Effetti del colonialismo in India sul saggio del profitto britannico
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Sulla nostra rivista Comunismo abbiamo delineato sinteticamente la storia della regione indiana fino alla prima metà dell’Ottocento, soffermandosi sui momenti più significativi, in particolare durante il primo periodo coloniale, riprendendo i testi di Marx ed Engels.
In questo rapporto, supportati da recenti studi accademici, ci proponiamo di approfondire l’impatto della dominazione coloniale in India sull’economia britannica. Infatti, il commercio con l’India coloniale ha contribuito notevolmente all’economia dell’Impero, favorendo lo sviluppo dell’agricoltura, del settore minerario e manifatturiero e, più in generale, di tutta l’industria britannica.
Mentre il ruolo di potenza industriale e commerciale della Gran Bretagna ha certamente origine con la prima industrializzazione e quindi con lo sfruttamento intensivo del proletariato britannico, come evidenziato da Marx ed Engels, anche il commercio coloniale ha apportato benefici considerevoli alla borghesia britannica. Attraverso l’appropriazione delle ricchezze locali, facilitata sia dalla coercizione sia da accordi di scambio diseguali, la borghesia britannica consolidava la propria posizione economica.
È però fondamentale ricordare che la ricchezza derivata da queste pratiche si configura pur sempre come valore: plusvalore ricavato dallo sfruttamento del lavoro sottopagato delle masse proletarie soggiogate o plusvalenze ottenute obbligando le classi proprietarie indiane a sottoscrivere accordi commerciali sfavorevoli.
L’economia britannica ha tratto ampio vantaggio dal drenaggio di valore dalle colonie, un processo che richiedeva minori sforzi rispetto a quelli necessari per ottenere profitti equivalenti sul territorio nazionale.
Questo drenaggio di valore ha inoltre contribuito a mantenere una relativa pace sociale tra borghesia e proletariato inglese. Infatti, l’impero riusciva a scaricare sulle colonie il costo della propria stabilità interna, garantendo la pace sociale in patria e permettendo al proletariato inglese – il primo a sfidare la borghesia con organizzazioni di classe indipendenti – di godere di un certo miglioramento delle proprie condizioni, nonché la crescita dell’aristocrazia operaia e del cosiddetto ceto medio.
Inoltre, va osservato che la Gran Bretagna, spesso in deficit commerciale, riuscisse a bilanciare questa cronica situazione proprio grazie al massiccio drenaggio di valore dal subcontinente indiano.
Ma riepiloghiamo alcuni passaggi fondamentali di questa storia coloniale, per fissarne bene i punti di svolta.
La battaglia di Plassey del 1757 segnò il momento in cui gli inglesi presero il controllo del Bengala, strappandolo ai francesi. La differenza principale tra colonialismo francese e britannico era data dal carattere privato della Compagnia delle Indie Orientali. Mentre la Francia gestiva le colonie tramite il governo centrale e limitava le spedizioni coloniali in base alle finanze nazionali, la Gran Bretagna lasciava alla Compagnia delle Indie Orientali il monopolio del commercio d’oltremare. Questo sistema permetteva alla Gran Bretagna di finanziare le campagne di espansione senza attingere alle casse dello Stato: la Compagnia sosteneva i costi attingendo direttamente dalle risorse della popolazione locale.
La Compagnia, peraltro, incarnò così profondamente lo spirito privatistico da concedere persino ai propri dipendenti l’autorizzazione a commerciare per conto proprio nelle regioni d’oltremare. In Comunismo n. 94 abbiamo già esaminato il ruolo della Compagnia delle Indie Orientali, nota per il “saccheggio indiscriminato” e le “estorsioni di denaro ai membri della classe dirigente moghul”, azioni che simboleggiano il carattere predatorio del colonialismo inglese in India. La voracità della Compagnia delle Indie Orientali raggiunse livelli tali che il governo britannico dovette intervenire per salvaguardare il proprio dominio sulla regione. Nel 1793, con il Permanent Settlement Act, si formalizzò la suddivisione delle entrate tra la Compagnia e i proprietari terrieri (zamindari). Successivamente, il Charter Act del 1813 tentò di aprire il mercato attraverso un sistema di licenze, mentre il Charter Act del 1833 pose fine al monopolio della Compagnia, segnando l’inizio della colonizzazione ufficiale dell’India. Infine, nel 1857, a seguito della violenta Rivolta dei Sepoy già descritta in Comunismo 97, la Corona prese direttamente in mano il controllo del subcontinente per tutelare i propri interessi strategici.
Sulla fine della Compagnia vale la pena citare direttamente Karl Marx che scrisse un efficace epitaffio per la Compagnia delle Indie Orientali: «Essa non muore da eroe, bisogna confessarlo; ha barattato il suo potere, così come vi si è intrufolata dentro, un pezzo dopo l’altro, al modo degli uomini d’affari. Tutta la sua storia, in realtà, è fatta di compere e vendite: avendo cominciato con l’acquisto di sovranità in moneta sonante, ora ha finito col rivendicarla. È caduta, non in battaglia campale ma al colpo di martello del banditore all’asta pubblica, nelle mani del miglior offerente. […] Nel 1858, dopo aver preso verso gli azionisti l’impegno solenne di opporsi con tutti i mezzi costituzionali al trasferimento dei poteri di governo della Compagnia delle Indie Orientali alla corona britannica, accetta quel principio e dà parere favorevole a una legge che, per la Compagnia, è una condanna a morte, ma assicura emolumenti e posticini ai suoi direttori. Se la morte di un eroe, come dice Schiller, ricorda il tramonto del sole, l’exit della compagnia delle Indie assomiglia piuttosto a un compromesso fra un fallito e i suoi creditori» (New Daily Tribune, 24 luglio 1858).
Aldilà della Compagnia delle Indie Orientali, occorre analizzare il processo di trasformazione del mercato indiano che ebbe inizio con il Charter Act del 1813. Questa riforma ha segnato una vera e propria trasformazione per l’India. Infatti, a partire dal 1813 avviene la distruzione del sistema manifatturiero locale. Del resto, «per quanto mutevole debba apparire il volto politico del passato storico dell’India, le sue condizioni sociali rimasero inalterate dall’antichità più remota fino al primo decennio di questo secolo. Il telaio e il filatoio a mano, intorno ai quali crescevano miriadi e miriadi di filatori e tessitori, erano i perni di questa società. Da tempi immemorabili, l’Europa importava stupendi tessuti prodotti dalla manodopera indiana, scambiandoli contro i suoi metalli preziosi, e così fornendo la materia prima all’orafo, membro indispensabile di una società come quella indiana il cui amore dei gingilli è così grande, che persino le classi inferiori, gli uomini che vanno in giro seminudi, portano di solito orecchini d’oro e questo o quell’ornamento d’oro intorno al collo. Fu l’invasore inglese a spezzare il telaio e il filatoio a mano. L’Inghilterra cominciò a espellere le cotoniere indiane dal mercato europeo, poi introdusse nell’Indostan i suoi filati ritorti; infine, inondò dei suoi manufatti cotonieri la patria stessa del cotone. Dal 1818 al 1836, l’esportazione di ritorti inglesi in India crebbe nel rapporto di 1 a 5200. Nel 1824, l’esportazione di mussole britanniche in India non raggiungeva neppure il milione di yarde; nel 1837, superava i 64 milioni. Nello stesso tempo, la popolazione di Dacca precipitava da 150.000 a 20.000 abitanti. Questo tramonto di città indiane celebri per i loro tessuti non fu certo la conseguenza più grave: il fatto è che il vapore e la scienza britannici sradicarono dall’intera superficie dell’Indostan la combinazione fra industria agricola e industria manifatturiera» (K. Marx, New York Daily Tribune, 25 giugno 1853).
Infatti, mentre si liberalizzava il mercato indiano, riducendo il potere della Compagnia delle Indie, si accelerava il processo di trasformazione dell’India da regione storicamente esportatrice di manufatti a regione importatrice di manufatti ed esportatrice di materie prime. Questo andamento lo troviamo ben sintetizzato nella seguente tabella:

Occorre definire meglio come funzionava il sistema di drenaggio di valore dall’India e come si è evoluto dal periodo della Compagnia delle Indie a quello propriamente coloniale. A partire dal Charter Act del 1833, allentata la morsa della Compagnia delle Indie Orientali nella regione, le esportazioni indiane verso la Gran Bretagna erano drasticamente diminuite mentre crescevano in modo importante le importazioni.
Dal 1857, con la completa liberalizzazione del commercio in India, senza passare per i porti britannici, le esportazioni partivano direttamente dall’India verso i paesi con cui l’Impero britannico manteneva un deficit commerciale. Il governo britannico impose agli importatori stranieri di materie prime indiane di effettuare le transazioni solo previa conversione delle valute estere, in oro o argento, in banconote speciali chiamate special Council bills emesse a Londra. Questo sistema assicurava depositi di oro sufficienti per coprire l’emissione di questa cartamoneta. Quindi i produttori indiani di materie prime venivano pagati con queste banconote speciali, recandosi presso un ufficio coloniale preposto nelle varie località dell’India, che convertiva queste banconote in rupie. La conversione non avveniva per l’ammontare del valore delle proprie merci, bensì per un valore corrispondente a circa un terzo delle tasse riscosse nella regione; infatti la conversione dei Council bills in rupie era soggetta al budget coloniale. In altre parole, invece di pagare di tasca propria le merci indiane, i commercianti britannici le acquistavano “comprando” da contadini e tessitori con il denaro loro sottratto con il sistema di tassazione. Mentre l’oro depositato in valuta estera per emettere le Council bills, restava in patria. Si calcola che il drenaggio di valore ottenuto con questo sistema dal 1765 al 1938 ammontasse a circa 44.6 trillioni di dollari. Così funzionava tecnicamente lo scambio ineguale in India.
E inoltre, proprio a causa di drenaggio di valore, i produttori indiani si trovavano crescentemente indebitati, per cui l’altra ingente fonte di ricchezza era data dagli interessi sui prestiti, che in misura differente venivano applicati su una popolazione largamente indebitata. A questo sistema di drenaggio di valore, occorre aggiungere il semplice sovraprofitto ottenuto perché «ivi il saggio di profitto è più alto a causa del più basso sviluppo industriale e, grazie all’impiego di schiavi, coolies, etc. o in generale al più alto sfruttamento del lavoro» (Il Capitale, III libro, cap.XIV, par.5).
Dunque, l’India nella seconda metà dell’Ottocento, completando il processo di trasformazione da esportatore a importatore di manufatti, si trasformò in esportatore di materie prime a basso costo e assorbitore delle esportazioni britanniche. Si stima che nel 1870 un quinto delle esportazioni della Gran Bretagna fossero indirizzate all’India, che diventava il primo importatore di beni britannici.
Da un punto di vista marxista, sarebbe poco significativo cercare di tracciare l’origine di ogni singolo penny ottenuto col commercio coloniale in India per capire come la borghesia britannica ne abbia tratto vantaggio. Uno studio del genere non solo sarebbe di difficile attuazione, ma si rivelerebbe anche poco utile: non permetterebbe infatti di comprenderne la realtà attraverso la lente della lotta di classe. Invece, l’approccio marxista che ignora il dettaglio individuale e si concentra invece sulle dinamiche collettive, è in un certo senso simile a quello che ha spinto Gibbs a inaugurare la termodinamica statistica, dimostrando l’inutilità di studiare il comportamento di ogni singola particella per comprendere le leggi generali della materia.
Di notevole interesse, è il recentissimo studio dell’accademica Kabeer Bora (The Drain Gain: An investigation into how colonial drain helped keep British economy buoyant) che ha analizzato il ruolo della dominazione britannica dell’India come controtendenza alla caduta del saggio del profitto britannico.
Prima di entrare nel merito di quanto rileva questo studio, ci sembra necessario ribadire nei termini più generali gli effetti di contrasto alla caduta del saggio del profitto dato del colonialismo britannico. Quanto più esteso e popolato è il dominio economico, tanto maggiore è l’unità di esercizio e proporzionalmente inferiori i costi di produzione, tanto maggiore potrà essere il grado di specializzazione e la divisione del lavoro, tanto maggiore la dislocazione di industrie in luoghi in cui le condizioni naturali siano più favorevoli e maggiore sarà la produttività del lavoro. «Un’industria come quella inglese che fino agli anni ‘70 (dell’Ottocento N.d.R) era l’«officina del mondo», poteva attuare con questa produzione di massa una divisione del lavoro e in questo modo un aumento della produttività e un risparmio delle spese, quale esso non fu possibile per decenni in nessun altro posto al di fuori dell’Inghilterra» (Henryk Grossmann, Il Crollo del Capitalismo, ed. Mimesis)
Sappiamo che il saggio del profitto cresce in funzione inversa del prezzo della materia prima e abbiamo visto come il sistema coloniale britannico sistematicamente sotto pagava le merci importate dall’India, con il sistema di drenaggio di valore, mentre l’India si trasformava in paese esportatore di materie prime.
Ora rimembriamo che è una tesi classica della nostra scuola l’affermazione che il commercio mondiale incide sul saggio del profitto: del resto Marx rimprovera proprio a Ricardo di misconoscere questo influsso (Il Capitale, III libro, cap. VI, par.I). Del resto, «egli non vede di quale enorme importanza per l’Inghilterra, per esempio, sia il procurarsi materie prime per l’industria a buon mercato, non si accorge che in questo caso, sebbene i prezzi si ribassino, il saggio di profitto sale» (Storia delle teorie economiche, II libro, parte I, cap.4).
Come all’interno del capitalismo pensato isolatamente gli imprenditori che si sono dotati di una tecnica progredita superiore alla media sociale che vendono le loro merci a prezzi sociali medi, conseguono un extraprofitto, a spese di quegli imprenditori, la cui tecnica rimane al di sotto della media sociale, allo stesso modo sul mercato mondiale i paesi ad alto sviluppo tecnologico conseguiranno sovraprofitti a spese di quei paesi il cui sviluppo tecnico ed economico è arretrato.
Tuttavia, non a causa di questo si deve credere, come faceva Rosa Luxemburg, che l’industrializzazione del settore primario nelle colonie costituisca «l’inizio della fine» del modo di produzione capitalistico.
Oggi una tale affermazione, ovviamente, è stata smentita dalla storia. Tuttavia, per anticipare alcuni argomenti utili per comprendere la fase post-coloniale, ci sembra utile citare di nuovo Grossmann «se un paese agricolo passa alla produzione di stoffe tessili che sinora aveva importato dall’Europa, allora diminuirà l’esportazione europea di questo articolo, crescerà però l’esportazione di filo di cotone, di macchine utensili, di coloranti, e accanto a queste anche l’esportazione di numerosi altri articoli, dei quali prima non esisteva alcun bisogno e che si sviluppano con l’aumento della forza d’acquisto dei paesi nuovi: tutte le macchine complesse, la produzione di macchine per cellulosa, macchine da stampa …».
Recuperati i termini generali della questione, possiamo analizzare i risultati di Kabeer Bora. Per ovvii motivi non possiamo analizzare nel dettaglio la metodologia che ha utilizzato per analizzare il saggio del profitto e il drenaggio di valore dall’India alla Gran Bretagna, quel che ci interessa è cogliere il senso di questa analisi, non entrare nel merito di come è stata calcolata e validata statisticamente.
Nella figura seguente possiamo visualizzare l’andamento del saggio del profitto britannico e del drenaggio del valore.

Dall’analisi di regressione statistica, Kabeer Bora evince che un incremento della sottrazione di plusvalore dall’India dell’1% fosse tale da permettere un incremento del 9% del saggio del profitto britannico. La leva del colonialismo non poteva essere meglio esplicata.