P.C.F. a congresso: Patria e Democrazia
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Le relazioni svolte dalla tribuna del Congresso del P.C.F., i mutamenti dello statuto, le dichiarazioni che con incredibile faccia tosta sono apparse definitivamente respingere quanto restava di un passato in nome della rivoluzione; hanno messo in agitazione soltanto i giornalisti preoccupati del pezzo d’effetto, e forse giungeranno alle orecchie della piccola borghesia desiderosa d’essere protetta nell’attuale periodo di crisi. Non sono certo servite alla borghesia per rassicurarla sulla fedeltà del PCF alla nazione ed al sistema democratico, né hanno segnato, nei fatti, un mutamento di politica di quella organizzazione.
Il PCF, come tutti i partiti «comunisti» ufficiali, vissuti e cresciuti nello stalinismo, non ha avuto da fare alcun passo per il suo inserimento nella compagine statale. Il PCF è un partito dello Stato francese; ha una funzione da svolgere nel corpo sociale, e presenta le sue credenziali: come nel 1936, come nel 1947, la direzione dello Stato «ha bisogno di noi». La borghesia conosce da tempo questo «lupo rivoluzionario», sa fino a quanto e per quanto servirsene, né sono certo le litanie di fedeltà alla democrazia, la presa di distanza dallo Stato russo a fornirle ulteriori informazioni su questo suo necessario alleato. Il rumore è stato grande solo per le orecchie che hanno voluto sentirlo.
Scrivevamo nel dicembre 1970 per commemorare alla nostra maniera, tirandone il bilancio, il cinquantenario del PCF, di un partito che non è mai esistito: «Durante questo decennio fatale (dal 1924 al 1934) tutte le sezioni della III Internazionale sono morte, in quanto partiti comunisti, e solo questo permette di comprendere lo sviluppo mostruoso di una di esse, che, pur continuando a rivendicare la distruzione rivoluzionaria del capitalismo, ne è divenuta il principale pilastro. Il trionfo della controrivoluzione fu un fatto internazionale. Violenta o sorniona essa ha distrutto tutti i partiti comunisti, senza eccezione. Il PCF agiva nella parte d’Europa che l’ondata rivoluzionaria non aveva neppure sfiorato. Il capitalismo non ebbe dunque bisogno della repressione di tipo fascista per disarmare il proletariato. Se vi riuscì, fu grazie alla complicità dello stalinismo, che trasformò nella sostanza i comunisti in socialdemocratici. I partiti comunisti dell’Europa centrale o dei Balcani, d’Italia o di Germania, furono messi in rotta in una lotta armata. Il PCF, invece, era destinato alle dimissioni ideologiche con tutti gli onori borghesi, alla rinuncia della lotta di classe con l’approvazione delle urne elettorali, la disfatta più vergognosa; essa lo lasciò numericamente intatto, anche ingrossato nei suoi ranghi, ma al prezzo del passaggio dall’altra parte della barricata sociale; per la patria contro l’internazionalismo, per la produzione capitalistica contro la rivendicazione operaia!»
Marchais nel suo rapporto ha ripreso tutte le filastrocche dell’opportunismo; gli aspetti ingordi, gli sperperi dei grandi borghesi – è una costante quella del capitalismo sperperatore; il loro sogno sarebbe un capitalismo tutto teso al reinvestimento, che neppure una briciola andasse sprecata per i consumi improduttivi, insomma un meccanismo sfruttatore e reinvestitore assoluto. Poi ha messo in risalto come – secondo loro – socialismo e democrazia siano termini inseparabili, ed è la formula per proclamare la sottomissione al metodo statale «nella lotta per il socialismo niente, assolutamente niente può nella nostra epoca e in un paese come il nostro prendere il posto della volontà popolare maggioritaria democraticamente espressa con la lotta e con il suffragio universale… bisogna essere convinti che ad ogni tappa, maggioranza politica e maggioranza aritmetica devono coincidere».
È il loro metodo, lo rivendicano integralmente: la vecchia affermazione – puramente di principio – della dittatura del proletariato, deve essere abbandonata; il loro non è né un partito dittatoriale, né proletario, non rappresenta gli interessi di una parte della società, ma di tutta la società. E cosa sia questo popolo nel quale tutto si stempera ed annega, non è importante dirlo, bottegai, contadini, imprenditori (non quelli grandi che non sono legati alla «nazione» ed i cui interessi coprono il mondo intero), artigiani e via discorrendo, e l’ultimo ma non ultimo, la classe operaia; il socialismo dai colori francesi non poteva trovare interprete migliore dello sciovinismo di Marchais e soci.
La piccola proprietà è sacra ed intangibile e il principio della sua trasmissione ereditaria va ad ogni costo salvaguardato – il contadiname piccolo proprietario di Francia, strato numericamente amplissimo e con tendenze reazionarie pari soltanto alla sua ottusità è particolarmente sensibile a questi temi – la pluralità dei partiti, l’alternarsi alla direzione del governo delle diverse forze politiche, giusto il responso delle urne, un vincolo irrinunciabile. Il mutamento nella forma, dai tempi di Waldeck Rochet, non potrebbe essere più vistoso dal totalitarismo di allora, allo sfrenato possibilismo di oggi, il cambiamento sembra profondo, ed indicante un mutamento decisivo nella linea d’azione del partito. Ma nella sostanza lo stalinismo è rimasto uguale a se stesso e quanto oggi è stato sbandierato nel congresso ieri è stato compiuto ai danni del proletariato.
Questi volgari piazzisti della politica, per vendersi meglio al pubblico, hanno cambiato toilette; la faccia feroce della dittatura non paga il regime democratico, e l’urgenza dei tempi nuovi, o meglio la concorrenza spietata che sul piano elettorale viene svolta dai socialisti del Sig. Mitterrand, impone nuove strategie: non c’è da fare è stato detto, un «feticismo» delle parole. Ed è forse l’unica cosa giusta fra le dette in quella spelonca di briganti, le formule, gusci vuoti da riempire col contenuto politico che l’ora detta, devono essere gettate via quando siano d’impaccio.
Cos’è cambiato nella sostanza, al di là delle esplicite affermazioni, pure importanti, ora estorte dalla forza delle cose ora proclamate con indicibile cinismo, nella condotta del PCF dalla sua nascita ai giorni d’oggi? C’era forse uno straccio di tradizione rivoluzionaria nei suoi natali nel dicembre 1920 al congresso a Tours del partito socialista, già viziato dalla peggior tabe nazionalista dei vari Cachin e Frossard, opportunisti finanche nell’adesione all’ingranaggio rivoluzionario della III Internazionale, i primi a sbandierare le famigerate particolarità nazionali, prodromi delle nefande «vie nazionali al socialismo» del secondo dopoguerra? O forse vorrebbero far passare per alta strategia rivoluzionaria l’appoggio al patto Molotov Ribbentrop, quando ad un colpo di bacchetta dello stalinismo, il nemico storico della democrazia, lo Stato totalitario tedesco, divenne il grande alleato nazionale. O forse era una «dittatura del proletariato» mascherata – ma mascherata bene! – quella che lo portò, con a capo il defunto Thorez a partecipare ai governi Blum di Union Sacrée fino al 1938, vera anticipazione di quell’altra grandissima strategia rivoluzionaria che sotto il nome di compromesso storico sembrava fosse un brevetto esclusivo dei compari d’Italia.
Il «rimbocchiamoci le maniche» di Thorez all’indomani della II guerra mondiale, durante la ricostruzione nazionale non differiva dalla condotta del PCI nei governi di concordia nazionale, Togliatti a braccetto con De Gasperi per le più alte sorti della patria. Il PCF era al governo anche lui, più tardo comunque, meno souple del collega d’oltralpe a darsi l’aspetto del manager democratico dell’Impresa Socialismo Nazionale.
Per questo pubblico è stata rizzata tutta la messa in scena del XXII Congresso. La confessione che le necessità elettorali hanno estorto deve rallegrare il proletariato rivoluzionario, perché cadono i veli infami che l’opportunismo pone di fronte agli occhi della classe operaia.
Chi siano i dirigenti attuali del proletariato l’hanno detto loro stessi.