الحزب الشيوعي الأممي

Il Programma Comunista 1964/19

Razionalizzazione della produzione e riforme economiche, falsi obiettivi indicati agli operai dalla rinunciataria politica dei partiti opportunisti Pt.2

L’articolo della Presse Syndicale, 9 maggio 1964, che abbiamo esaminato nel numero precedente, ci è servito a mettere in luce la bancarotta totale dei partiti presunti comunisti e dei sindacati da essi ispirati di fronte alla razionalizzazione capitalistica, problema che li vede rappresentare ormai solo gli interessi della piccola borghesia. Infatti, per la sua situazione di classe, la piccola borghesia è la sola che possa teorizzare una felice era dei calcolatori in cui tutte le classi siano livellate al miserabile minimo comun denominatore piccolo-borghese; un’era in cui, in un fatato mondo di macchine, tutti condividano il destino delle mezze calzette di oggi. Sono solo i piccolo-borghesi a parlare dei problemi nuovi aperti dalle macchine, a cui bisognerebbe adattare la vita dei secoli futuri; in realtà, essi trasferiscono in un futuro mondo meccanizzato i sogni che nella amara realtà vedono quotidianamente frustrati. Per gli imprenditori e per le grandi corporazioni, la meccanizzazione non è se non un’esigenza che si impone come forza naturale e necessaria poiché è per loro naturale e necessario resistere e domare la concorrenza: per i proletari, null’altro è se non una tecnica per il loro supersfruttamento, un aspetto della stessa questione: la loro inferiorità di classe. Solo alla mezza classe è possibile teorizzare l’automazione come anticamera di un diffuso “welfare state”. Tale idea sorge spontanea dalla stessa situazione piccolo borghese, oppressa e spinta verso il proletariato, eppure riluttante e tesa alla salvaguardia di un meschino “decoro”. Saranno, al solito, i rudi colpi della realtà a far crollare tutte queste imbelli fantasticherie, e lo stesso accadrà per i partiti opportunisti che, allineandosi su tali posizioni, si avviano sempre più verso la propria sconfessione, per ora soltanto teorica, ma ben presto pienamente consumata dall’inappellabile tribunale dei fatti.

Lo Stato e la programmazione

Abbiamo finora esaminato il necessario processo di razionalizzazione della produzione alla scala della singola unità economica, cioè alla scala aziendale. Naturalmente tale processo non può, pena la sua inutilità alla stessa scala aziendale, rimanere isolato in poche imprese; le tendenze alla razionalizzazione divengono ormai un bisogno di tutto il sistema, per cui sentiamo parlare da tutte le parti di programmazione. Mai come in questo periodo si è fatta tanta confusione su un sostantivo, mai lo si è così stiracchiato in tutti i sensi per darne le più compiacenti interpretazioni. In quest’anno, sul nostro giornale, noi ci siamo ripetutamente occupati di tale questione, per cui, onde evitare ripetizioni inutili, ci limiteremo brevemente ad esaminare il significato che a tali parole tende a dare la borghesia italiana e le misure che, secondo lei, si identificano con la programmazione. L’origine delle discussioni in materia va ricercata nel sempre più deciso intervento dello Stato nella gestione delle imprese e quindi nel campo economico diretto. (Ricordiamo en passant che il fatturato delle imprese a partecipazione statale dal 1957 al 1962 ha raggiunto le seguenti cifre in miliardi di lire: 1957 – 1.384,2; 1958 – 1.361,8; 1959 – 1.476,4;
1960 – 1.742,0; 1961 – 1.893,7; 1962 – 2.196,9; mentre per il 1963 il fatturato stimato è di oltre 3.215 miliardi, e ricordiamo, per dare un’idea dell’importo e del significato di queste cifre, che il fatturato FIAT – cavallo di battaglia della lotta anti-monopolistica del PCI – nel 1963 è stato in 964 miliardi di lire, pari a circa il 43% – meno della metà – del fatturato delle statali. Gli investimenti delle stesse imprese a partecipazione statale passano da 139,9 miliardi nel ’53 a 778,5 miliardi nel ’63, attraverso questa serie: 1953 – 139,9; 1954 – 105,0; 1955 – 130,1; 1956 – 157,8; 1957 – 237,8; 1958 – 282,7; 1959 – 271,1; 1960 – 344,2; 1961 – 473,8; 1962 – 657,3; 1963 – 779,5 e per il 1964 vengono stanziati 766,7 miliardi; passano cioè da 100 nel 1958 a 335 nel 1963 (e a 450,4 se si esclude il settore elettrico). Si noti che l’indice è calcolato a prezzi costanti, cioè a prezzi base 1963; in termini monetari reali, quindi, esso è molto più elevato. (Tutti i dati sono presi dalla relazione programmatica del ministro per le partecipazioni statali, comparsa sul n. 20 del 16-5-’64 di Mondo Economico, pagg. 18 segg.).

Questa lunga parentesi era necessaria per dare una idea dell’importanza fondamentale che occupa oggi, nell’economia italiana, il diretto intervento dello Stato nella gestione delle imprese. Tale intervento non si presenta come una novità (sarebbe da stolti immaginarlo tale, poiché non vedere un fenomeno di una simile ampiezza significa essere ciechi totalmente o, peggio, ciechi interessati); si presenta semmai come ultima ratio, come tentativo estremo di dominare o controllare le crisi cicliche che altrimenti porterebbero ad uno sconvolgimento del sistema. Nessuno ormai crede più (se non il fenomeno da baraccone americano senatore Barry Goldwater) nel liberismo economico classico, pionieristico; nelle facoltà automatiche di riaggiustamento dell’economia di mercato attraverso la serie prosperità-recessione; serie che all’attuale livello non è più sopportabile per il sistema capitalistico. L’intervento dello Stato si attua perciò in funzione (come inevitabilmente dev’essere) conservatrice, con il compito di attutire urti e antagonismi, di garantire a mezzo dell’esercizio stesso dell’attività economica lo sviluppo e la tranquillità del sistema. Tale è il compito dello Stato, e in tale visione si inserisce il piano economico di cui tutti parlano: un piano che ha come solo scopo la conservazione del capitalismo.

La programmazione ed il P. C. I.

Naturalmente su tale questione anche l’ineffabile PCI deve dire la sua, ed eccolo aprire le ospitali colonne di Rinascita a un dibattito dal… meraviglioso titolo: Che cosa è cambiato nelle economie capitalistiche? Sulla questione lungamente dibattono economisti insigni. Non staremo a riportare le linee della discussione, in cui non si parla una sola volta dell’inevitabilità della rivoluzione o della sua origine nelle stesse contraddizioni del sistema; tra professori di simili cose non si discute! Fra le tante, prenderemo solo una bella affermazione di Paolo Santi, comparsa su Rinascita del 25-1-’64

“Quella razionalizzazione che è presente a livello di fabbrica o di complesso o di gruppo, deve essere portata, poiché non si diffonde automaticamente, in tutta l’economia“.

E noi di tale razionalizzazione, e di chi la paghi, abbiamo già lungamente parlato. Ora si tratta di sapere “come” realizzare tale processo, ed il come è trovato nella panacea universale delle riforme di struttura e della pianificazione democratica. Tale è la pianificazione vista dai professori del PCI, e noi ne abbiamo svelato il contenuto controrivoluzionario e filo-borghese in due articoli comparsi nei nrr. 2 e 3 del Programma Comunista.

Di contro però ad una programmazione che di contenuto ha solo l’aggettivo democratico, ma che di fatto è pronta ad allinearsi con le esigenze del capitale, sta la programmazione, priva di aggettivi ma ricca di contenuto, della borghesia italiana. Una pianificazione di marca schiettamente anti-proletaria; una pianificazione anzi degli stenti dei proletari per la conservazione del regime borghese. Cerchiamo di seguirne i contenuti economici basilari, attraverso le pagine conclusive dell’annuale relazione economica del governatore della Banca d’Italia, prof. Guido Carli. A darle una veste politica soddisfacente e accettabile, peseranno le sapienti alchimie del governo di centro-sinistra, mercé la rara arte della vecchia ditta Pietro Nenni e C.

In una prima parte della relazione sono esposti i risultati delle osservazioni statistiche sull’economia nazionale nel corso di un anno: il 1963.

La “linea Carli”…

Viene presentata, attraverso il decrescente indice degli investimenti lordi (19,2 nel ’60; 11,3 nel ’61; 8,2 nel ’62; 4,1 nel ’63), la situazione pesante dell’economia, mentre si insiste sull’aumento dei salari superiore all’aumento della produttività e sul conseguente aumento del costo medio unitario di produzione. Questa è dunque la via imboccata: la colpa è degli operai perché, come li rimprovera La Malfa, hanno dimostrato scarsa coscienza delle esigenze nazionali, scarso spirito di sacrificio. Sembrerebbe che tutti gli operai italiani siano improvvisamente divenuti altrettanti Cresi. Vediamo dunque come sono stati impiegati gli “aumenti di salario” (che in termini reali sono assai inferiore a quelli espressi in termini monetari):

“I redditi da lavoro dipendente nel settore pubblico ed in quello privato sono aumentati, tra il 1961 ed il 1963, di quasi 4.000 miliardi (in precedenza era stato dato il saggio percentuale del 43%!). Tale potere d’acquisto, irrompendo nel mercato dei beni di consumo, si è irradiato in tutte le direzioni, ma ha investito con maggiore violenza i generi alimentari. La spesa per consumi alimentari è aumentata del 28%”. (Considerazioni finali della relazione, pag. 9)”.

Gli aumenti, dunque, sono stati usati dagli immigrati del Meridione, dagli operai di tutta Italia, per mangiare; a chi, perciò, i nostri sociologi rimproverano la frenesia delle vacanze, delle automobili straniere, dei consumi eccessivi? Altri operai che usano il loro magro salario per mangiare? O i colpevoli non sono da ricercarsi fra la peste più debilitante della società, la borghesia sfruttatrice delle energie proletarie e dilapidatrice dei frutti del suo sfruttamento, ma che poi, con spudorata menzogna, cerca di proseguire in una simile frenesia di consumi facendo tirare la cinghia a chi lavora? Ma andiamo avanti…

Dunque gli operai italiani hanno mangiato troppo. Si tratta di evitare che crepino di indigestione, e a questo pensa subito il prof. Carli dopo alcune accostate tattiche che qui riportiamo:

“Il nostro sistema economico, così com’è istituzionalmente costituito e funzionante, è indubbiamente stimolato dalla prospettiva di profitto. È noto d’altronde che anche le economie collettivistiche si orientano a riconoscere al profitto la funzione di incentivo alla efficienza”. (Cons. finali, pag. 10: viva Krusciov!)

“Di fronte alla chiara evidenza di un’alternativa fra l’accettazione d’una politica dei redditi o di ricorrenti arresti dello sviluppo con conseguente diminuzione del volume di occupazione, il dibattito fra esperti governativi, operatori economici e rappresentanti sindacali nei principali paesi d’Occidente, nonché le enunciazioni di politica economica generale nell’Unione Sovietica, vanno progressivamente chiarendo le finalità economiche e sociali e i mezzi di una politica dei redditi, l’estensione di essa, i criteri di applicazione e le condizioni del suo successo”. (Cons. finali, pag. 11).

Qui il nostro Governatore, riconoscendo che in materia si può imparare perfino dall’Unione Sovietica, comincia ad affrontare la questione:

“D’altronde l’azione degli Stati non può esaurirsi nelle esortazioni; gli Stati moderni sono anche importanti datori di lavoro, ed in questa loro qualità non possono rifiutare di dimostrare con il loro comportamento pratico verso quale politica dei redditi intendano orientare la condotta dei privati”.

Le aziende pubbliche dovranno quindi essere le punte di diamante per il contenimento dei salari operai: la funzione di datore di lavoro svolta dallo Stato è presentata in tutta la sua realtà; resta da vedere come la mettono i difensori ad oltranza delle aziende pubbliche, quali punte di… trasformazione socialista della nostra economia. Poco dopo, il Carli affronta il nocciolo del problema:

“In queste condizioni appare inderogabile che il governo stabilisca ordini prioritari conformi al programma economico, subordinando i tempi di esecuzione all’esigenza del mantenimento dell’equilibrio monetario. Costituisce motivo di soddisfazione il constatare che esso ha iniziato l’esame meditato dei progetti di investimenti settoriali allo scopo di coordinarli opportunamente”.

Abbiamo qui l’enunciazione del piano; ma essa è ancora generica, seppure gli risulti chiaramente attribuito il compito del mantenimento dell’equilibrio economico col solo mezzo possibile di una “politica dei redditi” – elegante eufemismo per significare contenimento dei redditi da lavoro. La relazione prosegue esaminando il dovere che incombe all’Italia di sanare la sua situazione:

  1. perché, essendo inserita in un organismo economico sopranazionale, ciò è necessario per mantenere la stessa stabilità ditale organismo;
  2. perché il successo dell’Italia in questo campo “rappresenta ormai un problema di interesse comune“;
  3. perché “in regime di cambi fissi e di frontiere economiche aperte, gli anzidetti squilibri tendono a propagarsi rapidamente alle altre economie senza che queste abbiano ampie possibilità di difesa“.

Così resta confermata la diagnosi di una massima vulnerabilità internazionale del capitalismo ad ogni tensione, e quindi della necessità di controllare direttamente tali tensioni alla loro origine.

… o “linea cinghia”

Esposta la necessità di un programma economico, il Carli ne indica in poche righe il contenuto:

“In queste condizioni appare inderogabile accettare politiche che abbiano l’effetto di promuovere la stabilità dei costi di lavoro per unità di prodotto. Ciò può ottenersi prorogando contratti di lavoro di prossima scadenza e attenuando la sensibilità della scala mobile [il cui funzionamento il Carli aveva precedentemente definito ‘aberrante’] anche mediante l’allungamento degli intervalli fra un aggiustamento e l’altro… I pericoli sono tanto più gravi quanto più la struttura dei costi sia rigida e i margini di profitto siano ristretti. In tali condizioni un incipiente movimento al ribasso dei prezzi incontrerebbe subito la barriera dei costi consolidati e costringerebbe a questo punto una parte delle imprese a ridurre le lavorazioni o a uscire dal mercato, cosicché l’aggiustamento successivo al livello voluto dalla domanda monetaria si farebbe dal lato dell’occupazione, ossia attraverso una riduzione non voluta del flusso reale dei redditi” (Cons. finali, pag. 18).

Possiamo fermarci a questo punto. Il Carli ha posto un bel ricatto: o il blocco dei salari da attuare con la proroga dei contratti collettivi e l’attenuarsi della scala mobile, o la disoccupazione. È stato chiaro. Da economista ha svolto il suo discorso, ed è logico e necessario riconoscere che, dal suo punto di vista, le possibilità sono quelle da lui enunciate; quindi, la programmazione cui egli ha accennato deve prima risolvere tale questione, poi occuparsi del resto, e il suo contenuto dev’essere: blocco dei salari, salvaguardia dell’economia nazionale mediante il contenimento dei redditi di lavoro (politica dei redditi), ripresa economica secondo programmi prioritari fissati dal piano e precisati in sede governativa. Tale è la serie di Carli, ed è la serie oggi accettata dalla maggioranza governativa e dai giornali più diffusi.

Ma vediamo come il P.C.I. abbia accolto tale diagnosi. Ricordiamo come più e più volte il P.C.I. abbia salvato gli interessi della patria in pericolo e della sua economia, come più e più volte abbia saputo sacrificare gli interessi degli operai alle “superiori esigenze della nazione” e come, quindi, abbia tutto il diritto di esprimere il suo autorevole parere. Tale parere è espresso da M. Mazzarini in Rinascita del 6-6-1964 a pagg. 19-20, in un articolo dal titolo Le cifre di Carli. Il Mazzarini confuta minuziosamente la “linea Carli” e attacca la programmazione, così come la concepisce il Governatore della Banca d’Italia, con le seguenti parole:

“… Se non si tiene conto delle variazioni intervenute nella struttura produttiva, nella composizione della domanda e dell’occupazione nella conseguente struttura dei prezzi relativi, il discorso sulle cause dell’inflazione diviene una sterile esercitazione, com’è avvenuto nella relazione di Carli, e conduce a conclusioni aberranti sul piano della politica economica, quali sono appunto quelle che ritengono che il problema dell’economia italiana si risolve non con una programmazione e con delle riforme che agiscano sulle variabili strutture ora indicate, ma col blocco dei salari e con una politica dei redditi che esaurisca la sostanza stessa della programmazione”.

Ancora una volta, dunque, gli zelatori del P.C.I. contrappongono semplicemente un altro tipo di programmazione: una programmazione democratica (?) e delle riforme di struttura, lasciando però invariato il contesto in cui dovranno agire. Si tratta di un’enunciazione gratuita e vana, poiché, di fronte alle reali esigenze della situazione, la via è solo quella della programmazione alla Carli, a cui gli zelatori democratici sono costretti ad accodarsi limitandosi a sventolarne un’altra come giustificazione della propria esistenza. E questo perché la programmazione democratica non ha contenuto, si limita a nascondere una politica di rinuncia e di abbandono e quindi, in ultima analisi, ad avallare, disperdendo il potenziale di lotta proletario e orientandolo verso falsi obiettivi, il contenuto anti-operaio della politica del blocco dei salari e delle misure anticongiunturali.

La vera prospettiva

Parrebbe allora che non possa esistere alternativa alcuna, e che la “via Carli” sia l’unica possibile. In realtà, altre vie non esistono e la via Carli è l’unica se ci si pone sul piano della conservazione del sistema vigente o della sua riforma; ma in effetti l’alternativa esiste, ed è la più radiosa, sfavillante e piena delle alternative. Essa è nota dal 1848, dall’anno del Manifesto dei Comunisti: si tratta di far lottare il proletariato e il suo partito contro il capitalismo, per la sua scomparsa, per il suo abbattimento, anziché per la propria conservazione come classe soggetta!

È tale alternativa storica, elusa, mentita, bestemmiata, temuta, che segna come un filo rosso tutto lo sviluppo del capitale. Essa raggiunge i suoi punti culminanti nella Comune e nell’Ottobre bolscevico, poi sembra sparire, ridotta a tenue filo incerto, rinnegata dagli stessi partiti di un’Internazionale ormai degenere; ma, anche ridotta con flebile voce, sa di dover tornare a presentarsi sulla ribalta della storia. Tornerà a gridare la sua sfida per la vita o per la morte, spazzerà chi l’ha temuta e mentita, sarà imposta dalle stesse schiere che oggi sembrano piegarsi sotto il giogo, guidate dal Partito che, anche se numericamente esiguo, senza clamori e con alacrità, lavora perché quel giorno si avvicini al più presto.

A un secolo dalla fondazione della Prima Internazionale Pt.2

IV

Un secolo dunque è trascorso dalla fondazione della I Internazionale e, benché il proletariato si sia battuto generosamente, ingaggiando in momenti cruciali la guerra frontale contro il proprio nemico di classe; benché in due successivi grandiosi balzi storici abbia dato l’assalto al potere e sia riuscito nel secondo a conquistarlo in più paesi e persino a mantenere, per parecchi anni, nelle proprie mani lo Stato di classe, drizzato minacciosamente contro la borghesia ed il capitale in un’ampia zona del pianeta (Russia); la grandiosa prospettiva per la quale esso combatte non è stata tuttavia raggiunta ancora.

Il comunismo resta da vivere

È quel che è peggio, politicamente è oggi meno vicino che in altri momenti storici del passato.

Come è potuto avvenire ciò? A quali cause oggettive e di portata generale imputare questo ritardo? Forse che la prospettiva del comunismo, classicamente apertasi all’umanità col «Manifesto del Partito Comunista» del 1848, è stata di gran lunga anticipata nel tempo, per cui la società non sarebbe ancora matura per il passaggio a un nuovo modo di vita?

Rispondere a questi interrogativi equivarrebbe a rifare la storia delle lotte di classe, del partito di classe, dell’evoluzione del capitalismo, negli ultimi cento anni. E qui è assolutamente impossibile perfino tracciarne uno schizzo sintetico. La risposta deve essere quindi necessariamente ristrettissima e limitarsi a puntualizzare i tre punti seguenti:
a) il grado di sviluppo raggiunte dall’economia;
b) l’intensità della lotta di classe;
c) l’attitudine e l’idoneità del partito della rivoluzione proletaria, del Partito Comunista.

a) Da oltre mezzo secolo, il modo di produzione capitalistico ha prodotto le condizioni materiali per il trapasso ad una nuova forma di organizzazione del lavoro e della vita: cioè al socialismo. E fino a quel momento, malgrado gli orrori e le sofferenze a cui sottopone la classe operaia e l’intera società in dati periodi, esso, come sistema economico, trova giustificata la sua esistenza: è stato, e non poteva non essere necessario. Ma da quando è entrato nello stadio imperialista, un po’ prima dell’inizio di questo secolo, ogni suo giorno di vita in più è causa di sciupii, di distruzioni, di guerre catastrofiche. Giunto a tal punto, il capitalismo non solo è l’oppressione del lavoro salariato, la dittatura del lavoro morto sul lavoro vivo, il dominio del prodotto sul produttore; è un mostro divoratore e distruttore di energie sociali della specie e della natura tutta.

È da molto dunque che il capitalismo tiene in grembo il socialismo. La gravidanza si è protratta al di là del suo limite storico, naturale e necessario. Chi è mancata è la «levatrice», che non ha ancora saputo rompere il cordone ombelicale.

b) Neanche l’intensità della lotta di classe ha storicamente fatto difetto. Durante periodi caratteristici, in concomitanza con la crisi economica e sociale generale del capitalismo, essa è stata profonda ed acuta. Decine di milioni di proletari, di semi-proletari, di contadini poveri, sono entrati nel sommovimento generale, si sono battuti con eroismo e con abnegazione sul fronte della guerra civile per il comunismo. La situazione oggettivamente rivoluzionaria si è dunque presentata, e la lotta di classe si è inasprita al massimo, è diventata lotta armata per la conquista del potere. In Russia, Germania, Ungheria, Cina, in Occidente e in Oriente in genere, le masse sono state spinte alla rivoluzione e per essa hanno dato la vita. Non stanno dunque essenzialmente su questo terreno le cause della disfatta della rivoluzione proletaria e del mancato avvento del comunismo.

c) È passando – per usare una delle espressioni tecniche – dalla condizione oggettiva alla condizione soggettiva della rivoluzione, cioè alla considerazione dell’attitudine e dell’idoneità del partito della rivoluzione comunista, che si può rispondere sufficientemente a quei quesiti. Il proletariato, senza la capacità e l’attitudine rivoluzionaria del Partito Comunista, è impotente a venire a capo del dilemma: passare, distruggendo le Stato borghese, dalla dittatura della borghesia a quella del proletariato. La lotta di classe potrà toccare note asperrime e aspetti incandescenti, ma se manca il partito ogni sforzo, ogni sacrificio, è condannato alla rovina. Il nocciolo di tutta la questione risiede interamente in ciò. Le vicende che hanno agito negativamente sul partito, che ne hanno ridotto e diluito la capacità di lotta rivoluzionaria, e quindi l’hanno reso impotente a svolgere i suoi compiti storici, si ricollegano a tutta la lotta storica generale, alle vittorie e alle sconfitte, agli errori di teoria e di azione, alle ondate opportuniste. Non potendo qui svolgere l’esame di tutti questi elementi, si sottolinea una delle cause principali che hanno debilitato il partito di classe: l’opportunismo.

La rivoluzione socialista non ha potuto vincere nel mondo a causa dell’opportunismo che ha infestato il partito e la classe operaia.

V

L’opportunismo è un fenomeno politico dipendente dallo sviluppo economico della società. È un fenomeno storico che incide sulla lotta delle classi per la confluenza di interessi economico-sociali di strati delle classi sottomesse e sfruttate con gli interessi di conservazione politico-sociale della classe dominante. E diviene una vera forza contro-rivoluzionaria, agente sul proletariato molto più efficacemente che la borghesia, e con maggior presa, soprattutto nei momenti decisivi della battaglia di classe del proletariato comunista.

Dopo il crollo vergognoso della II Internazionale, andata in pezzi sotto le cannonate della prima guerra mondiale e quindi passata armi e bagagli al nemico, il movimento socialista si divise in tre correnti principali:
1) I socialsciovinisti – socialisti a parole, nazionalisti e patriottardi nei fatti;
2) I centristi – oscillanti tra socialsciovinisti e, a parole, i comunisti autentici;
3) Gli internazionalisti – veri comunisti.

Nel marzo 1919 si forma la III Internazionale. La dottrina comunista è interamente ristabilita ed i suoi principi – Partito rivoluzionario di classe, Dittatura del proletariato, Rivoluzione mondiale – cominciano a permeare l’azione di tutte le forze autenticamente comuniste. La lotta contro l’opportunismo della II Internazionale acquista una importanza fondamentale, diviene addirittura parte integrante dell’opera storica della III Internazionale.

«L’opportunismo è il nostro nemico principale – sottolineava Lenin al II Congresso dell’Internazionale Comunista, nell’estate 1920, svolgendo il suo rapporto «Sulla situazione internazionale e i compiti dell’I. C.». – L’opportunismo negli strati superiori della classe operaia non è socialismo proletario, ma borghese. La pratica ha dimostrato che gli uomini politici del movimento operaio appartenenti alla corrente opportunista, difendono la borghesia meglio degli stessi borghesi. Se essi non avessero la direzione degli operai, la borghesia non potrebbe resistere».

La lotta contro l’opportunismo costituiva dunque uno dei compiti principali dell’Internazionale Comunista. Questa lotta doveva essere condotta inflessibilmente e senza esitazioni contro le varie sfumature e gradazioni dell’opportunismo: destra, centro, e così via. Il fuoco doveva investire con la stessa veemenza e con più precisione ancora il centro, pericoloso più che mai per le sue oscillazioni verso il comunismo rivoluzionario, che lo facilitavano nell’opera di inganno degli operai.

L’opportunismo è il nemico principale del proletariato e del comunismo. Oggi più che mai.

Ma l’opportunismo non esisteva solo all’esterno dell’Internazionale Comunista: elementi opportunisti erano anche penetrati nel suo seno. Alcuni mesi prima del II Congresso, nel febbraio 1920, Lenin rilevava («Note di un pubblicista»):
«La discrepanza tra le parole e i fatti ha fatto fallire la II Internazionale. La III non ha ancora un anno di vita, e già diventa un centro di attrazione e una moda per i politicanti che vanno dove vanno le masse. La III Internazionale comincia già ad essere minacciata dalla discrepanza fra le parole e i fatti. Bisogna svuotare questa minaccia, ad ogni costo e dovunque, ed estirpare dalla radice ogni manifestazione di questo male».

Si era nel 1920, in una fase storica dello scontro mondiale fra le classi densa di possibilità rivoluzionarie e aperta al trionfo universale della prospettiva comunista. L’afflusso nell’Internazionale Rossa di gruppi e uomini politici instabili, di politicanti alla moda, costituiva una grave minaccia per tutta l’organizzazione internazionale del proletariato. Al centro effettivo delle reali preoccupazioni di Lenin, e nostre, stavano l’efficienza del partito e la sua compattezza e omogeneità interne, rese solamente possibili dall’unicità di vedute teoriche e tattiche della direzione rivoluzionaria, di tutti i militanti. L’inquinamento dell’organizzazione internazionale del proletariato avrebbe costituito in ogni caso un pericolo serio nell’eventualità di un riflusso dell’ondata rivoluzionaria. Pochi anni dopo, in relazione all’andamento di quello scontro che incominciava a volgersi a svantaggio della rivoluzione proletaria, vennero compiuti dall’Internazionale i primi passi cedevoli che, in brevissimo volgere di tempo, dovevano condurla alla rovina, una rovina così profonda che dopo quarant’anni circa il proletariato non riesce ancora a battersi per i suoi interessi politici e per il suo obbiettivo centrale, la conquista del potere politico e la instaurazione della sua dittatura.

VI

Orbene, in che cosa consisteva, fondamentalmente, l’opportunismo politico dei socialsciovinisti e dei social-patrioti, riguardo alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere politico, durante e successivamente alla prima guerra imperialista? Il tradimento politico consumato dai capi opportunisti della II Internazionale consisteva essenzialmente nell’agire sul «terreno democratico» nel difendere gli interessi nazionali, nel disconoscere la necessita della dittatura del proletariato. Ma il nocciolo del bubbone opportunista, radicato particolarmente nel centrismo, stava nel rifiuto di distruggere la macchina statale della borghesia, senza di che nessuna rivoluzione può vincere, nessun socialismo è possibile. Il tradimento politico dei partiti degeneri della disciolta III Internazionale riconduce in definitiva alle stesse posizioni.

La teoria del socialismo in un solo paese, inalberata dalla controrivoluzione russa e seguita da tutti i partiti aderenti alla III Internazionale dal 1926, dopo aver battuto e cacciate dal sue schiere le forze genuinamente comuniste, è la matrice della politica arci-opportunista di difesa degli interessi nazionali, praticata, più ignobilmente ancora del social-patrioti del 1914, da poco meno di quattro decenni. L’intermedismo che i partiti degeneri della III Internazionale hanno abbracciato anima e corpo li ha condotti al ripudio effettivo della letta per la dittatura del proletariato e al corrente allineamento sulle posizioni più grette della democrazia borghese e del rancidume piccolo-borghese. Dal punto di vista della rivoluzione proletaria e della sua questione centrale, la questione del potere, tanto l’opportunismo della II Internazionale, quanto quelle dei partiti degeneri della III Internazionale possono ridursi a questo punto-chiave: ammettere che tra la dittatura della borghesia e quella del proletariato esista una soluzione intermedia. Tutta la cancrena opportunista delle varie ondate storiche di questo male nella lotta rivoluzionaria del proletariato per la conquista del potere politico, sta esattamente in ciò. Supporre che tra la dittatura della borghesia e quella del proletariato vi sia una terza strada, è rinnegare il principio centrale della teoria rivoluzionaria comunista, è porsi sul terrene borghese, a difesa della dittatura capitalistica.

Di fronte al passaggio all’avversario e al voltafaccia politico di schiere di opportunisti e di interi partiti, non si ribadirà mai abbastanza che, senza la distruzione della macchina statale della borghesia, senza lo scioglimento dei suoi apparati burocratici, militari, giudiziari ecc., senza la creazione di un nuovo Stato, senza la Dittatura Comunista, è assolutamente impossibile abbattere il dominio politico della classe borghese; liberare il proletariato dalla schiavitù salariale e l’umanità intera dal giogo del capitale e delle sue guerre.

In questo secolo, perfino i più reazionari e conservatori dei borghesi amano tingere di «socialista» le loro merde politiche. Tutti questi truffatori incalliti lasciano intendere che un po’ di «socialismo» non farebbe male a nessuno. Interi partiti (laburisti, social-democratici, ecc.) ultra-borghesi tengono addirittura il socialismo come loro meta finale. Nessuna sorpresa quindi che partiti recanti l’appellativo di «socialista» o «Comunista» e che asseriscono di volere il comunismo, facciano la politica della borghesia, collaborino al mantenimento del suo dominio politico sul proletariato. La lotta tra l’opportunismo e la rivoluzione comunista non verte sulla finalità; come sempre, essa investe il campo dei principi, e prima di tutto quello che riguarda la questione del potere e del come conquistarlo.

È proprio su queste punte che nessuna incertezza, nessuna riserva, nessuna perplessità, nessuna distinzione, è ammissibile. I proletari debbono guardare in faccia la realtà così com’è, senza paura e senza esitazioni, e non aver timore di trarne tutte le conseguenze politiche. La lotta di classe tra proletariato e borghesia è una lotta dura, aspra, per la vita e per la morte, che a nessun altro sbocco può condurre che o alla dittatura borghese o alla dittatura proletaria. Qualunque sia la forma sempre diversa (democratica, fascista, ecc.) che il dominio della classe borghese momentaneamente assume: comunque lo imbellettino i servi e politicanti opportunisti, e per quanto si ciarli di democrazia popolare e progressiva e di Stato «neutrale» al di sopra del le classi, il dominio della borghesia sul proletariato rimane sempre ed invariabilmente una dittatura aperta e mascherata.

E, per rovesciare questa dittatura, per abbattere il dominio del capitale, per instaurare la dittatura del proletariato, la strada necessaria da percorrere è una sola: la lotta di classe rivoluzionaria portata fino in fondo, spinta alle sue conseguenze logiche, fino alla lotta armata per la conquista del potere.

Il comunismo, considerato e dal punto di vista oggettivo, è una potenza gigantesca che traspira da ogni lato della società presente. Esse «vive» già in boccio nelle condizioni oggettive storicamente prodotte dal capitalismo. Il ritardo del suo avvento, che dipende strettamente dalle vicissitudini delle lotte di classe e dalle ondate di degenerazione opportunista che hanno infestato il partito politico, non lo rende perciò meno vivo e attuale. È anzi, questo ritardo, in forza del quale il capitalismo ha potuto continuare a distruggere, opprimere e massacrare; è anzi questo aspro processo di gestazione, con tutti i dolori e le sciagure di cui è fonte, che non potrà non renderlo più necessario, irrompente, invincibile, che mai.