Partito Comunista Internazionale

piSdC – Lavoratori d’Europa in lotta

Categorie: Union Activity

Questo articolo è stato pubblicato in:

In Gran Bretagna il governo chiama l’esercito a sostituire gli scioperanti

I lavoratori di diverse categorie in tutta la Gran Bretagna stanno scioperando.

L’analisi delle statistiche ufficiali del Trades Union Congress ha rilevato che i salari reali sono diminuiti in media di 76 sterline al mese nel 2022 (circa 88 euro). Per i lavoratori del pubblico impiego la perdita è di 180 sterline al mese (circa 210 euro) rispetto a un anno fa.

È la più forte riduzione dei salari reali dal 1977 e la seconda peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. Molti salariati delle categorie peggio pagate sono costretti a rivolgersi alle mense e ai centri di distribuzione alimentare per i poveri.

A causa dell’inevitabile malcontento, dopo gli scioperi di ottobre numerosi settori della classe lavoratrice stanno riprendendo lo slancio alla lotta. Con una convergenza tra i diversi settori: infermieri, lavoratori delle ambulanze, personale di frontiera, ferrovieri, postali.

Gli infermieri hanno scioperato dal 15 dicembre, col sostegno dei farmacisti, che hanno dichiarato la loro intenzione di non essere utilizzati come infermieri sostitutivi durante lo sciopero. Gli operatori delle ambulanze dal 21 dicembre. Il personale di frontiera degli aeroporti e dei porti dal 23 dicembre al 25 e dal 28 a Capodanno. Anche i lavoratori delle ferrovie e della Royal Mail avevano in programma altri scioperi nel periodo natalizio.

Finora, le minacce del governo di introdurre una legislazione anti-sciopero ancor più severa di quella già in vigore – sul genere di quella introdotta in Italia nel 1990 con la legge 146 – non si sono concretizzate, ma l’esercito è stato chiamato a intervenire, insieme a settori del servizio civile, per operare come “blacklegs”, cioè crumiri. Ciò era già accaduto nel 1977 – altro anno di picco dell’inflazione – per sostituire i vigili del fuoco nel loro primo sciopero nazionale della storia inglese, che durò ben 9 settimane.

600 soldati hanno ricevuto una settimana di addestramento per coprire il personale di frontiera in sciopero nei porti e negli aeroporti durante il periodo natalizio. Altre centinaia di soldati hanno dovuto sostituirsi agli autisti delle ambulanze.

Ma il coinvolgimento dell’esercito non è privo di rischi. Il quotidiano inglese The Guardian del 12 dicembre ha commentato: «Con circa 1.000 uomini dell’esercito che dovranno saltare le vacanze di Natale per sostituire gli equipaggi delle ambulanze e il personale di frontiera, fonti militari e alti ufficiali in pensione hanno messo in guardia sul potenziale impatto sulle truppe che hanno anche visto diminuire la retribuzione in termini reali». Nella rubrica “Analisi” si legge inoltre che «l’anno scorso la retribuzione dei militari è aumentata del 3,75%, ben al di sotto del tasso di inflazione dell’11,1%; e i soldati non possono iscriversi a un sindacato per lottare per ottenere termini e condizioni migliori».

Il britannico regime borghese si aspetta che i soldati sostituiscano gli scioperanti mentre sono colpiti da un calo dei loro salari e dal peggioramento delle condizioni di lavoro, e in un momento in cui anche la cosiddetta “opinione pubblica” è dalla parte delo sciopero. È probabile che i soldati non siano così contenti di prestarsi al crumiraggio di Stato. Lord Dannatt, un ex capo dell’esercito, ha avvertito: «I soldati potrebbero decidere che ne hanno abbastanza di salvare il governo dai pasticci in cui si caccia. Potrebbero pensare: “Mi sono arruolato per fare il soldato, non per sostituire uno scioperante”».

Un settore coinvolto nell’attuale ondata di agitazioni comprende dei lavoratori che godono di simpatia nella popolazione: gli operatori del settore sanitario, autisti delle ambulanze e infermieri, i cui ranghi sono stati gravemente decimati durante la crisi del Covid a causa della esposizione al rischio di infezione, soprattutto nel periodo precedente allo sviluppo dei vaccini. La popolazione fu invitata allora ad applaudire questi lavoratori.

Che ora chiedono un aumento salariale del 17,6%. I salari e le condizioni nella sanità sono tanto pessimi che si sta verificando un esodo dal settore. Nel corso degli anni i vari governi hanno violentato e saccheggiato il sistema sanitario, analogamente a quanto avviene nei settori dell’istruzione e dei trasporti. Il servizio viene appaltato a imprese private e a società finanziarie al fine di generare il maggior profitto possibile, lasciando molti istituti con enormi difficoltà di bilancio. Il risultato è una situazione di profondo degrado, con gravissime carenze di personale.

È arrivato così il momento – anche nella società borghese britannica – in cui tutte le vecchie argomentazioni sull’incompatibilità dello sciopero con la “realtà economica” non convincono più, perché ai lavoratori semplicemente non interessa se lo sia o meno!

Quanto sta accadendo nel più vecchio capitalismo nazionale segna – nonostante le apparenze – quanto ineluttabilmente accadrà anche in Italia.


Le lotte operaie in Francia indicano la strada a tutti i lavoratori d’Europa e del mondo

A seguito dell’aumento dei prezzi al consumo, da settembre in Francia si è sviluppato un movimento di lotte operaie che, sebbene non abbia raggiunto per ora la forza di quello del dicembre 2019 contro la riforma delle pensioni, ha una estensione e intensità niente affatto trascurabili.

Gli scioperi sono tutti per ottenere aumenti salariali e quasi sempre a oltranza, in Francia li chiamano “rinnovabili” (reconductible), per il fatto che la loro prosecuzione è decisa dalle assemblee sui posti di lavoro. Di fatto in molti casi questi scioperi hanno imposto di anticipare nelle aziende quelle che in Francia sono chiamate le Negoziazioni Annuali Obbligatorie (NAO), riguardanti gli aspetti economici. Al di là dei risultati, in genere inferiori alle iniziali rivendicazioni, non c’è dubbio che essi abbiano dato una parziale protezione ai lavoratori dalla erosione del potere d’acquisto dei loro salari.

A guidarli sono stati in genere le strutture sui posti di lavoro della CGT – nel caso dei petrolchimici la federazione di categoria, la combattiva FSIC CGT – a cui in alcuni casi si sono affiancate quelle di Force Ouvrière e di Solidaire-Sud.

La tendenza al contagio degli scioperi fra aziende e categorie vi è stata ma per ora l’azione della dirigenza collaborazionista della CGT, quella dei sindacati apertamente filo-padronali quali CFDT, CFTC e CFE-CGC e quella repressiva dello Stato borghese francese sono state sufficienti a frenarla, impedendone il convergere e l’elevarsi in un movimento generale.

Lo sciopero più importante, quello dei petrolchimici delle Exxon Mobil e della Total, durato fra i 22 e i 35 giorni a seconda degli stabilimenti, è stato organizzato dalla FNIC CGT, mentre la CFDT – maggioritaria in entrambi i gruppi – lo ha sabotato fin dal principio, insieme alla CFE-CGC, sindacato dei quadri.

La FNIC CGT ha chiesto il sostegno della CGT confederale mediante l’estensione dello sciopero per aumenti salariali alle altre categorie, con la proclamazione di uno sciopero generale, che in Francia chiamano interprofessionale.

La dirigenza confederale della CGT non ha negato tale appoggio ma ha dispiegato mobilitazioni dal carattere più simbolico che di vere prove di forze. Ha proclamato una prima giornata di mobilitazione interprofessionale giovedì 29 settembre, altre due martedì 18 ottobre e giovedì 27 ottobre e una quarta giovedì 10 novembre.

La prima del 29 settembre è stata indetta oltre che dalla CGT, da Solidaires SUD e FSU (Fédération Syndicale Unitaire). A quella del 18 ottobre si è aggiunta Force Ouvrière. Quella del 27 ottobre, è stata indetta dalla sola CGT, così come quella del 10 novembre che, malgrado un riuscito sciopero nei trasporti, in particolare alla RATP, ha mobilitato pochi lavoratori.

I settori più combattivi della CGT hanno denunciato la mancata seria preparazione da parte della dirigenza e della maggioranza del sindacato di queste giornate di mobilitazione generale, incentrate sulle manifestazioni invece che sullo sciopero, con poche assemblee sui posti di lavoro e territoriali: un’azione di facciata che rientra nel quadro dell’idea di sindacalismo collaborazionista, pur dissimulata, che pone il tavolo di trattativa e non la lotta quale perno della sua azione. Inoltre, questi settori combattivi della CGT, correttamente sostengono la necessità che lo sciopero generale, per rafforzarsi, non debba limitarsi a una giornata ma essere anch’esso “rinnovabile”, cioè non con un termine prestabilito.

Ormai da tempo – dalla fine del controllo del falso Partito Comunista Francese (PCF) su questo sindacato, negli anni a cavallo fra il secolo in corso e quello passato – la CGT non ha più la caratteristica di una organizzazione centralizzata e alle strutture territoriali, aziendali e di categoria è lasciata ampia autonomia. Le decisioni prese dalla collaborazionista dirigenza confederale non sono in nulla vincolanti. Questo, se da un lato ha permesso lo sviluppo di gruppi e settori combattivi all’interno del sindacato, dall’altro impedisce l’organizzazione di reali azioni generali. La dirigenza collaborazionista della confederazione, con a capo dal 2015 Philippe Martinez, prima a capo della collaborazionista federazione dei metallurgici FTM CGT, convoca le azioni generali senza organizzarle, giustificandosi con l’affermazione che la spinta per la loro riuscita deve venire dalla base. Venuta meno la capacità della dirigenza di controllare saldamente la base attraverso una sufficientemente robusta tradizione e organizzazione politica falsamente operaia qual’era il PCF, questa disarticolazione della macchina del sindacato gioca a suo favore. Che si tratti solo di una strategia per mantenere il sindacato sui binari del collaborazionismo di classe lo conferma la vicenda della CGT PSA alla fabbrica di Poissy, di cui riferiamo più avanti.

In diversi casi – come alla Exxon Mobil e alla Total – lo sciopero è stato promosso dalla sola CGT pur essendo questa, in quanto a iscritti, minoritaria. Il primo sindacato nel settore privato, a livello nazionale, è la CFDT, apertamente collaborazionista.

Naturalmente il padronato, coi suoi organi di stampa, non si è lasciato scappare l’occasione di speculare su questo aspetto, additando i lavoratori in sciopero come una minoranza di estremisti che ledeva il “diritto al lavoro” della maggioranza dei lavoratori e teneva sotto scacco la società intera, laddove i settori economici colpiti dallo sciopero interessavano aspetti generali della vita sociale, come nel caso di quello petrolchimico.

Ma si è trattato comunque di minoranze consistenti di lavoratori, il che conferma come il principio democratico sia idealistico, estraneo e contrario alla lotta di classe, che si basa sul principio – non idealistico e proprio della reale vita sociale nel capitalismo – della forza: una minoranza sufficientemente organizzata e robusta di lavoratori può condurre scioperi vittoriosi, trascinarsi dietro parte dei compagni di lavoro indecisi e rendere impotenti i crumiri.

CFDT e CFE-CGC, alla Exxon Mobil e alla Total, hanno atteso che lo sciopero mostrasse segni di indebolimento e a quel punto hanno concluso accordi salariali inferiori alle rivendicazioni degli scioperanti, che però hanno di fatto posto fine allo sciopero nella maggior parte degli stabilimenti. Terminato lo sciopero si sono arrogati il merito degli aumenti salariali, sostenendo che essi fossero il risultato della trattativa e non dello sciopero. Una pratica analoga a quella osservata numerose volte anche in Italia, da parte di Cgil Cisl e Uil contro il SI Cobas, anche se con lotte a scala più ridotte.

Le differenze con la situazione in Italia sono notevoli. Lotte per aumenti salariali sono al di qua delle Alpi un fatto rarissimo, con la sola parziale eccezione di quelle condotte dal SI Cobas nel settore logistico. Lo stesso dicasi per la pratica degli scioperi a oltranza, assai diffusa in Francia e quasi assenti in Italia, dove è ormai radicata l’idea che lo sciopero debba durare un solo giorno, con un inizio e una fine annunciati con largo anticipo. Va da sé che questa pratica è stata inculcata fra i lavoratori dal sindacalismo collaborazionista e di regime di Cgil, Cisl e Uil. Ad essa ha contribuito, notevolmente, la legislazione anti-sciopero, con la legge 196 del 1990, resa poi ancora più restrittiva dalla legge 83 del 2000 e dalla sua applicazione ad opera della Commissione di Garanzia. Queste normative contro la libertà di sciopero furono invocate da Cgil, Cisl e Uil, introdotte da un governo democristiano, mantenute e aggravate senza soluzione di continuità dai governi della sinistra e della destra borghesi. Una simile legge non esiste per ora in Francia, dove la precettazione di pochi lavoratori durante lo sciopero dei petrolchimici ha sollevato proteste e agitazioni. In Italia il ricorso alle precettazioni sono un fatto normale, e sono fioccate a centinaia, ad esempio, durante l’ultimo sciopero di 5 giorni, quindi fuori dalla legge, degli autoferrotranvieri a Genova nel 2013.

Altra differenza fra i movimenti sindacali nei due paesi riguarda il carattere dei sindacati di regime. A promuovere gli scioperi a oltranza è stata quasi sempre la CGT, un sindacato di regime come la CGIL, ma in cui diverse strutture di fabbrica, d’azienda e anche di categoria sono in mano a lavoratori e militanti sindacali combattivi. La FNIC CGT ha esteso lo sciopero dalla Exxon Mobil alla Total, conducendolo sul piano nazionale a oltranza per oltre 20 giorni. In Italia, quando nel 2014 i metallurgici della Thyssen Krupp di Terni scioperarono per 35 giorni consecutivi, inquadrati nella Fiom, furono da questa isolati nella fabbrica, nonostante si fosse nel pieno del percorso di approvazione parlamentare del famigerato Jobs Act del governo Renzi.

In Francia quindi il sindacato di regime appare più permeabile al suo utilizzo da parte di settori combattivi della classe salariata, mentre in Italia la Cgil dalla fine degli anni settanta ha continuato ha mostrare la sua impermeabilità a questo riguardo, il che spiega la formazione dei sindacati di base, dai primi anni ottanta fino, ultimo caso, al 2010, con la nascita del SI Cobas nel settore della logistica.

Qui di seguito riportiamo brevi descrizioni dei principali scioperi.

Petrolchimici Exxon e Total

Alla Esso-Exxon Mobile lo sciopero è iniziato il 20 settembre, promosso dalla CGT, minoritaria nel gruppo. Il 27 settembre la federazione dei chimici, la FNIC CGT, lo ha esteso alla TotalEnergie, dove lo sciopero ha raggiunto il 70% di adesione dei lavoratori dei depositi di carburante e delle raffinerie, tra cui quella della Normandia, la più grande del paese. Si sono uniti anche i lavoratori delle ditte in appalto. I lavoratori hanno rivendicato un aumento del 10%, lo sblocco delle assunzioni e investimenti per manutenzione e rinnovo degli impianti ormai vetusti.

Negli ultimi 30 anni due terzi delle raffinerie in Francia hanno chiuso e ne sono rimaste solo sette. Gli impianti non sono stati rinnovati. Le aziende ottengono il massimo profitto nel processo di esplorazione-produzione sicché la maggior parte dei profitto sono destinati – oltre che a pagare i dividendi agli azionisti – a investimenti nell’esplorazione, in particolare in quella sui mari (offshore).

Lo sciopero si è ripercosso sulle forniture della raffinazione e delle stazioni di servizio e di conseguenza sull’intera economia nazionale. Di fronte alla carenza di carburante, il 12 ottobre il governo ha deciso di ricorrere alle precettazioni nei depositi Exxon Mobil, per sbloccare la partenza dei camion cisterna. Le precettazioni hanno suscitato proteste dei vertici sindacali della CGT e di FO, che le hanno denunciate come una violazione del diritto di sciopero. Se il lavoratore non rispettava la precettazione, si rendeva punibile con una pena fino a 6 mesi di carcere e una multa di 10.000 euro.

A questa azione repressiva dello Stato borghese si è accompagnata l’azione dei sindacati apertamente filo-padronali che hanno siglato con le aziende accordi al ribasso.

Il 10 ottobre, alla Exxon Mobil, CFDT e CFE-CGC hanno firmato un accordo salariale ben al di sotto delle richieste. Il 14 ottobre le assemblee hanno deciso di interrompere lo sciopero, durato ben 23 giorni.

Il giorno dopo, sabato 15 ottobre, i tribunali amministrativi hanno convalidato le precettazioni.

Il 13 ottobre, mentre lo sciopero continuava in tutti i principali impianti, la Total ha avviato le trattative con tutte le organizzazioni sindacali dando un peso maggioritario, nelle delegazioni, a quelli che non partecipavano al movimento di sciopero, cioè a CFDT e CFE-CGC. Il giorno dopo questi due sindacati hanno firmato un accordo al ribasso, con un aumento salariale del 7% per il 2022 e il 2023.

Il coordinamento dei delegati della CGT Total ha deciso di proseguire la lotta, rigettando l’accordo. Lo sciopero è proseguito sino al 18 ottobre – seconda giornata di mobilitazione nazionale proclamata da CGT, Force Ouvrière, Solidaire SUD e FSU – ma poi è stato interrotto nella maggioranza degli stabilimenti, tranne che nella raffineria di Gonfreville-L’Orcher, in Normandia vicino a Le Havre, la più grande del paese, e nel deposito di Feyzin, vicino a Lione, dove è proseguito fino al 2 novembre!

PSA Stellantis e la vicenda della CGT PSA di Poissy

Tutte le fabbriche del gruppo PSA (Pegeut, Citroën, Stellantis), comprese le due più importanti di Sochaux e Mulhouse – vicino al confine con Svizzera e Germania – il 27 e 28 settembre sono state colpite da scioperi che hanno coinvolto circa 4.300 operai. Era dal 1989 che le fabbriche automobilistiche francesi non vedevano scioperi analoghi. Le rivendicazioni erano anche in questo caso di aumenti salariali.

Mentre si compiva questo primo passo verso il ritorno alla lotta di questo settore importante della classe operaia, la dirigenza collaborazionista della federazione metallurgica della CGT, la FTM CGT, non esitava ad affondare un attacco – iniziato nel 2021 – contro un settore combattivo del sindacato, rappresentato dalla struttura di fabbrica della CGT alla PSA di Poissy.

Questa fabbrica, che si trova una trentina di km a Nordovest di Parigi, esiste da 60 anni, ha prodotto prima per Simca-Chrysler, poi per PSA Peugeot-Citroën, ora per Stellantis e impiega 3500 lavoratori.

La CGT di fabbrica dichiara di avere 270 iscritti – alcuni dei quali sono ex lavoratori della vicina PSA di Aulnay che guidarono uno sciopero di quattro mesi contro la chiusura dello stabilimento nel 2013 – e si è spesso scontrata con la dirigenza della FTM CGT.

Nel novembre 2021 la CGT PSA di Poissy ha convocato un congresso straordinario della struttura di fabbrica: 193 iscritti al sindacato e i rappresentanti di 12 delle 15 sezioni CGT di fabbrica del gruppo PSA Stellantis erano presenti ma la dirigenza della federazione non ha voluto inviare suoi rappresentanti. Il congresso ha confermato la fiducia ai delegati di fabbrica.

Un mese dopo, la dirigenza nazionale e la struttura territoriale (dipartimentale) della FTM CGT hanno organizzato un altro congresso a cui hanno partecipato 137 iscritti, tra cui 56 della CGT PSA di Poissy, che ha revocato il mandato al Delegato Sindacale Centrale della CGT di fabbrica Jean Pierre Mercier e, in aperta violazione con lo statuto della CGT, ha creato una nuova struttura di fabbrica del sindacato.

Sei mesi dopo, a giugno scorso, un’assemblea dei delegati CGT delle fabbriche PSA Stellantis che si è svolta presso la sede della FTM, nei locali della CGT confederale a Montreuil, vicino a Parigi, si è opposta a larga maggioranza – 223 voti a favore e 31 contrari – alla decisione di revocare il mandato a Jean Pierre Mercier.

La dirigenza della FTM ha deciso allora di risolvere la questione citando presso i tribunali amministrativi 16 delegati della CGT PSA di Poissy, chiedendone l’esclusione dal sindacato.

Il tribunale di Bobigny – vicino a Parigi – si è riunito il 20 ottobre per affrontare la questione. Fuori dal tribunale si è svolto un partecipato presidio alla presenza di 500 delegati e iscritti della CGT, a sostengo della sezione di fabbrica della PSA di Poissy. La decisione del tribunale sarà presa non prima dell’8 dicembre.

La FTM CGT dichiara 60 mila iscritti, è la terza federazione di categoria della CGT ed è una delle colonne della linea di collaborazione di classe di questo sindacato di regime. È stata una delle più timide ad aderire e organizzare gli scioperi interprofessionali del 29 settembre, 18 e 27 ottobre.

Airbus e subappaltatori dell’aeronautica

Giovedì 6 ottobre per la prima volta nella storia dell’azienda, sono scesi in sciopero gli operai della Sabena Technics, che opera in appalto per la Airbus. L’azienda si trova nel cosiddetto bacino aeronautico di Blagnac-Cornebarrieu, vicino Tolosa, uno dei principali distretti industriali in Francia.

Lo sciopero è stato promosso unitariamente da Force Ouvrière e CGT per ottenere una maggiorazione del bonus, in linea con gli altri subappaltatori aeronautici del bacino. Hanno aderito la totalità dei lavoratori, compresi gli interinali ed è durato quattro giorni, fino al 10 ottobre.

Gli scioperanti hanno potuto contare sull’esperienza degli ex lavoratori dell’ATE, un’azienda che aveva chiuso e da cui provenivano diversi operai, che avevano già scioperato contro la loro ex direzione. Questo ha permesso, ad esempio, di avere un picchetto ben organizzato fin dal primo giorno e di distribuire volantini ai lavoratori di questa grande concentrazione industriale.

Lo sciopero è stato così l’occasione per stringere legami con i militanti sindacali di altre aziende del settore, come Satys, AHG o la committente Airbus.

Mercoledì 12 ottobre, sono entrati in sciopero alcune decine di lavoratori della Daher Logistics di Tolosa, azienda logistica che lavora in subappalto per la Airbus, trasportando i pezzi da assemblare. Le rivendicazioni sono state di un aumento salariale del 10% e un bonus di 1000 euro e lo sciopero è durato tre giorni.

Martedì 18 ottobre è iniziato uno sciopero alla FAL A320 di Tolosa, lo stabilimento dove si realizza l’assemblaggio finale (Final Assembly Line) dell’Airbus 320, il modello di aeromobile più venduto dal costruttore europeo.

La rivendicazione è stata la stessa dei petrolchimici, un aumento del 10%. Allo sciopero ha aderito la maggioranza degli operai ed è stato sostenuto dalla CGT di fabbrica ma osteggiato dalla struttura di fabbrica di Force Ouvrière – maggioritaria fra i lavoratori dello stabilimento – da quella del gruppo (FO Airbus) e dalla federazione di categoria FO Metallurgy Federation.

Questo in apparente opposizione con la dirigenza confederale di Force Ouvrière che quel giorno aveva dato adesione allo sciopero interprofessionale insieme a CGT e Solidari SUD. Lo sciopero è durato tre giorni, interrotto dall’assemblea il pomeriggio di giovedì 20 ottobre.

Il 18 ottobre hanno anche scioperato i lavoratori dell’Atelier Industriel de l’Aéronautique (AIA) di Clermont-Ferrand, nel centro della Francia 159 km a ovest di Lione, che lavora per le forze armate francesi.

Da venerdì 21 ottobre, sono scesi in sciopero i lavoratori della Daher a Bordes, Tarnos, Le Haillan, St Médard en Jalles e Rosny sur Seine, chiedendo il 5% di aumento del salario. Mentre lo sciopero alla Daher Logistic di Tolosa aveva coinvolto alcune decine di operai ma era rimasto isolato, ora il movimento coinvolgeva centinaia di lavoratori su cinque siti, era a scala nazionale, ma abbassando la rivendicazione salariale dal 10% al 5%.

Lo sciopero è durato per 5 giorni. È stato particolarmente forte a Bordes, dove si sono uniti gli operai della Saran, dove sono assemblati elicotteri. Quasi 500 scioperanti si sono riuniti ogni giorno davanti lo stabilimento.

Martedì 25 ottobre è iniziato uno sciopero nello stabilimento di Villefranche-de-Rouergue (Aveyron) della Blanc Aéro, produttore di elementi di fissaggio per l’aeronautica, di proprietà della Lisi Aerospace, un gigante della lavorazione dei metalli presente con 21 siti produttivi in 9 paesi.

Dopo una riunione della NAO (Negoziazione Annuale Obbligatoria) organizzata il 18 ottobre, la CGT aveva indetto un’assemblea informativa per i lavoratori lunedì 24. Al termine di questa assemblea il 95% degli operai del turno serale alle 22.00 hanno abbandonato il posto di lavoro. Lo sciopero è stato poi esteso al turno del mattino e poi a quelli pomeriggio e della sera. Prima dello sciopero, la CGT aveva condotto una consultazione per chiedere un aumento di 220 euro lordi. Le proposte della direzione sono state ben lontane dalle aspettative dei lavoratori.

Queste diverse lotte hanno sollevato la questione dell’unità dei lavoratori dell’intera catena di produzione aeronautica, che negli ultimi decenni è stata divisa col sistema dei subappalti. Il sostegno reciproco tra gli scioperanti Daher e Safran a Bordes è stato un primo passo in questa direzione.

Altri scioperi

Dal 19 ottobre al 27 ottobre, uno sciopero ha colpito il gigante della panificazione industriale Neuhauser, prima nelle due fabbriche principali di Maubeuge, al confine col Belgio, e Folschviller, nel dipartimento della Mosella al confine con la Germania, poi estendendosi ad altri 4 stabilimenti, per un totale di sei fabbriche in sciopero su undici. Lo sciopero ha avuto ripercussioni sul settore della distribuzione, come ha denunciato il direttore delle risorse umane del gruppo Lidl in Francia. Gli operai infine hanno ottenuto un bonus di mille euro.

Dieci giorni di scioperi hanno colpito EDF, l’azienda statale di produzione e distribuzione dell’elettricità. Sono state interessate 14 delle 18 centrali nucleari, 24 dei 58 reattori. I lavoratori hanno infine ottenuto un aumento di 200 euro.

Martedì 25 ottobre è iniziato uno sciopero nella clinica privata di “Toutes Aures”, vicino a Bordeaux, durato una settimana. La maggior parte di lavoratori sono donne e precarie, molto giovani, che hanno scioperano per la loro prima volta. Un’infermiera nel turno di notte si trova ad assistere da sola per 30 pazienti. Per lo sciopero è stato cancellato l’intero programma delle sale operatorie, vale a dire più di 300 interventi.

Sono entrati in agitazione anche diversi depositi della RATP nell’Île-de-France (la regione di Parigi), siti della SNCF (il sito del centro tecnico Landy, la Gare de Lyon). Worldline, la società specializzata in pagamenti elettronici che fa parte del CAC40, ha avuto molti siti interessati da scioperi. I lavoratori del centro logistico Geodis a Gennevilliers, vicino a Parigi, sono in sciopero a oltranza dal 17 ottobre.

Altri scioperi hanno interessato i lavoratori della Air Liquide (gas industriali), Leroy Merlin, Ponticelli Frères (tubazioni e caldaie industriali).

Anche in Germania il sindacalismo di regime sottoscrive aumenti salariali al di sotto del tasso d’inflazione

Diversamente da quanto accaduto in Francia e nel Regno Unito, in Germania i lavoratori non hanno dato luogo a un movimento di sciopero per difendere i salari dall’inflazione. Il più grande sindacato tedesco, quello dei metalmeccanici – la IG Metall – che conta 3,8 milioni di iscritti, principalmente nei settori automobilistico e delle macchine utensili, venerdì 18 novembre ha siglato un accordo salariale con gli industriali. Quello precedente risaliva al 2018. Questo vale per il Baden-Württemberg – il terzo Land (Stato) più popoloso dei sedici che compongono la Repubblica Federale Tedesca, in cui si trovano città quali Stoccarda, Mannheim, Karlsruhe, Heidelberg – ma è probabile che verrà esteso a livello nazionale.

L’accordo prevede un aumento salariale dell’8,5% in due anni: 5,2% l’anno prossimo e 3,3% nel 2024; più un pagamento di una somma una tantum esentasse di 3.000 euro. Questo aumento è al di sotto dell’inflazione, che attualmente in Germania è del 10,4%, ma con tassi più elevati per alimenti ed energia, beni che naturalmente incidono in modo maggiore sui consumi della classe operaia. L’inflazione dovrebbe calare nei prossimi due anni, ma non è certo. Inoltre il contratto rinnovato era scaduto a settembre e il primo aumento del 5,2% non arriverà che a fine giugno 2023.

Il 14 settembre la dirigenza della IG Metall – al primo incontro per la trattativa con l’associazione padronale Gesamtmetall – aveva presentato una richiesta per un aumento dell’8% per il solo 2023. «La nostra pazienza sta venendo meno. Gli industriali devono assumersi le loro responsabilità e presentare un’offerta concreta», tuonava Jörg Hofmann, segretario della IG Metall, dopo il fallimento del quarto incontro per le trattative, minacciando azioni di sciopero.

Ma al quinto incontro, svoltosi a Lud­wigsburg, vicino a Stoccarda, si è siglato un accordo al ribasso. Questo non dovrà nemmeno essere sottoposto al voto degli iscritti, giacché tale passaggio per lo statuto della IG Metall è obbligatorio solo se precedentemente i lavoratori sono stati chiamati al voto per decidere se procedere con un’azione di sciopero generale della categoria, cosa che non è avvenuta.

L’accordo ha fatto seguito a una serie di scioperi e manifestazioni a carattere locale. La dirigenza dell’IG Metall ha solo minacciato 24 ore di sciopero, senza però mostrare alcuna reale intenzione di unificare ed estendere il movimento, quando molti lavoratori chiedevano l’indizione di uno sciopero a tempo indeterminato e di rivendicare un aumento del 15%.

Il ruolo del sindacalismo di regime è stato candidamente descritto dal quotidiano per eccellenza della borghesia italiana – il “Corriere della Sera” – in un articolo del 27 novembre dedicato a un confronto fra la situazione dei salari in Italia e quella in Germania, con particolare riferimento all’accordo siglato dall’IG Metall. «Che cosa ci insegna la Germania? La concertazione è a tre. I sindacati contengono gli incrementi salariali, che sono più bassi dell’andamento dei prezzi, superiore al 10%. Le imprese assicurano occupazione e investimenti. Il governo agisce con la leva fiscale». Naturalmente gli unici obbligati fra i tre “concertanti” sono i lavoratori, mentre padronato e governo faranno solo il loro interesse.

Intanto il 12 ottobre il borghese governo di Berlino ha aumentato il salario minimo a 12 euro l’ora e i lavoratori statali della pubblica amministrazione hanno ottenuto in alcuni Länder un aumento del 10,5% più un bonus anti-inflazione di 500 euro.

La forza dell’imperialismo tedesco – fra i più potenti del mondo – permette ancora alla sua classe dominante, coadiuvata dal sindacalismo di regime, di mantenere la classe lavoratrice pacificata. Una situazione destinata a non perdurare, per l’inesorabile avanzare e approfondirsi della storica crisi economica di sovrapproduzione del capitalismo mondiale. Anche la classe operaia in Germania tornerà a lottare al fianco dei suoi fratelli di classe di tutto il mondo.