale che assai argutamente e obiettivamente definisti in un tuo corsivo polemico il «Corrierino dei Piccoli» del P.C.I., al quale la redazione di Longo non ha ritenuto prudente rispondere, mi ha passato il n.30 del 24 luglio, per farmi leggere una specie di biografia del comp. Damen rabberciata secondo i dati dell’Ufficio …segnaletico della segreteria generale di quel partito.

Bisogna però riconoscere obiettivamente che nella serie non breve di quelle fin qui pubblicate e fatte circolare ad arte, questa biografia di «Vie Nuove» non è la più assassina anche se chi l’ha redatta deve aver conosciuto il comp. Damen soltanto per sentito dire.

Dunque questo nostro compagno mantenne in carcere i suoi atteggiamenti di oppositore irriducibile alla politica del P.C.I., di quella bolscevica e dell’Unione Sovietica, gli stessi atteggiamenti che ha poi continuato a mantenere in tutta la sua vita politica?

Ma è proprio quello che volevamo leggere sulle colonne di un giornale staliniano, e l’aperto riconoscimento ci riempie l’animo di soddisfazione. Bravo compagno Damen, bravo compagno Acquaviva, bravo compagno Zanasi, bravo compagno Venegoni, bravo compagno La Camera, bravi tutti voi compagni che nelle carceri fasciste, nelle isole e nei campi di deportazione avete osato completare allora la vostra dura battaglia antiborghese, non soltanto antifascista, dissociandovi politicamente dallo stalinismo che era allora alle prime armi nel tentativo – e come riuscito, poi – di avvelenare corrompere e piegare il magnifico sacrificio di tanti militanti comunisti.

Per questo l’espulsione? Già, per aver difeso e continuato a difendere i principi di Marx, Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre contro i funzionaretti che hanno preferito continuare a percepire uno stipendio servendo ora Trotzki, ora Bucharin, ora Zinovjev e da ultimo, il vittorioso su tutti, Stalin.

Storiella quella dell’espulsione dal partito nel 1933 decisa, nientemeno, dalla cellula del Carcere. Damen è stato espulso, per la verità Damen assai prima di tale data si era «autoespulso», insieme a Repossi e Fortichiari dal C.C. del partito con decisione resa nota nel n. 14 del 27 ottobre 1934 di «Voce Operaia» di Parigi «per aver continuato a sostenere ideologie in opposizione a quelle del partito e per essere rimasto sordo agli appelli del partito che lo invitava a cessare il lavoro frazionistico e di disgregazione».

E voi, compagni, credete che l’interessato possa aver avuto comunicazione della espulsione per via interna di partito? Ma neanche per sogno; ha dovuto apprenderla dall’organo massimo del regime il «Popolo d’ Italia» del 3 novembre 1934.

Non fatevene meraviglia. Espellere per attività frazionistica compiuta a Milano nell’anno 1934, e pubblicare i nomi di chi di questa supposta attività si era reso responsabile, voleva dire allora denunciare i… traditori agli uffici competenti dell’ OVRA. Scherzi mancini di marca staliniana rimasti vivi,ormai, solo nella memoria dell’archivista di partito, al quale una simile messa a punto premeva innanzi tutto.

Ma ciò che mi ha spinto a scriverti, cara «Battaglia» è quell’accenno che non riguarda tanto il comp. Damen, quanto il nostro partito che viene definito «centro di raccolta di tutti i rottami espulsi dal P.C.I.., per opportunismo».

Sicuro, sono infatti rottami imputriditi nell’opportunismo i compagni operai della Falk, della Breda e della Marelli di Sesto, della Fiat di Torino, degli altiforni di Portoferraio, dell’Ilva di Torre Annunziata, delle reggiane di Reggio Emilia e dei Cantieri di Taranto; sono rottami imputriditi nell’opportunismo i compagni artigiani di Asti, di Casale e di Parma; i compagni artigiani e i braccianti dell’Emilia, della Calabria e delle Puglie. Tutti questo nostri compagni infatti si permettono il lusso di uno stipendio da deputati, o da senatori, o da dirigenti di Camere del lavoro, di Federazioni ecc.; di possedere l’automobile e la segretaria; e con l’automobile e la segretaria un po’ più di felicità.

E’ così nevvero? Ma una ultima considerazione si impone. E’ risaputo che il P.C.I. non ha mai prodotto da sé tanti rottami come da un anno a questa parte, checché ne dicano le cifre di Secchia. Dove sono andati a finire? Confesso che non mi è stato possibile «archiviarli» perché sono finiti dappertutto meno che nelle file del nostro partito.

E ciò significa che nel suo quarto d’ora di declino il partitone di Togliatti è condannato a perdere tutte quelle masse oceaniche ch’era riuscito a racimolare in una situazione favorevole con una politica di demagogia e tradimento.

Noi, pochi, duriamo; e in questo nostro durare sta la migliore prova della vitalità del marxismo rivoluzionario e dei suoi quadri, pur se modesti nel numero, di preparazione ideologica, di organizzazione politica e di combattimento.

Saluti internazionalisti,

l’archivista di partito