Punti fermi
Oggi più che mai ritornare al congresso di Livorno non sta a indicare per noi il rispetto formale d’una tradizione, ma l’urgente necessità di viverne e farne rivivere lo spirito animatore, quale è maturato dall’opera geniale di Lenin.
E’ del resto facile la constatazione che non c’è oggi analisi politica di situazioni, di forze politiche e di orientamenti che non si rifaccia per un verso, o per un altro a questo congresso per certi aspetti d’importanza indubbiamente fondamentale. La storia odierna del nostro paese è del resto per tre quarti legata alla scissione di Livorno: e il fatto stesso che si attribuiscano a questo avvenimento ora tutti i mali poi capitatici, tra cui non ultimo il fascismo, ora il merito d’aver chiarito, caratterizzato e persino tonificato il mondo dei partiti e lo stesso contrasto di classe, ciò vuol dire che qualcosa di questo congresso perdura, vive ed è sempre attuale. Che cosa?
Al di sopra delle divergenze contingenti, degli urti di persone, di gruppi e di scuole, e della cronaca minuta a volte composta e più sovente pettegola dell’accadimento, il congresso di Livorno ha posto per la prima volta di fronte al proletariato italiano il problema della necessità inderogabile del partito di classe spezzando brutalmente e radicalmente la lunga e troppo fertile tradizione dei partiti parlamentari. Questo partito di classe doveva infatti nascere ed è nato nella fase più acuta della crisi italiana dalla dissociazione nettissima tanto ideale che fisica della autentica avanguardia rivoluzionaria dal numeroso gregge della conservazione socialdemocratica nell’ambito stesso del vecchio e… glorioso partito socialista che fino allora aveva riunito bene o male e in concordia discorde tanto le forze dell’opposizione parlamentare del riformismo che quelle dell’opposizione rivoluzionaria di classe.
La scissione avvenuta a Livorno aveva così aperto il varco per il quale si sono lanciate le prime formazioni di combattimento del partito comunista, mentre il partito socialista autentico figlio della rivoluzione borghese rimaneva insabbiato nella legalità, nelle secche cioè dell’azione democratico parlamentare.
Ecco un punto fermo della strategia proletaria: la necessità del partito di classe come strumento di lotta rivoluzionaria.
Più precisamente, le esperienze accumulate negli anni, pur così duri e formativi, seguiti alla scissione hanno dimostrato con abbondanza di prove concrete che in qualsiasi clima politico la permanenza della lotta operaia postula comunque la necessità permanente del partito di classe. In questa affermazione le preoccupazioni che si rifanno alle masse, al numero, alle possibilità obiettive della lotta tradizionale, alla durezza della situazione e così via, non hanno, né possono avere alcuna importanza fondamentale e determinante.
E’ ridicolo pensare ad un partito d’avanguardia rivoluzionaria che non sappia adeguare la sua organizzazione e le sue forze di combattimento, al clima, anche il più rigido, della reazione capitalista.
Ma quale doveva essere il metodo della organizzazione interna del partito nato a Livorno? Il partito bolscevico forgiato nella rivoluzione d’ottobre dava ai partiti dell’Internazionale e quindi al partito comunista d’Italia la dimostrazione dell’antidemocrazia tradotta da enunciazione teorico politica a realtà di organizzazione.
A ventinove anni di distanza dalla scissione a differenza di chi in questa fase di deflusso della lotta operaia si attarda a vivisezionare ipotetici risultati negativi della pratica antidemocratica fatta propria dai partiti a tradizione comunista, noi pur vigili e attenti nell’esame critico di questa stessa esperienza preferiamo rinunciare al feticcio della libertà individuale e al rispetto della nostra personalità per l’accentramento più totale e autoritario del partito in quanto strumento della rivoluzione, che piega questo alle esigenze, sempre deteriori per la lotta rivoluzionaria, delle libertà astratte e del ruolo presuntuoso delle personalità.
Il partito rivoluzionario nella funzionalità dei suoi quadri permanenti offre pertanto il tipo di una democrazia proletaria che trae la ragione della propria esistenza e delle sue conquiste proprio da un regime di vita e di organizzazione schiettamente e apertamente antidemocratico; esso ha viva la coscienza della propria disciplina ideologica, organizzativa e politica, e fa di questa non solo un suo abito mentale e una sua norma di vita, un elemento vivo e operante di realizzazione rivoluzionaria.
E’ un altro punto fermo tra tanto sconcertante problemismo dei revisionisti pullulanti in questa grigia ora di ristagno della lotta politica del proletariato alla destra e alla sinistra di Lenin.
"Punti" democratici e programmi imperiali
Ieri
Tre tempi nel comportamento dell’America rispetto alle guerre generali nate in Europa: primo tempo, osservazione e speculazione sulla guerra – Secondo tempo, intervento nella guerra – Terzo tempo, liquidazione della guerra, direzione della pace.
Contenuto di tutti i tre tempi: sporco affarismo capitalista, produzione di montagne di miliardi usando per materia prima sangue e fame umani. Forma del terzo tempo: superimpiego di tutti i canoni ideologici che si possono mobilitare avendo posto mano a cielo e a terra, dalla Bibbia alle Dichiarazioni dei diritti dell’uomo, dalla morale evangelica all’umanitarismo democratico.
In veste di apostolo dell’ignobile zibaldone la storia non manca di apprestare un presidente pro tempore della stellata repubblica, abbia esso la faccia di quacquero di Wilson o quella di barman degli altifondi di Truman. I cocktails ideologici sanno in entrambi i casi di acqua lustrale, di alcool di contrabbando e di cocò: la folla della media cultura ne va in visibilio.
Quattordici punti di sutura volle il flebotomo Woodrow Wilson applicare alle lacerate carni di Europa nel 1918. Il testo è stato forse dimenticato? Carità cristiana e libertà borghese vi girano il più languido dei valzer. In chiave di basso risuona il passo inesorabile e totalitario dell’imperialismo.
Il primo dei punti ebbe gran voga come un postulato della rivoluzione russa del 1917, a cui gli stessi bolscevichi resero astratto omaggio: pubblicità dei trattati, fine della diplomazia segreta. Non occorre essere esperti di politica per sentire, dopo trenta anni, l’enormità della ipocrisia e del ciarlatanismo di allora, della disillusione di oggi, il toc-toc-toc di tutti i birilli micro borghesi che cadono.
Le richieste dei punti 2, 3 e 5 ricalcano, a parole, antiche rivendicazioni liberaloidi e pacifistiche, ma non occorre sforzo per leggervi altrettante condizioni favorevoli alla espansione dell’ultracapitalismo degli Stati Uniti, a quel tempo praticamente privo di flotta militare, di basi coloniali, di controllo sui rapporti economici e monetari europei, intercontinentali e interimperiali.
Libertà di navigazione in tutti i mari in pace e in guerra (!) a meno che non si tratti di limitazioni internazionali… evidente interesse di chi tra i grandi varchi marittimi sulle rotte mondiali non poteva maneggiare le chiavi che di quello di Panama. Tutte le potenze europee che hanno raggiunto l’egemonia marittima mondiale infrangendo quella preesistente lo hanno fatto alzando, magari con flotte di pirati, questa bandiera della libera navigazione, della “abolizione della proprietà privata del mare” che don Cristoforo consegnò per primo al re di Castiglia. Dalla lotta contro il monopolio delle tre caravelle si arriva a quella del monopolio delle città galleggianti dell’Orient Line o della Cunard. I tedeschi avevano d’altra parte levato lo stesso grido.
Il terzo punto è per la soppressione di tutte le barriere economiche e per la parità commerciale, altra palese via per arrivare a spostare i rapporti di quota sul grande traffico intercontinentale ed oceanico.
Il quarto punto – sunt lachrimae rerum – riguarda la sicurezza e la riduzione degli armamenti. È manifesto quanto ad esso abbiano corrisposto i rapporti di forza sia pure relativi delle tre armi statunitensi fra il ’18 e il ’42.
Il quinto punto sulle colonie pone su piano eguale “gli interessi delle popolazioni” indigene e il “titolo” del governo metropolitano. Rimesse nel calderone tutte le posizioni acquisite, per il momento l’America rifiuterà con consumata luterana ipocrisia di partecipare a mandati o presidii coloniali. Non è ancora giunta l’ora del Giappone del picchettamento permanente, non dei paesi della gente di colore, ma delle terre di razza bianca.
Seguono tutti i punti particolari sui singoli problemi nazionali contenenti lo schema della nuova “pacifica” carta di Europa, di cui la storia ha saggiata la stabilità e la incombustibilità, e, a coronamento, il punto 14 edifica quella Società delle Nazioni, cui la nuova Russia è caldamente invitata, ma da cui poi la Casa Bianca si ritirerà gesuiticamente, e che aveva lo scopo “di fornire mutue garanzie di indipendenza politica e di integrità territoriale ai grandi come ai piccoli Stati“. Valutando in trent’anni di mondiali vicende la sovranità, la libertà, lo stesso diritto a trarre fiato, lasciato ai “piccoli Stati”, se ne ha abbastanza per passare agli atti il più grande spergiuro della storia.
È facile anche qui scorgere il rapporto tra questa tendenza di frammentamento di vecchi imperi nelle loro forze territoriali di Europa e di oltremare, tra questo preteso equilibrio giuridico che doveva impedire il sorgere sulle rovine delle egemonie degli Imperi d’Austria, Turchia, Germania, Russia, di nuove egemonie inglesi o francesi, e il lavoro per formare uno squilibrio di potenza a vantaggio del capitalismo americano, dello Stato mostro di Washington, cui con la ottenuta prevalenza finanziaria mercantile e industriale occorreva soltanto il tempo per fondare, all’ombra dei compiacenti teoremi umanitari, il più tremendo apparato militare che abbia mai passeggiato per il pianeta.
Tutte le parole grosse sono giuste se adoperate contro questa costruzione paurosa e sinistra, figlia della grande accumulazione capitalista mondiale; ma nessun diritto a profferirle hanno quelli che non abbiano scorta questa linea fin dalle viscide omelie del Wilson, e che tra la lotta contro la Società di Ginevra, e quella contro l’O.N.U. odierna abbiano preteso inserire una parentesi storica di plauso e di appoggio alla politica americana presentandola come una forza mobilitata contro l’oppressione e la barbarie, consentendole la massima avanzata e la stabilizzazione dei più possenti e definitivi suoi capisaldi, consegnandole le stazioni che ieri irradiavano tesi filantropiche e dettami morali; oggi tengono pronte le atomiche.
Oggi
Col largo sorriso, tanto triviale quanto lugubre era la composta grinta di Woodrow, il signor Harry, a guisa di messaggio del mezzo secolo sciorina a sua volta cinque “punti” per amministrare il mondo; disegnando come ogni capitano di azienda l’ “organico” per il trattamento di tutti gli umani da oggi al duemila. Non per niente risale a lui il merito di aver liquidato i secoli del fascismo e il millennio del nazismo.
Carità bontà e filantropia sono naturalmente ancora questa volta lo sfondo della prospettiva. Pace libertà e giustizia sono sempre il miraggio di domani, ma non basta, vi si aggiunge quello di una universale prosperità e della ricchezza per tutti: se le tavole di Truman saranno applicate dall’umanità non solo la salvezza delle anime sarà assicurata per la vita eterna, non solo i cittadini dell’American World avranno le carte in regola con la moderna civiltà e coi principii immortali di libertà e giustizia, ma perfino gli stomaci saranno redenti dai dolorosi crampi del “bisogno”; la fame e la miseria saranno un ricordo sbiadito di secoli che ignorano il dono radioso del sistema capitalistico…
Si capisce che il primo punto è la pace mondiale. Componenti di una generazione che ha visto tre volte tutti al lavoro per scongiurare la guerra, solo quando sentissimo finalmente inneggiare alla guerra mondiale sarebbe il caso di trarre il respiro e smettere i rituali scongiuri.
Il secondo punto sono le Nazioni Unite, ossia quello che era in Wilson il quattordici. Come allora, queste devono “elaborare quei principii di etica e di diritto internazionale senza i quali l’umanità non potrà sopravvivere”. Altro presbiteriano squillo di buon augurio!
Il terzo punto scende un poco dai piani siderali dell’etica, pur rispondendo al cristiano: date il superfluo ai poveri… È il piano E.R.P., definito contributo per garantire la ripresa economica mondiale. Se lo si interrompe da parte degli Stati Uniti è finita per la “pace permanente” e si fa il gioco “dei nemici della democrazia”.
Quindi occorre la “organizzazione del commercio internazionale”. Ma non si era detto nei punti dell’altra volta che l’importante era la “libertà del commercio internazionale”? Borghesi dell’inferno, è la libertà o l’organizzazione che voi volete? Noi vogliamo la organizzazione per tutti quelli che lavorano, e la forca per quelli che avete resi liberi di non lavorare.
Allora occorreva la libertà per slacciare i legami del movimento economico dai centri europei; non bastavano ancora i debiti in dollari e il monopolio dell’oro. Ma la libertà, questa spennatissima colomba, ha reso ormai il suo servizio, ed oggi occorre la organizzazione, ossia il controllo americano del traffico e degli scambi nel mondo in merci ed in moneta, per una chiara ragione. Questo alto funzionario del regime americano è abbastanza grossolano e non cerca tante perifrasi: impedire quel genere di anarchia e di irresponsabilità che contribuì a creare la crisi economica mondiale del 1930! Se le crisi mondiali non facessero dormire i presidenti d’America, certo quella di oggi sarebbe più assillante che quella del 1930, ma lo spauracchio per il signor Truman è uno solo, è il venerdì nero di Wall Street, ed è contro quello che vuole assicurarsi, organizzandoci tutti.
Il quarto punto riguarda le famose zone “arretrate”. Vi sono parti della terra dove non è arrivato con le sue delizie “il progresso scientifico ed economico”. In queste zone la miseria “ha il sopravvento”. Naturalmente il signor Truman non sta a domandarsi se la miseria abbia il sopravvento in tali zone in quanto il “progresso” capitalistico ha avuto il sopravvento nelle altre, fabbricandovi, tra l’altro, sottomarini aeroplani e bombe atomiche.
Queste deplorevoli zone arretrate dovranno mettersi al passo, e ciò si farà con due mezzi: assistenza tecnica, e investimenti di capitali. Eccoci al punto. L’uomo ha inventato l’automobile e il treno, dopo le scarpe, non per non logorarsi i muscoli delle gambe e le piante dei piedi; ma perché nell’auto nel treno e nelle scarpe si possano investire capitali, il che non poteva farsi, sotto i cieli della barbarie, nelle gambe e nei piedi, almeno da quando il parroco o il pastore considerarono peccato l’avere schiavi.
Verso le zone arretrate dovranno muoversi ingenti capitali per impieghi produttivi dalle Nazioni industriali e soprattutto dagli Stati Uniti. Il soprattutto è lì per un minimo di decenza, tutti conoscono come in materia di capitali collocati all’estero le altre nazioni sia pure industrialmente avanzate siano costrette dalla situazione economica e monetaria del dopoguerra a “disinvestire”. Per capire questo misterioso fatto degli investimenti a distanza occorre non lasciarsi incantare dagli enigmi della economia borghese, che l’Edipo proletario ha da tempo decifrati.
La caratteristica del Capitale è che esso non ha bisogno di muoversi se non simbolicamente, sotto forma di telegrammi radio e al più di pochi rettangolini di carta stampata. Resta a casa, da casa sfrutta ed opprime. Il capitale non è un elemento integrativo della produzione, è un titolo che consente di sfruttarla appostandosi nei passi obbligati. Nel barbaro Medioevo i briganti si appostavano ai passi difficili per assalire le diligenze, e lo fanno ancora in qualche zona arretrata: devono avere la necessaria assistenza tecnica in modo da erudirsi, e restare appostati senza rischi di morte e galera e senza fisico disagio in comodi uffici dalle ampie poltrone e dai bianchi telefoni.
I giornali e la radio hanno data una recente notizia, esprimendo la noia dei dirigenti americani per il ritardo nell’applicazione dei loro piani di investimento internazionale. Si tratta di questo caso: l’Argentina ha troppa terra, l’Italia troppi lavoratori, gli Stati Uniti troppo capitale. Si trasportano, non oseremo dire deportano, i lavoratori italiani sulla terra Argentina, e gli Stati Uniti ci mettono il capitale. L’italiano lavora; l’argentino riceve un poco di rendita fondiaria; l’americano intasca il profitto della brillante impresa.
La terra evidentemente è restata dov’era, il lavoro si è dolorosamente mosso traverso l’Oceano, il capitale è rimasto nel pugno dell’investitore yankee. Ma questi, risponde in tono trionfante l’economista borghese, ha dovuto coi suoi dollari comprare e spedire macchine attrezzi etc. etc., senza di che la terra argentina non sarebbe fecondata dal lavoro italiano.
Harry ha pensato anche a questo con la sua organizzazione internazionale, e la Import Export Bank con un fondo speciale coprirà i rischi dei privati investitori all’estero. In altre parole, se l’affare sarà produttivo i dollari anticipati rientreranno in pochi esercizi, e resterà il titolo permanente sull’impianto argentino; se andasse male pagherà la massa lavoratrice americana e il capitalista nulla avrà perduto.
Nel quinto punto Truman si mette in gara con il “comunismo” di Mosca non certo – ohibò – nella preparazione della guerra e nella corsa degli armamenti ma nella campagna per gli ideali della democrazia e della pace. Nobile campagna, degnissima gara sul piano di quella “emulazione” che nei discorsi di capi e capetti stalinisti viene avanzata come contrapposto alla guerra di classe tra capitalismo e comunismo.
Poiché non solo dall’altra parte si fa eco instancabile alle istanze democratiche e pacifiste, ma si preconizza un parallelo piano economico perfettamente aderente – salvo i dollari – al terzo e quarto punto di Truman. Dinanzi alle sofferenze proletarie e alla disoccupazione, dinanzi alla disorganizzazione di impianti derivata dalla guerra, e più dalla sporca soggezione dei governi, dei partiti, dei sindacati di ogni colore all’affarismo speculativo, gli staliniani non hanno altra ricetta economica: investimenti! e naturalmente: produttivi! E vogliamo Di Vittorio presidente della Import Export Bank degli stracci! Egli saprà trovare, con piani che metteranno giù l’E.R.P. i tremila miliardi di pidocchi che occorrono.
Nel disegnare il suo piano mondiale che purtroppo è una cosa seria, Truman ha detto: questo programma di investimenti non ha nulla a che fare col vecchio imperialismo del secolo scorso e col nuovo imperialismo moscovita!
Ed infatti: il vecchio imperialismo aveva dinanzi a sé da scoprire terre spopolate e vergini o occupate da popoli che si potevano, dato il già raggiunto “progresso scientifico”, sterminare o intossicare. Sfruttando colonizzati e coloni riuscì ad esaltare i profitti di capitale nella madre patria. Giunto ai limiti del mondo abitabile, scoppiarono le contese per le zone migliori.
Il nuovo imperialismo non ha altri fini ma trova dinanzi a sé paesi rigurgitanti di gente affamata e disoccupata; il suo piano moderno tende a non porre in evidenza il possedimento territoriale e la guardia armata alle terre e ai mari, ma vuole con un monopolio mondiale del capitale e delle masse monetarie giungere allo stesso punto: altissimi profitti nel paese imperiale e relativo alto tenore di consumo e di vita in esso, in modo che sia assicurata la riproduzione incessante di “risparmio” da investire.
Le cifre che Truman pone a suo traguardo per la economia americana fondata sullo sfruttamento del mondo, coi 50 anni ed il trilione di dollari annui (la cifra del capitale in lire vuole per essere scritta un due seguito da sedici zeri), meriteranno una guardatina.
Quanto al nuovo imperialismo moscovita la sua situazione è tragica. Ha masse enormi di lavoratori ma il tenore di vita è quasi tanto basso quanto quello dei paesi che vuole assoggettare. Se investe fuori della sua area deve non alzare, come Truman calcola negli Stati di cinque volte, ma ridurre il tenore di vita medio. Oppure cambiare in macchine di guerra e di pace o in dollari, moneta del mondo, la pelle di alcune decine di milioni di lavoratori militarizzati come ha fatto nella guerra mondiale, spingendo in alto le cifre del potenziale capitalistico sulla terra. Nessuna guerra romperà questo cerchio, se non quella, interna a ogni nazione, tra i proletari e i delegati del capitale, indigeno o straniero che sia.
Rinfrescare la memoria Pt.2
In un precedente articolo, sulla scorta delle dichiarazioni tattiche e programmatiche del P.C.I., si è dimostrato come, dal 1945 al 1946, i nazionalcomunisti abbiano gettato le basi della formazione di una «coscienza politica» patriottica, democratica, anticlassista ed anticomunista. Proseguiamo col 1947.
Siamo all’inizio del 1947, nell’età aurea delle «tattiche» a lunga scadenza. La conferenza nazionale di organizzazione del P.C.I. (Unità del 7 gennaio 1947) parla delle «grandi realizzazioni del P.C.I. strumento al servizio dell’Italia e della democrazia». Secchia sottolinea: «Noi difendiamo gli interessi del paese, perché noi comunisti (?!) non abbiamo stimolato una sola azione, non abbiamo condotto una sola agitazione che non si conciliasse con gli interessi di tutti gli italiani» (compresi, evidentemente, capitalisti,strozzini, preti, ecc.). Naturalmente, quando si è «al servizio della patria» si è contro il pericolo rappresentato da ogni avanguardia rivoluzionaria: «Questi nemici, trotzkisti, pseudo-internazionalisti, pseudomarxisti integralisti, pur nella loro inconsistenza organizzativa, data la critica situazione italiana possono costituire un pericolo come veicolo della provocazione».
Servire la patria, dunque. Sull’ Unità dell’8 gennaio, Scoccimarro aveva già scritto: «E’ necessario difendere l’indipendenza del Paese. Oggi siamo arrivati al punto che, dopo una lunga lotta, siamo riusciti ad avviare la politica finanziaria del governo italiano per una nuova via. Il prestito chiusosi in questi giorni è stato il primo passo per questa via» (una bella via davvero, a giudicare dai risultati). Il vanto del neo-ministro delle finanze «comunista» è, fra gli applausi dei compagni, di «aver assicurato il pareggio del bilancio ordinario dello Stato italiano» (che vuol dire pompare casse dirette e indirette).
Alla stessa conferenza, terza giornata, Sereni: «La realtà è che, nel campo dell’azione ricostruttiva ed assistenziale, si sta realizzando in Italia, ad opera delle forze democratiche ed in primo luogo del nostro partito un grande fatto storico. Di questo grande fatto storico non è protagonista nessun ministro e nessun onorevole (senti che modestia!); sono protagonisti migliaia e decine di migliaia di uomini e donne, di umili donne del lavoro, di figli del bisogno e della lotta»; il grande fatto storico è … l’assistenza a carattere corporativistico. Fra pareggio del bilancio ed elemosina, avanti nella ricostruzione della patria. Conclude la conferenza il «migliore»: «Il P.C.I. non cadrà nella trappola che le manovre anticomuniste tentano di preparare nel suo cammino; il P.C.I. alle manovre di quei gruppi che tendono a spingerlo su posizioni estremiste senza via d’uscita risponderà mantenendosi sempre più fermamente sulla strada della democrazia e battendosi per spezzare le barriere che si vorrebbero porre allo sviluppo democratico del paese».
Sull’ Unità del 19.1.47, nell’articolo di fondo: «Dove vai? Porto pesci» Togliatti scrive: «Ho detto … dobbiamo fare non una politica ristretta di classe ma un’ampia politica nazionale; per il rinnovamento dell’economia italiana è necessario stabilire contatti e alleanze fra la classe operaia e le altre classi lavoratrici e queste alleanze possono e debbono arrivare fino a determinati gruppi delle classi possidenti e operose dell’industria e del commercio». Evidentemente, le «classi possidenti e operose» non avevano molta voglia di alleanze con la classe operaia se nello stesso numero si legge di disoccupati («sobillati da elementi provocatori») che assaltano la prefettura provvidenzialmente contenuti da carabinieri e celere (allora si diceva un gran bene di entrambi le armi). Aveva ragione Mario Montagna di scrivere: «Noi che abbiamo dato troppe prove del nostro patriottismo…» (Unità, 29 gennaio 1947).
Si apriva frattanto la prima crisi della coalizione Togliatti-De Gasperi. Velio Spano, augurandosi che la crisi si risolvesse con un nuovo governo tripartito, preannunciava in caso contrario che «un governo costituito da soli democristiani o dalla D.C. più elementi di destra non potrebbe avere che una vita di pochi mesi o di poche settimane, forse di pochi giorni». Proprio così … di pochi giorni: come previsione non c’è male, per un santone tipo Spano.