Partito Comunista Internazionale

Risponda la lotta di classe al demo-fascismo di padroni e rinnegati

Categorie: Democratism, Italy, Opportunism, Partito Comunista Italiano

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Con l’accordo di massima tra Intersind e Federazione metalmeccanici sulla parte politica del rinnovo del contratto di lavoro, la prima e più importante questione è avviata a soluzione nello spirito della più stretta collaborazione tra sindacati e impresa produttiva. L’altro aspetto del contratto, quello economico-salariale, sarà raggiunto molto facilmente, anche nel caso di forti resistenze della base operaia, perché verrebbero debellate dagli stessi sindacati, cui interessava soprattutto la loro «partecipazione» alla gestione della impresa alla quale si riduce il mille volte pubblicizzato «nuovo modello di sviluppo» o «nuovo regime economico», a seconda dei gusti letterari.

Per stabilire, con parole non nostre ma di autorevoli «attori» interessati direttamente alle vicende in questione, la vera essenza della millantata nuova politica economica, riferiamo le posizioni della Confindustria, del PCI e delle Centrali Sindacali, cioè dei padroni, del partitaccio e dei sindacati nazionali.

Per i padroni è U. Agnelli, general manager Fiat, fratello dell’ineffabile presidentissimo della Confindustria, in un discorso a Napoli del 23-2: «Per le implicazioni sociali che accompagnano il suo sviluppo, l’industria va sempre più intesa come oggetto di una responsabilità collettiva. In questo senso appare parziale e dannosa l’impostazione, oggi prevalente in Italia, che vede il problema industria soltanto nell’ottica dello scontro di potere tra le varie componenti direttamente coinvolte nel momento produttivo». Che cosa significa «responsabilità collettiva», Agnelli ce lo dice in termini molto chiari, secondo il sunto dato da Il Sole – 24 ore del 24-2: «Questo significa rivalutare il ruolo del manager anche come attore politico (la parolina magica politica, per significare, con tatto antifascista, che i padroni guardano alla futura Camera delle Corporazioni, ma beninteso, questa Camera uscirà dalla tradizione della «Resistenza», ohibò!), impegnato nella gestione dell’innovazione e della continua mediazione tra le esigenze dell’efficienza e le richieste dell’ambiente esterno e, nello stesso tempo, rivalutare il ruolo del capitale come fattore di sviluppo e non di speculazione. Così – continua – come questa rivalutazione investe il ruolo del lavoro, non all’interno di una visione meramente contrattualistica e conflittuale dei rapporti sindacati-impresa, ma nel contesto di una crescente partecipazione e responsabilizzazione (eccoci all’olio!) sui problemi dello sviluppo». E conclude, dulcis in fundo: «…la crescente domanda di coinvolgimento nel processo decisionale che emerge dalle forze sociali e le trasformazioni della società italiana potrebbero avere come esito un inedito modello di democrazia sociale…» e le ossa di Benito si rivoltano per questa orazione funebre.

Diamo la parola al PCI, che parla anche a nome delle Centrali sindacali. Unità del 25-2. Fondo «Risposta alla Confindustria»: «…il problema della produzione – quindi anche dell’impresa – è indissolubilmente connesso oggi alla possibilità di aggregare un blocco di forze sociali che, sia pure con motivazioni diverse, convergano sulla necessità di un nuovo sviluppo. Ci sembra perfino superfluo dire che tale blocco non può prescindere dalla classe operaia. È un ragionamento politico, si dirà. Certo, è anche un ragionamento politico…» Ancora: «Tutto ciò non può avere un corrispondente all’interno dell’impresa, nelle possibilità di controllo e di intervento delle diverse componenti sociali presenti… Si può – e si deve dire – che è un discorso tanto impegnativo da non poter essere compiutamente affrontato e risolto solo sul piano sindacale e contrattuale; che ad esso devono prendere parte le forze politiche e le istituzioni…». E le ossa di Benito scricchiolano ancor di più.

Come si vede le intenzioni dei tre «attori» sono all’unisono. La classe dei managers (padroni) rivendica di impegnarsi come «attore politico», e quindi in termini di decisione politica, e quindi istituzionale e governativa. Il PCI-Sindacati rivendicano la convergenza e l’aggregazione di «un blocco di forze sociali» compresa la «classe operaia». I padroni chiamano questo blocco «inedito modello di democrazia sociale» e i rappresentanti ufficiali degli operai lo definiscono «regime sociale più giusto», «nuovo modello di sviluppo». Se non è zuppa è pan bagnato. Tutti quanti intravedono la necessità di far tacere gli «odii» e le «contese» «particolaristiche», definite «corporative», per «superare effettivamente – sono le parole dell’Unità – la crisi economica e l’impasse produttiva dell’impresa». Tutto il resto è colore e chiacchiere, tipico della bagarre democratico-parlamentare, per ubriacare gli operai. Che il «blocco», la «convergenza», insomma questa «democrazia sociale» altro non sia che la riedizione odierna del fantomatico «corporativismo fascista» del ventennio, è troppo chiaro per spenderci ancora altre parole.

Ma i demo-fascisti odierni sono più bugiardi dei tronfi fascisti di ieri, perché è una poderosa balla il «corporativismo», com’è una poderosa balla la «convergenza» di «tutte le componenti sociali», cioè di tutte le classi della società. Si può ridurre al lumicino la lotta tra le classi, la si può anche temporaneamente far tacere localmente, ma questo non significa che esiste un «blocco» tra le classi. Significa invece che la classe operaia è caduta schiava della classe borghese, che ha cessato di combattere anche soltanto per difendere pane e lavoro. È questo stato di servitù che consente ai partiti, e non alla classe, ai sindacati, a direzione reazionaria, e non quelli classisti, di puttaneggiare con i partiti, le istituzioni, lo Stato del capitalismo, al fine di impedire che nell’immancabile ritorno di classe del proletariato questi ritrovi la via della rivoluzione.

Lo sanno anche i sassi, lo ripetono tutti, che al di là della polemica di sagrestia e della propaganda spicciola, la risolvente della crisi economica in atto, risolvente a favore del mantenimento del regime capitalistico, quale che sia la denominazione politica contingente s’intende, è la compressione delle condizioni economiche, salariali, di lavoro e di vita dei salariati, consiste nella riduzione dei salari, e non solo per mezzo della svalutazione monetaria e dell’inflazione crescente e continua, ma della espulsione dalla fabbrica e dai luoghi di lavoro degli operai, nella mortificazione di tutti i bisogni elementari del proletariato.

Il millantato «blocco sociale», allora, a che serve, a chi serve? La «partecipazione», la «cogestione», o che diavolo volete, a quale fine? Esattamente per tenere nel sacco gli operai, per dar loro l’illusione di «decidere» cose che in definitiva nessuno decide, perché nemmeno i padroni, i borghesi, lo Stato e gli Stati sono svincolati dalle leggi deterministiche dell’economia capitalistica, da cui dipendono coscientemente o meno poco importa; per invischiarli nelle illusioni che il loro destino di operai verrà da essi stessi controllato a misura che potranno controllare assieme ai padroni, ai partiti dei padroni e allo Stato dei padroni, l’economia aziendale e nazionale, cioè l’economia padronale.

Quando alla classe operaia si prospettano blocchi e alleanze, da qualunque parte proposti, significa che la si vuol ridurre in stato di servitù, la si vuol deviare dalla preparazione rivoluzionaria per la conquista del potere.

Dottrinarismo, il nostro? Si getti uno sguardo alle «conquiste» della classe operaia tedesca con la «partecipazione» degli operai alla gestione dell’impresa. Mai come in regime di «partecipazione» il capitalismo ha celebrato i suoi saturnali, sta accumulando montagne di profitti, mai come durante questo regime di «blocco» che potranno definire «storico», Partiti-Sindacati-Stato, ci sono stati tanti disoccupati ed emigrati espulsi per sempre. E l’Inghilterra del «blocco» Governo-Partito laburista-Sindacati? I salari discendono ogni giorno, i prezzi aumentano incontrollati, i disoccupati si avvicinano al milione e mezzo.

Ma, in definitiva, il fascismo non ha realizzato il «blocco» ancora prima che si chiamasse «democrazia sociale», aggregato di «forze sociali», il blocco tra Governo-Partito-Sindacati? Sulle condizioni della classe operaia di allora dovremmo essere tutti concordi: condizioni da schiavi.

Un esempio di dimensioni più piccole, ma comunque consistente, è la compartecipazione dei «ferrovieri» al Consiglio di Amministrazione dell’Azienda statale delle Ferrovie, di cui si è tenuta il mese scorso l’elezione. I lavoratori delle ferrovie godono forse di privilegi? Nemmeno per sogno. E l’azienda, forse, naviga in acque tranquille? È piena di debiti fino al collo. La stessa cosa vale per le Aziende di trasporto urbano, coamministrate dal Comune e dai rappresentanti sindacali. Qui i debiti non si calcolano più, tanto sono abissali, ma non si calcola o non si vorrebbe calcolare più nemmeno lo sforzo che viene richiesto ai lavoratori. Si dirà che si sono ereditate condizioni già esistenti. È vero. Quindi, a maggior ragione, l’assunzione degli «operai» alla cogestione delle aziende, al «controllo» delle imprese, assume un solo significato: scaricare sulle spalle dei lavoratori l’amministrazione dei debiti, l’economia fallimentare del regime capitalistico. Fate che la «partecipazione» si istituzionalizzi, cioè si estenda per principio a tutte le imprese, a tutta l’economia italiana, e avrete una classe operaia che sarà schiacciata non solo dai debiti astronomici, ma che, per beffa, dovrà amministrarli ad onore e gloria dello Stato, che per questo non cesserà di essere capitalista. La formula risolutiva nostra, del comunismo rivoluzionario, la demmo nel numero scorso: «azzerare tutti i debiti dello Stato verso i terzi». Se i falsi partiti e sindacati operai avranno questo coraggio, noi solidarizzeremmo con loro. Non lo faranno. Lo sappiamo. Soltanto la rivoluzione annullerà tutti i debiti, fuorché quelli che le classi borghesi hanno da tempo, da troppo tempo, verso la classe operaia e la Rivoluzione sociale. Ecco perché il «blocco sociale»: per far pagare ai lavoratori le distruzioni che il capitalismo genera ogni giorno nella società, per impedirgli di prepararsi alla loro emancipazione.

Alla nostra parola d’ordine «il posto di lavoro non si tocca! il salario non si tocca», aggiungiamo: «i debiti se li paghino i padroni e il loro Stato»!

Ma per ottenere questo risultato gli operai devono pensare ai loro debiti, cioè alle loro condizioni economiche e sociali attuali, devono perciò stringersi in un vero blocco – questo sì che non è corporativo, né una balla – in un blocco che stringa tutti i salariati, occupati e disoccupati, di qualsiasi partito e sindacato, di ogni età e sesso, di tutte le nazionalità e razze. È questo blocco il vero garante del risanamento economico e sociale, e se volete anche morale, della società, perché non avrà altra strada che quella che conduce al totale affrancamento dei produttori dal più fetente regime della storia.

Su questa strada, allora, troveranno quella «democrazia sociale», quel «compromesso storico», quella «convergenza di tutte le componenti sociali», il blocco cioè della borghesia, dei suoi ruffiani piccolo-borghesi, dei traditori opportunisti e sindacalisti, di tutti i partiti dell’«arco democratico», compreso, è ovvio, anche il bistrattato (per ora) MSI. Troveranno, insomma, quanto di peggio ha generato questo regime, stretto attorno all’organizzata violenza dello Stato-Padrone. L’urto sarà inevitabile. L’esito dipenderà, intanto, dalla capacità di lotta degli operai in difesa del loro salario e del posto di lavoro, contro le illusioni sul «controllo degli investimenti» e della «partecipazione».