Partito Comunista Internazionale

La flotta Lauro vira di bordo

Categorie: Democrazia Cristiana, Italy, Opportunism, Partito Comunista Italiano

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La scissione dei monarchici laurini dal P.N.M. e la costituzione lampo del nuovo Partito monarchico popolare (P.M.P.) è il primo tentativo riuscito della Democrazia Cristiana di uscire dalle secche del 7 giugno. Il mancato scatto della legge elettorale maggioritaria, che l’opposizione convergente dei monarco-missini e dei social-stalinisti definì « legge-truffa », inchiodò la Democrazia Cristiana su una posizione difficile, essendo state estremamente ridotte le possibilità di manovra parlamentare del governo. L’ottavo gabinetto De Gasperi tentò di ripresentare le battute formule ministeriali, in un supremo tentativo di « ignorare » i risultati delle elezioni del 7 giugno. Fu battuto in pieno. Era l’epoca in cui Saragat si faceva pronubo della apertura a sinistra, cioè dell’imbarco di Nenni al governo, allo scopo dichiarato di metterne alla prova « le promesse di fedeltà alla democrazia ». Il gabinetto Pella rappresentò un tentativo fallito di superare la sconfitta democristiana alle urne. Sebbene esponente della destra democristiana, Pella si ebbe il dono della « benevola attesa » dell’opposizione social-comunista e un moderato appoggio delle destre. Recentemente, Togliatti dichiarava a Milano che il governo Pella è stato il migliore che l’Italia abbia avuto dal fatale 7 giugno. Ai feroci mangia-preti del P.C.I. bastò che Pella ordinasse di ammassare qualche divisione (armata dagli Stati Uniti) alla frontiera orientale senza chiedere il parere degli organismi supremi della N.A.T.O., in occasione della pagliacciata irredentista del settembre, perché passasse per un « patriota » sensibile alle « aspirazioni nazionali », e come tale, fosse ammesso nella sacrestia di Via Botteghe Oscure, seguendo ai Corbino, ai Parri, ai Nitti.

Oggi sappiamo, per le rivelazioni venute fuori dalla crisi in campo monarchico, che il governo Pella cadde perché gli venne a mancare l’appoggio solidale del P.N.M. che cominciò a dividersi, fin dopo le elezioni, in una corrente collaborazionista capeggiata da Lauro e in una possibilista guidata da Covelli. L’inconciliabilità delle posizioni è apparsa alla luce, del sole allorché, nelle ultime settimane, il governo ha messo in cantiere, sotto evidenti pressioni americane che Foster Dulles non avrà mancato di rinnovare nel suo incontro con Scelba, la ratifica parlamentare della C.E.D. La corrente Lauro prendeva netta posizione per la ratifica; l’opposta fazione di Covelli tirava fuori un ambizioso gioco politico mirante a barattare l’adesione dei monarchici alla C.E.D. con la deposizione di Scelba e, praticamente, la liquidazione del quadripartito.

Evidentemente, i monarchici covelliani fidavano sulla vigorosa campagna sferrata dalla destra. di Pella-Togni all’interno della D. C., cui si affiancava la sollevazione delle gerarchie ecclesiastiche dell’Azione Cattolica che culminò, nello scorso aprile, nella defenestrazione dei « sinistri » di Rossi dalla direzione della G.I.A.C. E’ noto che le correnti che attualmente dominano nella D. C., e cioè le forze del centro degasperiano e quelle della « sinistra » di Fanfani, reagirono energicamente alla proposta di apertura a destra. Dalla campagna condotta dall’Osservatore Romano fu chiaro che il Vaticano prendeva posizione per De Gasperi-Fanfani contro Pella-Togni. E si comprende il perché. Un’aperta alleanza tra la D. C. e la destra monarchica respingerebbe i partiti minori, specialmente il socialdemocratico e il repubblicano, all’opposizione di principio, dove si confonderebbero inevitabilmente con socialisti e comunisti. Nė la stessa Democrazia Cristiana va immune dal pericolo di perdere forze al lembo estremo del suo schieramento di sinistra, visto che la corrente di Gronchi, minoritaria ma non per questo irrilevante, propugna apertamente la costituzione di un governo formato da D.C., P.S.D.I. e P.S.I.

La scissione tra i monarchici prova che la D. C., suggerita dal Vaticano e dall’Ambasciata americana ha percorso l’unica strada possibile. Nell’impossibilità di « aprire » a sinistra per le note esigenze della politica atlantica, la D. C, dovette accettare nello scorso marzo la scomoda convivenza dei partiti minori, resuscitando il quadripartito. Non rimaneva altro da fare, per le ragioni dette. Ma le relazioni con la destra monarco-fascista non sottostavano, come oggi si comprende appieno, alle stesse rigide condizioni alternative. Ora è manifesto che alla « apertura verso destra la Democrazia Cristiana, cioè il partito dominante della borghesia italiana e dell’atlantismo, sta mirando, com’era nei disegni dei pellani, ma attraverso una manovra strategica che questi non avevano preconizzato, cioè attraverso la scissione nella destra. La frattura del campo monarchico, di cui nel momento che scriviamo non è possibile ancora misurare l’entità, è appunto una mossa che supera le figure di Lauro e Covelli, e si inserisce nella operazione a largo raggio diretta ad annullare o diminuire l’esistenza distinta della destra politica, e a reincorporarla nel calderone democristiano, da cui si era staccata dopo il 18 aprile 1948.

Riuscirà l’« operazione Lauro » alla D. C .? Ciò dipenderà anche dai risultati che avrà la caccia agli elettori monarchici che il P.C.I. ha fulmineamente lanciato nel Mezzogiorno ,ordinando all’apparato di adoperare tutti i mezzi adatti a sfruttare il disorientamento degli elettori di « Stella e Corona ». Nella giungla elettorale, come in quella non metaforica, chi cade diviene preda degli avvoltoi. Chi lavorerà meglio di artigli e di becco sulla carcassa monarchica? Ce lo dirà il prossimo avvenire.

Quel che è certo è che la lotta della D. C. contro la roccaforte della destra monarchica nel Mezzogiorno non consente alternative. Se alle elezioni del 7 giugno le liste social-comunista guadagnavano un grande bottino di voti, è altrettanto vero che il mancato scatto della legge truffa fu dovuta anche al successo delle liste di destra dato che i voti socialcomunisti da soli non avrebbero impedito alla coalizione governativa, nella assenza dalla competizione delle liste di destra, di raggiungere il sospirato 50,01 per cento dei voti validi. Nella impossiilità di smembrare il blocco di opposizione di sinistra, come nel 1947 con la scissione dei saragattiani che determinò la sconfitta social-comunista del 18 aprile, la D. C. è costretta oggi ad alzare il piccone demolitore sul blocco di opposizione di destra. Lo sventramento del P.N.M. tende a fare ritornare alla D.C. la massa di voti sottrattile nelle amministrative del 1951-52 che gonfiarono nel Mezzogiorno le schiere monarchiche.

Ma sarebbe troppo semplicistico attribuire esclusivamente alle pressioni e alle, blandizie corruttrici esercitate dalla D. C. lo sfasciamento del P.N.M. e la costituzione del nuovo partito monarchico di Lauro. Sta di fatto che le elezioni amministrative succedute nel Mezzogiorno al 7 giugno hanno dimostrato che il vecchio P.N.M. non solo falliva nel tentativo di arrestare l’avanzata socialcomunista ma era addirittura impotente, in molti casi, ad impedire rilevanti perdite di voti. Nella sua filippica contro Covelli, l’armatore Lauro è arrivato al punto di attribuire alla politica del vecchio P.N.M. la perdita di circa il 50 per cento dei voti nelle recenti elezioni amministrative. Si capisce come la provata retrocessione delle posizioni monarchiche dovesse inasprire la polemica interna tra le correnti e provocare la scissione odierna. Cambiando le insegne, i monarchici di Lauro cercano di rialzare le sorti elettorali del movimento. Vecchio trucco del trasformismo, che non è detto che debba avere successo, ma che indubbiamente favorisce il gioco della D. C. di presentarsi come l’unica alternativa al comunismo (così lo chiamano) di Togliatti. I socialcomunisti incassavano il colpo e reagivano aspramente contro Lauro, fiancheggiando in tal modo la campagna di Covelli cui riconoscono il merito di mantenere un atteggiamento critico di fronte alla C.E.D. Per maggior gloria di Mosca, il P.C.I. non disdegna di stendere la mano alle « vedove di Umberto ». Fatto non nuovo. Forse che alla recente conferenza dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) il conte Paolo Sella di Monteluce, rappresentante monarchico presso il Comitato mondiale dei Partigiani della Pace, non si vantava di essere intervenuto ad una assemblea dei partigiani della pace a Varsavia, cui partecipavano esponenti del Soviet Supremo? Il focoso conte era zittito dai suoi compagni di fede monarchica, ma rimane il fatto che gli emissari di Malenkov ascoltino un monarchico, sia pure in veste di partigiano della pace.

I burattini politici italiani si agitano scompostamente sulla scena, ma i burattinai sono altrove, oltre le frontiere. Che Washington acconsenta a farsi pagare con contropartite politiche la cessazione dell’assedio economico posto alla Russia, il governo di Mosca non esiterà a menare colpi distruttori sul P.C.I. secondo una tradizione mai sconfessata nella storia delle relazioni del Cremlino con i suoi partiti-servi. Tale eventualità non è da escludere visto che alla conferenza di Ginevra le potenze convenute stanno trattando, pur essendo l’Indocina l’argomento ufficiale, la futura sistemazione del mondo. Allora si comprende a che si riduce la rivoluzione da operetta del Comandante Lauro !…