Partito Comunista Internazionale

I cosacchi del Kuban

Categorie: Film industry, Stalinism, USSR

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È il titolo di uno strombazzato film russo, ma la presente nota non ha nulla a che vedere con la critica cinematografica. Allora? Consideriamo il film alla stessa stregua dei tifosi del «modo di vita» sovietico, cioè come un documento della realtà sociale russa. Ai competenti di cinematografia il compito di valutarne l’eventuale valore estetico.

Il film, per la stampa staliniana e le masse di agit-prop accorse in massa nelle sale di proiezione a bearsi della visione del «socialismo in atto», costituisce un «documento» di come si vive in Russia, ma, secondo noi, trattasi del documento di identità di un regime capitalista. Lasciamo ai tecnici della critica cinematografica, ripetiamo, la faccenda di giudicare il modo in cui è narrato il soggetto (una banale storiella d’amore fra due capi, di cui uno naturalmente appartenente al gentil sesso, di due colcos impegnati focosamente in un duello da «emulazione socialista»). Ci disinteressiamo, perché non competenti, del technicolor, degli esterni, del dialogo e via dicendo. Solo ci importa di additare le conclusioni che scaturiscono, sul piano della critica sociale, dalle situazioni raccontate nel film.

L’antagonismo dei protagonisti che poi si rivela essere mal compresa e reciproca passione amorosa, traduce psicologicamente lo antagonismo, che si può definire di libera concorrenza, che divide, sul piano commerciale, i due colcos (cooperative agricole) di cui «lui» e «lei» sono rispettivamente direttore e direttrice. Infatti, subito dopo l’introduzione da Sinfonia pastorale centrata sulla celebrazione della lavorazione meccanica della terra, il film cade nell’atmosfera mercantile e concorrenziale, che non si respira solo in Russia, ma dovunque la produzione è fondata sulle aziende produttrici di merci destinate al mercato. La retorica del film consiste nel presentare il conflitto di interessi fra i colcos sotto la specie di una leale, seppure accesa, competizione amichevole, o meglio di campionato sportivo, visto che ai vincitori si riveste il petto di medaglie onorifiche. La realtà è, invece, quella che il film non attinge, ma che si deduce necessariamente dalla comparazione con quanto si verifica nell’indissimulato sistema capitalista occidentale. I rapporti tra i protagonisti della favola d’amore del film non escono naturalmente dal quadro dei normali sentimenti che posseggono alternativamente i rappresentanti, nati sotto tutte le latitudini, dei due sessi della specie umana. Diversamente non sarà tra duemila anni. Ma a tutti gli spettatori deve essere riuscito evidente che i rapporti tra colcos in «emulazione socialista», nel film e nella realtà, fanno completamente astrazione dai sentimenti dei colcosiani, essendo basati sulla dura e impersonale legge della compravendita, della concorrenza commerciale, della lotta per il mercato, del profitto. Il che, diciamo noi, comporta che i colcos, e in genere le aziende industriali, agricole e commerciali di Russia, non si affrontano certamente, quando entrano in rapporti di affari, siccome due squadre di calcio, e nemmeno di rugby. Perché? Perché, la posta del gioco è il profitto, il massimo profitto, espresso in moneta, in rubli sonanti.

Del resto, non manca nel film una prova di quanto andiamo dicendo. Ad un certo punto dell’azione, quando fervono le transazioni commerciali nella fiera, cui le direzioni dei colcos della zona inviano per lo scambio le merci loro, «lei» dà ordine di ribassare del 25% le merci di cui è responsabile. Al che «lui», per non essere da meno, risponde ribassando le sue del 30%. Secondo la ingenua economia del regista, si tratterebbe di un dispetto di innamorati, inserito, a sua volta, nel più vasto incruento conflitto emulativo che involve i «collettivi» dei due colcos in parola. Ma, con tutto il rispetto ai colori sovietici, la legge della domanda e dell’offerta che regola ferreamente i mercati se ne infischia molto cinicamente delle avventure amorose degli uomini. La verità è che se il direttore Ivan Ivanoff del colcos XY perde le facoltà mentali e vende le merci al di sotto del loro costo, tutto il colcos corre verso quello spiacevole incidente che in linguaggio borghese si chiama fallimento.

Favole d’amore a parte, l’economia di aziende produttive industriali o agricole, come esistono in Russia e come il film prova, non ammette che una lotta accanita in vista del profitto, della accumulazione del capitale. Ora non si vede come la concorrenza e la proprietà privata (i colcosiani posseggono in privato, cioè sono liberi di vendere al mercato, i prodotti della terra) che in altri paesi producono il costume di vita che conosciamo, possa in Russia produrre quel paradisiaco regno dell’accordo e della idilliaca felicità di cui il film mena vanto. La caccia al denaro che sugli schermi americani produce terribili gangs di banditi, su quelli russi procrea il disinteresse, la vita a tempo di balletto, la serenità bucolica. Magia della propaganda!

Nelle campagne russe, e il film lo prova materialmente, esiste l’appropriazione privata dei prodotti, la speculazione commerciale, la concorrenza, ma non esiste la proprietà privata della terra, non esiste la figura del padrone terriero. Vero, ma che toglie ciò al contenuto capitalistico dei rapporti di produzione nell’agricoltura? Non solo esiste la lotta di concorrenza tra i colcos, ma nell’interno degli stessi, funzionanti come ditte capitalistiche a contabilità a partite doppie, si svolge necessariamente una permanente lotta per la spartizione dei profitti tra le famiglie componenti la cooperativa. E a frenare tali conflitti sociali si adoperano gli stessi sistemi autoritari e dispotici, che altrove sono impersonati nel padrone terriero. Così si vede nel film come la coppia di concorrenti-innamorati si sfidino a chi più spenda fior di rubli, dimostrando che i veri manovratori del denaro appartenente ufficialmente al colcos, sono i «compagni» direttori, cui spetta il diritto insindacabile di decidere se comprare ad esempio un pianoforte o una macchina da cucire. Però, il «compagno» direttore non è proprietario del denaro che amministra. Grazie tante. Nemmeno gli amministratori delle compagnie di assicurazioni, ad esempio, sono proprietari del denaro sottoscritto dagli assicurati.

Che ne dite del «socialismo» dell’agricoltura russa in cui nemmeno i semi di girasole da sgranocchiare per passatempo sono fuori del meccanismo mercantile e monetario? A meno che il denaro con l’effigie del maresciallo Stalin non bruci le mani e non abbia orrore delle casseforti delle banche, il che non pare, noi continueremo a sostenere, con buona pace di tutti i felici cosacchi del Kuban, che il socialismo di Marx e di Lenin non ha nulla a vedere con il commercio e il denaro.