Partito Comunista Internazionale

Lavoratori della scuola – Lotta contro l’attacco dello Stato e contro il tradimento dei sindacati

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Il 25 novembre scorso, il padrone-Stato ha lanciato un nuovo attacco alle condizioni di vita dei lavoratori della scuola. La Corte dei Conti ha infatti messo in discussione la «legittimità» dei lievi miglioramenti economici che avrebbero dovuto scattare nel luglio 1976 e che erano previsti dall’art. 3 della legge n. 477 del luglio 1973, con la motivazione che «il legislatore» non avrebbe previsto le fonti di finanziamento per coprire la spesa.

La legge delega che prevedeva gli aumenti in questione, fu il risultato degli accordi sindacati-governo del maggio 1973. Questi accordi furono e sono sbandierati dai bonzi sindacali come una vittoria, vittoria che – stranamente – la categoria aveva ottenuto senza un’ora di sciopero (ma come sono forti i lavoratori della scuola!). Essi dichiararono e dichiarano che l’attuazione della legge avrebbe finalmente portato alla unificazione dei ruoli e alla riduzione delle grandi disparità di trattamento esistenti tra il personale insegnante.

In realtà, al posto dei tre ruoli A, B e C, la legge prevede due ruoli: uno per i diplomati e l’altro per i laureati. Ma questi due ruoli vengono «articolati» in modo che la differenziazione tra parametri più bassi e più alti viene aumentata. Inoltre, giocando sui parametri, si è fatto in modo che i ruoli effettivi non risultano più tre, bensì quattro: insegnanti diplomati (dal parametro 190 al parametro 197); Insegnanti Tecnico Pratici (par. 190-397); Laureati di Scuola Media (par. 243-443); Laureati di Scuola Media Superiore (par. 243-443).

I maestri raggiungono attualmente il parametro massimo in 16 anni, mentre con la nuova legge, la percorrenza viene portata a 18 anni. Per gli I.T.P. la percorrenza è di 11 anni e verrà portata a 14. Per i laureati di scuola media si passa da 14 a 15. Solo per i laureati di Scuola Media Superiore la percorrenza viene ridotta da 16 a 10. Inoltre, con la nuova legge, la differenziazione salariale tra i parametri più alti e quelli più bassi viene aumentata.

È insomma la solita politica di divisione che lo Stato attua con la complicità dei bonzi sindacali, favorendo i parametri più alti attuando il «contenimento della spesa pubblica» sulla pelle della gran massa dei lavoratori.

Fu in occasione degli accordi del maggio 73 che gli stessi dirigenti sindacali richiesero che venisse aumentato l’orario di servizio degli insegnanti. È da qui che sono uscite le 20 ore mensili «non di insegnamento» che la categoria si è dovuta subire a partire dal maggio 1974 (emanazione dello stato giuridico). Per far accettare supinamente ai lavoratori questa inaudita richiesta, i bonzi si mobilitarono per spiegare che le 20 ore mensili non erano altro che la «legalizzazione» di prestazioni che già si svolgevano da parte dei lavoratori e che perciò non avrebbero comportato nessun aggravio, anzi avrebbero costituito la «giustificazione» degli aumenti che sarebbero poi scattati nel luglio 1976 e nel luglio 1977.

Già il fatto di accettare che miglioramenti economici di cui i lavoratori hanno bisogno subito, vengano dilazionati di tre-quattro anni e quindi vanificati, è di per sé una vera e propria carognata. Ma questo non basta. I dirigenti sindacali non hanno neppure il coraggio di dire: chiediamo questi aumenti perché i lavoratori ne hanno bisogno, perché il costo della vita è aumentato. Questa non sembra a loro una ragione sufficiente e perciò sentono il bisogno di «giustificare» un miglioramento economico con un aggravio di lavoro.

Da notare poi che i lavoratori della scuola hanno ottenuto un aggravio di lavoro immediato per un miglioramento che avrebbe dovuto scattare tra tre anni e che oggi viene posto in discussione. È il destino di chi va a mendicare «pane e lavoro». Il lavoro arriva subito, per il pane, poi si vedrà.

L’accettazione di questi accordi vergognosi da parte delle direzioni sindacali dimostra che esse si pongono non al servizio delle esigenze dei lavoratori, ma al servizio delle esigenze dello Stato. Con questo comportamento inoltre avallano e alimentano la sporca propaganda che tende a presentare i lavoratori della scuola come privilegiati, dei mangiapane a tradimento, ecc., propaganda che non è certo diversa da quella dei «managers» delle imprese automobilistiche che attribuiscono all’«assenteismo degli operai» la responsabilità del cattivo andamento dei loro affari.

Abbiamo già detto che il riordinamento delle carriere che sarebbe dovuto scattare a luglio 1976, non rispondeva affatto alle reali esigenze della categoria, ma anzi aumentava ed aggravava le discriminazioni e le divisioni. Tuttavia la decisione della Corte dei Conti, dopo quasi tre anni dalla promulgazione della legge 477 (non se n’erano accorti prima?), è giustamente apparsa ai lavoratori come un vero e proprio attacco diretto dello Stato alle loro condizioni di lavoro, in prossimità del rinnovo del contratto nazionale. E non a caso questo attacco si verifica proprio mentre il malcontento serpeggia tra i lavoratori della scuola: esso ha un chiaro scopo intimidatorio. Mentre i lavoratori nelle assemblee sui posti di lavoro pongono con forza le loro rivendicazioni, mentre i sindacati come sempre fanno orecchie da mercante, lo Stato ci avverte minacciosamente che è disposto a toglierci anche quello che credevamo già acquisito.

Quante volte le agitazioni sono state sospese sulla base di «impegni del Ministro». Questo fatto dovrà almeno insegnare ai lavoratori a non fidarsi di nessuno se non delle proprie forze organizzate!

Di fronte alla decisione della Corte dei Conti in molte scuole i lavoratori hanno spontaneamente reagito rifiutandosi di svolgere qualsiasi attività oltre il normale orario di insegnamento (cioè le famose 20 ore) e quindi bloccando tutte le attività degli organi collegiali. Le prese di posizione in questo senso si sono succedute nonostante l’aperto sabotaggio delle confederazioni e non a caso – con grande scorno dei bonzi – la sana reazione dei lavoratori si è diretta proprio contro gli organi collegiali, segno che i lavoratori cominciano a essere stufi di simili buffonate. Nella provincia di Firenze, i nostri compagni lavoratori della scuola sono stati in prima fila in questa azione adoperandosi per generalizzare ed estendere il movimento e per far sì che i lavoratori si rendano conto che è necessario andare oltre alla semplice richiesta di revoca della decisione della Corte dei Conti. Il giorno 22-12-1975 si è svolta presso la scuola elementare G. Mameli di Firenze, una riunione a cui hanno partecipato numerosi lavoratori provenienti da 26 diverse scuole della provincia. Era comune a tutti la volontà di lottare contro questo nuovo attacco dello Stato anche contro le direttive dei vertici sindacali ed era da tutti sentita la necessità di organizzare e coordinare l’azione; perciò la riunione si è conclusa con il seguente O.D.G. che è stato poi diffuso nelle scuole fiorentine:

«A TUTTI I LAVORATORI DELLA SCUOLA. La riunione di tutti gli insegnanti della provincia di Firenze convocata dal Circolo 14 per coordinare l’azione di blocco delle 20 ore, già attuata in alcune scuole della provincia, si è conclusa con l’approvazione della seguente mozione, la quale costituisce un impegno da parte di tutti i lavoratori presenti ad estendere e portare avanti l’agitazione, nonostante il sabotaggio dei dirigenti sindacali.

Gli insegnanti delle sottoindicate scuole, riuniti in assemblea il giorno 22-12-1975 nei locali della scuola elementare G. Mameli di Firenze, hanno stabilito:

  1. di costituire un COMITATO DI AGITAZIONE comprendente rappresentanze di tutte le scuole presenti, che avrà il compito di collegare ed estendere l’azione già intrapresa dai lavoratori di numerose scuole in risposta alla decisione della Corte dei Conti riguardo all’art. 3 della legge 477;
  2. di convocare una riunione in orario di lavoro, in luogo e data da destinarsi, dei lavoratori di tutte le scuole della provincia di Firenze.

Circoli elementari nn. 1, 4, 6, 11, 13, 19, 14, 15, 16, 17, 18, 23, di Firenze; nn. 1, 2, 5 di Sesto Fiorentino, Circoli di Calenzano, Campi Bisenzio, Fiesole, Lastra a Signa, Peretola, Pontassieve, Signa, Vernio e Vaiano, Istituto Tecnico Agrario di Firenze, Istituto Tecnico per Geometri Peano, scuola media di Vernio, scuola media di Vaiano».

Che cosa hanno fatto i sindacati? Gli «autonomi» dopo aver ponderato per parecchi giorni, vedendo che il movimento spontaneo dei lavoratori si stava estendendo, hanno deciso che era bene approfittare della situazione e così i lavoratori che già da parecchi giorni attuavano il blocco delle 20 ore, hanno appreso dai giornali che i sindacati autonomi avevano proclamato … il blocco delle 20 ore. Gli autonomi cioè cercano di trarre vantaggio dalla situazione, appiccicando la loro etichetta a questo movimento, cosa che già fecero con i ferrovieri in occasione degli scioperi di Agosto proclamati dai C.U.B. Naturalmente, come è loro consuetudine, non vanno e non andranno più in là delle parole.

Ed ecco cosa hanno fatto i confederali: il 21 novembre scorso era stato annunciato uno sciopero per il 2 dicembre (con oltre 10 giorni di anticipo come prescrive il galateo della pace sociale). Il 25 novembre è arrivata la decisione della Corte dei Conti. La reazione dei sindacati non si è fatta attendere; l’abbiamo appresa dalle righe de l’Unità del 27-11: «appresa la notizia del rinvio della legge alla corte costituzionale, i sindacati confederali si sono richiamati al documento già diffuso venerdì scorso quando hanno proclamato lo sciopero nella scuola per il 2 dicembre». Tra le motivazioni dello sciopero infatti compare: «la mancata emanazione del decreto delegato relativo all’art. 3 della legge 477 del ’73 e l’assenza di precisi impegni per il rispetto delle relative scadenze a partire da quella del prossimo luglio 1976».

Insomma, questi strateghi del calamento di brache, avevano già previsto tutto, e così con lo sciopero del 2 dicembre hanno preso due piccioni con una fava e si sono messi la coscienza a posto. Chissà che lo sciopero del 2-12 non valga anche per il prossimo rinnovo contrattuale.

Sul n. 38-39 di Sindacato e scuola CGIL del 10-12-75 si legge: «I sindacati confederali della scuola, vivissimamente preoccupati, richiamano il governo e il ministro Malfatti al puntuale rispetto degli impegni assunti, attendono da parte loro lo sblocco della situazione e sottolineano con forza come lo sciopero indetto per il 2 dicembre sia rivolto contro questa come contro le numerose altre inadempienze del governo nei confronti della scuola».

Ma evidentemente i lavoratori non si sono accontentati dell’azione puramente dimostrativa del 2 dicembre e spontaneamente sono scesi in lotta. Ciò ha fatto imbestialire i bonzi, perché la lotta si indirizzava proprio contro gli organi collegiali, la loro creatura, il loro capolavoro. In un comunicato diffuso il 15 dicembre dalle segreterie provinciali CGIL CISL UIL di Firenze (cioè dopo più di 10 giorni che i lavoratori stavano attuando il blocco delle 20 ore) si afferma:

«Le segreterie … ritengono doveroso esprimere un giudizio su alcune forme di lotta quali l’astensione dalle 20 ore mensili di servizio che in alcune scuole si stanno proponendo come risposta agli attacchi del ministro ai diritti acquisiti col contratto del 1973. Riteniamo che il rifiuto di partecipare alla gestione collegiale della scuola (consigli di circolo e di istituto, consigli di classe e di interclasse, collegi dei docenti, incontri con gli studenti e le famiglie, ecc.) sia una scelta che porta ad isolare la categoria e che contrappone i lavoratori della scuola agli altri lavoratori, contro i quali, di fatto, si indirizzano la tensione e il disagio della nostra categoria. L’obiettivo è invece quello di battersi unitariamente contro l’amministrazione inadempiente sul contratto».

Ed ecco cosa vuol dire «battersi contro l’amministrazione»; il documento così prosegue: «Le segreterie provinciali, mentre si impegnano a coinvolgere sul problema le federazioni unitaria CGIL, CISL UIL e le segreterie provinciali dei partiti democratici, chiedono agli organi collegiali di approvare ed inviare, subito telegrammi di protesta o altri documenti specifici al gabinetto della presidenza del consiglio dei ministri, ai presidenti della camera e del senato e ai capi gruppo parlamentari perché si sblocchi in tempi brevissimi la questione dell’art. 3».

Dei lavoratori sono scesi in lotta nemmeno per chiedere miglioramenti ma per imporre il rispetto di accordi che risalgono a tre anni fa, e i dirigenti sindacali prima si chiudono in un gelido silenzio, sperando che nel frattempo i lavoratori si scoraggino, poi, vedendo che il movimento continua, sono costretti a dichiarare apertamente dopo più di 10 giorni, che si tratta di un’azione sbagliata perché il mancato funzionamento degli organi collegiali, chissà come, danneggerebbe le altre categorie. E come intendono reagire? Lo veniamo a sapere a distanza di 20 giorni dalla decisione della Corte dei Conti! La loro proposta di «azione» è questa: far riunire gli organi collegiali (e quindi fare altre ore di lavoro) far loro approvare dei telegrammi, e inviare questi telegrammi al ministro, ai partiti democratici, ai parlamentari, ecc. L’azione di sabotaggio di questa lotta, non si è però limitata ai comunicati ufficiali. Pur di far fallire questa azione i bonzi hanno usato tutti i mezzi: dai volgari trucchetti per impedire il pronunciamento delle assemblee, alle più spudorate menzogne, dalle minacce di sanzioni disciplinari per spaventare i lavoratori più indecisi, alla aperta opera di crumiraggio.

Ciononostante la lotta continua e deve continuare estendendosi al personale non insegnante che è la parte più sfruttata della categoria, fino a imporre al Governo il rispetto degli accordi e, se possibile, andare più in là fino a pretendere la immediata apertura della vertenza nazionale per il rinnovo del contratto dei lavoratori della scuola, assieme a tutte le altre categorie di salariati.

Ma già da queste prime scaramucce, i lavoratori devono trarre la indispensabile lezione che, anche per condurre un’azione limitata come questa, essi devono collegarsi ed organizzarsi in aperto contrasto con i sindacati ufficiali, i quali hanno dimostrato di volersi mobilitare solo per organizzare il crumiraggio.

Combattere la politica oggi dominante nei sindacati, è una necessità materiale; i lavoratori sono costretti a farlo se vogliono difendere le loro condizioni di vita e di lavoro.

L’organizzazione è un’arma potente che i bonzi sindacali usano per far passare la loro politica di collaborazione con lo Stato e con i padroni e di subordinazione delle esigenze dei lavoratori alla pace sociale, al salvataggio del regime capitalistico. A questa politica si deve contrapporre l’azione organizzata di tutti i lavoratori che, indipendentemente dalle loro posizioni politiche, vogliono difendere le loro condizioni materiali non con la pratica del mercanteggiamento, degli accordi sottobanco, del prendere per buoni gli «impegni del ministro», dei telegrammi, ma con i tradizionali metodi della lotta di classe!