الحزب الشيوعي الأممي

Il Partito Comunista 73

Contro il coraggioso sciopero polacco solidarietà al regime di Varsavia di tutta la democrazia Internazionale

Le ultime notizie informano che gli operai polacchi stanno rientrando al lavoro perché il Governo ha accolto le loro richieste. Non si conosce il testo dell’accordo siglato a Varsavia tra il Comitato di sciopero e il regime. Sembra che sia stato raggiunto un compromesso col quale una nuova rete sindacale si affiancherà a quella esistente dopo «libere» elezioni nelle fabbriche e che i dirigenti dello sciopero abbiano sottoscritto di sottostare allo Stato, di rispettare la natura sociale e politica e le alleanze internazionali. Sembra anche che con diverse scadenze sino al 31 dicembre verranno affrontati i problemi salariali e dei prezzi.
La conclusione dello sciopero rientra nella prospettiva che abbiamo tracciato, come si legge nel commento ai fatti polacchi. Non ci resta che ribadire il nostro giudizio, salvo ulteriori approfondimenti appena i termini di questo accordo saranno resi noti interamente e chiaramente.
Da queste prime e scarne notizie di stampa, ci sembra di intravedere che l’agitazione operaia è stata immessa nei corridoi ministeriali e delle «commissioni paritetiche di esperti», nei quali le rivendicazioni iniziali verranno gradualmente detossicate e avvilite, e quelle di carattere «politico», come i «sindacati liberi», una volta riconosciute legali e costituzionali, assorbite dal regime e dallo Stato. L’«equivoco» della «opzione democratica», come scriviamo nel commento, ha prevalso, in questo inizio di «accordo», ristabilendosi così l’equilibrio sociale e politico e ripristinando l’attività produttiva come prima.
In Polonia, non si sono usate le armi, come indicavano neri, bianchi e rossi. In Polonia la classe operaia, sta subendo l’avvelenamento democratico che si sovrappone all’inquinamento del falso socialismo peggiore dell’infezione socialdemocratica che ha battuto e spezzato il movimento operaio internazionale nel primo cinquantennio di questo secolo. Il capitalismo si è così doppiamente bardato per affrontare il ritorno rivoluzionario del proletariato, che dovrà capire quanto sia inevitabile lo scontro violento e armato con lo Stato borghese.

La tragica illusione della via pacifica

Il grande e potente sciopero degli operai polacchi, al limite della sollevazione, ha dato già una chiara risposta a quanti predicano che solo in un regime democratico la classe operaia può svilupparsi ed organizzarsi. Tesi questa particolarmente cara al PCI, con cui giustificava la lotta al fascismo dispotico e totalitario per la riconquista di un regime «libero» e «aperto». E’ anche vero, però, che lo stesso PCI, nei suoi progressivi e continui voltafaccia, predica pure la «lotta per il socialismo nella democrazia», e, per quanto riguarda i paesi a cosiddetto «socialismo reale», il ripristino o l’allargamento delle «libertà democratiche». In questi termini si racchiudono due pericoli obbiettivi per il proletariato polacco, di cui il primo, la sconfitta dello sciopero manu militari con la forza militare dello Stato, è il meno grave, ma il secondo, vale a dire la conversione democratica, è decisamente micidiale.
Il maquillagé democratico ha funzionato alla perfezione alla fine della seconda guerra imperialistica e la borghesia, dimessa la camicia nera e bruna, ha continuato imperterrita e indisturbata a mantenere saldo nelle proprie mani il potere economico politico. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ancora a due episodi esemplari in questo senso, al passaggio indolore della Spagna dal fascismo franchista alla democrazia, con cui la grande borghesia delle città e delle campagne ha conservato intatti i propri privilegi economici e politici, e al doppio salto della Grecia dalla democrazia monarchica alla dittatura repubblicana dei «colonnelli», rozzi e sanguinari, e di nuovo alla democrazia, questa volta repubblicana per conquista militare, «civile» «pacifica» e raffinata, dove nulla di sostanziale è mutato, se non un maggior sfruttamento dei lavoratori.
Conosciamo direttamente la straordinaria sbornia che colpì il proletariato europeo con la mistificazione parola «democrazia», all’indomani del massacro mondiale imperialistico, e ne constatiamo i terribili risultati sul processo rivoluzionario e sulla classe operaia. Il capitalismo internazionale aveva vinto il proletariato internazionale su tutta la linea e strappato alla storia un altro quarantennio, per ora, di vita per l’aggiogamento della classe operaia ai suoi nefasti interessi di classe.
Il proletariato polacco ha già conosciuto l’antipasto democrazia dei Gomulka e dei Gierek all’indomani delle due esplosioni di sciopero nel 1956 e 1970 e ne ha già tratta la lezione, rispondendo con questo sciopero di mezzo agosto ’80: Credette allora che le iniezioni di democrazia nel corpo della società «socialista» gli avrebbero giovato, ma le promesse democratiche del regime in sostanza erano promesse di miglioramenti economici o comunque avrebbero dovuto risolversi in aumenti salariali e in riduzione dei prezzi dei generi di prima necessità. Ciò non avvenne. I gazzettieri nostrani sbandierano che gli operai polacchi sarebbero disposti a rinunciare o a ridurre tutte le loro richieste ad eccezione di una, quella dei «sindacati liberi», dei sindacati svincolati dalla disciplina del partito unico al potere, interpretando l’opzione operaia come richiesta di democrazia.

SINDACATO DI STATO O SINDACATO LIBERO?

Il «sindacato cinghia di trasmissione» è tesi comunista, che la borghesia non ha esitato a fare propria, sia ricorrendo a sindacati unici, direttamente emanati dallo Stato politico, sia a sindacati plurimi, cosiddetti democratici, fedeli al regime borghese, egalitari e nazionali, tenuti insieme da un complicato intrico di equilibri tra partiti. La propaganda politica di parte democratica spaccia per «sindacati liberi» quelli che non devono obbedienza ad un partito politico, e per «sindacati coatti» quelli subordinati alla disciplina di partito. Partito sindacato e Stato non sono categorie assolute, suscettibili di contenere qualsiasi classe e interesse sociale. Ad ogni classe corrisponde
un partito un sindacato uno Stato specifico. Anzi, ad esempio, è in corso in Italia nell’ambiente politico e sindacale una discussione se il sindacato debba essere una istituzione statale o se debba partecipare con azione parallela a sostegno dello Stato. La questione in sé è di lana caprina e in sostanza (si leggano le montagne di carta scritta al riguardo) si risolve nell’affannosa ricerca di garanzie giuridiche per evitare che un eventuale cambio di guardia nella gestione politica dello Stato borghese coinvolga una istituzione così importante e necessaria per la borghesia. Non si tratta, cioè, di contrapporre il sindacato operaio allo Stato borghese, come sarebbe naturale, ma semplicemente come meglio utilizzare un sindacato di operai a favore della conservazione capitalistica.
I comunisti rivoluzionari hanno sempre optato per un sindacato di classe organo dello Stato di classe, per un sindacato operaio organo dello Stato operaio, così come per un sindacato «libero» dell’influenza dello Stato borghese. La soluzione marxista è logica. Un sindacato «libero» in un regime comunista rivoluzionario, di dittatura proletaria, è una contraddizione in termini, perché significherebbe che l’organizzazione proletaria è «libera» di contrapporsi al suo Stato politico. Sarebbe ad una contraddizione in termini, viceversa, considerare «liberi» quei sindacati operai, che, in pieno regime borghese, anziché contrapporsi allo Stato della borghesia lo dovessero sostenere. Questi sindacati sarebbero e sono strumenti della dominazione totalitaria capitalistica, poco importa se giuridicamente rappresentano una branca ministeriale dello Stato o meno.
La classe operaia, organizzata in sindacati istituzionali dello Stato della sua dittatura, può tranquillamente dichiarare se stessa e i suoi organi economici veramente liberi dallo sfruttamento capitalistico.

Non può dire altrettanto la classe operaia inquadrata in sindacati ossequienti allo Stato borghese.
Non diciamo la classe operaia polacca, ma il nerbo più combattivo dei proletari polacchi, in sciopero già da tre settimane, e ostinati a contrapporsi al regime borghese, paliato di falso socialismo, nel riconoscere «sindacati liberi» dalla tutela del falso partito operaio unico al potere dello Stato capitalista, postulano ingenuamente una organizzazione di classe svincolata «libera» dallo Stato borghese, in una fase storica in cui la borghesia capitalistica è costretta a svolgere funzioni totalitarie più o meno evidenti per controllare strettamente il suo meccanismo economico e il tessuto sociale.
Ma la rivendicazione di «sindacati liberi» in un paese a dittatura borghese esplicita può prestarsi al grave equivoco di un supposto riscatto democratico che getterebbe la classe operaia dalla padella nella brace. Infatti, nei limiti di manovra del governo polacco, legato a filo doppio alla Russia imperialista, Gierck ha consentito che gli operai eleggano «liberamente, segretamente e su liste aperte» loro organi di fabbrica. La manovra è ben conosciuta dagli operai italiani, quando nel 1969 espressero i «consigli di fabbrica» in un impetuoso e virtuoso contro le centrali sindacali democratiche, che, poi, furono sapientemente assorbiti dalle Centrali stesse, istituzionalizzati e socialmente evirati. La commissione sindacale italiana, durante le sue conversazioni con i dirigenti polacchi, avrà certamente illustrato e documentato la bontà della manovra.
Il proletariato polacco, alla pari del proletariato internazionale, non può credere di esprimere suoi sindacati di classe, «sindacati liberi» dall’influenza borghese contrapposti allo Stato capitalista, patteggiando con lo Stato stesso, con manovre riformiste. È sempre più evidente che la rinascita dei sindacati di classe è ottenibile per mezzo della guerra civile del proletariato contro le classi borghesi. Ed è anche sempre più chiaro che la classe operaia può coerentemente difendersi dall’oppressione economica capitalistica organizzandosi «fuori e contro» i sindacati di regime. Ciò è vero non solo nei paesi a dittatura aperta, quanto in quelli a dittatura mascherata, cosiddetti democratici.
I veri comunisti non si illudono, né si illudono gli operai che aderiscono o seguono i Comitati di Lotta in Italia e fuori, che un diverso trattamento verrà riservato ai lavoratori italiani. La diversità che corre tra il grande sciopero polacco e le sporadiche e limitate manifestazioni dei lavoratori italiani
di aperta disobbedienza ai falsi sindacati operai, sta solo nelle dimensioni quantitative dei due movimenti di sciopero. La tolleranza verso i gruppi di operai in aperta opposizione alle Centrali sindacali è determinata soltanto dalla limitatezza e dalla debolezza numerica degli operai che vi partecipano, non dalla «democratica comprensione » che le bonzerie sindacali hanno verso le dissidenze proletarie.

CHIESA E « RAGIONE DI STATO »

E’ fuori discussione che la Chiesa cattolica, come tutte le chiese, anticomunista e antiproletaria. Eppure, proprio dalla massima gerarchia della chiesa polacca e dallo stesso papa di Roma, si stanno intensificando pressioni verso gli operai polacchi in sciopero perché ritornino al lavoro e perché si ricongiungano con le «autorità» del regime, perché cessino lo sciopero e di « causare miliardi di danni » all’economia già in dissesto. Si dice che anche gli operai polacchi sono pervasi da un profondo sentimento religioso e giornali e televisioni occidentali si affannano a documentare queste affermazioni propinando immagini di operai che partecipano attivamente alle cerimonie religiose, organizzate dai preti ai cancelli delle fabbriche in sciopero.
Non dubitiamo che ciò sia vero, anche e soprattutto perché un regime borghese non può fare a meno del rimbecilimento religioso sulla massa per meglio addormentarle e dominarle. Così nella Russia e così anche nei partiti sedicenti comunisti, per i quali la religione non è elemento di conflitto. Ma i fatti materiali sono più persuasivi delle prediche e gli operai polacchi e gli operai di tutti i paesi possono imparare che, quando è in pericolo il potere della borghesia e della sua struttura economica sociale politica ed anche religiosa, tutte le forze della società di classe, e quindi pure la Chiesa, si schierano dalla parte del potere capitalistico contro la classe operaia, fanno fronte comune contro la «canaglia» ribelle, prima con i tentativi di persuasione verbale ed infine con la persuasione della forza.
«Non si può pretendere tutto e subito», implora il cardinale primate di Polonia, ed aggiunge che «non si deve mettere a repentaglio l’economia e l’ordine costituito », e i destini della patria. Ribatte la suprema gerarchia politica del regime di essere disponibile per soddisfare le richieste dei lavoratori «a condizione che non mettano in discussione il regime, il potere e i confini della nazione». L’intesa è perfetta tra Chiesa e Stato, quando si tratti di affrontare il proletariato: «La ragione di Stato innanzi tutto! » tuonano i due pulpiti della oppressione di classe. Lo sappiamo che il regime capitalistico consente tutte le manovre compatibili con la sua esistenza, ma non permette di assistere imbelle anche al minimo tentativo di mettere in discussione il suo potere, il suo Stato politico.
Così la Chiesa, che si era vantata fino al giorno innanzi lo sciopero, di essere nemica irriducibile del «regime comunista», si è spontaneamente resa disponibile a sostenere il «regime comunista» e ad offrirsi come uno dei poli di una opposizione democratica, legale e leale al regime stesso. La politica della Chiesa ha dimostrato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che il «comunismo polacco» è un falso comunismo.

Le 21 rivendicazioni dei Comitati operai di sciopero, che all’inizio della agitazione erano soltanto sette, potranno essere «approvate» dallo Stato, perché non mettono in discussione il potere politico esistente, ma soltanto una politica della borghesia.
Perché il movimento di sciopero non si esaurisca nello sciopero stesso, ma sia la premessa materiale per la classe operaia al fine di ricostituirsi in partito politico rivoluzionario di classe, è necessario che la parte più radicale e decisa degli operai non si culli nella illusione di poter «liberamente» utilizzare le eventuali «conquiste» e di ritenere che una supposta nuova rete sindacale sia sufficiente per affrancarsi dallo sfruttamento e dalla oppressione di classe. Il grande sciopero di questo agosto, e gli scioperi precedenti, possono essere fecondo campo di esperienza storica per il proletariato polacco e non solo polacco, a condizione che insegnino alla classe operaia la necessità del partito, del vero partito comunista, senza il quale qualsiasi sindacato rischia di cadere nelle spire dello Stato.

***

L’anello debole della catena dei «socialismi reali» ha ceduto ancora una volta: da più di un mese la Polonia è «vittima» – come affermano le fonti ufficiali di «sconsiderate astensioni dal lavoro, che ne mettono in pericolo l’economia e la stabilità politica». Gli scioperi, tuttora in corso, iniziati a Varsavia a seguito dell’aumento dei generi alimentari, in primo luogo la carne, prevalentemente nel settore pubblico (netturbini, conducenti bus e tram), si sono estesi rapidamente sino a bloccare le maggiori fabbriche ed i porti del Baltico da Danzica a Stettino (281 fabbriche fanno capo al Comitato congiunto di Danzica e più di 37 a quello di Stettino). E’ la terza volta nell’ultimo decennio che i proletari polacchi scendono in sciopero generalizzato, e dagli anni settanta, che ricordano i carri armati di Gomulka, il movimento nelle fabbriche, risulta molto più organizzato, esteso e disciplinato. Lo sciopero del ‘70 pagò alla spontaneità il prezzo di molte vite, approfittando la repressione dell’inesperienza e della mancanza di una organizzazione stabile del movimento che avesse iniziato il suo lavoro sindacale prima, e che potesse comunque resistere e sopravvivere dopo la lotta.
Oggi si è partiti con alle spalle l’esperienza e la base dei comitati di sciopero che in alcune fabbriche erano riusciti, seppur parzialmente, a sopravvivere, certo con un lavoro metodico in questi anni di molti anonimi militanti di quella che oggi appare l’organizzazione unica del movimento, potenziale evoluzione verso il sindacato di classe in Polonia.
Sin dall’inizio dell’ondata di sciopero si è teso a unificare obiettivi, organizzazione ed azione, si è badato a non disperdere le forze, ma ad unificarle, sapendo che quella divisione è una delle armi più usate dal padronato, sia esso d’occidente che d’oriente. Il Comitato ha consigliato il presidio in massa delle fabbriche, senza per altro chiudersi al loro interno, come luoghi di riferimento per l’organizzazione e la direzione e contemporaneamente come dimostrazione di unità delle forze contro lo Stato; ha escluso l’azione isolata, l’assalto al negozio alimentare che, come nel passato, avrebbe potuto innescare la provocazione alla repressione poliziesca. I lavoratori hanno istituito turni di vigilanza con una milizia che pattugliava la città, hanno organizzato l’approvvigionamento comune, è stata rintuzzata ogni forma di provocazione lanciata dal governo e dai suoi scagnozzi dirigenti di fabbrica.
Danzica, Lodz, Stettino, Wroccan, Lublino, Sopot, la Pomerania, la Slesia, facendo riferimento al Comitato congiunto di sciopero dei cantieri Lenin di Danzica hanno proceduto come un sol uomo mentre le delegazioni delle fabbriche del Baltico risiedevano in permanenza all’interno dei cantieri Lenin. Le rivendicazioni inizialmente erano di ordine esclusivamente economico: aumenti salariali, blocco dei prezzi, maggior approvvigionamento sia dei negozi che degli spacci aziendali (sottolineando che generi primari come la carne devono essere prima immessi sul mercato interno e che soltanto le eccedenze devono prendere la via dell’esportazione), abolizione degli esosi prezzi «commerciali» (gli unici che sinora garantiscono l’acquisto di generi di prima necessità non decisamente mediocri). Successivamente sono divenute più essenzialmente «politiche», a mano a mano che si cristallizzava l’organizzazione, sino a chiedere — ed è questo il nodo centrale — la «libertà» di organizzarsi sindacalmente. Dinanzi a questa richiesta è chiaro che il governo non poteva che «irrigidirsi»; i sindacati di regime, rappresentano l’asse portante sia dei regimi falsamente socialisti sia di quelli dichiaratamente capitalisti. Lo scardinamento di questo assetto con l’inserzione di sindacati che si muovano sul terreno di classe, significherebbe infliggere un gravissimo colpo alla dittatura capitalistica.
Altri punti, oltre alla libertà di organizzazione, sono ritenuti irrinunciabili dai lavoratori, rivendicazioni che nella formulazione di alcune delle quali si evidenzia l’influenza delle ideologie disfattiste delle «opposizioni» su di un movimento che soltanto in questi mesi sperimenta il loro ruolo filo-padronale: il ripristino di tutte le comunicazioni telefoniche e telex tra Danzica e Stettino, che sono i centri di direzione, ma pure il diritto di sciopero, l’abolizione della censura, la libertà per i detenuti politici, salario pagato per le giornate di sciopero. I corvi del «dissenso», babacipia e nazionalisti, pretenderebbero trasformare questa lotta genuinamente classista, in una lotta per la democrazia, che nelle sue richieste politiche chieda libertà formali da dispensare a piene mani dalle «autorità» al «popolo», che ammicchi all’interclassismo, strumentalizzando e tradendo le richieste di difesa materiale dei lavoratori, sabotando o snaturando l’istintivo bisogno di organizzazione di classe.
Lo sciopero ha fatto scalpore tra le botteghe politiche dell’occidente, col suo cinico primato di stragi, licenziamenti ed omicidi bianchi; esse si sentono chiamate in prima persona a risolvere il «dilemma» che affligge il «democratico» Gierek.
E’ significativo che le banche di Europa ed USA si siano preoccupate di rimpinguare, praticamente a fondo perduto, le casse statali polacche; per il mantenimento dell’ordine si può ben sacrificare qualche miliardo di dollari. Stati Uniti e Germania hanno innalzato la bandiera della non ingerenza e in nome della «santa» spartizione di Yalta si sono ben guardate dall’intromettersi negli «affari politici» della Unione Sovietica e dei suoi satelliti; un portavoce del Dipartimento di Stato USA ha commentato seccamente: «E’ una questione che dovrà essere risolta dal popolo polacco e dalle autorità polacche», mentre il New York Times «augura una soluzione immediata dello sciopero senza la caduta del potere di Gierek». Insomma da tutte le parti si guarda con «preoccupazione» ai fatti di Danzica, non tanto per una possibile «invasione pacificatrice» dell’URSS, quanto per ciò che significherebbe la «destabilizzazione» da parte operaia dell’impero del capitale «socialista»; ancora una volta nella storia dunque si ripropongono, per ora soltanto nelle dichiarazioni, gli schieramenti di classe della comune di Parigi: i «nemici» borghesi sono sempre pronti ad allearsi contro lo spettro proletario.

I proletari polacchi, stanno imparando dai fatti non solo a non riporre alcuna fiducia nel loro governo, ma neppure in nessun altro caporione «dissidente» ad ovest della cortina di ferro; apprenderanno che il solo aiuto potrà venire dal proletariato delle grandi metropoli occidentali, il quale invece ancor oggi sonnecchia tra i fumi dell’oppio democratico, ancora non destato dallo stomaco che reclama, mentre dovrebbe essere il più esperto nel denunciare l’inganno tragico del «sindacalismo libero occidentale».
Viene ancora una volta sottolineata l’esattezza della previsione del partito del necessario risorgere di nuovi organi di difesa operaia nel futuro della ripresa del movimento di classe. Il fuori e contro gli attuali sindacati, per un sindacalismo rosso in Polonia come in Italia non è invenzione teorica, sta nei fatti e nel processo storico che vede gli odierni sindacati infeudati ai governi borghesi, pronti in prima persona a sobbarcarsi il compito dell’oppressione operaia, in termini di attacco alle loro condizioni di vita e di lavoro. La Polonia è un altro anello che si salda alla già lunga catena che dimostra l’inagibilità delle attuali strutture sindacali e che mostra quanto pericoloso sarebbe prestare orecchio alle sirene che vorrebbero ripristinare «un sano colloquio collegiale tra vertice e base operaia»; il ’70 ed il ’76 polacchi hanno dimostrato la vacuità delle promesse, mentre è dall’organizzazione su basi di classe, là clandestina, di opposizione alla politica sindacale ufficiale, che nascono le lotte che possono vincere.
E’ interessante anche sottolineare lo sporco gioco che la chiesa cattolica, che conta un numero molto alto di fedeli in Polonia (sono i misteri «divini» del socialismo realizzato), sta giocando. Il Vaticano tace o parla a mezza voce tra una preghiera e l’altra, «compreso» degli stessi problemi degli altri partners europei e lascia alla chiesa polacca la responsabilità di enunciare il suo pensiero che contro la lotta proletaria certo non si discosta da quello di Gierek. come di un Carter, di uno Schmidt, di un Cossiga o di un Berlinguer: potere che danno alla diplomazia vaticana l’esperienza e la capacità per tentare di «imbonire» e «gabbare» i lavoratori. Il cardinal primate di Polonia Wyszynski ha insistito «sulla gravità dell’attuale situazione economica e sulle raccomandazioni ad impegnarsi più onestamente nel lavoro» (Corriere della Sera 23.8) e dopo aver «lisciato» gli operai affermando che alcune delle loro richieste sono giuste li ha avvertiti che «prolungate sospensioni del lavoro, eventuali sommosse o spargimento di sangue fraterno sono contrari al bene della società» e ha concluso facendo appello alla «prudenza ed alla saggezza degli scioperanti» (Unità 23.8). Non c’è che dire, la «chiesa dei poveri» ha certo tutto l’interesse che i proletari di Polonia non turbino l’ordine, la «cancrena» potrebbe estendersi ad oriente o ad occidente ed i loro signori tonacati dovrebbero trovare altri lidi dove parlare di sofferenze da sopportare, di schiaffi da prendere.
Gierek, simbolo del «nuovo corso» capitalista polacco, non può d’altra parte che mettere in pratica le lezioni classiche della borghesia: carota e bastone sono apparse sin dagli inizi nelle mani dei dirigenti; il «socialismo», ovvero il regime, non si tocca, cosa che fa «fregar le mani» agli Agnelli di qua della cortina, che invidiano un po’ quel socialismo così simile al loro capitalismo. Ma nel quale gli scioperi sono proibiti. Ma se il sistema non si tocca più, anzi dovrà, essere «criticato» e per dare l’esempio sono gli stessi dirigenti che iniziano a spargersi la testa di cenere: «Dobbiamo agire in modo tale da recuperare il consenso della popolazione — spiega Rakowski, membro del C.C. — e chiedere un certo periodo di tempo: se non saremo capaci di risolvere i problemi avrà tutti i diritti di mettere in discussione la nostra utilità. La soluzione del conflitto è un incontro a metà strada. Non ho difficoltà ad ammetterlo: fra potere e lavoratori esistono autentiche contraddizioni che nascono non soltanto da cause obiettive e dalla crisi economica internazionale, ma anche da ragioni intrinseche nel nostro sviluppo interno» (Corriere della Sera 23.8). Un vero e proprio «mea culpa» che chiede ancora fiducia per sfruttare, per ottenere una maggiore produzione. Come insegna l’eurocomunismo nostrano bisogna «muoversi, cambiare, si devono far partecipare i lavoratori», certo farli «partecipi» del loro sfruttamento, farli licenziare l’un l’altro perché le conferenze di produzione devono ammettere l’inutilità di una fabbrica, farli partecipare «rubando» lo 0,50% dalle loro buste paga, ma mai toccando i capitali che come si sa sono sacri, dato che devono servire per gli investimenti, meglio se nel meridione. La rivolta proletaria deve essere assorbita, si deve ricondurla nell’alveo della discussione e del dirigismo statale, salvo poi, è chiaro, colpire senza pietà chi si rifiuterà di abbassare la testa e vorrà difendere pane e libertà di organizzazione nelle fabbriche; per costoro c’è già pronta l’etichetta di «nemico del socialismo e della patria» che certo fa molto più «fine» del nostrano… «terrorista».

FALSO SOCIALISMO E PACE SOCIALE

Dunque dirigenti alla ricerca di quella «pace sociale» che sembra perduta per capitale e funzionaliumie, «pace sociale» abbattuta dalle ferree leggi dell’economia capitalista che obbligano i governi «rossi», «gialli» o «bianchi» ad operare in sincronia per la conservazione del regime e del meccanismo economico capitalistici.
I paesi d’oltre cortina hanno, loro malgrado, il «difetto» dell’aumento generalizzato ed in un «tempo» solo dei prezzi dei beni di consumo, che tende, con i suoi effetti, ad unificare immediatamente il bisogno operaio; nell’occidente «opulento e libero» l’aumento dei prezzi è una costante, è fatto «normale», come «consueto» è l’attacco ai salari, alle condizioni di lavoro. La differenza è nel metodo non nella sostanza è nel metodo non nella sostanza è certo i meno «legnosi» partiti e sindacati traditori di casa nostra mostrano molta maggior bravura ed allenamento. Gli effetti della crisi capitalistica mondiale non rispettano certo i drappi rossi dietro ai quali si nascondono i maestri del «socialismo reale», che socialismo certo non è, né in terra di Russia né in terra polacca, dove le stesse catene da cui il proletariato internazionale doveva liberarsi, legano i lavoratori, costretti a chinare la testa dinanzi alle ferree leggi di sua maestà il Capitale e dei suoi sgherri. Proprietà privata della terra, cottimi, incentivi, produzione sempre maggiore da dover rispettare, mancanza di generi alimentari (ma non per funzionari e poliziotti) che devono essere esportati per pagare i debiti della forzata industrializzazione e possibilmente essere capitalizzati e ritrasformati in merce a basso costo grazie ad un forte sfruttamento della manodopera, non fanno certo parte del programma rivoluzionario socialista. D’altronde la Polonia ha «usufruito» dei carri armati russi per importare il «suo» socialismo quegli stessi carri armati che da Yalta stazionano sul suo territorio e che vegliano sul suo ordine interno cioè la pace fra le classi e lo sfruttamento proletario. Non è certo in nome delle astratte libertà borghesi che diciamo questo, quella «libertà» di sfruttare i lavoratori di cui si beano i pennivendoli nostrani, sempre pronti però a scagliarsi contro ogni operaio che lotti nella «loro» nazione, o che si ribelli all’imposizione dei sacrifici, ma per ribadire ancora una volta quello che gli operai polacchi denunciano e provano con la loro lotta: ad est come ad ovest è ancora il capitale a far da padrone, anche se si nasconde dietro lo stravolto «popoli di ogni paese, fatevi i fatti vostri».

VENTICINQUE ANNI DI LOTTA

In una Polonia smembrata e ricostruita poi a tavolino dagli «alleati» sovietici, sino dal 1956 i lavoratori si sono scontrati con il regime. Nel giugno ’56 a Poznan scioperano i 15.000 operai della fabbrica di materiale militare Zispo contro l’aumento della produzione e la riduzione del salario reale. I lavoratori attaccano posti di polizia e si impadroniscono anche di armi, ma la milizia riesce a «ristabilire l’ordine» e i proletari lasciano sul campo 48 morti e 300 feriti. Il governo poi accetterà le richieste operaie e le condanne ai lavoratori imprigionati saranno giudicate «miti», il contrario avrebbe probabilmente significato nuove ondate di protesta. Lo stesso anno, in ottobre, le terre collettivizzate sono restituite ai contadini e Gomulka viene eletto segretario del partito dopo un’aspra lotta interna, facendosi forte della ritrovata «unità nazionale». I lavoratori pagheranno lo scotto del loro sostegno al destalinizzatore Gomulka 14 anni dopo sui cantieri e sulle fabbriche di Danzica, Gdynia, Sopot, Stettino con 45 morti ed oltre 1.000 feriti.
Le lotte e le ribellioni degli operai segnano dunque dialetticamente le tappe di quello che sarà il forzato sviluppo capitalistico polacco, uno sviluppo industriale che deve costantemente fare i conti con l’enorme indebitamento con l’estero e con il corno irrisolto della produzione agricola fortemente parcellizzata.
Le concessioni ai contadini in termini di aumento dei generi alimentari «silurarono» negli anni ’70 il destalinizzatore Gomulka, reo di non aver «convinto» la base operaia e dunque costretto ad usare i pestaggi della polizia, i carri armati, l’uccisione di decine di operai in sciopero, la galera.
Sostituita la testa di legno oramai inservibile con quella di Gierek, ritirati gli aumenti ed aumentati, se pur in minima parte, i salari venne inaugurata quella che fu definita dallo stesso neo-premier la stagione della «seconda Polonia» con una più marcata apertura all’occidente, ai suoi dollari ed ai suoi marchi.
Questo mentre si forzava sulla produzione industriale il cui aumento nel periodo 1971-75 si aggirava su valori del 10-15%, gli investimenti aumentavano del 20% l’anno ed il capitale fisso aumentava del 34% in media e più del 60% nell’industria. Tutti investimenti che puntavano, nell’allargamento della base produttiva, molto sullo sfruttamento del capitale variabile, le braccia di migliaia di operai recentemente inurbati. Il processo di industrializzazione doveva comunque pagare alla bilancia comunque pagare alla bilancia commerciale ed alle banche USA e della Germania occidentale (l’odiato e vile denaro capitalista!), il pegno del suo sviluppo e così il debito con l’estero è andato progressivamente aumentando sino agli attuali 19 miliardi di dollari che fanno della Polonia non tanto un paese debitore, quanto un vero e proprio paese «ipotecato» dalle banche ad ovest della cortina di ferro. Oggi la Polonia spende circa il 70% delle sue entrate in valuta «forte» soltanto per pagare gli interessi dei debiti contratti.
Il dominatore militare russo ha da tempo indirizzato verso l’occidente i dirigenti polacchi che battevano cassa, sapendo di non essere in grado di sostenere tutto da solo il deficit contratto dal «satellite» accusando gli inconfondibili segni della crisi capitalistica internazionale; d’altra parte la Polonia non è Cuba che costa allo stato russo soltanto tre miliardi di dollari all’anno!
I piani quinquennali e le scelte economiche degli anni successivi al ’70 non potevano che riproporre a distanza di qualche anno le stesse condizioni e soluzioni capitalistiche e nel ’76 ancora una volta si rispose con la lotta e lo sciopero all’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, prima di tutti, ieri ed oggi, la carne, che nonostante sia uno dei prodotti primari dell’economia polacca va in larghissima parte all’esportazione ed appare assai poco sul mercato locale, salvo il poterla acquistare a «mercato nero». Anche nel 1976 dunque i lavoratori di Radom seguirono la strada che cinque anni prima avevano percorso i proletari di Danzica, Stettino, Sopot mentre il traditore Gierek usava gli stessi metodi e le stesse armi, tutto ovviamente per la capitalista economia polacca, che parimenti alle consorelle occidentali «ha bisogno di rapidi effetti economici, realizzabili solo attraverso un miglior lavoro ed aumentando la produttività, nella calma e nell’ordine».
Ed è giusto che le parole di allora del dirigente polacco siano le stesse di oggi, come identiche suonano agli orecchi dei proletari di occidente sputate dai Carrillo, Berlinguer o dai Lama.
Sono giuste parole per quelli che vogliono difendere a tutti i costi l’attuale regime di sfruttamento, per chi spera che l’esempio dei lavoratori polacchi non dilaghi, per chi vuol mantenere i propri privilegi di classe con i licenziamenti, con l’aumento della produttività, con la diminuzione dei salari reali oggi, con le armi domani.

I NAZIONALCOMUNISTI

Partiti falsamente comunisti da una parte e sindacati traditori dall’altra si sgolano nel ribadire che i fatti di Polonia — sembra impossibile — confermano le loro teorie democratiche. Col PCI in testa affermano che le carenze «politiche» dei paesi dell’est erano già state previste e discusse; i nostri «eurocomunisti» (due parole che fanno a cozzi!) hanno sempre asserito che il socialismo va costruito nella democrazia (!), magari con «terze vie» che garantiscano l’indipendenza nazional-pecuniaria delle singole nazioni: «Abbiamo parlato di terze
vie cioè di nuovi cammini verso il socialismo da cercare nella nuova complessità ed articolazione del mondo capitalistico attuale. Stiamo discutendo in Italia sul senso, sul significato che assume oggi l’obiettivo del socialismo, la parola stessa: socialismo» (Unità 22.8).
La Polonia dimostra quanto poco servano i fiori all’occhiello o le icone da mostrare la domenica mattina; quando le condizioni premono sono sufficienti a fermare il proletariato, «Polonia docet». E poi se non riesce nel compito il Wojtyla, che di icone se ne intende, come potete sperare di riuscire voi? Proverete a sostituire la Madonna nera con Santa Partecipazione? Durerà poco.
Anche i sindacati si stanno «agitando», belando solidarietà e libertà (ma di scioperi non si sente certo parlare, non si fanno più per il salario, figurarsi per l’internazionalismo proletario), e vanno in Polonia ad insegnare il metodo democratico per fregare la classe operaia. Libertà di organizzazione sindacale? I lavoratori ospedalieri ne sanno qualcosa, quando si sono ribellati al «loro» sindacato di «regime», tacciati come là di «provocatori» sono stati isolati, boicottati ed a lotta finita denunciati. L’internazionale sindacale del tradimento come uno stormo di corvi si sta precipitando a istruire i «ribelli» dell’est, con la speranza di dare una mano ai sindacati loro fratelli, quelli di regime; la loro esperienza certo potrà essere utile!
Comisiones obreras, Trade Unions e naturalmente CGIL-CILS e UIL, stanno per «sbarcare»; un’unica preoccupazione: quella «di impedire il crollo dell’economia e delle istituzioni polacche», nel contempo potranno cercare di fare «bella figura» come mediatori, può servire per il loro rientro in patria in un autunno che si presenta non certo facile per loro. Non scordiamoci che la «Polonia è molto, molto vicina».