الحزب الشيوعي الأممي

Il Partito Comunista 54

La rivolta iraniana alla mercè della controrivoluzione

Dura conferma alle tesi che il marxismo rivoluzionario ha scritto, sta venendo dagli avvenimenti di questo mese in Iran; il pilastro che ancora regge, partito per una salutare vacanza su ordine dei padroni americani, il Ciro in scala ridotta, il traballante stato di Persia, l’esercito pur se minato dalla diserzione e dal progressivo allentamento disciplinare delle truppe di leva, continua nell’opera di repressione, mantenendo «l’ordine». Il gran prete Komeini, lancia proclami di fuoco contro gli «usurpatori», ma non dà una sola indicazione alle masse in movimento perché si armino e fraternizzando con la truppa, rivoltino infine quelle armi contro i fedeli allo Scià, e quanti difendono il passato regime, e tratta intanto con gli americani, per fornire loro assicurazione sul futuro governo islamico, ed avere finalmente il via libera.

Le componenti «laiche» dell’opposizione, a cominciare dal liberal borghese e nazionalista Fronte guidato dall’ex ministro di Mossadeq, Karim Sandjabi, orientato verso posizioni democratiche e costituzionali, per finire al Movimento per la liberazione dell’Iran, fondato da Mehdi Bazargan, ex ministro del petrolio sotto Mossadeq, e dall’ayatollah Talleghani, mercanteggiano un loro futuro spazio di azione mediando l’intransigenza formale delle gerarchie sciite, senza offrire una sola indicazione programmatica e di lotta ai loro aderenti. Il minuscolo partito comunista iraniano tace, al rimorchio di Sandjabi, e se per errore una volta un qualche suo dirigente ha provato a dire che era ora di passare alla lotta armata, è stato subito smentito, perché questo avrebbe significato rompere la unità della «rivoluzione».

Il Consiglio di Reggenza, l’istituzione imperiale che dopo la partenza dello Scià rappresentava lo stato, si è sciolto con un atto di formale sottomissione all’autorità religiosa; e solo l’esercito, nei suoi quadri e corpi di professionisti è rimasto a garantire l’autorità statale.

Solo l’esercito, un organo creato, addestrato, inquadrato dagli americani, dai quali dipende anche per i rifornimenti; e che il gran mentecatto ritorni o meno, è questione che poco o nulla interessa, e che solo la propaganda dei demagoghi, preti o ex ministri, continua ad agitare per esclusivo spauracchio delle masse iraniane.

La partita, che sulla pelle del proletariato, delle masse diseredate e della piccola borghesia dell’Iran si va giocando in questa convulsa e sanguinosa fase, ha questi protagonisti; e quali che siano gli sviluppi che potranno derivare dal libero gioco di assestamento dei rapporti delle classi e strati sociali di cui questi personaggi sono espressione, non una virgola cambierà della sostanza dello stato politico di Persia.

Il governo Bakhiar, fantoccio di interregno, è assolutamente impotente a rappresentare alcunché, e serve esclusivamente a «far prender tempo» nell’attesa di una soluzione politica che medi in modo soddisfacente le parti in campo, gerarchia religiosa che raccoglie ed esprime gli interessi degli strati di piccola produzione precapitalistica e della feudalità agraria, l’esercito (vero garante e braccio armato degli Stati Uniti e delle porzioni di Capitale legate agli interessi americani) ed infine i due raggruppamenti non confessionali, il Fronte ed il più esteso ed organizzato Movimento che nel confuso panorama pare avere posizioni più «a destra», maggiormente vicine all’islamismo; organizzazioni che si riesce a vedere emanazioni di strati sociali legati a realtà capitalistiche nazionali e nazionaliste.

Senza tener conto delle pressioni «esterne», dal risultato della dinamica di queste componenti, quelli che avranno i minori vantaggi, per non dire tutti gli svantaggi, paiono proprio i due raggruppamenti laici, che tanto nel caso di colpo di stato — per usare l’imbecille dizione corrente — dell’esercito, cioè dell’assunzione in prima persona non solo delle garanzie di ordine pubblico, ma anche del carico delle altre funzioni statali, in primis quella di governo, tanto in quello di «repubblica islamica» (quale che sia la forma che questa bislacca formula potesse prendere) paiono destinati a giocare un ruolo di assoluta subordinazione: per il presente stanno svolgendo egregiamente la loro parte di mezzani tra Komeini e Bakhtiar, tra capi sciiti ed americani, e recuperano a questo sporco gioco quanti non si riconoscano nell’ideologia religiosa.

È un cordone sanitario che si è stretto attorno alle fiamme di rivolta che divampano per le strade delle città industriali, che soffoca non una generica voglia di libertà e democrazia, ma i poderosi sussulti sociali di plebi oppresse e giovane e combattivo proletariato, che irrompono su di una scena lasciata vuota da una addormentata classe operaia d’occidente; e questa è la vera, grande tragedia.