الحزب الشيوعي الأممي

Il Sindacato Rosso (II) 24

IN VISTA DEL XV CONGRESSO NAZIONALE DELLA F.I.O.M.: il programma comunista

La FIOM ha presentato i «Temi per il dibattito congressuale», in base ai quali si dovrà passare all’organizzazione del “sindacato nuovo”, sciogliendo l’attuale sindacato tradizionale.

Nessuna forza apprezzabile sindacale e politica contrasta questa iniziativa. L’unico partito che avrebbe dovuto, in base al nome che porta e quindi alla tradizione che dovrebbe rappresentare, cioè il PCI, opporre la autorità del numero e quella del programma, ha volontariamente buttato alle ortiche questa stessa tradizione, questo stesso programma, ha rinunciato, da un pezzo, se non al nome, almeno finora, alla lotta per la difesa del comunismo rivoluzionario, alla tattica per l’abbattimento violento dei nemici del socialismo e del potere politico della classe capitalista, dello Stato politico attuale.

Alla nostra piccola compagine di partito di classe, alla nostra piccola frazione sindacale comunista, spetta, quindi, il compito di lottare ad oltranza, senza cedimenti, con assoluta intransigenza programmatica, contro la demolizione dei cardini rivoluzionari, degli organi specifici per l’assalto al potere politico, in primo luogo contro la distruzione sistematica degli attuali sindacati di classe che, di tappa in tappa del tradimento opportunista guidato dai falsi partiti comunsocialisti, si sono già trasformati in larve dei sindacati rossi nei quali il proletariato aveva riconosciuto gli strumenti della sua emancipazione, e nei quali aveva trasferito la lotta di classe per conquistarli ai principi, ai metodi e alle finalità del comunismo rivoluzionario, garanzia assoluta di vittoria contro il nemico storico, il capitalismo.

La FIOM, nell’approssimarsi a questo suo XV Congresso nazionale, si presenta come l’antesignana del “nuovo sindacato”, la punta di diamante della macchina demolitrice del sindacalismo classista. Essa, senza infingimenti, dichiara apertamente che da questo congresso si attende una svolta decisiva e “irreversibile” verso la unificazione sindacale con CISL e UIL.

POSIZIONE COMUNE

Per i presupposti politici e il modo con cui si vorrebbe realizzare, questa fusione delle tre centrali sindacali sottintende un disegno più largo e di portata politica controrivoluzionaria assai più profonda. Essa mira a costituire un supposto “nuovo” Partito del Lavoro, sempre vagheggiato dalla socialdemocrazia anglofila per tradizione e per utilità. La Sinistra Comunista ha già dimostrato che il realizzatore storico e conseguente di questa specie di “laburismo” moderno è stato il fascismo e che, quindi, il ripercorrerne il cammino non può che approdare, lo si voglia o no, allo stesso risultato. I presunti antifascisti, in nome della unità nazionale, non hanno potuto fare altro che continuare la politica fascista di pacifismo sociale, di blocco delle classi che, non avendo nemici storici dietro le spalle da distruggere, come eventualmente nelle colonie o ex colonie, ha un solo significato, quello cioè di perpetuare la dittatura di classe contro il proletariato. Se la democrazia è per i marxisti mistificazione, per il proletariato è anche beffarda turlupinatura: dopo l’avvento storico del fascismo, metodo di governo congeniale al capitalismo dell’epoca imperialista, il metodo democratico si è dimostrato lo strumento più efficace per conservare i germi del fascismo e diffonderli in campo internazionale, tenendo il proletariato mondiale lontano dalla sua rivoluzione ad opera di partiti e bande mafiose diretti dal tradimento opportunista.

La posizione comune alle tre centrali sindacali, ai partiti che le ispirano, ai governi e a tutte le forze politiche ufficiali, è quindi, quella di tenere separata la classe dei salariati dal suo partito comunista rivoluzionario. Il fascismo si assicurò questa condizione preliminare ed essenziale in modo formalmente diverso ma sostanzialmente uguale: distruggendo le organizzazioni sindacali di classe e il vero partito comunista con la forza delle armi, impedendone la rinascita con la violenza aperta. Questo risultato oggi si ottiene con l’inquinamento ideologico, politico del proletariato per addivenire alla distruzione delle sue organizzazioni classiste. Come il fascismo, il “nuovo sindacato” si presenta senza un programma storico (e come lo potrebbe?), con pretese di riformare la società con mezzi prestati dal liberismo economico misti a quelli usati dal ventennio mussoliniano (istituzioni di carrozzoni statali), con venature di moralizzazione sociale e di contestazione del giovane fascismo sansepolcrista, senza un programma politico vincolante se non quello altrettanto tipicissimo del fascismo di scegliere alleanze politiche di volta in volta, a seconda dei “casi” e delle “opportunità”; definendosi contro i padroni e di classe, come prima della completa conquista del potere il fascismo berciava contro i “pescicani”, “profittatori di guerra”, osava scatenare, in perfetto stile socialdemocratico, scioperi e agitazioni “anticapitaliste”, osava proclamarsi “proletario” e contro il “governo dei ricchi” (plutocrazia).

PARTITO e CLASSE

Una classe senza partito è un troncone senza testa. Un partito senza programma storico è una banda di gangsters che utilizza ai propri fini l’organizzazione. A maggior ragione un sindacato che pretende di agire come forza politica altro non può essere che una forza monopolizzata da scherani del capitale. Il sindacato organizza solo proletari in quanto collocati come venditori di forza-lavoro nel meccanismo produttivo capitalistico. Il partito organizza tutti coloro che abbracciano il suo programma e prestano la loro attività per realizzarlo. La differenza tra i due organi sta nel fatto che al partito può aderire anche un non proletario, un non operaio, quelli che Marx definisce ne Il Manifesto dei Comunisti «transfughi della borghesia».

Da un punto di vista sociale, quindi, il sindacato è sempre “di classe”, inquadra cioè soltanto i lavoratori. Ma, in senso storico, non basta definire “di classe” un sindacato operaio, come non basta definire socialista o comunista un partito. Il partito si definisce, quindi, dal programma. Il sindacato di classe si definisce principalmente dai seguenti elementi caratteristici: deve: 1) fondarsi su adesioni volontarie; 2) organizzare solo lavoratori, senza preclusioni politiche, religiose e ideologiche; 3) essere il prodotto della classe lavoratrice e non imposto da classi, partiti e governi borghesi; 4) essere aperto al formarsi nel suo seno di frazioni politiche di partiti operai aventi come scopo l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico; 5) affondare le sue radici nella tradizione storica della lotta di classe del proletariato e proclamare la lotta di classe come condizione irrinunciabile; 6) rifiutarsi di sostenere partiti, governi e regimi borghesi e lo Stato capitalista.

Il sindacato ha orientamento politico nel senso voluto dalla dirigenza politica, assume il programma politico che gli conferisce la frazione di partito che lo dirige. Infatti, quale programma politico può scaturire dall’insieme dei componenti il sindacato che aderiscono a diversi partiti e programmi? Nessuno se non un guazzabuglio.

L’anarchismo e il sindacalismo soreliano avevano la pretesa di aver svincolato la classe operaia dall’azione corruttrice del riformismo e dell’opportunismo di allora, costruendo sindacati liberi dalle influenze dei partiti e delle correnti socialiste e radicali. Ne venne fuori un nuovo partito anarchico e sindacalista, però senza capo né coda, senza programmi e rachitico, formato solo da correligionari e pochi simpatizzanti. La classe ne era esclusa. Questo tentativo non resse all’urto della guerra di classe. Si frantumò e le membra sparse confluirono proprio nel fascismo, conferendogli, tra l’altro, atteggiamenti barricadieri, popolari e di massa.

Questa reazione anarco-sindacalista trovò rispondenza successivamente nella pretesa vocazione neutralista dei sindacati aderenti alla centrale internazionale gialla di Amsterdam, affittata spudoratamente all’imperialismo internazionale. Il neutralismo, a differenza dell’anarco-sindacalismo, si riproponeva scopi diversi, soprattutto quello di allontanare i rivoluzionari dai sindacati di classe, di impedire loro di conquistarne la dirigenza e, inutile dirlo, in particolare di separare i comunisti dai proletari. In tal modo i gialli lottavano anche contro gli anarco-sindacalisti, seppure questi ultimi si erano volontariamente posti fuori dai sindacati tradizionali. La Sinistra Comunista svolse un’instancabile propaganda presso questi gruppi sinceramente rivoluzionari per farli recedere da queste posizioni nulliste invitandoli a rientrare nella CGdL per stringersi attorno alla frazione comunista ed assieme costituire un fronte sindacale rivoluzionario.

La vittoria del fascismo risolse nella pratica storica l’interrogativo teorico se i sindacati dovevano essere alle dipendenze o no di un partito, di un regime. Il fascismo creò i suoi sindacati e li sottopose al suo controllo diretto. Anche sotto questo aspetto, come si vede, non esistono novità da parte della democrazia e dell’opportunismo. Ricalcare le orme del neutralismo dei sindacati significa ricalcare le orme del pre-fascismo, dichiarare l’impotenza della democrazia, distruggere i sindacati di classe.

È una condizione storica irrefutabile che il proletariato ha potuto scatenare le lotte più profonde e potenti contro il regime capitalista, quando è stato diretto dal partito politico rivoluzionario; che i sindacati di classe si sono irrobustiti quando nel loro interno si è organizzata una forte frazione rivoluzionaria e comunista. Al contrario, la loro decadenza è incominciata quando si è incominciato a sfilare il rosario delle litanie della mistificazione democratica, partendo dalle cosiddette indipendenza, autonomia, ecc., a pretesto per eliminare i comunisti.

SUBDOLI PRETESTI

Si dice che le correnti o frazioni politiche nei sindacati sono la causa del cosiddetto immobilismo politico, una palla al piede per i partiti politici e al tempo stesso un ostacolo al libero sviluppo del sindacato “moderno”, alla “nuova coscienza” del sindacato.

Quando è possibile l’inesistenza delle frazioni? Eliminarle è un’affermazione burocratica che implica la loro esistenza fuori del sindacato. Infatti, per eliminare le correnti si dovrebbero eliminare i partiti o ridurre il sistema dei partiti al regime del partito unico. I partiti, invece, restano. Come conciliare questa contraddizione? È semplice. Restano soltanto tutti i partiti aventi uno scopo comune: impedire la ripresa della rivoluzione proletaria e comunista. È questo il denominatore comune su cui è possibile unificare i partiti, riunificare le correnti di partito in una sola corrente di un solo partito controrivoluzionario. L’analogia col fascismo s’impone anche in questo caso. Il partito fascista tentò l’unificazione politica della borghesia sul comune terreno controrivoluzionario. Vi riuscì. Non riuscì a unificare gli interessi economici delle diverse frazioni borghesi, ma a rinviare le esplosioni critiche del regime capitalista italiano.

Ma la democrazia non ha questa forza, al massimo spiana la strada. Le conclusioni spettano, come sempre, all’azione violenta.

Le frazioni, allora, restano di fatto. Una è quella che dirigerà, se si farà, il sindacato “nuovo”, l’altra è la frazione comunista rivoluzionaria, non ufficiale, espulsa o non accolta come oggi nei sindacati. La frazione comunista, in questa evenienza, dovrà porsi il compito di ricostruire i sindacati di classe, i tradizionali sindacati rossi. Oggi essa si batte per impedire questa unificazione politica, nel supremo tentativo di trascinare i proletari ad abbattere l’attuale dirigenza controrivoluzionaria dei sindacati.

Il “superamento delle correnti” è, quindi, da un lato la pretesa del superamento dei contrasti e delle contraddizioni politiche, dall’altro lato è una anticipata dichiarazione che il sindacato “nuovo” è una forza disponibile solo in funzione anticlassista. Per questo è ben visto da partiti, organizzazioni economiche e governi capitalistici.

PRINCIPI COMUNISTI

Questi “bisogni” del regime capitalista denunciano, altresì, la suprema debolezza delle presenti strutture, la incapacità storica delle forze politiche a districarsi dall’inviluppo insolubile delle contraddizioni economiche e sociali. Dinanzi a questo stato di cose i comunisti rivoluzionari, denunciano il fallimento del regime capitalista e il tradimento delle correnti politiche che, pur richiamandosi al proletariato, lo abbandonano nelle trappole più subdole del nemico, lo inducono a ripudiare financo il tradizionale sindacato di classe, a rinnegare un bagaglio glorioso ed eroico di lotte aperte, senza quartiere contro il nemico, il capitalismo.

I comunisti invitano i proletari, in questo momento gravido di tragiche conseguenze per i lavoratori, a rifiutarsi di seguire la politica traditrice dei falsi partiti comunsocialisti, ad opporsi con tutte le loro forze alla realizzazione di questo pateracchio politico che si nasconde sotto la formula di unificazione sindacale.

Mai come ora si rende indispensabile il collegamento diretto tra partito comunista rivoluzionario e sindacati di classe, unica condizione non solo per impedire la distruzione delle organizzazioni di classe, ma anche e soprattutto per dare alla lotta di classe quello sviluppo rivoluzionario, senza il quale il proletariato non potrà assolutamente marciare verso la sua totale emancipazione dallo sfruttamento capitalistico.

Di fronte al totale annegamento di ogni principio nella palude del più bieco e spudorato opportunismo, svetta luminosa e gigantesca la potenza infrenabile della rivoluzione comunista.

Sono questi i “temi” dei comunisti rivoluzionari, che non si discutono né si approvano da parte di maggioranze o di minoranze, di pochi eletti o di oceaniche masse, perché è la storia che li ha posti come principi invariabili ed insostituibili.

il combattimento o la morte

Riproduciamo un vecchio ma attualissimo articolo, apparso con lo stesso titolo il 4 novembre 1921 in uno dei quotidiani del PCd’I. Non abbiamo nulla da modificare, ma da ribadire, per coloro che si beano oggi dell’orgia truculenta delle “conquiste”, delle “vittorie”, delle “riforme”, delle innumerevoli pagliacciate elettorali, che ancora una volta il dilemma resta oggi lo stesso di ieri: rivoluzione o controrivoluzione.

I proletari, nel leggerlo, noteranno la continuità programmatica e di battaglia del nostro partito, e i termini drammatici della lotta di classe che si combatté allora e che la storia ripropone oggi, appunto il «combattimento o la morte».

Il Sindacato operaio sorge dalla prima manifestazione elementare di consapevolezza e di volontà dei lavoratori spinti a reagire alle funeste conseguenze della concorrenza tra loro nella vendita del lavoro ai padroni. La lotta tra le organizzazioni economiche proletarie ed i datori di lavoro serve ad influire sul prezzo del lavoro, ossia sul livello del salario pagato agli operai, compensando gli effetti della legge della offerta e della domanda.

È un vero monopolio della vendita del lavoro che gli operai stabiliscono organizzandosi. D’altra parte i capitalisti a loro volta si organizzano in Sindacati e Cartelli, costituendo il contro-monopolio dell’offerta di mano d’opera e soprattutto il monopolio della vendita dei prodotti, attraverso l’aumento dei prezzi con cui si viene in realtà a rinvilire di nuovo i salari, sospingendo a nuove e incessanti lotte il proletariato.

Attraverso lo svilupparsi di questo processo, nei suoi aspetti e fattori complessi, tra cui principalissimi i mutui rapporti tra industria e agricoltura ed i conflitti tra gli aggruppamenti nazionali dei monopoli capitalistici, gli operai sono spinti ad una forma ulteriore di consapevolezza e di volontà che li conduce a scorgere ed a perseguire una via di uscita dal circolo vizioso consistente nella soppressione del capitalismo privato e monopolista raggiungibile solo a costo di spezzare il sistema politico statale che lo protegge.

Lo sviluppo delle vicende della lotta, soprattutto nella fase imperialista degli scontri militari tra i colossi del monopolio capitalista, conduce ad acutizzare al massimo la instabilità del sistema e la crisi del suo funzionamento. Che cosa avviene allorquando, come nella odierna situazione, gli aspetti della crisi conducono la classe padronale a muovere all’offensiva contro le organizzazioni dei lavoratori per conseguire una riduzione dei salari? Evidentemente se il regime della assoluta libertà di concorrenza non fosse stato alterato dalla presenza delle organizzazioni sindacali proletarie, la riduzione dei salari seguirebbe sistematicamente la crisi. I fallimenti, i dissesti, il ritiro dei capitali dagli investimenti, determinando forte disoccupazione, getterebbero innumerevoli braccia sul mercato del lavoro ed il prezzo della mano d’opera discenderebbe immediatamente per questo aumento di offerta. Se d’altra parte il sistema di monopolio e di parassitismo fosse meno sviluppato dalla parte del capitalismo, la crisi si risolverebbe altresì in un ribasso di tutti i prezzi dei prodotti, per la minore richiesta e per le quantità precedentemente accumulate, ed in un certo senso si ritornerebbe verso un nuovo equilibrio.

La situazione è però oggi ben diversa. I capitalisti tengono alto il prezzo di smercio dei loro prodotti neutralizzando con le loro Associazioni monopoliste gli effetti della concorrenza commerciale; ed il costo della vita seguita a rincarare. Facendo leva sul proprio monopolio, i capitalisti tendono ad ottenere la discesa dei salari malgrado la presenza del fattore opposto della organizzazione sindacale, per rifarsi di quelle diminuzioni di profitto che derivano non dalla diminuzione dei prezzi di vendita dei prodotti, ma dall’irrigidirsi di tutto il sistema del movimento dei capitali, dal gioco dei cambi, e così via.

Un simile attacco viene diretto contro la stessa esistenza dell’organizzazione sindacale. Se infatti la riduzione di salari si effettua, questa cessa di essere un beneficio per i lavoratori, essendo le cose procedute così come se la massa non fosse sindacata; da questo seguirebbe l’immancabile sfasciamento dell’organizzazione per aver essa perduta la sua ragion d’essere economica.

Se l’organizzazione rinunzia in una simile situazione alla lotta, essa segna il suo atto di morte. Se essa resiste, lo stesso fatto che i capitalisti riescano a conseguire in parte il loro scopo, non avrebbe il significato della fine dell’organizzazione, poiché questa esplicherebbe sino all’ultimo la sua funzione di resistenza.

Se fosse possibile dimostrare che questa funzione è incompatibile col funzionamento della produzione capitalista, si dimostrerebbe non che i sindacati debbano suicidarsi, ma che essi sono giunti al momento in cui, secondo la tesi teorica e tattica dei comunisti, devono trasformarsi in organi di combattimento rivoluzionario contro il regime borghese, diretti dal Partito, organo specifico della risolutiva lotta politica. I DUE MONOPOLI DEL CAPITALE E DEL LAVORO SONO DIVENUTI INCOMPATIBILI. Essi hanno forse dilazionato la crisi suprema della società borghese, ma solo per prepararla più formidabile. Il loro conflitto sul terreno dell’amministrazione della produzione SI TRADUCE NON NEL PROBLEMA DI RISOLVERE L’ANDAMENTO DI QUESTA O QUELLA FABBRICA, MA NEL DILEMMA GENERALE: DITTATURA DEL CAPITALISMO O DITTATURA DEL PROLETARIATO. Il problema dello Stato è posto sul tappeto: le forze della evoluzione produttiva abbandonano per un momento il primo piano della scena per attendere la sentenza che sarà data dall’esito della guerra civile. Se dinanzi all’offensiva padronale il Sindacato capitola, esso spiana la via alla tenebrosa soluzione che porrà sulla cervice di un proletariato fiaccato e disperso il feroce dominio dell’incontrastato monopolio capitalista.

Se dinanzi all’attacco il Sindacato chiede la soluzione all’intervento del potere statale borghese, ponendosi sotto il pericoloso punto di vista che non ingaggia la lotta perché convinto che il mantenimento del livello dei salari è incompatibile colla vita delle aziende produttive, il risultato non è diverso. Lo Stato borghese non può intervenire che nel senso degli interessi del monopolio padronale. E se per l’intesa sul terreno parlamentare degli agenti socialdemocratici dei Sindacati cogli uomini di governo, lo Stato trova utile di arrestare per un momento il ritmo dell’avanzata offensiva padronale, questo svuoterà ancora la organizzazione operaia del contenuto delle sue finalità e domani dinnanzi ad un proletariato disorganizzato offrentesi tumultuosamente per lavorare a vile prezzo, non sarà certo lo Stato borghese e LIBERALE a dolersi del fatto che si trattino e si risolvano in questo senso le assunzioni di lavoro per LIBERA contrattazione. Il riportare il problema sul terreno della «possibilità per l’industria di pagare i dati salari», equivale per queste ragioni al più nero tradimento da parte dei capi sindacali. Nella lotta vi è per il proletariato l’interrogativo se esso riuscirà a uscire dagli assurdi vincoli della macchina borghese di produzione fiaccando nello scatto rivoluzionario la forza avversaria, e vi è la sicurezza almeno di portare di posizione in posizione nelle battaglie della guerra di classe le sue formazioni di combattimento, sola garanzia del suo avvenire.

Nella esitazione dinanzi alle pretese necessità dell’attuale macchina produttiva, che non sono altro se non la necessità di perpetuare il profitto e lo sfruttamento padronale, nella inerzia delle masse, non vi è che la certezza del dissolvimento e della sconfitta.