Il PCI sulla linea della controrivoluzione – ai giovani proletari perché sappiano, ai vecchi perché ricordino
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Che il P.C.I. abbia completamente rotto qualsiasi legame con la causa della rivoluzione proletaria non è fatto che risalga all’oggi e, come credono molti gruppetti, alle recenti proclamazioni sul «compromesso storico» le quali costituirebbero una «svolta» nella sua politica, un suo scivolare «a destra» che potrebbe giustificare una reazione «di sinistra» tesa a rivendicare un periodo d’oro della politica del partitone. Con il «compromesso storico», il P.C.I. non ha per nulla «svoltato» in nessuna direzione; non ha fatto che riconfermare la sua politica di sempre, da quando rinacque durante la II guerra imperialistica come partito «di tipo nuovo» sputando sulla tradizione di Livorno 1921. Il compito perenne dei partiti opportunisti, agenti della borghesia nel movimento operaio, è proprio quello per cui, agli svolti cruciali della storia, quando la crisi generale del sistema capitalistico potrebbe dare al proletariato una possibilità di attacco rivoluzionario, si nega alla classe proletaria ogni azione autonoma e la si sottomette ad un «compromesso storico», cioè alle esigenze generali del sistema borghese, della «nazione», della «patria». Il P.C.I. ha svolto questa funzione di impedire qualsiasi movimento autonomo rivoluzionario della classe operaia trenta anni fa, prima spingendo il proletariato sui fronti della guerra imperialistica e presentando questa guerra come guerra, non tra briganti imperialistici per una nuova spartizione del mondo, ma come guerra fra potenze «democratiche progressiste» e «barbarie nazifasciste», poi chiamando il proletariato a versare un pesante tributo di sangue e di sudore, non in nome della sua emancipazione di classe, ma in nome della «salvezza nazionale», della «guerra nazionale» e poi della «ricostruzione nazionale». Oggi che la crisi avanzante ripropone la possibilità di una ripresa della lotta di classe proletaria, il P.C.I. non «svolta», riconferma la sua organica natura di partito borghese in seno alla classe operaia e proclama di nuovo il «compromesso storico» in nome della salvezza della «economia nazionale». I suoi alleati naturali sono tutti coloro che vogliono la grandezza e la prosperità della «nazione», i suoi nemici tutti i tentativi di azione autonoma di classe che il proletariato potrà compiere. Allo stesso modo che nel 1943-1945, che nel 1945-1948. Nulla di cambiato sul fronte dell’opportunismo e della controrivoluzione. Spetta proprio a noi, partito comunista rivoluzionario, rivendicare al P.C.I. questa linea di continuità storica e perfino dimostrarla. Sono i gruppetti che cianciano di «svolte», che vedono la possibilità di «ritorni indietro» del partitaccio, che lo considerano un partito «pur sempre operaio» e che si meravigliano e si scandalizzano quando lui, in perfetta continuità con la sua tradizione, sconfessa i loro intrallazzi «di sinistra» e chiama alla alleanza la Democrazia Cristiana.
Sono i gruppetti che oscillano, senza programma, senza tradizione, senza continuità. Il P.C.I. la sua continuità ce l’ha: la continuità nel tradimento della classe operaia, la continuità nel subordinare gli interessi di classe all’interesse, per lui supremo, della conservazione del regime capitalistico, la continuità nell’essere, sempre e comunque, contro la rivoluzione. La linea che il P.C.I. ha spezzato e rinnegato non è quella dal 1939 al 1974; è quella del 1921, dell’Internazionale Comunista, di Marx e di Lenin, cioè della sua nascita come partito rivoluzionario della classe operaia. E l’atto che sancisce questo rinnegamento si chiama resistenza antifascista, blocchi partigiani, ricostruzione dello Stato democratico e della economia nazionale. È lì che ogni residuo della tradizione rivoluzionaria viene spezzato, è lì che si forma il «partito di tipo nuovo». Chiunque si richiami a quella tradizione, a quella prassi, a quella ideologia, per quanto voglia ritenersi «a sinistra del P.C.I.» non fa che confermare il suo legame organico con l’opportunismo di cui il P.C.I. è stato ed è il più coerente sostenitore. Non potrà che ritornare a breve o a lunga scadenza, secondo lo svolgersi dei fatti materiali, in grembo alla «grande madre»; e questa processione di «figli prodighi» è già iniziata: l’abbiamo vista nel cosiddetto P.S.I.U.P., la vedremo in gruppi come il Manifesto, Lotta Continua o Avanguardia operaia ed in una miriade di altri «rivoluzionari».
CONTINUITÀ DELLA CONTRORIVOLUZIONE
Che negli anni successivi al 1926 era rimasto nel P.C.I., seppure stalinizzato, il ricordo di una possibile rivoluzione futura, della lotta di classe fra operai e padroni, della liberazione rivoluzionaria del proletariato, è un dato di fatto. Come è un dato di fatto che i migliori combattenti delle montagne nel 1944 si illudevano davvero che la resistenza antifascista era solo una tappa, percorsa la quale si sarebbero rivolte le armi contro la propria borghesia, contro i propri padroni. Come è un dato di fatto che molti operai credono ancora oggi alla possibilità che il P.C.I. apra un bel giorno il «cassetto di fondo» in cui tiene astutamente celata l’arma rivoluzionaria e proclami la guerra aperta per il socialismo.
Queste tragiche illusioni esistono e vengono continuamente rinverdite. Devono esserlo, altrimenti l’opportunismo non potrebbe giocare il suo ruolo di «agente della borghesia»; qualunque operaio lo vedrebbe immediatamente come un nemico contro il quale combattere e il suo ruolo sarebbe finito. Ma dimostrare, sui dati dell’esperienza storica e della realtà odierna, che appunto di tragiche illusioni si tratta, mostrare agli operai il vero volto dell’opportunismo, il suo ruolo controrivoluzionario, antiproletario, in ogni occasione e con tutti i mezzi, resta, proprio per questo, il compito del vero partito di classe. Gli operai che la crisi incipiente spinge alla lotta devono sapere che null’altro, se non tradimento e sconfitta, c’è da attendersi da quei partiti che hanno sposato la causa della nazione e della patria e su quella base hanno per decine di anni costruito la loro ideologia, la loro prassi, la loro tradizione controrivoluzionaria, al servizio della borghesia contro il movimento operaio. Questi partiti faranno sempre ed inevitabilmente ciò che la loro natura reale li spinge a fare: non si metteranno mai contro se stessi, si metteranno sempre contro ogni tentativo del proletariato di muoversi sul terreno della lotta di classe.
È nel 1944 che, dopo la gestazione della guerra di Spagna e del Fronte popolare in Francia, dopo la adesione alla guerra imperialista a fianco delle «democrazie», la controrivoluzione stalinista dà alla luce in Italia il «partito di tipo nuovo». Il rampollo, contro tutte le illusioni di sinceri combattenti operai, non solo non presenta nessuna somiglianza con il suo omonimo del 1921, ma nega apertamente di discendere da lui: in realtà non è figlio di Lenin e della rivoluzione russa, ma del soffocamento sanguinoso dei compagni di Lenin e dell’affossamento della Russia come Stato proletario; non è figlio dell’Internazionale comunista, ma nasce dall’uccisione di tutta la prospettiva che l’Internazionale aveva rappresentato fino alla sua eliminazione fisica, organizzativa.
Leggiamo il ritratto di questo «partito nuovo» nelle parole pronunciate in occasione della «liberazione» di Roma da Palmiro Togliatti:
«I popoli vogliono la fine più rapida della guerra. Essi devono volere tutti i mezzi che sono necessari per raggiungere questi obiettivi. E questi mezzi sono essenzialmente due: il primo è l’unità delle forze democratiche nella lotta contro il fascismo e contro l’hitlerismo; il secondo è la mobilitazione, per la più rapida fine della guerra su tutti i teatri di essa, di tutte le forze nazionali, patriottiche, democratiche, antifasciste». E questo fronte interno ed internazionale non è un fronte di classe. Il partito «proletario» non chiede, né prospetta la mobilitazione della classe operaia per la difesa dei suoi interessi immediati e generali, chiede che sia permesso alla classe operaia di sacrificarsi per la difesa della patria e della nazione: «Quando chiediamo questo agli alleati, noi sappiamo di parlare non un linguaggio di classe, non un linguaggio di partito; noi parliamo un linguaggio di popolo e nazionale, noi parliamo a nome di tutta l’Italia e noi sappiamo di parlare nell’interesse stesso delle grandi nazioni democratiche alleate e in particolare delle nazioni Anglosassoni». Quando le vicende successive della spartizione del mondo creeranno degli urti fra le potenze vincitrici della guerra, il P.C.I. riscoprirà la verità che le «grandi nazioni democratiche» sono in realtà le «grandi nazioni imperialistiche» come nel 1938, all’epoca del patto Stalin-Hitler erano state le «grandi nazioni plutocratiche». Ma nel 1944 era interesse della borghesia italiana offrire il sangue dei proletari perché si potesse, al tavolo della pace, far pesare questo tributo sulle condizioni che l’imperialismo internazionale avrebbe posto alla borghesia italiana: «Noi sappiamo di parlare nell’interesse stesso delle grandi nazioni democratiche alleate e in particolare delle nazioni Anglosassoni; nel loro interesse militare, perché l’organizzazione del più grande sforzo bellico del nostro Paese significa e significherà inevitabilmente un risparmio di sangue dei soldati inglesi e americani, il che sarà particolarmente importante quando i soldati inglesi e americani dovranno battersi nella grande pianura padana… Per questo noi diciamo, e questa è la principale parola d’ordine che noi lanciammo, come P.C.I., nell’arena internazionale: date la possibilità al popolo italiano di schierarsi a fianco delle grandi nazioni alleate democratiche, di conquistare col sangue dei propri figli la liberazione del proprio paese: date al popolo italiano la possibilità di combattere a fondo per la distruzione di quel regime fascista che ha fatto la rovina del nostro paese». La borghesia italiana era stata fascista quando aveva dovuto combattere contro lo spettro della rivoluzione proletaria, era stata fascista quando si era trattato di deprimere le condizioni di vita della classe operaia e quando si era trattato di «far grande l’Italia» attraverso le conquiste coloniali. Ma ora la guerra era perduta e la borghesia italiana sapeva di avere una sola speranza di ricevere un trattamento meno duro dai futuri vincitori: appoggiandoli nella guerra contro la Germania, usando il sangue proletario come moneta di scambio nella successiva spartizione del mondo. Ma non potevano essere i vecchi partiti borghesi a chiedere al proletariato questo sacrificio; doveva farlo un partito al quale le vicende storiche avevano permesso di godere la fiducia della classe operaia. La richiesta fu fatta dal P.C.I. Ecco la prima edizione del «compromesso storico» che segna l’atto di nascita del «partito di nuovo tipo». Con la Democrazia Cristiana? Certo, ma non solo con essa; con tutte le forze, fino ai monarchici e ai «fascisti onesti» disposti a «salvare la patria»: «Il problema dell’unità però ha un aspetto ancor più largo di carattere non soltanto proletario, ma popolare. Noi sappiamo che nelle file del partito cattolico si raccolgono masse di operai, contadini, intellettuali, di giovani, di lavoratori, i quali hanno, in fondo le nostre stesse aspirazioni, perché anche le loro organizzazioni sono state distrutte dal fascismo al pari delle nostre, e perché, al pari di noi, essi vogliono oggi ricostruire un’Italia democratica e progressiva, nella quale sia fatto largo alle rivendicazioni delle classi lavoratrici. Noi vogliamo l’unità di azione con queste masse cattoliche. Per questo noi siamo disposti a discutere coi dirigenti del partito della Democrazia Cristiana un patto di azione comune il quale preveda la lotta delle grandi masse comuniste e socialiste e delle grandi masse cattoliche per la liberazione dell’Italia e per la rinascita democratica e progressiva del nostro paese… Soprattutto noi abbiamo dichiarato, come partito comunista – ed io ripeto oggi qui in Roma, capitale del mondo cattolico, questa dichiarazione – che rispettiamo la fede cattolica, fede tradizionale della maggioranza del popolo italiano; rispettiamo questa fede e chiediamo unicamente ai rappresentanti e ai pastori della fede cattolica di rispettare a loro volta la nostra fede, i nostri simboli, le nostre bandiere… Oggi esiste una situazione in cui ci sono forze sinceramente monarchiche, le quali vogliono battersi per la libertà del nostro paese. Ebbene, noi diciamo: Vi è posto nel fronte della lotta per la libertà dell’Italia anche per voi alla sola condizione che vi sia fra noi e voi un patto reciproco di rispetto delle nostre e delle vostre opinioni… Io so, permettetemi di insistere su questo problema, che vi sono degli ufficiali di marina monarchici i quali, nel momento in cui degli ufficiali reazionari dell’esercito non soltanto non compivano il loro dovere, ma tradivano il loro dovere, aprendo le porte d’Italia alle orde teutoniche, hanno immediatamente compreso che il loro dovere era di schierare senza riserve nel fronte delle nazioni democratiche contro la Germania hitleriana la parte essenziale e forse la più efficiente delle forze armate dell’Italia, la nostra marina… Ma io so d’altra parte che tanto sul fronte quanto nelle zone occupate dai tedeschi vi sono degli ufficiali e dei soldati di sentimenti ancora monarchici i quali, quando l’esercito si è sbandato per la defezione dei capi reazionari, si sono uniti e, prese le armi, hanno collaborato cogli operai, coi contadini per costituire le prime squadre della libertà…».
IL RINNEGAMENTO DI LIVORNO 1921
«Entrambi questi movimenti di massa, tanto quello socialista che comunista da un lato, quanto quello cattolico lottavano perché la soluzione di tutti i problemi economici dell’Italia venisse cercata e trovata in una elevazione del tenore di vita delle grandi masse lavoratrici delle città e delle campagne. Ed è stato per schiacciare questo grande movimento progressivo delle grandi masse popolari italiane che nel dopoguerra venne organizzato dai ceti dirigenti plutocratici reazionari il fascismo, che vennero distrutte le nostre organizzazioni, che noi venimmo scacciati dai municipi e dalle nostre leghe, che vennero bruciate le camere del lavoro, distrutte le cooperative cattoliche, che fu fatta tabula rasa di tutto quel che rappresentava nel nostro paese progresso verso la democrazia, progresso verso la libertà, progresso verso la civiltà…
Compagni! ricordiamoci dell’altro dopoguerra, di quel periodo tempestoso che io non ricordo qui per affermare che i compiti che si pongono oggi all’avanguardia proletaria siano gli stessi che si ponevano allora. No, compagni! I compiti sono oggi profondamente, totalmente differenti. Ma io ricordo quel movimento, io ricordo quella situazione, per ricordare a voi che il fascismo sorse per opera delle classi dirigenti reazionarie italiane, dei gruppi più avidi, più egoisti, più briganteschi delle classi reazionarie italiane, i quali videro irrompere sulla scena politica del paese nell’immediato dopoguerra, due grandi correnti popolari progressive: da un lato il movimento socialista, dall’altro il movimento cattolico, entrambi basati sopra una larga adesione di masse popolari delle città e delle campagne e i quali, pur nelle loro grandi differenze, ponevano alcuni obiettivi fondamentali e lottavano per alcuni scopi fondamentali che erano loro comuni. Queste masse lottavano, benché in forme diverse, affinché il popolo italiano avesse accesso, in forme democratiche, al governo. Esse avevano comune l’aspirazione della creazione in Italia di una vera democrazia, di un regime di popolo, di un regime nel quale il popolo fosse padrone delle proprie sorti e delle sorti di tutto il paese. Queste masse lottavano, potrei dire, per una moralizzazione della vita politica italiana, nel senso che esse: primo, volevano che fosse risolto a fondo il problema della terra, distruggendo tutte le sopravvivenze di regime feudale nel nostro paese; secondo, lottavano perché fosse spezzato il potere eccessivo dei gruppi della plutocrazia finanziaria, i quali già allora, appena il paese era uscito da una guerra che lo aveva esaurito, tramavano nell’ombra gli intrighi che dovevano gettarlo negli abissi di un’altra guerra, questa guerra nella quale noi abbiamo perduto la libertà e la nostra indipendenza…». Dunque non è mai esistita scissione di Livorno, non è mai esistita la formazione di un partito rivoluzionario del proletariato italiano, non è mai esistita lotta proletaria per la rivoluzione violenta contro lo Stato democratico e per l’instaurazione della Dittatura proletaria. I socialisti riformisti e i cattolici non sono mai stati nemici dei comunisti, proprio perché tendevano e riuscirono a legare il proletariato al carro della difesa del regime democratico che noi, con Lenin, volevamo distruggere. Il fascismo non sorse come guardia bianca della borghesia contro il movimento rivoluzionario del proletariato, appoggiato da tutti i partiti democratici, da tutto l’apparato dello Stato parlamentare, ma come reazione di un pugno di plutocrati reazionari contro tutto il popolo che combatteva, seppure con sfumature diverse, per una vera democrazia; meglio: che combatteva per «moralizzare la vita politica italiana» eliminando «residui feudali» nelle campagne e «potere eccessivo» della plutocrazia nelle città. Un regime capitalistico «morale ed onesto», epurato dai residui feudali e dai plutocrati; questo sarebbe stato il sogno del «popolo» italiano negli anni 1920-1922. Contro questo sogno alcuni plutocrati «reazionari» avrebbero scatenato il fascismo che, perciò, nella visione del P.C.I. non è più un elemento della guerra di classe fra proletariato e borghesia, ma un elemento antistorico, barbarico, anticivilà ed antiumanità, di fronte al quale tutto il popolo deve unirsi in una santa crociata dimenticando le «sfumature» che possono dividere la classe proletaria e la classe borghese.
Fa ridere, a questo punto, sentir dire perfino da alcuni «sinistri», che in fondo il P.C.I. non ha abbandonato del tutto la tradizione leninista, soltanto l’ha deformata o interpretata in maniera riformista. Il P.C.I. è nato ed agisce da trenta anni contro la tradizione leninista, della quale neanche un piccolo residuo è rimasto nella sua ideologia, nella sua azione, nella sua prassi. È il partito «di tipo nuovo», antimarxista, antileninista, antirivoluzionario. È il partito descritto in quel suo stesso discorso dalla brillante eloquenza di Togliatti: «Voi dovete oggi, basandovi su tutto quello che vi è di positivo di grande e di ricco nella tradizione del nostro partito, voi dovete dar vita a Roma a quello che io chiamo ed insisto nel chiamare, un nuovo partito, un partito animato da un nuovo spirito, un partito quale mai noi siamo stati in Italia, un grande partito di massa e di popolo, solidamente fondato sulla classe operaia, ma capace di inquadrare in sé tutti gli elementi avanzati delle masse lavoratrici, capace di sfruttare tutte le energie progressive che vengono a noi da tutte le classi, da tutte le categorie di lavoratori, di intellettuali, di giovani, di donne…» E per quali obiettivi?
«L’Italia democratica e progressiva per cui lottiamo, sarà un’Italia antifascista, sarà un’Italia in cui vorremo che siano tagliate per sempre tutte le radici del fascismo, in cui siano distrutti i legami feudali e i residui reazionari, in cui sia risolto per sempre il problema della terra. Sarà un’Italia nella quale verranno spezzate le reni a quei gruppi di privilegiati che hanno dato vita al fascismo e che si sono arricchiti col fascismo, a quei gruppi reazionari che oggi governano e sgovernano nel mezzogiorno; sarà un’Italia nella quale verrà fatto posto al popolo, nella quale verrà organizzato un governo di popolo e pel popolo e nella quale tutti i giovani, tutte le forze progressive del paese, avranno il loro posto, potranno affermarsi ed avanzare in un grande fronte unito di forze liberali democratiche e progressive». È su questo terreno che è il terreno della collaborazione fra tutte le classi sociali in nome della Nazione o, meglio, dell’assoggettamento degli interessi di classe del proletariato agli interessi delle classi possidenti e dello Stato borghese, unica forma in cui si può realizzare la collaborazione fra sfruttati e sfruttatori nella moderna società capitalistica; su questo terreno che è quello del tradimento e del soffocamento di qualsiasi aspirazione rivoluzionaria del proletariato in nome della democrazia, della patria, dell’economia nazionale, il P.C.I. coerentemente cammina. Al suo esatto opposto, contrapposto a lui su tutti i fronti ed in tutte le occasioni, sta necessariamente il partito comunista, il partito di classe del proletariato rivoluzionario, il partito di Marx e di Lenin, il partito di Livorno. È il partito che non vuole essere «popolare», perché aspira allo scontro aperto fra le classi inconciliabilmente opposte che compongono il «popolo»; è il partito che non ha nulla da difendere nel regime democratico perché vi riconosce la dittatura sul proletariato delle classi borghesi e vi contrappone un’altra dittatura: quella della sola classe proletaria diretta dal solo partito comunista; è il partito che non difende l’economia nazionale e non subordina ad essa gli interessi dei proletari, perché invita la classe proletaria, tramite la rivoluzione violenta e la dittatura di classe, a dar vita ad un’altra «economia», ad un altro ed opposto modo di vivere sociale dell’umanità; è il partito che inviterà sempre il proletariato a non dare una goccia del suo sudore e del suo sangue né per la salvezza di una patria che fin dal 1848 i proletari riconobbero di non avere, né per la difesa di una democrazia nella quale, fin da quando ebbero voce per esprimersi, riconobbero il «comitato d’amministrazione della classe dominante» ed in cui oggi non riconoscono neanche questo, ma solo una pagliacciata ignobile a copertura della dittatura totalitaria del grande capitale finanziario e dei grandi mostri statali, armati fino ai denti dietro le cortine fumogene di tutti i Montecitori del mondo, e pronti ad usare tutte le armi contro il proletariato qualora dovesse ricordarsi per un attimo i suoi reali interessi di classe, la sua reale missione storica. È questo partito che è il peggior nemico del P.C.I., è contro questo partito e contro il suo ricollegarsi alle masse proletarie che il P.C.I. combatterà, come ha combattuto da 40 anni, con tutte le armi che la lotta richiederà. E di conseguenza, è contro il P.C.I. che rinascerà nella classe la prospettiva rivoluzionaria e si riorganizzerà e potenzierà il partito della rivoluzione.