[RG-35] La questione militare Pt.2
Categorie: Agrarian Question, Belgium, England, French Revolution, Germany, Military Question, Party Doctrine, Primitive Communism, Russia, Switzerland
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La questione militare e il proletariato
Nel corso dell’esposizione di cui abbiamo dato nell’ultimo numero le linee generali, vedremo come il proletariato – la classe più rivoluzionaria della storia, perché lotta per nascere fisicamente fino al momento della sua dissoluzione – si batta per formarsi nelle tre fasi del suo sviluppo storico: nascita fisica, nascita come classe che si costituisce in partito politico, formazione in classe dirigente che si costituisce in Stato dittatoriale. Storicamente esso combatte per esistere materialmente lottando a fianco della borghesia, poi per costituirsi in classe e, infine, per estendere la proletarizzazione della società prendendo con la violenza il potere politico (per es. Russia 1917). E’ quindi attraverso queste tre fasi storiche che dobbiamo seguire il fenomeno della nascita della classe proletaria.
Il problema delle alleanze
Data la struttura locale e nazionale della borghesia ed i suoi interessi antagonistici, le sue lotte si muovono in modo sinuoso e contraddittorio, e le diverse rivoluzioni borghesi, pur avendo la stessa natura, non presentano gli stessi caratteri, per il fatto che avvengono successivamente nello spazio e nel tempo, quindi in diverse condizioni di maturità delle forze produttive locali e generali. Inoltre, le zone che via via entrano nella lotta possono avere forme sociali di produzione differenti: in Europa, la lotta rivoluzionaria della borghesia si svolge contro rapporti sociali feudali poggianti sulla base della proprietà privata, mentre nel resto del mondo prevale la proprietà comune.
Dovunque, però, la ruota della storia gira irresistibilmente, sia pure con velocità diversa. Nelle stesse fasi di rinculo controrivoluzionario, le forme sociali continuano a svilupparsi, preparando nel sottosuolo potenzialità superiori a quelle che le forze reazionarie avevano potuto vincere precedentemente, cosicché la possibilità di marcia in avanti della storia diventano sempre maggiori.
Poiché i proletari si trovano coinvolti nella maggior parte delle lotte rivoluzionarie borghesi, il loro obiettivo segue, in questa fase, il corso sinuoso del movimento borghese.
Assistiamo quindi a situazioni storiche che possono sembrare, a chi non abbia una visione chiara del moto della storia, paradossali, ingarbugliate, assurde, perfino contro natura.
Così avviene che le due classi antagoniste per natura – la borghesia ed il proletariato – abbiano interessi “comuni” contro forze sociali precapitalistiche e quindi possano allearsi per separarsi in seguito o approfittare l’una della vittoria dell’altra, in quella che noi chiamiamo “rivoluzione doppia”: il trionfo sulle forze assolutiste è allora strappato non dalla borghesia, che pur avrebbe interesse a farlo, ma dal proletariato, che più tardi può dalla stessa borghesia essere battuto senza che la sua sconfitta sia stata storicamente vana.
In quanto dall’urto armato può dipendere la vittoria di una forza sociale o dall’altra, è evidente qui l’importanza che assume il gioco delle alleanze per l’affermazione e l’egemonia dell’una o dell’altra classe e dei relativi scopi. E’ dunque vitale sapere se il proletariato si mette al servizio della borghesia come suo strumento lasciandole la direzione ed i benefici del moto rivoluzionario, o se conserva la sua autonomia per realizzare le finalità sue proprie. Ma quando il proletariato può avere finalità sue proprie e disporre dei mezzi corrispondenti per realizzarli? Quando è divenuto una classe, cioè quando si è sviluppata una nazione capitalistica evoluta, il che non è vero solo del proletariato in questione, ma anche degli embrioni di strati proletari (industriali e contadini) in cui il proletariato non è ancora “classe nazionale”. Non è questo un punto di “tecnica rivoluzionaria”, ma un punto fondamentale che deciderà l’esito della lotta: l’internazionalismo della battaglia proletaria e dei suoi fini.
Ricordiamo però che anche quando il proletariato lotta apparentemente senza coscienza alcuna di classe e per scopi non suoi, sotto l’ala della borghesia, esso prepara già il terreno del proprio sviluppo e della propria esistenza e che, soprattutto, in quello stadio storico della stessa borghesia è ancora rivoluzionaria nel duplice senso che: a) abbatte le forze reazionarie che intralciano lo sviluppo di una produzione moderna; b) favorisce la formazione sociale del proletariato liberando il lavoro da ogni vincolo feudale e opponendolo direttamente al capitale. E’ quindi nell’ordine delle cose che il marxismo abbia il suo punto di partenza non nella prima rivoluzione proletaria, ma nel momento in cui la borghesia lancia il suo primo attacco rivoluzionario all’ancien regime: è da tutta questa lotta immensa che si sviluppa il suo programma.
Prime rivoluzioni borghesi e proletariato nascente
Più che lo sviluppo del primo Stato capitalista del mondo nell’Italia del Sud – nel 13° secolo, ed il suo prolungamento nei Comuni cittadini, dove il mercantilismo crea le basi di una prima forma di produzione capitalistica – ci interessa qui delinearne gli aspetti sociali, ricordando: 1) come il capitale accumulato in Italia poggiasse, prima che sul commercio, sulla grande proprietà fondiaria controllante l’approvvigionamento delle città, ed esportatrice di derrate alimentari; 2) come le ricchezze monetarie così accumulate si riversassero in una piccola industria soprattutto tessile che attingeva le sue materie prime prevalentemente nel Nord (Inghilterra per la lana, Fiandra per il lino e per le tele grezze da trasformare e tingere), ed era quindi vitalmente legata al mercato internazionale sul quale tornavano i suoi prodotti finiti (fiere della Champagne); 3) come, contrariamente agli artigiani, gli operai non lavorassero per una clientela diretta, ma per dei mercanti imprenditori che possedevano gli strumenti di lavoro, disponevano del monopolio del lavoro salariato, fissavano arbitrariamente i salari ed i fitti escludevano gli operai da ogni partecipazione alla vita politica, negavano loro il diritto di coalizione, colpivano di pena di morte lo sciopero. Nell’impossibilità di migliorare gradualmente e pacificamente le loro condizioni di vita, gli operai ricorrono spesso alla violenza, di cui tutta la sotria dei Comuni italiani è punteggiata. Abbiamo qui, in piccolo, una prefigurazione di quelle che saranno le condizioni invarianti di vita e di lotta del proletariato moderno.
Bloccato nel suo sviluppo in Italia e Fiandra, il capitalismo mercantilista prosegue la sua marcia in Inghilterra. Ma già questa prima disfatta ci insegna delle cose interessanti sulla situazione del proletariato nascente. Non è tanto lui ad essere vinto, quanto la borghesia rivoluzionaria. Infatti, la Guerra dei Cent’anni imepdisce il rimborso delle gigantesche somme prese a prestito dai banchieri itlaiani, che quindi in grande parte falliscono, e chiude ai mercanti il mercato inglese. Analoghi effetti hanno le lotte tra Papato e Impero, e l’avanzata dei turchi e dei magiari in Oriente: impotenti a resistere all’urto, le grandi repubbliche mercantili decadono, le città divengono preda di una piccola borghesia avida e reazionaria, il cui peso sul proletariato è ancora più oppressivo di quello della grossa borghesia mercantile: le corporazioni dominano il campo, la regolamentazione dei misteri soffoca lo sviluppo delle forze produttive, la miseria crescente dei salariati impedisce loro di prendere partito per il modo di produzione più progressivo.
L’asse dello sviluppo economico e sociale si sposta quindi verso il Centro Europa, dove appunto sulla base del capitale mercantile divampa la lotta contro il feudalesimo: è esso la forza sociale che dirige i moti delle città e delle campagne contro i signori feudali, anche se non si insisterà mai abbastanza sul ruolo rivoluzionario che in questa lotta ebbe la classe contadina, unica classe asservita. La lotta rivoluzionaria dei contadini segue, evidentemente il grado di sviluppo sociale dei singoli paesi e dell’insieme della Europa. Ma parte da una base e tende verso fini dfiversi a seconda che la sua azione si fonda sul lotto di proprietà privata che riesce a difendere contro le ingerenze della gerarchia feudale accaparratrice delle terre comunali, o invece sulla proprietà comune del suolo che riesce a mantenere contro le usurpazioni dei feudatari.
Contadini e proprietà privata
Diamo uno sguardo ai paesi in cui il processo di eversione del sistema feudale e di proletarizzazione del contadiname fu più tipico:
- In Svizzera, il feudalesimo non potè mettere solide radici a causa dell’indipendenza dei suoi abitanti disseminati in una regione aspra e montagnosa favorevole allo sviluppo della proprietà privata. La resistenza contro le forze feudali straniere della Borgogna e dell’Austria permise ai contadini di trionfare nei loro interessi immediati, ma dxella loro vittoria approfittarono socialmente gli artigiani e i mercanti (specie nella valle del Reno), i quali ben presto assoldarono la forza militare dei contadini stagionali che servirono in tutta l’Europa da mercenari e condottieri alle forze progressive in lotta contro la reazione feudale.
- Il movimento iniziato in Svizzera si sviluppa e si completa in Inghilterra. Qui, dove uno strato contadino libero si era già formato nel corso del Medioevo (non senza lotte sanguinose, anche se sporadiche), il capitalismo trova un terreno particolarmente favorevole grazie al livello raggiunto dalle forze produttive nel commercio e nell’artigianato. Ma il movimento non si arresta qui: una gran parte dell’aristocrazia si imborghesisce e, nei secoli XVI e XVII, si allea coi fittavoli, la burocrazia statale, la finanza legata al commercio internazionale e i manifatturieri: le terre dei contadini vengono usurpate e i beni della Chiesa confiscati a favore dei grandi affittuari, mentre lo sviluppo della manifattura trasforma gli arativi in pascoli per le greggi che costituiscono i campi della free yeomanry, il contadiname libero, finché poi il Parlamento emana le leggi sulle recinzioni (enclosures) delle terre comunali, già in atto malgrado l’accanita resistenza contadina: ecco realizzarsi il processo di espropriazione dei lavoratori, condizione dello sviluppo della produzione capitalistica. Parallelamente, nelle città, anche il ceto artigiano piccolo-borghese, già nerbo insieme ai contadini liberi dell’esercito di Cromwell, viene schiacciato con la forza e pauperizzato sotto il ruollo compressore della manifattura: ma la proletarizzazione avviene sopratutto nelle campagne, dove i lavoratori della terra espropriati attraverso un’offensiva di una violenza inaudita si sdoppiano in modo fecondo in salariati agricoli e in salariati dell’industria. E’ nato nel ferro e nel fuoco il proletariato inglese.
Questi sarà tuttavia in grado di combattere contro la propria borghesia solo quando il capitalismo si sarà reso interamente padrone della società inglese subordinando a sè l’aristocrazia fondiaria soprattutto con le riforme elettorali del 1831, l’abolizione dei dazi sui cereali nel 1846, – arma del trionfo della borghesia industriale non solo sulla grande borghesia terriera ma sulle frazioni di capitalisti ad essa legati, – e l’inizio della grande espansione commerciale e imperiale britannica. Non a caso in questo periodo si colloca anche la fase più accesa e battagliera delle lotte proletarie, quella del cartismo: il proletariato dà il suo appoggio alla borghesia contro l’aristocrazia fondiaria e nello stesso tempo comincia a porre rivendicazioni proprie; ma vittima della ripresa economica seguita al 1847, si troverà praticamente inerme e passivo quando, un anno dopo, scoppierà la rivoluzione europea. Costituito in partito politico autonomo e quindi in classe, il proletariato inglese è vinto prima della battaglia decisiva per i suoi obbiettivi storici. - In Francia, la rivoluzione del 1789 avviene in condizioni di maturità eccezionale. Anche qui il capitalismo si era sviluppato nell’agricoltura (non a caso la Francia è la patria del fisiocratismo), e affitturari e proprietari fondiari avevano cominciato ad allearsi per sviluppare nelle campagne la produzione capitalistica. Ma il processo di espropriazione dei lavoratori della terra si scontro in una resistenza accanita, e la violenza vi ha un ruolo eccezionale, suscitando a sua volta da parte dei contadini una violenza non meno forte e diretta sia ad abbattere le forme di sfruttamento feudale gravanti sulle loro spalle, sia ad espropriare i signori e il clero delle terre comunali usurpate. In tal modo i contadini allargano e generalizzano la proprietà particellare a aprono il libero accesso alla terra. E’ in questi interessi materiali immediati che il contadiname e la rivoluzione francese attingono le loro forze vive e la loro violenza, ritardando però nello stesso tempo lo sviluppo capitalistico nell’agricoltura e in parte anche nell’industria, e gettando le basi delle tendenze piccolo-borghesi così tenaci nella Francia del secolo successivo e rappresentate dagli ambienti democratici, repubblicani e proudhoniani.
La forza rivoluzionaria del contadiname francese si espresse tuttavia ancora nella difesa delle conquiste della rivoluzione contro la reazione assolutistica all’interno dell’edificazione dello Stato borghese militare, e nella protezione della repubblica contro gli attacchi dell’assolutismo feudale centro-europeo alleato col concorrente borghese britannico: negli eserciti rivoluzionari e in quelli napoleonici, la classe contadina francese seppe riportare vittorie clamorose liberando un certo numero di paesi europei dai vincoli economici e politici feudali. Ma era qui, anche, il nec plus ultra delle sue aspirazioni e del suo compito storico: chiuso entro l’orizzonte borghese, il contadiname particellare assicura d’ora innnzi la stabilità sociale della broghesia capitalistica regnante sull’insieme della società, sommergendo il giovane proletario babouvista chiuso nei sobborghi della capitale, e rappresentando fino alla Comune ed oltre l’indispensabile cuscinetto ammortizzatore dei grandi scontri di classe.
Contadini e proprietà comune
Esiste tuttavia un altro contadiname rivoluzionario che ha legato la sua azione non alla proprietà privata particellare, bensì alla difesa della proprietà comune contro i signori feudali, – il che spiega perché, ad es., in Germania il movimento di Münzer non abbia fatto precipitare al livello feudale, piccolo borghese e borghese, la classe contadina tedesca.
- Germania. E’ in Germania che il marxismo nacque d’un blocco solo, nel 1848, e non a caso, perché ivi a causa dell’impotenza rivoluzionaria della borghesia nazionale, sotto l’egida dello stato prussiano, solo la classe dei lavoratori poteva far avanzare la ruota della storia prendendo la direzione del movimento e imponendo la su forza e il suo programma a tutto il popolo: ivi, «la rivoluzione di un popolo e l’emancipazione di una classe particolare della società borghese coincidevano».
Ma questa situazione era il frutta di una lunga storia di secoli durante i quali la Germania aveva consumato le sue energie nella difesa dell’«Occidente avanzato» prima, sotto la pressione dei grandi Stati vicini, più tardi, infine e soprattutto in seguito alla sanguinosa repressione della guerra contadina del Cinquecento e, in particolare, della sua manifestazione estrema, la rivolta di Münzer, «questo rappresentante della classe posta completamente al di fuori della società ufficiale, cioé dei primi elementi del proletariato che presentisce il comunismo» (Engels).
Il fallimento di quel grandioso tentativo rivoluzionario, i cui bagliori di fuoco riempivano ancora di spavento i borghesi del 1848-50, ebbe sulla situazione della classe contadina tedesca conseguenze di vasta portata. Anzitutto il contadiname venne sottoposto ad uno sfruttamento anche peggiore di quello della sua controparte russa, e abbandonato totalmente alla mercé del signore feudale. Occorreva che le forze rivoluzionarie di Napoleone – formate essenzialmente da figli di liberi contadini – calpestassero il suolo tedesco per infrangere questa situazione: il 14 ottobre 1806, in un sol giorno, tutto lo stato prussiano volò in pezzi e i contadini festeggiarono, a ragione, questo giorno ancor più del lontano 18 marzo 1848. Ma, sul piano pratico, il contadino si vedrà ben presto carpire i frutti dell’«emancipazione» napoleonica, giacché non solo il celebre editto del 9 ottobre 1807 che sulla carta aveva abolito il servigio feudale restò lettera morta ma quattro successive ordinanze dal 1808 al 1810 ne aggravarono le condizioni, e solo quando Napoleone mosse guerra alla Russia ed ebbe bisogno di forze fresche, il nuovo editto del 14.11.1811 raccomandò a contadini e signori di accordarsi pacificamente per eliminare le corvées e altri oneri feudali entro un periodo di due anni, trascorsi i quali un’apposita commissione regia sarebbe intervenuta di autorità. Ma la nobiltà non si scompose, Napoleone era di ritorno che i due anni erano già trascorsi e, dopo il suo crollo definitivo, l’ordinanza del 15-5-1816 lasciò l’iniziativa della liquidazione dei carichi feudali alla discrezione dei signori che ne approfittarono per riprendersi, con l’aiuto dello Stato assolutista, anche il poco che avevano perduto.
Wolf, cui Marx, dedicò il Capitale, calcolava che l’insuccesso della violenza contadina avesse fruttato alla reazione, dopo il 1816, un miliardo di marchi. Contro gli infami sistemi di riscatto dei carichi feudali, nel 1848, i contadini scatenarono di nuovo la loro violenza, soprattutto in Slesia, distrussero castelli e bruciarono le carte relative agli accordi sulla liquidazione degli oneri feudali; ma, quando la nuova sconfitta consolidò il ministero reazionario Brandenburg-Manteuffel, l’editto del 2-12-’48 ristabilì l’antico sistema di riscatto e poco dopo sotto la pressione della rivoluzione, nel marzo 1850, un’ordinanza prescrisse la trasformazione dei canoni fondiari in natura in canoni in denaro, aprendo la via all’introduzione del capitalismo in agricoltura. Così altri miliardi furono estorti e, servendo da fondo di accumulazione, permisero un rapido sviluppo anche dell’industria, il cui livello di esportazione sul mercato mondiale superò ben presto quello degli Stati Uniti avvicinandosi a quello della Gran Bretagna.
Comunque, vediamo come sia la lotta di classe condotta ad oltranza – la violenza – uno dei fattori essenziali dell’insediamento e dello sviluppo ulteriore delle strutture economiche moderne. Non si tratta per noi di eventi storici morti: Marx non solo seguì con ansia le ripercussioni dell’insuccesso dei moti contadini in Germania, ma ancora nel 1856 pensava che quell’energia rivoluzionaria esistesse ancora, se collegata a quella del proletariato tedesco e internazionale: «Tutto il problema – scriveva contro Lassalle – consiste in Germania nel sostenere la rivoluzione proletaria con una nuova edizione della Guerra dei contadini». La sua prospettive del 1848 era questa: il proletariato francese, malgrado il suo debole sviluppo, attacca direttamente la borghesia e la sua pletorica alleata, la piccola borghesia, per impadronirsi del potere, mentre il proletariato tedesco, appoggiandosi su una «Parigi rossa» e sul contadiname in rivolta, distrugge le vestigia delle forme precapitalistiche e muove guerra a quelle stesse forze nell’Est europeo.
Si vede bene qui come la ruota della storia abbia rapidament egirato, le rivoluzioni anticipando sempre, quando falliscono, sullo sviluppo storico successivo. Nel 1917 la parola d’ordine era l’aiuto del proletariato tedesco al debole proletariato russo in lotta contro l’assolutismo zarista prima, per i suoi propri fini di classe poi. La Prussia assolutista, nel 1849 alleatasi con le forze reazionarie dello zarismo per frenare il moto rivoluzionario, era nel ’17 pienamente capitalista, e fu la rivoluzione proletaria russa a trasmettere il fuoco dell’incendio rivoluzionario socialista alla Germania. - La Russia, con le sue strutture arretrate, fungeva al tempo di Marx da gendarme reazionario in Europa al soldo dell’Inghilterra. Per spiegarne la situazione sociale e le prospettive rivoluzionarie. Marx dovette risalire alla storia del 12° sec., quando il feudalesimo russo indietreggiò di fronte all’ondata mongola. Come in Germania, la proprietà comune vi rimaneva vivace; come in Germania, le prospettive di rivoluzione borghese vi erano scarse: il comunismo trovava invece un alleato potente nella comune agricola: la Russia poteva sfuggire alla fatalità del passaggio per il capitalismo «perché, grazie ad una combinazione di circostanze uniche, la comune rurale [che per Marx non era affatto una «particolarità russa»; egli ricorda come sopravvivesse nel suo distretto di Treviri], ancora stabilita su scala nazionale, può gradualmente spogliarsi dei suoi caratteri primitivi e svilupparsi come elemento di produzione su scala nazionale». Ecco quindi, nella prefazione del 1882 all’edizione russa del Manifesto, la grande ipotesi: «L’obscina russa, questa forma in gran parte già minata dall’antichissima proprietà comune del suolo, può passare direttamente alla forma comunista superiore di possesso collettivo della terra, o dovrà prima attraversare lo stesso processo di disgregazione che costituisce lo sviluppo storico dell’Occidente? La sua risposta possibile oggi è: se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda, allora l’odierna proprietà comune della terra in Russia potrà servire come punto di partenza ad uno sviluppo in senso comunistico».
In seguito, Marx ed Engels guardarono con ansia allo sviluppo del capitalismo e alla parallela dissoluzione della proprietà comune in Russia. Si sarebbe posta all’ordine del giorno una rivoluzione borghese pure e semplice? La risposta bolscevica fu netta: il proletariato russo, in stretto legame col contadiname, avrebbe preso su di sé, trovando il suo unico e vero appoggio nel proletariato dell’Europa progredita, il compito di una doppia rivoluzione, nella quale la dissoluzione delle strutture economiche e sociali accelerata dalla guerra le avrebbe imposto di applicare nelle campagvne il programma agrario dei socialisti rivoluzionari sotto la direzione bolscevica e nel quadro della dittatura comunista, poggiante sulla violenza proletaria e canalizzante la violenza del contadiname povero.
Economicamente, il contadiname comunista-primitivo russo non ha potuto essere salvato, ma esso ha fatto trionfare col proletariato industriale la rivoluzione socialista. La controrivoluzione staliniana doveva abbassare questa classe ad un livello inferiore allo stesso livello borghese, alla forma piccolo-borghese dei cholchos. Solo una aprte di essa costituisce oggi il proletariato industriale, che sarà domani il becchino del capitalismo russo. Questa sorte era stata risparmiata al contadino tedesco che, all’Est, formava il grosso dell’esercito proletario quando la borghesia fu al potere.
D’altra parte, la vittoria della controrivoluzione in Russia e in Europa non ha potuto impedire alla proletarizzazione di continuare nel mondo intero. Tale è il risultato dell’immenso moto rivoluzionario dei paesi coloniali di questo dopoguerra, in cui la classe contadina ha giocato un ruolo di primo piano pur movendosi sul terreno borghese. Malgrado la controrivoluzione, essa, pur con tutti i suoi limiti, è divenuta l’esecutrice testamentaria delle decisioni del congresso di Baku della III internazionale.
La lotta del proletariato, classe per il capitale
Piccolo schema teorico
Abbiamo analizzato fin qui la formazione del proletariato a partire dal piccolo produttore agricolo, e non seguiremo in dettaglio la sua formazione partendo dalla decomposizione di piccolo borghesi, artigiani, piccoli industriali, bottegai ecc. poiché essa è relativamente secondaria: la loro lotta è incosciente e la storia ama ironizzare a spese loro e di chi vi lega la propria sorte. La situazione economica e la direzione politica – borghese e raramente proletaria – decidono del destino di queste categorie ibride. Quando esse combattono per finalità proprie contro la borghesia, è una lotta perduta in partenza perché è reazionaria e mira a salvare dalla rovina la loro esistenza in quanto classi medie. «Se sono rivoluzionarie, lo sono in vista del loro imminente passaggio al proletariato; ma allora non difeondono i propri interessi presenti, bensì i propri interessi futuri; abbandonano quindi il loro punto di vista per adottare quello dei proletari» (Manifesto).
Consideriamo ora la lotta del proletariato quando «non è ancora una classe per sè, ma lo è già per i capitalisti che lo sfruttano («Miseria della filosofia»). Nella sua lotta contro la nobiltà, la borghesia aveva conservato durante un certo tempo per tradizione, le concezioni teologiche. Allo stesso modo il proletariato, all’inizio, prese a prestito le concezioni giuridiche e sociali del suo avversario, la borghesia, e vi cercò delle armi: il suo terreno giuridico rimase salvo limitate aggiunto o varianti, quello della borghesia.
Lo schema delle lotte che si svolgono in questa fase dello sviluppo proletario è il seguente: Da una parte, il giovane proletariato estende la rivendicazione dell’uguaglianza in modo da completare l’eguaglianza giuridica con quella sociale. Dall’altra, afferma il diritto al lavoro, il diritto all’esistenza e la rivendicazione di una «giusta ripartizione» del frutto del lavoro.
Ma ben presto il proletariato avverte che mantenere queste rivendicazioni su un piano puramente giuridico non significa affatto eliminare i mali generali del modo di produzione capitalistico.
Di qui l’abbandono del terreno giuridico da parte dei migliori teorici fra i primi socialisti (Saint-Simon, Fourier e Owen) e la loro tendenza a svalutare persino l’efficacia della lotta politica.
Ma il rigetto della lotta politica da parte degli utopisti risulta in pratica irrealizzabile, perché la classe operaia trova nella lotta di classe l’unico campo di attività possibile per la difesa dei propri interessi. Solo dei dottrinari potevano nutrire illusioni e propagandare errori come quello ben noto che l’appropriazione di plusvalore è un furto e che le classi privilegiate intascano un reddito senza una contropartito alla società. «Essi ignorano completamente che le classi dominanti, nella fase ascendente del loro sviluppo, svolgono ben determinate funzioni sociali e appunto perciò sono le classi dirigenti». I capitalisti hanno quindi storicamente un «diritto» al plusvalore, che il giovane proletariato riconosce loro per i servizi che rendono alla società aumentando le forze produttive rispetto al modo di produzione precedente; e di fronte a questo «privilegio» la sua lotta momentaneamente si arresta. (In Saint-Simon, gli industriali non figurano tra gli oziosi e, fra i redditi parassitari», non trova posto il profitto). Fissato il principio che al capitalista spetta il prelievo di una parte del prodotto del lavoro dell’operaio, si tratta quindi di stabilirne la grandezza in rapporto a quella che va all’operaio. L’evoluzione storica della lotta è dunque chiara: il diritto al lavoro e la giusta ripartizione del prodotto del lavoro, che rappresentano l’affermazione, la difesa e la diffusione del capitalismo, diventano parole d’ordine di difesa economica del proletariato, e non appena brandite dai proudhoniani, si trasformano nella rivendicazione dell’«integrità del prodotto al lavoratore», della difesa di lavoratori in possesso degli strumenti di produzione e ansioni di mantenere una società basata sulla proprietà privata e sullo scambio. Il contenuto reazionario, demagogico e ingannevole di tali rivendicazioni e parole d’ordine in quanto riprese dai proletari senza riserve del capitalismo avanzato è ovvio: il comunismo rivendica al contrario il ritorno dei mezzi di produziuone e dei prodotti a tutta la umanità lavoratrice; ma ciò presuppone l’azione rivoluzionaria della classe proletaria, e significa l’eliminazione di ogni proprietà di persone o gruppi di là della società capitalistica.
Tra le prime e confuse formulazione del proletariato e il suo programma integrale, v’è – come vedremo in una successiva riunione – un salto qualitativo: la formazione del partito rivoluzionario. Vedremo allora come il Partito riesca a fondere le rivendicazioni economiche e quelle politiche in vista dell’obbiettivo finale della classe. L’opposizione storica tra le rivendicazioni economiche che sole erano possibili iun un primo stadio, è allora per sempre superata. Nello stesso tempo, è con la nascita del partito rivoluzionario che il problema militare della lotta proletaria si pone coscientemente.