A Caserta gli ultimi 40 della ex-Saint Gobain soli nella lotta
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Va avanti da mesi fra intervalli e riprese la disperata lotta degli operai della ex-Saint Gobain di Caserta.
La fabbrica del colosso francese del vetro, impiantata decenni fa nel territorio casertano e fonte di sostentamento per centinaia di famiglie proletarie dei quartieri meridionali della città, dopo aver macinato enormi profitti per tutti gli anni ’60 e ’70 spremendo plusvalore a ritmo inarrestabile ai propri operai, in seguito alla grande crisi economica che colpì tutta l’industria sulla metà degli anni ’70 e che non risparmiò il settore del vetro, fu investita da una violenta politica di ristrutturazione. Per tutti gli anni ’80 la cassa integrazione sferzò periodicamente le maestranze che non di rado scesero sul terreno dello sciopero per arginare l’offensiva padronale.
Il tragico epilogo della vicenda si ebbe quando, sul finire degli anni ’80, nel quadro di un più vasto piano di riassetto degli impianti, la Saint Gobain SpA decise di chiudere lo stabilimento di Caserta. Ne seguirono duri scioperi, che videro la CGIL tenacemente impegnata ad imbrigliare e a fiaccare la resistenza operaia, con gli strumenti soliti che tutti i proletari ormai ben conoscono. Il principale fu la frammentazione della lotta con la creazione di fasulli obiettivi particolari di ristretti gruppi, raggiungibili non sul terreno dello scontro aperto, che resta l’unico in grado di mostrare la forza operaia, ma con il pasticcione intrallazzare dei bonzi sindacali sui pubblici uffici.
Morale della favola: la Saint Gobain chiuse. E gli operai, tutti assunti da lunga data e prossimi alla pensione, mandati chi in mobilità, chi in mobilità lunga, chi in prepensionamento.
Soltanto un ristretto contingente di operai più giovani rimase in sospeso, e passò alle dipendenze della Progetto Industrie SpA, società costituita con la funzione di gestire lo smantellamento e il “recupero” dell’area (di diversi ettari) ove sorgevano gli impianti produttivi, subito entrata nelle mire di speculatori e palazzinari di ogni risma. A questi operai fu affidato il triste compito di guardiani dell’immensa area industriale dismessa, ormai ridotta a una distesa di ruderi ed erbacce.
Passano gli anni, i progetti faraonici di conversione dell’area si susseguono infruttuosi l’uno dopo l’altro, buoni solo a riempire le scialbe pagine di cronaca cittadina, e la Progetto Industrie che aveva legato i suoi destini all’orgia di investimenti che si aspettava dovessero piovere dall’erario pubblico per “rilanciare l’area”, iniziò, coll’allungarsi inaspettato dei tempi, a dimenticarsi di quei “guardiani” che gravavano improduttivamente sul proprio bilancio, e cominciò a pagarli a singhiozzo.
Si giunge così alla metà del 1999 quando i quaranta superstiti di quello che fu l’esercito dei lavoratori della Saint Gobain, ormai da mesi senza stipendio, decisero di occupare l’area bloccandone l’ingresso. Totalmente abbandonati a se stessi, in numero troppo esiguo per potersi rendere visibili, la loro unica possibilità era quella di chiudere tutto, fermando completamente alcune attività che si erano nel frattempo insediate all’interno (una fabbrichetta di liquori, una tipografia, determinati uffici adibiti alla formazione professionale, un piccolo distaccamento di una università privata).
La prima occupazione durata quattro giorni, male organizzata, vide drammaticamente operai minacciare di lanciarsi dall’alta pensilina della portineria per evitare l’irruzione della polizia, e si concluse con il solito incontro in Prefettura con i rappresentati di Progetto Industrie che si impegnarono a pagare “al più presto” i salari arretrati. La promessa restò lettera morta e in luglio, a quota sette mesi senza stipendio, gli operai ripresero l’iniziativa occupando nuovamente la struttura, e replicando in settembre, quando si organizzarono meglio, risoluti come erano a resistere ad oltranza fino alla riscossione dei salari, disponendo una pesante escavatrice ad ostruire i cancelli e posizionandovi avanti una massa di vecchi copertoni di camion, cui dar fuoco per estrema difesa. Dopo quasi una settimana di resistenza, condotta in assoluto isolamento, la società stacca l’assegno contenente l’anticipo degli arretrati fino al solo mese di marzo, e così ottiene la resa degli occupanti.
Intanto il coro dei benpensanti dava in testa agli occupanti con le solite accuse di “irresponsabili”, “incivili”, “parassiti”, a gente che ha minimo 20 anni di duro lavoro salariato sulle spalle, vissuto in ambienti malsani, a contatto con la silice, materia prima del vetro, e con l’amianto, di cui erano costruiti i tetti dei capannoni, per poi essere parcheggiati come si fa per le merci in sovraproduzione. Che lo dicano anche altri lavoratori denota l’attuale fase di sbandamento e di annichilimento delle energie proletarie, portate ad un livello di così storica passività dal lento e costante lavoro di indebolimento condotto dall’opportunismo sindacale e politico.
Ad oggi, 3 novembre, la restante parte degli arretrati non è stata ancora pagata. Gli operai rumoreggiano tentativi di nuove azioni, ma il loro morale è ovviamente a terra, sanno di essere chiusi in una gabbia e che le loro sole forze sono troppo esigue per poterla spezzare. Manca l’appoggio e la solidarietà del resto della classe operaia, benché tutta essa alle prese con problemi simili.
Specialmente in tempo di crisi sarebbe necessario che la classe operaia affrontasse il padronato e il suo Stato in un’unica grande battaglia difensiva, con rivendicazioni uniche per tutte le categorie. Non la “difesa del posto di lavoro”, che troppo facilmente si riduce a nient’altro che alla difesa del proprio posto di lavoro dagli altri concorrenti, ma una difesa del salario operaio anche per i disoccupati. Alla triste, ma significativa, esperienza di questi ultimi quaranta della Saint Gobain, simile a quella di mille altri gruppi operai, occorre opporre una nuova coscienza sindacale di classe del proletariato, che lo porti alla sensazione della sua grande forza se organizzato validamente e correttamente diretto.
Esattamente il contrario di come operano i sindacati attuali i quali ad evitare quella generale organizzazione, mobilitazione e coscienza di classe incessantemente spendono tutte le loro migliori energie. Al massimo trascinano le singole vertenze isolatamente per isolatamente fiaccare ogni possibilità di vittoria.
La ripresa della lotta di classe e della combattività sul sano e indipendente terreno dello scontro per la difesa degli interessi economici operai passerà necessariamente attraverso vari tentativi coraggiosi che dovranno, prima con insuccesso, poi, moltiplicandosi, con migliore sorte, scalfire e distruggere questa massiccia imbrigliatura che ne impedisce il risorgere.