الحزب الشيوعي الأممي

Battaglia Comunista 1951/II/16

Fuori e contro i sindacati dell'imperialismo le lotte operaie

Da quando la crisi internazionale ha cominciato a gettare davanti a sé la sua ombra sinistra, le organizzazioni sindacali hanno gridato in coro: «Difendiamo i salari operai!».

Sono le stesse organizzazioni che, sempre in nome della «difesa degli interessi operai, bandirono le campagne per la ricostruzione nazionale e che, facendosi usbergo o di rivendicazioni economiche da promuovere o di «conquiste politiche» da difendere, per cinque anni orchestrarono una girandola di agitazioni. La ricostruzione è compiuta, le «libertà costituzionali» hanno trovato solenne codificazione: per le masse, cinque anni di lotte logoranti e spesso sanguinose, sotto la loro guida si riducono al bilancio di una guerra incombente e della costante diminuzione del potere d’acquisto del salario.

Nel momento in cui l’interrogativo «Che cosa ne sarà domani del mio salario?» si affaccia pauroso alla mente degli operai, e le sirene del sindacalismo di destra e di sinistra rispondono chiamando le masse sotto le loro bandiere e giurando di difenderle nella «più grande battaglia economica del dopoguerra», occorre dire con estrema durezza che l’intervento dei sindacati in questa situazione risponde non agli interessi della classe operaia ma agli interessi di conservazione del capitalismo, e che la via maestra della lotta proletaria passa fuori e contro le organizzazioni sindacali votate alla causa dell’imperialismo.

«La nostra battaglia sarà una gigantesca battaglia economica», esse dicono: «separate da concezioni politiche diverse, noi combatteremo unite per la difesa del salario». Ebbene, una lunga catena di battaglie proletarie ha fatto giustizia per sempre delle «lotte puramente salariali». Il meccanismo dei prezzi è nelle mani della classe che detiene il meccanismo della produzione e il potere politico: la «conquista» economica – e basterebbe a dimostrarlo il bilancio di questi anni – sarà distrutta dalla stessa mano che la concede. Chiusa in sé, la «lotta economica» è dunque illusoria e impotente a strappare alla classe dominante un miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia, mentre sul terreno politico e sociale si traduce nel compromesso, nella conciliazione fra le classi, nella sostituzione della riforma del regime capitalistico alla rivendicazione centrale del suo abbattimento. Un’organizzazione sindacale che dichiara di limitare al terreno economico le sue battaglie è un’organizzazione che garantisce la stabilità dell’ordine sociale vigente senza mutare in nulla le condizioni di vita e di lavoro dell’operaio. È la vecchia logica del riformismo.

Questa verità elementare appare ancor più schiacciante se vista sullo sfondo della situazione internazionale. Internazionale è la crisi; internazionali ne sono i riflessi, a cominciare dal carovita. Il cerchio di ferro dello sfruttamento della forza-lavoro è retto da leggi che vanno oltre le barriere della «nazione»: impotente a scardinarlo entro i confini di uno Stato, la «lotta puramente economica» lo è a maggior ragione sul quadrante mondiale. D’altra parte, la situazione internazionale pone all’ordine del giorno del capitalismo il riarmo intensificato e la guerra. L’operaio italiano che i sindacati bianchi e rossi chiamano a rivendicare in una lotta puramente economica un aumento della mercede, chiede in sostanza di essere domani nella stessa situazione del suo fratello statunitense, al quale la frenesia del riarmo getta la briciola di un salario aumentato e della «sicurezza del lavoro» perché fabbrichi bombe e cannoni. L’interrogativo posto dall’evoluzione capitalistica all’operaio non è: «Che cosa sarà domani del mio salario?», ma: «Che cosa ne sarà, della vita tua e dei tuoi figli?». La classe operaia non può risolvere il problema della remunerazione del proprio lavoro senza muoversi per spezzare il tessuto connettivo di un regime che si mantiene alla sola condizione di gettarlo periodicamente nella fornace della produzione bellica e della guerra.

La questione della difesa degli interessi operai va perciò oltre i termini di una contrattazione salariale, per investire lo insieme dei rapporti fra la classe operaia e l’insieme della classe dominante, protetta dai suoi organi di repressione e di governo.

Ma la realtà è che la «lotta puramente economica» alla quale i sindacati pretendono di chiamare gli operai ha, come tutte le cosiddette lotte economiche, un contenuto politico e una direzione politica. È qui il nodo della questione. Ciò che, di fronte ad una lotta che investe masse di operai, il marxista si chiede, il quesito che per lui decide preventivamente della natura dell’esito finale della battaglia, non è la maggiore o minore compattezza degli schieramenti in campo, la maggiore o minore estensione della lotta, ma la sua guida politica. «Chi controlla le masse operaie? Chi dirige l’agitazione?» egli si domanda, con Lenin; e il quesito equivale all’altro: «A quale obiettivo sono dirette?». Ebbene, nella contingenza attuale, la risposta non può essere equivoca: le centrali sindacali che pretendono con zelo commovente di agitarsi e di agitare in difesa del salario operaio contro la marea montante del carovita, non sono soltanto organizzazioni riformiste colpevoli di insabbiare le lotte proletarie nelle secche di un’illusoria «battaglia puramente economica»: sono organizzazioni a natura e a finalità controrivoluzionaria al servizio dei centri mondiali dell’imperialismo. Non sono più, sia pure al livello del tradunionismo e sotto la guida di una burocrazia sindacale putrefatta, le «prime scuole politiche del proletariato»: sono le caserme che irreggimentano le masse operaie sotto la bandiera di guerra o dell’imperialismo americano, la più poderosa organizzazione finanziaria e militare e perciò di repressione antioperaia che la storia del capitalismo ci abbia mai dato, o sotto la bandiera di quel regime russo che celebra in una orgia di espansionismo imperialistico la radicale eliminazione dell’avanguardia rivoluzionaria di Ottobre e l’instaurazione di un regime di sfruttamento del lavoro che non ha nulla da invidiare ai metodi del capitalismo tradizionale d’occidente. Non per nulla il loro patetico interesse per il «salario operaio» coincide con questa fase acuta di tensione internazionale, e di guerra su diversi fronti: si deve pur promettere qualcosa alle masse che il padrone di occidente e di oriente chiamerà le due organizzazioni sindacali – come già avviene in America e in Russia – a gettare nel meccanismo di un’accelerata produzione di guerra, prima, nel rogo del conflitto, poi.

I criteri, gli obiettivi, la linea di battaglia delle centrali sindacali dell’imperialismo non possono coincidere con quelli del proletariato. La loro azione, la scelta dei metodi e perfino del tempo delle loro campagne di «difesa» sono dettate dai grandi centri internazionali dell’imperialismo. Non è perciò da stupire ch’esse mobilitino gli operai intorno alla «più grande battaglia economica del dopoguerra» nello stesso momento in cui, ed esse lo sanno, i rapporti di forza fra le classi giocano più che mai a favore della borghesia contro il proletariato. Sanno che una battaglia economica impostata in questo momento e con quelle direttive darà, nell’ipotesi migliore, risultati illusori e, nell’ipotesi più reale, si concluderà in un’ancor più brutale e fortunata azione repressiva delle forze nazionali e supernazionali di conservazione della classe dominante.

Diremo perciò che il proletariato italiano non abbia né ragione né modo di lottare? No certo. Diciamo fin da ora che, sotto l’iniziativa e il controllo delle organizzazioni sindacali vigenti, qualunque suggestiva parola d’ordine esse agitino, non c’è per gli operai nessuna difesa: c’è soltanto la difesa del regime internazionale del profitto. Diciamo che in quelle organizzazioni non è possibile neppure quell’iniziale presa di coscienza del conflitto di classe, quel primo affasciamento di forze proletarie in un’azione che non è di difesa ma di offesa, quell’elevarsi della battaglia, sotto lo stimolo del partito di classe, al livello della battaglia politica per il potere, in cui il marxismo ha visto e vede tuttora il significato positivo delle «lotte economiche». Diciamo che le agitazioni che l’accelerarsi della crisi internazionale porranno inevitabilmente all’ordine del giorno avranno senso e saranno per i proletari una battaglia vinta solo se avverranno fuori e contro l’iniziativa, il controllo e la guida di qualunque centrale sindacale, di qualunque organo centrale o periferico di esse, cioè fuori e contro la guida delle organizzazioni politiche dell’imperialismo, e se si dirigeranno contro tutta l’impalcatura statale capitalistica. Non per quei sindacati la classe operaia è chiamata a lottare: non ai loro obiettivi è legata la sua vittoria. Al contrario, lo scardinamento del regime del salario e del profitto avrà necessariamente per obiettivo, insieme con gli istituti tradizionali della classe borghese e del suo Stato, anche i sindacati della conciliazione, della riforma e dell’imperialismo, questi diaframmi che separano la classe operaia dalla sua guida politica, dai suoi obiettivi finali.

La lotta operaia non passa più, come un tempo, attraverso le organizzazioni sindacali per salire ad un livello più alto: passa, esattamente come nel caso delle corporazioni dell’imperialismo fascista, attraverso la loro diserzione. Noi saremo accanto e alla testa di tutti quegli operai che avranno sentito, per affermare il proprio diritto alla vita, la necessità di spezzare il cerchio dei sindacati dell’imperialismo di occidente e di oriente, e di cercare fuori e contro di loro (e dei partiti che li dirigono) la guida politica e gli obiettivi della loro battaglia.

Non un soldo e non un uomo per i sindacati dell’imperialismo!

***

N. B. – Non entriamo qui in una disanima del piano della C.G.I.L. per la questione della rivalutazione. Il piano si commenta da sé: esso mira ad «attenuare l’attuale ingiustificabile squilibrio» fra le remunerazioni delle categorie operaie superiori e delle categorie comuni; afferma che questo squilibrio «danneggia il buon andamento della produzione»; tende dunque all’accrescere la divisione e la concorrenza interna nella classe operaia, mentre per la questione degli aumenti dei prezzi prende la comoda scappatoia di affidarsi al meccanismo della scala mobile. Nessun piano di agitazione operaia poteva essere impostato su una piattaforma più antiproletaria. Il miglior commento ad esso è dato dalla gloria in cui è finito il salmo della conferenza-stampa confederale: «A un cenno di Di Vittorio, i camerieri hanno stappato le bottiglie e il ricevimento si è concluso con un cordiale brindisi».

Ci mancava soltanto la madrina, al varo della «più grande battaglia economica dalla liberazione in poi»!