الحزب الشيوعي الأممي

Battaglia Comunista 1952/II/4

La barca sta a galla ma fa acqua

Se la stabilità interna del regime capitalista fosse un problema di volontà e di persone davvero non si capirebbe come una classe dominante quale l’americana, detentrice di una schiacciante preponderanza economica e finanziaria e al riparo almeno fino ad oggi dai sussulti rivoluzionari del proletariato, sia costretta ogni anno, per non dire ogni mese, a varare nuovi e sempre infecondi piani di «organizzazione dell’Occidente», e un governo come quello patrio, foraggiato dall’America e stimolato, non ostacolato, dalla sua stessa opposizione, navighi cronicamente nelle acque della crisi. Davvero, non si spiegherebbe come, in mari così beatamente calmi, la barca stia bensì a galla ma faccia continuamente acqua, e non nel senso che, appena chiusa una falla, se ne apre un’altra, ma nel senso che ogni falla nuova accumula raddoppiate ragioni di malessere, di smarrimento, di disgregazione. Il problema non è di volontà né di piani, ma di concreti rapporti di forze economiche e sociali.

Siamo appunto in questi giorni in uno di questi periodi di falla. L’America ha un bel modificare continuamente i suoi piani economici e militari, e cambiare sigle ad organismi, e sottoporre a permanente rotazione gli uomini alle leve di comando, e distribuire dollari e comandi: la macchina dell’Occidente fatica a mettersi in moto. Aiuti e provvidenze hanno risolto il problema di tirare avanti: non hanno neppure sfiorato quello di funzionare. L’integrazione economica europea si conclude con le nuove muraglie elevate da Inghilterra e Francia al commercio di importazione, e con tutte le bardature tipiche dell’autarchia totalitaria. L’unione doganale, fallita nel Benelux, non ha neppure avuto il tempo di vagire nei rapporti franco-italiani. Le aree che dovevano fondersi prendono sempre più l’aspetto di gelosi, ristretti ed esclusivi «spazi vitali».

Fallita sul piano economico, sfattasi sul piano politico, l’unione europea stenta a realizzarsi sul piano militare. Se ne è esclusa l’Inghilterra laburista e conservatrice; sta per escludersene la Francia. Parve un tempo che il carbone del piano Schuman dovesse tenere a battesimo l’avvicendamento franco-tedesco; ora la Camera francese risuona di grida che solo per un filo non ricordano il classico «Domani a Berlino».L’europeismo di De Gasperi è come l’uccello di Minerva: viene fuori quando annotta.

Già. De Gasperi: il discorso viene a proposito. Il nostro piccolo Truman ha sfornato piani su piani e, se stessimo alle cifre, dovrebbe aver ormai redento le nostre piccole aree depresse. In realtà, la depressione ha guadagnato tutto il Paese. Ha, il 18 aprile, realizzato uno schieramento degno del Patto Atlantico e del suo esercito unificato: tirando oggi le somme, ha scontentato larga parte dei suoi, e ha servi recalcitranti i partiti minori, e consigliera tutt’altro che comoda Madre Chiesa. E l’America gli fa i conti in tasca e gli lesina le commesse, e se appena gli riesce di ricomporre dietro la sua augusta persona il blocco della democrazia una e trina, padre Lombardo o i vespisti o Gronchi o qualche altro glielo sfascia.

Davvero, la barca sta a galla, ma fa acqua. E non ad ogni angolo di mese c’è la provvidenza di un’alluvione o di altro disastro nazionale all’interno, e una guerra guerreggiata su misura per rifare un fascio solo dei recalcitranti, sul quadrante internazionale.

Si dirà che è magra consolazione per il  proletariato rivoluzionario, visto che non minore è per esso la difficoltà di organizzarsi. Ma il problema non è di volontà né di uomini per il proletariato più che per il capitalismo. Il proletariato è schiacciato sotto il peso di una serie spaventosa di sconfitte e del dilagare sfrenato dell’opportunismo e del tradimento, altra faccia del rafforzarsi degli strumenti di oppressione della classe avversa. La sua ripresa non è un problema psicologico di «liberazione dalla paura»; è un problema storico di liberazione di forze reali e sempre vive dalle macerie della sua organizzazione internazionale. Ma la sua certezza fa tutt’uno con la ribadita impossibilità del regime capitalista ad uscire dal ginepraio delle sue contraddizioni: è su questo terreno che va cercato, per l’avanguardia, non il confronto idealistico del male altrui, ma la sicurezza materialistica della propria forza reale.

La barca sta a galla coi remi dell’opportunismo e del tradimento conformista: verrà giorno che i remi pescheranno nel vuoto. Se così non fosse, nulla e nessuno, neanche la più agguerrita avanguardia del mondo, riuscirebbe a spezzarli, com’è vero che tornerebbero a pescare se la forza unificatrice del Partito non si fosse lentamente e faticosamente ricostituita. Il capitalismo non può uscire dalla terribile certezza della sua crisi; il proletariato non può uscire dalla ferrea certezza della sua finale vittoria.

Joliot Curie e C. marxisti ... siderali

I rivoluzionari hanno sempre sostenuto sfidando la sicumera accademica degli scienziati borghesi, che il metodo materialista marxista è valido non solo ad interpretare le leggi della dinamica sociale ma anche a spiegare il mondo fisico naturale. Se le ideologie, le impalcature giuridiche, le istituzioni politiche sono viste come il prodotto della lotta fra le classi sociali per il possesso del predominio economico, ciò è materialismo. Cioè, è un modo di concepire, quando si riesce a farlo conseguentemente, le leggi dello sviluppo storico eliminando gli interventi esterni e trascendentali della Divinità, non importa se questa sia impersonata a volta a volta nel Dio personale cattolico dei teologi feudali, o nella Idea, nella Etica, nel Diritto dei liberi pensatori borghesi, illuministi e spesso atei, oppure nell’Individuo super-libero, che è, si voglia o non, la Divinità degli anarchici. Ma non basterebbe, ovviamente, essere atei in sociologia e in politica. Conseguentemente, i marxisti hanno sempre lavorato a combattere il fideismo e l’agnosticismo nel campo delle scienze naturali, proclamando apertamente il materialismo dialettico.

Perciò, accanto alle opere fondamentali economiche e storiografiche, noi possiamo vantare, come corrente di pensiero e movimento politico secolare, non meno importanti opere teoretiche, in cui si discutono dal punto di vista del materialismo dialettico i problemi cardinali delle scienze naturali. Abbiamo «L’Antiduhring» di Engels, la prefazione alla «Economia politica» di Marx, il «Materialismo ed empiriocriticismo» di Lenin, senza contare le opere minori, le volgarizzazioni e via dicendo. Ma i nostri autori, ripetiamo, non erano da considerarsi dei materialisti conseguenti, dei nemici militanti delle influenze idealistiche e della superstizione religiosa solo per quanto sostennero nel campo della «filosofia della natura». Il marxismo non ha mai affidato la vittoria della tesi materialista alla forza delle sue argomentazioni, alla inconfutabilità delle sue scoperte. La lotta non è stata mai fissata nei termini: ragione contro oscurantismo. Ciò fu fatto dai filosofi dell’illuminismo, che pretendevano mostrare che l’indefinito progresso della ragione avrebbe illuminato sempre le menti. Per i marxisti, la vittoria della tesi materialistica nel campo delle scienze è stata sempre subordinata alla vittoria della rivoluzione proletaria nel campo sociale e politico, essendo provato che l’idealismo non è un «errore» della classe dominante e della intellettualità ad essa legata, ma il pilastro fondamentale e insostituibile di tutta la sua difesa dottrinaria contro gli assalti della teoria rivoluzionaria. La borghesia non può essere materialista, perché non vuole e non può essere rivoluzionaria, perché non può abbracciare la dottrina della classe nemica che mira a seppellirla.

Questo non comprendono gli scienziati filostaliniani che credono di essere marxisti. E alludiamo agli scomparsi e ai viventi, ai Langevin, agli Haldane, ai Joliot Curie, per non parlare dei Lysenko, degli Iljin ecc. Costoro svolgono febbrili attività editoriali e politiche, per il cui contenuto credono di essere gli eredi del materialismo dialettico di Marx, Engels, Lenin. Non è da noi, essendo l’argomento non adatto ad un giornale di lotta politica, vedere come e fino a che punto questi scienziati sono in linea con la tesi materialista nel campo delle ardue indagini scientifiche. Però, colpisce subito il loro modo di concepire il futuro sociale. Prospettano problemi senza dubbio interessanti, come: che farà l’umanità di fronte al ripresentarsi sul pianeta di una nuova epoca glaciale? Sarà possibile un giorno dirigere la evoluzione biologica della razza umana creando dei nuovi esseri? Come si agirà nel futuro per imbrigliare le forze endogene del pianeta? La loro fede nelle possibilità di sviluppo della scienza e della tecnica si esprime, però, in un modo che non è del marxismo, che non è del proletariato rivoluzionario, il quale scorge lo sviluppo ulteriore delle scienze e, soprattutto, l’utilizzazione sociale, collettiva dei suoi ritrovati e scoperte, al di là della distruzione del potere borghese. Piuttosto, gli illustri scienziati di cui discorriamo, sono inclini alla dottrina staliniana della coesistenza e della emulazione pacifica delle classi sociali, portati come sono a considerare le accademie sovietiche come il faro destinato ad illuminare le menti.

Eh, no! illustri signori. Noi abbiamo molta stima dell’immenso numero di cognizioni di cui fate sfoggio, crediamo senza difficoltà che siate decisi a combattere l’idealismo nelle scienze, ma nutriamo seri dubbi sui vostri metodi. Non si può essere materialisti conseguenti nel campo delle scienze naturali, e nello stesso tempo bere beatamente tutti gli intrugli metafisici che si preparano nelle cucine del Cominform. Non si può essere dei materialisti dialettici, degli scienziati marxisti, e nello stesso tempo non riuscire a scorgere l’inganno prettamente idealistico che sta alla base di tutta la propaganda sovietica, che pretende di mostrare l’esistenza in Russia di un regime socialista, recando come argomento non i fatti del tessuto economico e sociale russo, ma solo le finalità cui lo Stato russo tenderebbe. E se l’indagine economica non vi interessa, come potete spacciarvi per materialisti marxisti? Non si può scacciare le cause finali dalla spiegazione dell’universo ed accettarle in pieno nella spiegazione della Russia di Stalin…

Il dato di fatto che gli Haldane, i Joliot Curie, i Laberenne non riescono ad applicare conseguentemente il materialismo nello studio dei fatti sociali, ci fa pensare che essi non debbano riuscirvi neanche nel campo delle scienze naturali. Dubitiamo insomma che gli scienziati stalinisti, che malamente vedono quel che succede sulla terra, possano ben scrutare negli spazi siderali o nei dominii dei nuclei…

Geografia della controrivoluzione

D’accordo, l’opportunismo è fatto che nulla ha a che vedere con le coordinate geografiche, essendo un fenomeno prodotto da  fattori puramente storici  e sociali. Sono note le concezioni marxiste in argomento. L’opportunismo operaio, ideologicamente, è la difesa del regime salariato sotto l’aspetto della  conciliazione di «ambo gli estremi» del lavoro salariato e del capitale; socialmente,  è la corruzione di taluni strati relativamente meglio retribuiti delle masse lavoratrici, dell’artigianato, della piccola borghesia, dei contadini medi; storicamente, è il fenomeno tipico che accompagna, sul terreno della lotta di classe, il travolgente processo di accumulazione e concentrazione del capitale, che rendono possibile la adozione di misure di organizzazione della produzione e di assistenza sociale, che ritardano lo scoppio delle contraddizioni sociali. Fin qui la geografia c’entra poco, anzi nulla, ma andiamo avanti… 

Il dato immediato dell’esperienza ci avverte che le influenze opportuniste, o addirittura controrivoluzionarie, nelle masse operaie sono più potentemente radicate e diffuse, laddove meno accidentata e caotica è la prassi economica del capitalismo, e quindi più salda la impalcatura dello Stato borghese. Ciò non contraddice la teoria della crescente miseria e, in generale il materialismo storico. Marx ed Engels non hanno mai creduto,  come pretendono di attribuir loro i nemici, che la coscienza rivoluzionaria derivasse meccanicamente dall’accrescersi numerico della classe lavoratrice, e parlarono spesso delle cosiddette aristocrazie operaie annidate nel corpo sociale della allora prima potenza mondiale capitalistica, l’Inghilterra. Colà, la rivoluzione capitalista era un fatto compiuto fin dalla fine del secolo XVIII; un proletariato immenso cresceva quotidianamente. Ma dopo il periodo delle violente agitazioni dei Cartisti (1838 – 1842), l’impeto sovversivo delle masse lavoratrici  si affievolì e si stemperò nella pratica del movimento riformistico: sorgono in seguito le grandi associazioni di mestiere, le correnti socialdemocratiche programmaticamente avverse al principio della conquista violenta del potere e operanti nei limiti costituzionali. Le industrie siderurgiche metalmeccaniche, tessili britanniche erano le prime del mondo, lo stesso dicasi per le maestranze, ma allo enorme sviluppo del capitalismo e al crescere a dismisura della popolazione lavoratrice non corrispose un parallelo sviluppo teorico e politico in senso rivoluzionario delle masse. La radicalizzazione acuta delle idee politiche dei proletari si verificò invece in Francia, in Germania, in Italia, cioè nei centri secondari dello schieramento borghese. Il materialismo dialettico non ha difficoltà, nelle opere di Marx ed Engels, a spiegare il fenomeno del rigoglio dell’opportunismo nel massimo concentramento di potenza economica e militare del capitalismo mondiale.

Le tradizioni legalitarie, le illusioni superstiziose nell’indefinito progresso sociale, il mito del gradualismo riformista, il vano miraggio della conquista legale del potere furono il riflesso, nel campo operaio, delle ideologie borghesi dominanti, fondate sulla relativa sicurezza del mercato inglese, sul dominio incontrastato dei mari, sul progressivo ingrandirsi dell’impero coloniale durante gli ultimi decenni dell’800. A guardare retrospettivamente la storia recente, si comprende che l’opportunismo allignato nella roccaforte della reazione capitalistica internazionale, non si dimostrò solo un vantaggio sicuro e una salda difesa della borghesia nazionale e dello Stato britannico, ma al contrario, agì da bastione insormontabile contro l’ondata rivoluzionaria partita dalla Russia bolscevica. Non riuscendo a scoprire il tremendo inganno nascosto nella politica dei dirigenti laburisti, non essendo in grado di strappare ad essi la maschera di agenti della borghesia, preferendo il governo dei Mac-Donald alla dittatura proletaria comunista, le masse lavoratrici inglesi mentre si illudevano di essere servite dai laburisti, permettevano non solo il riassestamento del potere borghese britannico, scosso dall’uragano della prima guerra mondiale, ma di tutto lo schieramento capitalistico internazionale, che su Londra faceva pernio. E che le nostre parole non siano interpretate in contrasto con le nostre concezioni deterministiche che escludono il ridicolo concetto della «responsabilità»! La verità è che il capitalismo internazionale vinse la sua battaglia contro la rivoluzione, nel primo dopoguerra, non in Ucraina, non in Siberia, non in Polonia, non in Finlandia, cioè sul campo delle operazioni militari contro la Russia leninista; ma impedendo che crollasse il centro mondiale dell’imperialismo, il pilastro della difesa borghese contro la rivoluzione: il governo di Londra. Resistendo e contrattaccando Londra, resistettero e contrattaccarono Berlino, Parigi, Vienna, Roma, ecc., cioè i centri secondari o satelliti del capitalismo mondiale.

Il secondo dopoguerra, se non ha presentato i terremoti sociali del primo, se ha spezzata la concatenazione guerra-rivoluzione, ci ha mostrato però le cause del mancato scoppio rivoluzionario. Hanno agito in senso controrivoluzionario gli effetti distruttivi della radicale asfissia delle tradizioni rivoluzionarie operata dallo stalinismo e dai regimi totalitari occidentali, ciò è indubbio. Ma la guerra aveva ridotto in tale strato di prostrazione e di caos questi baluardi della reazione che è facile immaginare che difficilmente avrebbero resistito ad un assalto insurrezionale delle masse. Ma per i marxisti è un nonsenso parlare di ciò che «sarebbe potuto succedere», per cui dobbiamo badare a quello che è stato e che è cioè al compito di ricostruttore del potere statale borghese in Europa, che il governo degli Stati Uniti si è assunto fin nel corso della guerra e i cui risultati sono visibili a tutti. Quel che è successo nella storia del brigantaggio capitalista, durante e dopo il secondo massacro mondiale, è l’irregimentazione delle forze borghesi internazionali nella santa alleanza capitalista, non più dalla Gran Bretagna, ma dal mostro statale di Washington. Se succede che il mondo borghese si perpetua e vive, ciò succede perché si perpetua e vive l’oligarchia delle oligarchie borghesi dominanti, cioè la classe degli imperialisti americani. C’è ancora qualcuno che ne dubiti? Il nemico della rivoluzione mondiale, il gendarme vegliante sulle casseforti dei borghesi, di tutti i borghesi della terra, il massacratore dei proletari di tutti i paesi , è lì, oltre atlantico, come ieri l’altro fu sulle rive del Tamigi. Né lo stato maggiore della controrivoluzione vi si trova a caso. Alla base della sua esistenza agiscono le stesse cause che determinarono la supremazia borghese dell’Inghilterra, e cioè una struttura economica la più solida, relativamente parlando, di quante ne esistano sulla faccia del globo, e le più intatte tradizioni dell’ opportunismo controrivoluzionario. Condizioni queste, che non si presentano più in Inghilterra, ove la ferrea politica di austerità e lo scadimento del prestigio inglese lasciano presagire il fermentare delle idee rivoluzionarie; né si presentano in Russia, altro concentramento di potere economico e militare, ma che solo negli ultimi venti anni ha portato faticosamente innanzi la sua industria pesante, e molto cammino ha da compiere per potenziare capitalisticamente le sue riserve di materie prime e di forza-lavoro. D’altra parte il suo originarsi da una rivoluzione proletaria fallita oscura ancora la essenza capitalistica della produzione e dello Stato, nonostante i potenti sforzi propagandistici e politici fatti quotidianamente dal Cremlino per dimostrare che la Russia può coesistere con gli altri paesi capitalistici.

La geografia politica dell’opportunismo ci mostra altri concentramenti di forze controrivoluzionarie, raggruppate in sindacati giganteschi e in partiti politici operanti in ambienti sociali caratterizzati da profonde divisioni di classe: la Germania, la Francia, il Giappone, l’Italia, il Belgio, il Canadà, la Jugoslavia, ecc. Ma è chiaro a tutti che tali centri capitalistici non hanno, o hanno perduto, un irraggiamento di influenza internazionale, e sono solo satelliti, e subordinati servitori dei Grandi dell’imperialismo. Rimangono i paesi di Asia, Africa, Australia, America del Centro e del Sud, che celano nella loro compagine sociale formidabili potenziali esplosivi, ma il fatto che solo ora entrino nel girone infernale della industrializzazione, e quindi della proletarizzazione delle moltitudini nullatenenti, basta a dimostrare che,  nella futura rivoluzione anticapitalista, la funzione di guida e rottura spetterà al proletariato industriale dell’America del Nord e dell’Europa, ai proletari che vivono al di qua e al di là del cosiddetto sipario di ferro; ai lavoratori salariati inglesi, tedeschi, francesi, italiani, jugoslavi, russi, polacchi, ungheresi, ecc., ecc. E dicendo America intendiamo dire Stati Uniti d’America. Ciò significa esattamente questo: il movimento rivoluzionario del proletariato, ovunque prenda inizio, avrà possibilità di vittoria solo a condizione che diventi internazionale e pervenga a distruggere la roccaforte mondiale borghese dell’America- Europa. Qui si accentra il potere economico  e politico del capitalismo mondiale, qui si concentrano le forze dell’opportunismo controrivoluzionario. Ma nell’ambito di questo stesso concentramento  capitalistico-opportunista non esiste unitarietà di schieramento imperialistico, anche se l’unità di classe contro il proletariato e la rivoluzione è viva e operante. La stessa mancanza di uno schieramento rivoluzionario di classe delle masse proletarie americane ed europee, rende possibile la cosiddetta  guerra fredda tra gli Stati Uniti e la Russia staliniana e rende non attuale la costituzione della Internazionale unitaria dell’opportunismo controrivoluzionario sul modello 1919-20.

Un primo abbozzo di unificazione mondiale delle forze opportuniste ci fu, nell’immediato dopoguerra, e si configurò nella Federazione mondiale sindacale, cui aderirono i sindacati americani, russi, inglesi, francesi, italiani, ecc. L’obiettivo dello stato maggiore della controrivoluzione di serrare in una organizzazione unitaria le forze vive della fortezza reazionaria America-Europa, fu visibile a chi seppe vedere. Lo scoppio della guerra fredda non doveva smentire questa valutazione di fatto, ma confermarla, in quanto la contesa internazionale mostrava le tendenze sotterranee dell’imperialismo americano a realizzare, anche sul terreno politico, col tentativo di assorbimento pacifico della Russia, l’unificazione delle forze reazionarie sotto la direzione americana. Il tentativo è ancora in atto, la resistenza russa pure. E’ tuttora in atto purtroppo la confusione in molte menti operaie, che o vedono la guerra fredda sotto la specie di una guerra di classe (assolutamente inesistente) o sotto la specie di un combattimento fra forze eguali fino al milligrammo.

Il capitalismo e l’opportunismo americano, il capitalismo e l’opportunismo russo sono egualmente in senso qualitativo, centri della reazione, sorgenti della guerra, focolai delle ideologie conciliazioniste, riformatrici, social-nazionali. Ma considerare i due centri imperialistici in un rapporto di assoluta parità di forza materiale, economica, militare, significa esporsi a gravi errori. Se non convincono i dati della produzione e dell’armamento, basterebbe dare uno sguardo alla carta geografica dell’opportunismo per vedere che le influenze opportunistiche di colore russo sono molto inferiori, su scala mondiale, a quelle di colore americano. Abbiamo delimitato lo spazio, che non è fisico, ma storico e sociale, dell’America-Europa, cittadella mondiale della controrivoluzione. Ebbene, solo in Italia e in Francia, il partito stalinista gode il primato, e non certamente incrollabile. Per il resto, in Inghilterra, nella Germania Occidentale, in Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, ecc., le forze opportunistiche obbediscono al centro americano; e stiamo parlando del nerbo del proletariato occidentale. Egualmente, lo stalinismo è in netta minoranza, o addirittura fuori legge, in Giappone, Canadà, Australia, Sud Africa. ecc., dove chi domina è la influenza politica americana, che dallo Stato si infiltra, tramite l’opportunismo, nelle masse lavoratrici. Su tutto questo colossale ammasso di forze antiproletarie e controrivoluzionarie, si erge il mostro statale americano. E se compariamo tra di loro gli Stati nazionali, considerandoli nel loro sviluppo storico sotto il profilo della lotta di classe, concludiamo agevolmente che lo Stato americano ha conosciuto meno di tutti gli altri i violenti  sommovimenti sociali, le insurrezioni, le repressioni violente, propri della lotta tra il capitale e il lavoro salariato. D’altra parte, dalla guerra di Secessione alla seconda guerra mondiale, esso non ha subito sconfitte militari che abbiano diminuito il suo prestigio di forza di fronte alle masse, come è il caso di tutti gli Stati d’Europa, tranne l’Inghilterra.

Tutto ciò ha coltivato nella borghesia americana un nazionalismo a prova di bomba e la fiducia cieca nella vitalità del sistema capitalistico, che sono alla base delle ideologie controrivoluzionarie instillate nelle masse operaie americane da una poderosa organizzazione di forze opportuniste sostenute dai colossi del monopolismo.

Già da sola, l’alleanza capitalistico-opportunistica americana è un ostacolo formidabile che blocca la strada della rivoluzione, ed essa è solo il centro dirigente della crociata borghese internazionale contro il proletariato e il socialismo! I marxisti rivoluzionari non si sono mai nascosti l’esatta valutazione delle forze nemiche, non possono dunque che riconoscere la formidabilità del blocco avverso, prendendo a testimonio nello stesso tempo il risultato di due guerre mondiali che hanno dimostrato come neppure i centri dell’imperialismo sfuggano al caos e alla disgregazione. La seconda guerra mondiale ha seppellito il primato mondiale dell’Inghilterra. Tutto lascia prevedere che le immancabili convulsioni dell’imperialismo travolgeranno anche il bastione americano.

Ma ciò avverrà, s’intende, a condizione che le avanguardie rivoluzionarie, cui è affidato il compito di costruire il partito mondiale della rivoluzione, sappiano individuare a tempo la giusta strategia da seguire nei confronti dell’opportunismo nella sua rete internazionale.