Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.4)
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Parte I – Rivoluzione europea ed area “Grande Slava”
Consegna di Engels sulle cose russe
Avete ascoltato, nell’advocatus diaboli che parlò in fine della precedente puntata, un principe del foro storico. Vana sarebbe la speranza di rispondergli con un rigido e mistico enunciare canoni di fede. Tagliare il cordone ombelicale che lega alla rivoluzione borghese la rivoluzione proletaria, perché questa viva da sola, non è operazione che si fa nella «coscienza» del partitante politico: la fa la storia, e dipende dai luoghi e dai tempi la vitalità della figlia, e la tempestiva morte della madre: che non riesca essa nel tentativo di Saturno, di mangiarsi lui i figli per evitare la successione. Nel che la moglie Rea il fece fesso, facendogli ingurgitare grossi sassi avvolti da sugo di pomodoro.
Il nostro avversario, cui abbiamo fatta la concessione di una chiarezza da lui coi propri mezzi non raggiunta, e che attingere mai gli conviene, vuole farla alla Saturno, tagliare lui il cordone a tempo opportuno e fare il nodo dalla parte sua cantando il miserere all’esangue cadavere bambino della rivoluzione comunista. Gli risponderemo a dovere, e un giorno faremo il nodo dalla parte nostra, ma la soluzione non sarà quella di tagliare noi, dovunque comunque e quandocumque (in un momento qualsiasi), alla cieca.
Il campo russo è un caso oramai cruciale di questo duro conflitto. Noi, che non pretendiamo di lavorare materiale originario, e costruire dalla base alla sommità un trattato da biblioteca, ma facciamo opera di parte avventandoci in tutte le direzioni, abbiamo iniziato il confronto con il riallineamento di quanto l’armamentario di partito contiene nella fase Marx-Engels, e siamo giunti, utilizzando questo arsenale, alla finale riserva di cospicue e ben conservate munizioni: lo scritto di Federico Engels su «Cose sociali della Russia».
Tale scritto risale al 1875, e fu allora preparato di intesa con Marx, e facendo base su una celebre lettera in risposta a quesiti russi. Engels lo ripubblicò nel 1894 e sentì il bisogno di dotarlo di una appendice della più grande importanza. Le risposte del marxismo alle domande sul futuro sono sempre alternative. Contengono un se. Se voi cani borghesi andrete all’infemo, sarà per via di dittatura e terrore, non di legalità e pace. Le certezze sono quelle negative: se il proletariato sarà tanto coglione da voler costruire il socialismo per via pacifica e costituzionale, allora sarà fregato. E così in tutti gli esempi, e in questo per noi famoso: la Russia abbrevierà il cammino al comunismo SE ci sarà la rivoluzione proletaria in Europa.
Allora non crediamo con fede inconcussa nella immancabile rivoluzione proletaria? Solito modo di porre la cosa! La diciamo in cento passi immancabile, sulla base di una ipotesi comune all’avversario: che continui lo sviluppo delle forze produttive nelle forme ed entro l’involucro capitalista, che in tal caso dovrà scoppiare. Ma ogni previsione è condizionata. Tutti gli antichi oracoli si leggevano in due modi: e noi non pretenderemo mai ad oracoli. La profezia non è per il fesso. E per fesso non s’intende chi di cervello ebbe poca razione in retaggio, ma chi è inchiodato al determiniamo di interessi di classe, e anche di classe di cui non è membro. Sciogliamo dunque, o Edipo, questo nuovo incapsulato vero!
Nel 1875 si era considerata possibile una rapida marcia al socialismo in Russia, su una chiara ipotesi storica: caduta del dispotismo zarista e caduta del capitalismo occidentale, non «sfasate», ma contemporanee.
Ai due dati tradizionali: funzione controrivoluzionaria dello stato autocratico russo in Europa, sia per le rivoluzioni liberali che per quelle socialiste – imminenza di una rivoluzione liberale contro lo zarismo – era stato aggiunto il terzo tema, che Engels pone allo studio: possibile saldatura in Russia tra sopravvivenze di comunismo primitivo e avvento del socialismo proletario moderno.
Al 1875 la saldatura appare ancora possibile sotto quel ripetuto SE. Al 1894 questa alternativa positiva appare meno probabile, per lo sviluppo del capitalismo (dichiarato pure inferno capitalista) in Russia. Engels lo afferma.
Oggi 1954 l’alternativa è scomparsa, perché è scomparsa la «condizione necessarie». Lo stato zarista è stato distrutto e disintegrato totalmente. Gli stati capitalisti sono saldamente al potere in tutto l’Occidente.
Se avessimo accorciato o addirittura saltato il capitalismo l’oracolo marxista sarebbe chiaramente in difetto. Non abbiamo accorciato un accidente. Europa, non Russia, in tutto difetto.
L’improba fatica
Colla prefazione 1894, Federico Engels vuole quasi giustificare il poco apporto del marxismo classico alle questioni russe.
«L’ultimo articolo: «Cose sociali della Russia» apparso egualmente in opuscolo separato nel 1875, non poteva venire ristampato senza una più o meno ampia appendice. La questione per il futuro delle comunità agricole russe preoccupa sempre più i russi che si curano dell’avvenire economico del loro paese. Tra i socialisti russi, la lettera da me citata di Marx ha avuto le più svariate interpretazioni. Ancora di recente parecchie volte mi venne chiesto da russi che abitano in Russia o all’estero, di esprimere la mia opinione su questo problema. Io mi sono rifiutato a lungo, perché so troppo bene come siano insufficienti le mie nozioni sui particolari della condizione economica della Russia; come posso io preparare il terzo volume del «Capitale», ed inoltre studiare la veramente colossale letteratura in cui la vecchia Russia, come Marx amava ire, raccoglie innanzi alla sua morte il suo inventario? Ora la ristampa delle «Cose Sociali della Russia» è desiderata urgentemente, e questa circostanza mi costringe, per dilucidare quel vecchio articolo, a compiere delle ricerche per trarre dalla comparata investigazione storica dell’odierna condizione economica della Russia, alcune conclusioni. Queste non sono esplicitamente favorevoli al grande avvenire delle comunità russe; d’altra parte cercano di stabilire che la soluzione che si approssima della società capitalista nell’Occidente porterà pure la Russia nella condizione di raccorciare notevolmente la sua inevitabile marcia attraverso il capitalismo».
Londra, 3 gennaio 1894.
Il risultato che qui l’autore anticipa si troverà svolto a fondo nella Appendice: per ora seguiremo lo scritto nella redazione del 1875. Engels, dopo aver esclusa dalla stampa in opuscolo la parte personale della sua polemica di allora col russo Tkatschoff di tendenza bakuniniana, prende ovviamente le mosse dalla prima delle tesi marxiste sulla funzione politica della Russia in Europa. Sia consentito ancora citare: «Lo svolgersi degli avvenimenti in Russia è della più grande importanza per la classe operaia tedesca. L’esistente impero russo forma l’ultima gande riserva di tutta la reazione dellEuropa occidentale. ciò apparve apertamente nel 1848-49. Poiché la Germania trascurò nel 1848 di far insorgere la Polonia e di occupare lo Zar russo con la guerra (come dal principio aveva chiesto la «Neue Rheinische Zeitung») lo stesso Zar potè nel 1849 abbattere la rivoluzione unghere, avanzantesi fino alle porte di Vienna, nel 1850, assidersi giudice in Varsavia sull’Austria, la Prussia e i piccoli Stati tedeschi e ristabilire il vecchio Bundestag (oggi lo ha ristabilito l’Amercia! la nostra teoria è che usciamo da un secolo che ha cambiato niente). E ancora pochi giorni fa – al principio del maggio 1875 – lo Zar russo, esattamente come venticinque anni or sono ha ricevuto in Berlino l’omaggio dei suoi vassalli e provato che egli è ancora l’arbitro dell’Europa».
Qui si ripete il deciso teorema: «Nessuna rivoluzione può nella Europa occidentale vincere definitivamente, finchè le sussiste accanto l’odierno Stato russo». Ma la Germania è il suo più prossimo vicino, alla Germania spetta dunque il primo urto dell’esercito della reazione russa. La caduta dello Stato russo, la dissoluzione dell’impero russo è una delle prime condizioni della vittoria del proletariato tedesco».
L’avverbio definitivamente è stato posto da Engels pensando alla vittoria momentanea della Comune di Parigi. Dietro la terza repubblica erano i prussiani di Bismarck, dietro questi i cosacchi di Alessandro. Caduto nel 1917 lo stato russo, sorse la Comune di Berlino alla fine del 1918; il boia di allora, noto a noi, non lo poteva essere ad Engels: la degenerata socialdemocrazia traditrice. Il tagliatore di garretti di oggi è l’ondata dell’opportunismo stalinista. Il capitale governa l’Europa, il proletariato serve e giace. Abbiamo così fatto raffreddare il caldo cadavere dello zar giustiziato.
Ed altre parole formidabili, anticipate 42 anni: «Ma questa rovina (dello Stato russo) non deve assolutamente venire dal di fuori, quantunque una guerra esterna possa molto affrettarla. Nell’interno dello stesso impero russo vi sono elementi, i quali vigorosamente lavorano alla sua rovina».
Con questa affermazione andiamo a bandiere spiegate contro la tesi che materialismo storico e lotta di classe cessino di valere alle frontiere d Moscovia. Engels passa ad elencare questi nemici interni. Egli parte dai polacchi, che sono ai conati di una rivoluzione nazionale e borghese. Suggestivarnente si afferma il legame tra rivolta in Polonia e rivoluzione in Europa, anche rivoluzione proletaria (tesi tanto cara a Marx). 1812. Napoleone primo tradisce la Polonia trattando la pace col vinto Zar, e si consacra (oh genio!) agli infernali iddii della controrivoluzione. 1830 e 1846. Fa altrettanto la monarchia «borghese» di Francia, e cadrà. 1848. Altrettanto la repubblica borghese, e cadrà. 1856 (pace dopo la Crimea) e 1863 (insurrezione di Varsavia). Tradisce i polacchi anche il secondo Impero, che crollerà a Sedan. 1875. L’autore vibra un ceffone ai radicali borghesi di Francia del tempo, che istituiscono la storica alleanza di revanche con la Russia; quella che durò fino al 1914 e che, vedi caso, è un prurito insanabile non sedato ancora.
Ma occorre venire al nucleo del problema: forze e classi interne di Russia che si levano contro il potere degli Zar.
Quadro sociale della Russia
«Certamente la massa del popolo russo, i contadini, hanno tetramente vissuto da secoli, di generazione in generazione, in una specie di palude senza storia, e l’unico cambiamento che forse interruppe questa esistenza consistette in parziali sommosse senza frutto ed in nuove oppressioni da parte della nobilità e del governo».
«A questa mancanza di storia, lo stesso governo russo ha posto fine (1861) con la non più a lungo differibile soppressione della servitù e l’esonero dall’obbligo del lavoro tributario – una misura la quale fu applicata con mani tanto astute che essa conduce la maggioranza tanto dei contadini quanto dei nobili a sicura rovina. Le condizioni stesse, nelle quali il contadino russo è costretto a vivere, lo trascinano nel movimento, un movimento che certamente si trova appena al suo primissimo sorgere, ma che per la condizione sempre peggiore della massa agricola viene spinto irresistibilmente oltre. Il sordo malcontento dei contadini è già ora un fatto, del quale tanto il governo quanto tutti i partiti di opposizione devono tenere conto».
Viene dunque sulla scena un personaggio, di cui si parlerà in seguito a profusione: il contadino russo. Esso si presenta come la maggior forza opposta allo zarismo. E ancora si è tentato di esaltare le differenze tra le avvenute rivoluzioni di Europa e quella attesa in Russia. Anche in Francia e altrove la rivoluzione antifeudale ha visto in linea la popolazione delle campagne in lotta per scrollarsi di dosso la servitù della gleba: ma il centro di una tale rivoluzione sono state le città e le grandi capitali; la forza trascinatrice, il cervello ed il braccio anche della rivoluzione è stata la borghesia urbana, il classico terzo stato; padroni di manifatture, borghesi, mercanti, bottegai, e con essi funzionari, intellettuali, studenti, professionisti; dietro queste categorie, ma ben presto in prima fila, verranno i lavoratori salariati dei suburbi ove si vanno impiantando le grandi aziende moderne.
Le obiezioni di cui si hanno piene le orecchie a proposito della Russia non sono recenti, e sono sempre quelle di Tkatschoff ad Engels: da noi non vi è proletariato urbano … noi non abbiamo neppure borghesia … i nostri lavoratori sono agricoltori e come tali non proletari, ma proprietari … essi dovranno lottare soltanto contro la forza politico, lo Stato … in quanto la forza del capitale è da noi ancora in germe …
Tutte queste considerazioni dovrebbero condurre, come presso molti scrittori politici russi condussero, a dire che non è ancora il tempo di una lotta di classe proletaria, e che saranno i contadini a fare la rivoluzione costituzionale e liberale: questa differirà da quelle di occidente perché muoverà dalle campagne, non dalle città industriali. Perché, inoltre, e come già accennato, vi è ancora un’altra grande assente: la classe «artigiana» delle città con le sue imponenti corporazioni, classe che in Italia, Fiandre, Francia, Germania, contese ai nobili il potere e l’amministrazione pubblica dei comuni e del contado, classe che sciolta dalla rivoluzione dai vincoli corporativi si scompose nel settore capitalista e in quello salariato, in ambo i casi avanzando decisa verso le posizioni sovversive del tempo.
Rivoluzione di contadini?
Invece, e non per il primo, Tkatschoff nel tracciare le linee di questa rivoluzione dei contadini non si limita a porle i traguardi liberali delle rivoluzioni borghesi di occidente, ma dà ad esse un contenuto sociale, socialista.
«È chiaro che la condizione dei contadini russi dopo la emancipazione (Engels a un certo punto scrive) è divenuta insopportabile, e che già per questo si avvicina in Russia una rivoluzione. La domanda è soltanto; quale può essere, quale sarà il risultato di questa rivoluzione? Dire che sarà una rivoluzione sociale è una tautologia: ogni vera rivoluzione è una rivoluzione sociale, perché porta al potere una nuova classe e permette a questa di plasmare la società a sua immagine. Ma egli vuol dire che sarà una rivoluzione socialista, che introdurrà in Russia la forma sociale a cui aspira il socialismo dell’Europa occidentale; ancora prima che noi dell’occidente riusciamo ad ottenerla (presto! una gran tessera cominformista per l’anno nuovo al signor Tkatschoff!) e questo in condizioni sociali in cui proletariato e borghesia si presentano solo in forma sporadica e nei più bassi gradi di sviluppo. E questo deve essere possibile perché i russi sono, per così dire, il popolo eletto del socialismo, e possiedono l’artel e la proprietà comunista dle terreno».
Siamo dunque al punto in cui occorre l’analisi di questa forma sociale del comunismo di villaggio, del mir, e dobbiamo con Engels discuterne.
Per ciò fare dovremo per un momento lasciare la schematizzazione delle classi sociali nella Russia del tempo di Engels e tornare a stadi molto più remoti. Ma prima vediamo, col testo, da quando questa questione è stata elevata.
«La proprietà comunista dei contadini russi venne scoperta nell’anno 1845 dal prussiano Haxthausen, consigliere governativo, come cosa meravigliosa, e fu strombazzata per tutto il mondo, quantunque Haxthausen ne avrebbe potuto trovare dei resti pure nella sua patria westfalica e quantunque come impiegato governativo fosse perfino in obbligo di conoscerli bene. Solo da Haxthausen apprese lo Herzen (uno dei primi liberali antizaristi russi), pure proprietario russo, che i suoi contadini possedevano la terra in comune, e ne prese occasione per porre di fronte, quali veri apportatori del socialismo, quali comunisti, i contadini russi agli operai dell’Europa occidentale vecchia e putrefatta, per i quali il socialismo era uno sforzo artificioso …».
Engels non ha torto di deridere questo socialismo da terno al lotto. Ma ancora una volta vorremmo notare che qui non siamo in presenza di scienza pura, ma di militante teoria di partito. Nel vivo della ardente polemica tra proprietà privata e rivendicazioni collettiviste, che riempie di sè l’Europa di quei decenni, pur non lasciando per un momento il nuovo terreno antiutopistico sul quale Marx ha trasposta la battaglia per il comunismo, ogni elemento che dimostri che nel privato possesso non è la natura stessa, la verità eterna, l’imperativo della saggezza suprema, ma che vi è vita, storia e realtà senza l’istituto proprietario mefitico del tempo moderno, è elemento prezioso e vitale. L’idea del mirabolante salto sopra il cadavere dello Zar e l’aborto del capitalismo, dal mir di villaggio all’internazionale del comunismo, come scienza vale poco, ma come propaganda vale immensamente: non si è fatto male in nessuna fase a lanciarla come un razzo incendiario, a condizione però di non mandare al macero la nostra integrale dottrina del corso storico, di controllare senza illusioni, come in ogni parola tra l’altro di Lenin si insegna, questa corsa panica dei contadini verso la rivoluzione, che la storia ad onde solleva.
E sarà bene, ogni qualvolta avremo assodato realisticamente che passare per il capitalismo è necessario, ed è quindi in tali casi utile arrivarvi il più presto possibile, sarà igienico, e corroborante, e profilattico soprattutto, aggiungere (colla tranquilla certezza del tecnico che ha con successo convogliato in una razionale fognatura i liquidi fecali): la società non ha mai visto né vedrà nulla di più schifoso e puzzolente di lui.
Criteri di materialismo storico
Se non deve trattarsi di confrontare la coltura collettiva del suolo da parte di gruppi, tuttora presente in Russia nel tempo moderno, con l’istanza proletaria di condurre comunisticamente la produzione e dei manufatti e delle derrate agrarie, secondo definizioni terminologiche formali e gioco di «categorie» assolute, ma si deve invece adeguatamente applicare la dialettica materialista, occorre domandarsi quali fossero le condizioni di ambiente fisico e di sviluppo dei rami della specie umana, che determinarono quello speciale tipo, in contrapposto ad altri, di organizzazione rurale della società.
Non il caso, né le consegne misteriose di numi tutelari dei singoli ceppi di popoli, né indefinibili tipiche impronte nel sangue trasmesso in seno a gruppi etnici isolati, devono spiegarci il motivo dei diversi rapporti sociali che si hanno, sullo sfondo comune di un’economia produttiva prevalentemente agricola, ad esempio negli stati dell’antichità classica mediterranea culminanti nello impero romano – e poi nell’organamento feudale proprio dei popoli germanici che si distesero per l’Europa centrale e continentale nordica – infine nell’originale ordinarsi (che ora ci interessa) degli occupanti il campo grande slavo.
Non intendiamo svolgere nessuna specifica analisi con completi materiali, ma solo ordinare, per la migliore intelligenza, i concetti di base.
In questi tre sistemi storici abbiamo, a diversi livelli cronologici, comuni punti di partenza, che si levano sullo stato selvaggio delle razze, lo stato barbaro inferiore e superiore, il trapasso dal nomadismo abituale di gruppi che non conoscono altra attività produttiva che la pesca, la caccia, la raccolta di frutti spontanei della vegetazione, al primo fissarsi degli uomini su sedi stabili, col sorgere dell’armentizia e poi della coltivazione ciclica della terra.
Secondo la nostra concezione, gli elementi relativi a condizioni materiali devono essere sufficienti a spiegarci i diversi corsi di evoluzione dei tipi di organismo sociale.
Un primo elemento è il clima più o meno mite e favorevole alla vita e alla moltiplicazione della specie. Un secondo, la natura geologico-chimica del terreno, e la sua attitudine a produrre in dati periodi sufficienti alimenti e derrate. Un terzo, il numero e il modificarsi del numero delle popolazioni in rapporto alla terra per esse disponibile.
La prima attività lavorativa dell’uomo non è in effetti la coltivazione della terra a fini agricoli produttivi. Il selvaggio già conosce la preparazione di utensili che gli occorrono per la pesca, la caccia, la guerra, con precedenza su quelli che serviranno alla coltivazione del terreno. Il popolo nomade, anche quando in tempi relativamente recenti va in cerca di preda di altre comunità organizzate, o anche il popolo commerciante primitivo di cui non mancano esempi, ha bisogno di saper costruire i suoi mezzi di trasporto: carri, piroghe, navi, ed ha quindi una produzione di manufatti prima che una di generi agricoli. Ciò non toglie che volendo noi partire dalle prime forme storiche, all’uscita dalla barbarie, possiamo considerare che le forme di produzione che ci interessano, con le relative sovrastrutture sociali e poi politiche, si appoggiano sulla coltivazione e lo sfruttamento della terra e su tale base si deve mostrare come le varie condizioni di ambiente determinano i vari tipi di ordinamento e di cicli evolutivi. Ciò con costante riguardo ad un dato assolutamente quantitativo, come il rapporto tra il numero dei componenti il gruppo umano, e la estensione della terra utilizzabile.
I tre tipi che in questo sommario schema abbiamo ricordato si distinguono notoriamente, a prima vista, sotto questo riguardo. Nel campo mediterraneo si ha clima particolarmente mite e lontano da estremi meteorici, specie sulle coste delle penisole settentrionali (Asia Minore, Grecia, Italia), assai favorevole alla vita dei primi uomini e all’aumento delle popolazioni, risparmiate da gravi oscillazioni climatiche ed altre cause distruttive. La origine geologica dei terreni, con incrocio di sedimenti, sollevamenti, fatti vulcanici, li rende chimicamente ricchi e favorevoli ad ogni vegetazione, flora e fauna; la configurazione di terre, di mari e di golfi facilita tutte le comunicazioni. In mille modi e per millenni i gruppi che raggiungono le rive di questo felice mare interno tendono a stabilirvisi permanentemente, e la loro entità numerica prende ad aumentare senza posa.
Queste condizioni, che sono state analogamente presenti su altri mari della zona temperata del pianeta, il mar della Cina, della Indocina, il golfo del Messico, hanno genericamente reso più rapida la apparizione di società molto attrezzate nella tecnica produttiva e in tutto quello che ne fíorisce: ciò che chiamano civiltà.
Su questa trama di condizioni fisiche e statistiche si costruisce rapidamente un tipo molto evoluto di organizzazione produttiva, che va dalle repubbliche elleniche alla costruzione possente dell’impero romano.
Agricoltura stabile e forme politiche
Nell’abc del materialismo storico sta la ovvia osservazione che può cessare il nomadismo e succedervi lo sfruttamento ciclico di una stessa area di terra abbastanza fertile, solo quando vi è una sicurezza totale di indisturbato soggiorno dei lavoratori-consumatori, dalla lavorazione e semina al raccolto. La ripetizione in loco dello stesso ciclo per più anni e per così dire per tempo indefinito è poi condizionata alla possibilità di saper conservare alla terra «vergine», depositaria di una massa di sostanza organica di lunga origine ed accumulo al momento di un primo dissodamento, una permanente fertilità e resa. Ciò è possibile quando il numero degli uomini che deve nutrire non è eccessivo e la tecnica agricola sufficientemente efficace: se questo manca, la popolazione di cui si tratta dovrà sgomberare, o deperire. Il nomadismo riprenderà, come nelle favolose storie di popoli che migrarono.
Cause che ostano al soggiorno di una tribù «colonizzatrice» possono poi essere quelle geologiche, di variazione di climi, di cataclismi, fauna di belve feroci o sparizione di specie animali utili, e così via.
È un lungo dramma, che riduciamo in pillole, quello del trapasso fra il tipo umano con orde mobili e quello con sedi fisse.
Nella classica opera di Engels a cui abbiamo tante volte attinto sulla origine della famiglia, della proprietà e dello stato (vedi tra l’altro i resoconti della riunione di Trieste) fu data la prova che le prime gentes stabili non ebbero bisogno di proprietà suddivisa del suolo, e per conseguenza non ebbero famiglia, e non ebbero Stato.
Qui il famoso comunismo primitivo del suolo, che evidentemente era condizionato alle indicate esigenze fisico naturali, oltre che ad una esigenza sociale: cioè che altre gentes comunistiche fossero abbastanza lontane da non aversi contese sul territorio sui prodotti e sugli abitatori. In una tale società tutti in comune consumavano quanto in comune avevano prodotto, non vi erano dunque classi sociali, e non vi era Stato, in quanto per noi, elementarmente, vi è Stato quando vi è l’organo per la dominazione di una classe sull’altra.
Ciò non significa in modo assoluto che non vi fosse nessuna divisione dei compiti e nessuna gerarchia. Se anche risaliamo a prima del fissarsi dell’orda vagante alla terra, è chiaro che il gruppo di nomadi pescatori, cacciatori, magari già pastori, o addirittura predatori a danno delle tribù e popoli fissi, non può non avere un pilota che scelga le rotte, e in questo senso un esperto capo, che non può essere un semplice decano, o una decana, del gruppo, per la parte fisica delle sue funzioni. Ciò diciamo perché ai fini della critica alla moderna gerarchia sociale non ci è necessario idealizzare oltre ogni limite logico una simile «età dell’oro». La tesi che ci interessa è che famiglia, stato, proprietà singola della terra, non sono presupposti eterni, ma contingenti fatti storici, e che si può vivere della coltura della terra senza bisogno di averla frazionata in possessi familiari isolati, entro i limiti dei quali si lavora, raccoglie e mangia.
Occorrono le ripetute condizioni di stabilità e sicurezza, e storicamente – qui dobbiamo venire – queste vengono a trovare ben diverse soluzioni.
Ben presto, nella storica umanità civile, queste sono soluzioni di forza e quindi soluzioni di stato e di classe. Dobbiamo dunque vedere quali sono le forme organizzate in quei tre modelli – di comodo, si capisce, per noi dilettanti creatori di schemi tipici! – che possiamo ben dire latino, germanico, slavo.
Nell’ordinamento romano il contadino che lavora la terra è difeso da ogni invasore e predatore da una permanente milizia di stato. Ma, se per un momento non parliamo degli schiavi, presenti soprattutto nelle città e terre metropolitane, il legionario e il contadino sono la stessa persona. Mano mano che il tipo di sviluppata organizzazione installatosi nel giardino mediterraneo, fiore di tutte le terre, fa aumentare le popolazioni, l’impero si dilata alla periferia su spazi abitati da popoli radi, nomadi, o anche fissi e liberi, assegna terre ai suoi legionari che trasforma in coloni, insegna ed obbliga gli indigeni a vivere colla sua tecnica e il suo «diritto» terriero che consente di stare più stretti. Questa la classica forma produttiva agraria latina, base sufficiente, a condizione di stabilità e forza politica, ad una ricchissima gamma di altre attività umane, tuttavia gravante sul lavoro sottoremunerato della classe degli schiavi.
Forma germanica e rivoluzione cristiana
Furono forze dissolvitrici di quella organizzazione immensa sia la rivoluzione interna degli schiavi, che si rivestì della ideologia cristiana sulla eguaglianza morale tra gli uomini e il divieto di proprietà sull’uomo, e i contrasti tra la classe dei ricchi terrieri e mobiliari e quella dei liberi coloni, sia la pressione di riflusso dei «barbari» respinti oltre frontiera, a loro volta messi in moto dal crescere di numero e dalla insufficienza qualitativa e quantitativa delle loro antiche sedi, e dallo stesso «contagio» di maggiori bisogni e appetiti trasmesso sui margini dell’impero, d’occidente e d’oriente.
Questi popoli tendevano ad un altro tipo di organizzazione stabile sulla terra, che è l’embrione di quello feudale cui poi Roma dovette soggiacere.
Se la «civiltà» dei nostri avversari fosse un valore assoluto, sarebbe molto discutibile il confronto tra il medioevo cristiano feudale e l’antichità greco romana. La gamma di attività umane tecniche ed anche culturali sembrò per molti secoli essersi ristretta, pur essendosi dal moderno pensiero borghese banalmente esagerato su questo punto. Ma i marxisti, che non hanno di tali debolezze, possono bene votare quanto a filosofia, scienza, arte, diritto per il mondo classico, e quanto a dialettica sociale per quello cristiano. Per questo fu una rivoluzione l’urto contro l’immenso Stato di Roma delle orde barbare e del Messia semitico, sceso da una scala di altre «civiltà» maestre.
I popoli di Europa centro-nord trovano condizioni ben diverse. Clima rigido che, se si presta alla pesca e alla caccia, è molto più sfavorevole di quello mediterraneo alla vegetazione naturale e agricola. Grandi spazi continentali e distanze dalle coste che, malgrado i corsi dei fiumi, contribuiscono a ritardare, colle comunicazioni, l’evoluzione della tecnica produttiva. Il clima non è favorevole, ma i terreni sono tuttavia di media fertilità, perché il colossale massiccio montano del centro assicura alle pianure acque correnti e chimismo di utili sedimenti: foreste di piano e di monte si stendono ovunque e non si hanno spazi aridi e stepposi prevalenti. Questo ambiente naturale, prima che in secoli e secoli l’uomo sappia trasformarlo, è adatto a una discreta densità di abitatori, e favorisce moderatamente il fissarsi di una non grandissima popolazione in sedi stabili. Non si può arrivare ai grandi agglomerati delle calde rive mediterranee (o di altri mari meridionali) e le tribù già nomadi si fissano in genere in piccoli villaggi.
La forma di Stato che qui prende il posto del primo comunismo sulla terra non assumerà il poderoso carattere unitario e centrale che ebbe nell’Impero. I gruppi di agricoli abbisogneranno, per potere operare in sede fissa, di una protezione contro altri popoli e gruppi ancora nomadi e prepotenti, e saranno controllati da una classe di armati alla cui testa sarà il signore feudale, in tutta una ramificazione di piccoli poteri, quasi staterelli, su cui mano mano e in modi diversissimi si eleveranno ingranaggi, sempre cellulari e federalistici, che tenderanno a far rinascere lo stato unitario, teoreticamente restauratore del tipo giuridico romano, solo quando, nell’epoca borghese, non sarà più fondamentale la produzione e l’economia terriera, bensì quella manifatturiera.
Non ci vogliamo altrimenti dilungare sulle differenze tra questi due tipi sociali, che sono entrambi di organizzazione stabile sulla terra di una società agraria, e che, nei rispettivi tempi storici, staranno a cavallo di una non dissimile tecnica ed utensileria-attrezzatura. Ad essi però la diversa sede-ambiente e la correlativamente diversa velocità di aumento demografico e di sviluppo da forma a forma, avranno dato quelle diversissime caratteristiche nelle generate soprastrutture politiche. Centralismo latino, federalismo germanico. Schiavismo latino, franchigia-servitù germanica. Esercito statale latino, piccole milizie nobiliari germaniche. Paganesimo latino, cristianesimo germanico. Culto latino della bellezza e della gioia, culto medievale della rinunzia e dell’ascetismo.
Tutto questo danzare degli alti valori dello spirito, per noi poveri e scheletrici materialisti, si è differenziato su poche cifre, di grado termico, tenore di umidità, elaborazione geologica di potassio, fosforo, azoto in date dosi; grado di sviluppo della materia organica vegetale ed animale nelle stesse dette condizioni; effetto del tutto sull’evoluzione dell’animale uomo quanto a durata di vita, probabilità di trovare alimento, e conseguente prolificità ed indice di eccesso delle cause di sopravvivenza e riproduzione sulle cause di sterilità e di morte, e via di seguito. Così è, se non vi piace, signori borghesi.
Forma slava di organizzazione terriera
Su questo terzo tipo, dopo averlo brevemente discriminato socialmente e storicamente dagli altri due, innesteremo la critica fondamentale di Engels sulla vitalità storica della comunità agraria russa, e sulla pretesa che questa possa sfociare nel socialismo, quale noi lo intendiamo, nel comunismo post-capitalista. Questo terzo campo è tanto più continentale ed interno rispetto al secondo, quanto lo era il secondo rispetto al primo. Le immense estensioni tra lontanissimi mari sono anche destituite di vicinanza di monti degni di un tal nome, sicché ai rigidi inverni si alternano estati torride e aride. Il mare e il frastagliamento altimetrico della crosta terrestre, sono i due grandi volani di compensazione per i cicli della vita organica, e infine di quella umana, che chiese all’ambiente, e secondo i tempi, caldo, non troppo caldo, freddo, non troppo freddo, secco, non troppo secco, umido, non troppo umido. A queste istanze tacite del fremere del chimismo organico e del premere della vita, l’ambiente della nostra terza zona grande slava risponde generalmente: no!
Invece della estrema opposta situazione mediterranea, ossia di un mare tra tante terre, abbiamo una terra immensa e piatta tra tanti lontani mari, che non si saprà che dopo molti secoli se e come tra loro comunicano. Basta questa morfologia, questa semplice topologia, a spiegare la lentezza dello sviluppo, oltre alla fisiologia, inteso il termine anche come inorganico, di quella plaga geografica.
È del tutto inutile dilungarsi sulla descrizione della terra russa quanto a fertilità, su cui si dovrà ritornare. Tolta una fascia lungo quell’estremo Mediterraneo costituito dal mar Nero, la feracità è minima, e può venirne nutrita solo una popolazione di infima densità, con economie locali naturali.
Lungamente su questa steppa immensa non vi furono popoli fissi, ma solo continui passaggi di orde di tutti i tipi, dirette ai lontani miraggi dell’ovest o anche dell’est, riflusso di due tanto diverse palingenesi sociali.
Se questo popolo è giovane, lo è nel senso che solo da poco un popolo stabile ha potuto stabilirsi in questo campo, impiegando molto più tempo a percorrere lo stesso cammino, che i popoli vecchi avevano già segnato di tappe animatamente ravvicinate.
Poiché è ben chiaro che alla data 1875, studiando la struttura di una tale zona, non vi possiamo trovare forme capitalistiche – che risulteranno invece in deciso sviluppo alla luce di un’indagine 1954 – ecco che noi perverremo a non constatare nemmeno il passaggio di forme storiche analoghe a quella feudale germanica, così come non avevamo trovato nella Europa di centro prima del feudalesimo, forme del tipo della classica.
Siamo dunque in presenza di una terza via storica (europea) di uscita dalla barbarie, e di formazione di una società stabile sulla terra, e di Stato.
Mentre infatti nella zona mediterranea non troviamo vestigia storiche di un comunismo iniziale (pure essendo noi convinti che tale fase fu ovunque presente), e ne troviamo invece frequenti nella zona centroeuropea, e anche tradotte in date forme e istituti del diritto germanico trapelati in vigenti codici, qui siamo, nell’area slava, in presenza di una forma prevalente di comunità di villaggio, solo recentemente evoluta in proprietà familiare, comunque già impura.
Ma vi è una grande differenza in più. Siamo si può dire anche i presenza del nomadismo; vi sono ai confini dell’Iran, dell’Afghanistan e del Tibet popoli che ancora non hanno sede fissa, che non sanno coltivare la terra ma al più allevare bestiame.
Le così diverse condizioni di ambiente fisico hanno dato dunque un più lento sviluppo alle fasi di organizzazione umana, in quanto è certo che in quelle zone eurosiatiche la apparizione della specie uomo è tra le più remote.
La costituzione di un organismo sociale a tutela del villaggio coltivatore sul territorio, avvenuta dove questo confinava con quelli europei più avanzati, non ha avuto dunque né le caratteristiche latine né quelle germaniche, ma caratteristiche originali. Esse hanno qualcosa del centralismo statale-militare, qualcosa del periferismo nobiliare feudale, e una certa analogia colla forma asiatico indiana, di cui qui non ci siamo occupati.
In questa, ad una rete di villaggi comunistici sovrasta il potere armato di un satrapo, monarca o despota, che controlla e amministra una immensa zona, tutti i villaggi della quale gli recano tributi; come nelle antiche civiltà dell’Asia minore e dell’Egitto manca un solo tipo sociale: il cittadino libero classico; vi sono masse di schiavi, e masse di servi in forma di «comunità serve», un solo grande autocrate e uno strato di minori signori.
Togliamo le comunità libere o serve, e avremo la organizzazione latina.
Togliamo gli schiavi e le comunità, lasciando i servi, e avremo quella germanica.
Togliamo gli schiavi veri e propri, ma lasciamo sia i servi singoli dei nobili sia le comunità serve del monarca – o meglio dello Stato –, e avremo la società russa dell’ottocento, poco mutata col 1861.
Ha assorbito dall’Europa tanto di cristianesimo, da non ammettere schiavi e mercato di persona fisica umana.
Ha conservato dall’Asia tanto di dispotismo da ammettere ancora il villaggio agrario servo del despota, e per maggiore esattezza «dello Stato centrale».
Evidentemente si porrà diversamente il suo passaggio da feudalismo a capitalismo, e il rapporto tra questo e la prospettiva socialista.
Fresco è il ricordo del nomadismo: ancora uno stato mongolo si chiamò così, la famosa Orda d’oro intorno al 1250; e fino al 1300 la Russia stette quasi tutta, meno il piccolo ducato di Mosca, sotto l’impero immenso dei Khan mongoli, che andava dalla Cina all’Adriatico, a metà del tredicesimo secolo. Da noi era il tempo di Dante.
A questa altezza della serie dialettica, del nostro facilone schema storico, siamo in grado di fare il punto, e passare al quesito di Engels: stava ancora il mir russo all’altezza del comunismo, primitivo ma puro, o era già scaduto in sistema di esercizi parcellari-familiari, puzzando a un miglio di borghesia?