International Communist Party

Il Comunista 1921-06-23

La questione agraria Pt.5

Elementi marxisti del problema

Il potere proletario e l’agricoltura

Ricordiamo come si sistemano nella visione prospettica della rivoluzione propria dei comunisti marxisti e della III Internazionale il processo economico e quello storico-politico della rivoluzione che dal capitalismo ci condurrà al comunismo. Il carattere economico di questo trapasso è il passaggio dall’appropriazione privata dei prodotti del lavoro associato nelle grandi unità produttive, alla disposizione di tali prodotti da parte della collettività dei produttori, che centralmente organizzi e diriga la distribuzione dei prodotti ai membri della comunità produttrice. Ciò non può avvenire per l’opera locale dei gruppi di lavoratori, né azienda per azienda, poiché mentre si sopprime il modo di produzione capitalistico si deve nella stessa misura sopprimere la distribuzione per mezzo del commercio libero, cioè aver tracciato la rete della distribuzione centrale e razionale delle materie prime e dei prodotti. L’artefice di tale opera non può essere che un potere organizzato centrale, che abbia la forza di poter vincere le resistenze della classe capitalistica, e la possibilità di iniziare e dirigere centralmente il nuovo apparato economico. Questo potere è lo Stato proletario. Non è qui il luogo della dimostrazione che questo apparato statale non può sorgere che col violento abbattimento di quello attuale, congegnato per la funzione di difesa dello sfruttamento privato.

È il potere proletario che affronta ed inquadra il problema della trasformazione economica. Esso si impadronisce anzitutto del capitale bancario concentrando le banche private in una grande unica banca di Stato, e quindi procede alla espropriazione dei capitalisti industriali, man mano che una grande rete di statistica e ragioneria statale appronta gli apparecchi di gestione delle varie branche d’industria. La piccola industria entro certi limiti si lascia sopravvivere per un certo tempo. Ma lo Stato proletario tende a realizzare prontamente un primo postulato dell’economia comunista: la soppressione totale del libero commercio dei prodotti industriali. Questa, che è in Russia un fatto compiuto, non è incompatibile colla sopravvivenza di parte della piccola industria. Basta che i piccoli produttori siano costretti a consegnare ai magazzini dello Stato tutto il prodotto delle loro aziende, che viene così ad aggiungersi a quello distribuito dagli organi collettivi – prima dietro un prezzo in moneta, poi dietro buoni di lavoro, infine, quando la produzione abbia preso un sufficiente sviluppo, secondo le richieste dei consumatori controllate opportunamente, e così via. Il piccolo imprenditore che per poco sopravvive è compensato del prodotto consegnato in denaro o con altre forme, finché la sua piccola azienda non sarà soppressa ed assorbita in quelle socializzate.

La concentrazione dei mezzi produttivi in grandi unità organiche è dunque la premessa della loro gestione collettiva. Ma la società, all’indomani della conquista rivoluzionaria del potere da parte del proletariato, non è ancora la società della gestione collettiva (così come oggi ancora la società borghese presente non è la società della grande intrapresa privata generalizzata). Dopo la vittoria insurrezionale e la proclamazione della dittatura proletaria non fa che iniziarsi il processo di trasformazioni economiche che dovrà culminare nel comunismo. Ma un grande svolto della storia umana sarà stato oltrepassato: per la prima volta il processo economico anziché svolgersi in modo ignorato dagli uomini e fuori dal controllo della scienza e della volontà umana, sarà gestito e diretto dalla collettività organizzata in base al principio motore dell’interesse collettivo e dell’elevamento generale del benessere, poiché la forma di organizzazione, lo Stato dei produttori, si esprime dalle file della collettività lavoratrice, ed è retta dal partito comunista, ossia dall’organo di squisita sensibilità e vitalità che in sé condensa l’esperienza e la volontà della classe produttrice, la coscienza del compito storico che essa assolve.

Nel quadro di questa situazione, all’indomani dell’abbattimento dello Stato borghese, qual è il lavoro che l’apparato statale proletario deve esplicare nel campo della economia agricola? Esso dipende indubbiamente dal grado di sviluppo dei processi di trasformazione dell’impresa agraria, diverso da paese a paese, da regione a regione dello stesso paese, ed è complesso per la coesistenza di varie forme fondamentali di gestione agraria.

Se volessimo, prima di esaminare tutto ciò, rispondere alla eventuale obiezione circa l’immaturità dell’intervento del potere proletario nell’agricoltura, dovremmo risalire alle obiezioni più generali all’avvento al potere della classe operaia in paesi a sviluppo industriale limitato, che hanno soprattutto dilagato dopo la rivoluzione di Russia. Ed in tal caso sarà bene premettere che il grande problema della trasformazione economica e sociale non può contemplarsi in un arbitrario circuito chiuso, sia anche questo quello di uno degli attuali Stati. Esso è problema internazionale, e risente delle influenze dei fenomeni internazionali, soprattutto della grande guerra recente. Fino a quando il potere proletario si è affermato in un solo o in pochi dei grandi Stati moderni noi non potremo propriamente parlare della chiusura della fase in cui al proletariato si presentavano compiti di lotta politica, e dell’apertura di quella in cui si concentrano tutte le energie alla trasformazione economica. Dopo l’affermazione della dittatura proletaria in un paese, non solo resta da esplicare la lotta contro inevitabili tentativi della controrivoluzione, ma altresì quella contro le aggressioni esterne degli altri Stati retti ancora a regime borghese. La rivoluzione russa non è che l’inizio della rivoluzione proletaria politica mondiale. Le condizioni rivoluzionarie accentuate per le conseguenze della guerra pongono dovunque il problema implacabile della fine della economia capitalistica, e quindi il dilemma: dittatura borghese o dittatura proletaria. Questa vince laddove è minore la resistenza, e di lì inizia il suo procedere: la resistenza ha potuto essere minore dove, come in Russia, meno era sviluppato il capitalismo, per ragioni che lungo sarebbe ricordare, ma ciò che ha determinato l’esplosione rivoluzionaria russa non è solo il grado di sviluppo economico russo, ma il grado di sviluppo del capitalismo mondiale, che ha così iniziato la sua universale ripercussione rivoluzionaria, tra le spietate contraddizioni della sua crisi bellica.

Il potere proletario può dunque intraprendere il suo cammino nel tempo e nello spazio anche in un paese ove siano deficienti le condizioni della socializzazione. Ma, passando all’aspetto di questa cosa nel campo agrario, se in nessun paese esistono le condizioni generali della gestione socializzata della terra, gli altri compiti che si pongono in tal campo alla dittatura degli operai e dei contadini, danno appunto, come vedremo, al potere proletario altri punti di appoggio nella sua lotta di diffusione, anche quando esso non poggi ancora sulla gestione collettiva dei colossali agglomerati industriali d’Occidente.

E quindi il problema dei compiti agrari della dittatura ci fornisce elementi per vieppiù confutare le obiezioni poggiate sulla pretesa “immaturità della rivoluzione”.

Il problema del progresso dell’economia agraria si presenta, per l’impossibilità di una vasta sua soluzione nei quadri del capitalismo, soprattutto nel cuore della crisi postbellica, come una grande questione rivoluzionaria al fianco di quella della socializzazione della grande industria e delle grandi vie di comunicazione mondiale.

Prima di andare innanzi, e benché non sia qui nostro obiettivo dimostrare il funzionamento del meccanismo di gestione socializzata dell’economia, né in astratto, né nelle esperienze della sua applicazione in Russia, ma solo additare le linee generali dei rapporti che si presentano nella trasformazione dell’economia agraria, sollevandoci appena dalle formulette imprecise che condannano la “proprietà privata” o la “piccola azienda” ad una migliore valutazione marxista, collo scopo precipuo di dissipare grossolani malintesi fondamentali, pure è necessario dire qualcosa sul come si collega la questione agraria a quella generale dell’alimentazione della popolazione.

Quella parte di questa che vive nelle città si provvede nel regime borghese di generi alimentari per la via del commercio privato, acquistando con danaro i generi portati dalla campagna, dal contadino produttore, e più spesso dai molteplici intermediari.

Nei primi tempi della dittatura proletaria sopravviverà il commercio libero dei generi alimentari, a mezzo del denaro, ma andrà sostituendolo progressivamente la distribuzione statale. Lo Stato creerà grandi magazzini di generi alimentari, e prenderà nelle sue mani l’organizzazione sistematica dei trasporti di essi nella misura occorrente ai vari centri di consumo. Nei primi tempi i magazzini statali venderanno a prezzi determinati ai lavoratori delle varie branche della produzione che riceveranno salari sufficienti al loro bisogno.

Ben presto però, ed è questo un momento fondamentale del superamento del meccanismo capitalistico, saranno nettamente sdoppiati questi due fatti economici: la necessità di lavorare per vivere e quella di ricevere i generi necessari alla vita. Il salario in denaro stringe in regime borghese questi due fatti col vincolo di una ferrea necessità. In regime socialista la necessità di lavorare è assicurata indipendentemente coll’obbligo al lavoro pena di perdere ogni diritto, compreso quello alla alimentazione – la fornitura dei generi necessari alla vita è proporzionata, non alla richiesta illimitata, finché non si saranno raggiunte lontane fasi avvenire di ultraproduttività sociale, ma ad un contingentamento sulla base del numero degli individui da alimentare. Soppresso così il principio capitalista che il salario è in ragione della quantità di lavoro fornito, sparirà la fondamentale sperequazione che si stabilisce tra i lavoratori a seconda che hanno a loro carico un numero minore o maggiore di “bocche” improduttive. Divenuta la collettività responsabile diretta dei bimbi, delle madri, dei vecchi, degli inabili, degli stessi disoccupati senza loro colpa, cambia tutta l’impostazione del problema della sussistenza sociale: ci sarà difetto per tutti di alimentazione e della soddisfazione di altre esigenze della vita solo allorché la disponibilità di prodotti sarà sproporzionata al numero di consumatori.

Questo sistema andrà stendendo la sua rete nella misura in cui lo Stato proletario si consoliderà, si libererà dai nemici politici e militari interni ed esterni, ricostituirà i grandi impianti produttivi rovinati dalla guerra nazionale e rivoluzionaria; soprattutto esso funzionerà in pieno quando sarà installato su di una base di compensazione e di coordinazione mondiale, colla vittoria universale della dittatura proletaria.

Nel lungo cammino che condurrà ad un tale meccanismo, esso coesisterà con i residui di quello del commercio privato, soprattutto per quanto riguarda i prodotti dell’agricoltura, sia perché le imperfezioni e le insufficienze inevitabili all’inizio del nuovo metodo determineranno irresistibilmente la tendenza anche al contrabbando della distribuzione commerciale dei generi alimentari.

È fondamentale dunque per lo Stato proletario venire in possesso delle grandi quantità di prodotti della terra, per curarne la distribuzione alle popolazioni urbane; maggiormente ciò è necessario finché c’è un esercito sul piede di guerra. Durante la grande guerra delle nazioni, gli Stati borghesi si sono assunto un compito analogo: requisire i generi di maggiore necessità, prelevarne il fabbisogno dell’esercito, distribuire il resto alla popolazione in misura proporzionale alle bocche da alimentare, ma dietro pagamento di dati prezzi. Naturalmente a guerra cessata gli Stati borghesi si sforzano di demolire questo apparato per ritornare al libero commercio. Questo apparato artificiale se era una prova della insufficienza del metodo capitalistico di compensazione tra produzione e consumo, non era minimamente un esperimento di socialismo.

Potrà darsi che in periodo di lotta eccezionale – e ciò è avvenuto in Russia – lo Stato proletario debba ricorrere a forme di regolamentazione dell’alimentazione collettiva che siano soltanto intermedie tra questa bruta contingentazione e l’impianto del vero apparato distributivo socialistico.

Come perverrà lo Stato proletario a disporre dei grandi stock di prodotti agrari che gli sono indispensabili per la popolazione non agricola? Come assicurerà che a questa rimanga quanto le occorre pel diretto suo consumo? È questo che dobbiamo considerare nel passare in rassegna le varie forme di azienda produttiva agricola su cui si esplicherà l’influsso della rivoluzione.

Vediamo adunque quali saranno in linea generale i compiti del potere proletario, nel periodo immediatamente seguente la sua instaurazione, dinanzi alle varie forme di economia agraria attuale.

a) Dinanzi alla grande azienda moderna

Laddove esistono quelle grandi tenute agricole, in cui all’estensione territoriale si accompagna l’unità organica di produzione, e da un intraprenditore capitalistico dipendono i lavoratori agricoli salariati con rapporti non dissimili da quelli della grande industria, lo Stato proletario adotterà le medesime misure che per le grandi aziende industriali ossia priverà di ogni diritto il proprietario del suolo e l’intraprenditore dell’azienda, anche dove non facciano una stessa persona, dichiarerà l’azienda proprietà dello Stato, ne rileverà il prodotto assumendosi il mantenimento dei lavoratori che vi sono addetti in tutte le loro necessità.

Perché ciò sia fattibile non occorreranno che le stesse condizioni che si dovranno allestire nei piani di socializzazione delle varie industrie progredite, cioè gli organi capaci di amministrare e di disciplinare centralmente la fornitura di quanto tali aziende devono ricevere dall’esterno, e la distribuzione del loro prodotto. È evidente che aziende di tal natura avendo un elevato rendimento tecnico producono molto di più di quanto occorre al consumo in derrate del loro personale. In un primo periodo potrà essere direttamente trattenuta una parte del prodotto per la distribuzione a coloro che lavorano nell’azienda, detraendone il corrispettivo dai salari, siano essi in denaro o in natura, o meglio, appena il criterio del salario sarà sorpassato da quello del mantenimento a cura dello Stato di tutte le “bocche”, tenendo semplicemente conto nei piani di distribuzione di ciascun articolo di consumo di questi “circuiti” immediati che si conseguono lasciando sul posto parte del prodotto disponibile a diminuzione del fabbisogno generale di consumo. In appresso coll’intensificarsi della coltura, ed il probabile specializzarsi delle aziende nella produzione di limitato numero di specie di derrate per ciascuna, il sistema di ritiro del prodotto e sua ridistribuzione si approssimerà di più a quello realizzato nell’industria, dove probabilmente l’operaio di una data fabbrica, ad es. di scarpe, non porterà mai le scarpe fabbricate nella sua azienda o per lo meno le riceverà altrove (è bene notare che la crisi dell’industria e dei trasporti in Russia ha costretto a lasciar sopravvivere il criterio dei “premi in natura” ossia della distribuzione agli operai dell’industria di una piccola parte dei prodotti dell’azienda che li impiega).

È indiscutibile che l’interesse dei lavoratori della grande azienda agraria moderna alla rivoluzione proletaria è per lo meno uguale a quello dei lavoratori industriali. Essi sono prima della rivoluzione vittime dello stesso sfruttamento; sono pagati in denaro ed in misura insufficiente a procurarsi il necessario di quei prodotti di cui il loro lavoro ha colmati i magazzini del padrone. Anche dove hanno qualche parte del salario in natura, ciò non migliora la loro posizione, ma dipende dalle convenienze commerciali dell’imprenditore. Il tenore di vita di questa parte della popolazione agraria, che è costituita dai veri operai agricoli, che non posseggono né terra né attrezzi né denaro, si eleverà notevolmente passando dall’esercizio privato a quello collettivo delle aziende alle quali sono addetti.

Non meno dei lavoratori dell’industria essi potranno politicamente essere condotti ad intendere che un periodo di sacrificio iniziale dovrà essere sopportato, per consolidare le basi della dittatura proletaria, unica condizione per superare definitivamente lo sfruttamento capitalistico. Questi lavoratori, ed almeno quelli che alla condizione di essere nullatenenti di denaro e di terra aggiungono l’altra di essere addetti ad aziende industrializzate (e sono assai più numerosi nell’Europa occidentale che in Russia) prendono una posizione esattamente parallela a quella dei proletari dell’industria nei riguardi della lotta rivoluzionaria, per conquistare e poi per sostenere e difendere la dittatura proletaria, per dirigere la rivoluzione comunista. Le loro condizioni di vita lungi da grandi centri li hanno resi meno permeati di cultura delle masse urbane, ma ciò spesso li rende più battaglieri ed entusiasti nelle azioni di classe, e certe forme di degenerazione che porta seco nei grandi centri il sistema del salariato li hanno meno raggiunti.

Nulla menoma la loro figura tipica di soldati della avanzata rivoluzionaria.

Il PSI e il congresso di Mosca

Nei due articoli che il sommo teorico Serrati ha scritto sul Congresso di Mosca e sulla posizione internazionale del suo partito vi è – non da riprendere la confutazione delle solite e rancide ragioni mille volte confutate e cadute, colle gesta socialiste dopo Livorno, nel peggiore ridicolo – ma da trarre alcune confortanti deduzioni.

Una è che Serrati non “molla”, tiene duro nelle sue posizioni, dichiara che mai e poi mai accetterebbe il taglio a destra che l’anno scorso chiedeva l’Internazionale, la separazione da Turati e D’Aragona. Ciò è confortante in questo senso, che se resta nel partito comunista e nella Internazionale qualcuno che ha tuttora la velleità ingenua di rinnovare ai Serratiani l’invito di venire con Mosca a condizione di disfarsi dei riformisti della estrema destra, questi si può convincere della inutilità di fare questo passo, che sarebbe una mossa falsissima, che solleverebbe l’indignazione della stragrande maggioranza dei comunisti, i quali giudicano controrivoluzionarie tutte le tendenze dell’attuale partito socialista.

Le parole di Serrati dimostrano che i socialisti non si scinderanno, quindi che, come noi sosteniamo, col congresso di Livorno è stata liquidata per sempre la quistione dei rapporti tra il P.S.I. e la Terza Internazionale; la discussione del ricorso a Mosca deve essere una semplice ratifica di quanto è avvenuto colla costituzione, quale sezione dell’Internazionale, dell’attuale nostro partito.

Ciò è chiaro come l’acqua più pura.

Un’altra considerazione si può fare leggendo le argomentazioni serratiane. Che i peggiori nemici – vecchia esperienza rivoluzionaria questa! – della Internazionale Comunista sono coloro che meno apertamente ne attaccano il programma fondamentale. Il centrista Serrati infatti stabilisce che “soltanto il programma della Terza Internazionale, nelle sue linee generali, può e deve essere luce e guida al proletariato di tutti i paesi nella sua lotta di classe”. Dopo tale affermazione, Serrati parla della Terza Internazionale come dell’organismo più deplorevolmente insufficiente: le informazioni che non vanno, le azioni sballate, le dittature personali, la mancanza di partiti in tutta l’Europa e così via…

Ma altro è il programma altro è l’organismo che può essere inadatto a realizzarlo… si potrebbe dire. Vuol dire che il programma dell’Internazionale è quale lo intende Serrati, autore di tante critiche, e con lui i vari Levi di cui fa l’elogio. Il programma non è più l’incontro della dottrina che stabilisce come tappe della lotta di classe l’azione violenta e la dittatura proletaria, con una disciplina di organizzazione e di azione che affasci le forze e gli uomini che sono su tale terreno, non è questo, ma è quello che ha elucubrato Serrati: l’unità con chi la dittatura non vuole, la violenza rinnega; l’unità per servirsi delle organizzazioni tenute dai controrivoluzionari e dai disarmatori del proletariato allo scopo di fare la rivoluzione e difendersi dalla reazione.

La rivoluzione non è solo lotta. E’ anche la successiva ricostruzione. Perciò Serrati vuole tenersi uniti anche quelli che, pur non accettando la lotta armata, hanno secondo lui elementi ricostruttivi della nuova società socialista. Non riconfutiamo questa sciocchezza. Poniamo solo a confronto coll’altra considerazione, che prima della rivoluzione può esserci la reazione controffensiva borghese e che anche per questa ci vuole la unità. Logica eccezionale! Il fatto che si scateni la controffensiva borghese alla rivoluzione prima che questa esploda, non dimostra che questa consiste soprattutto nella violenta lotta tra le due classi? Non determina, in pratica, come oggi in Italia avviene la morte dell’unità quando quelli che saranno poi per quella tale opera ricostruttiva che aspetta Serrati, ma non per la fase iniziale offensiva, prendono l’aperto atteggiamento di disarmo dinanzi alla reazione nel senso di rinunzia definitiva all’uso della violenza rivoluzionaria? Serrati è oggi con costoro. Non come comunista “unito” a costoro (in tal caso sarebbero essi a staccarsi) ma sullo stesso loro terreno teorico e pratico. E Serrati dice ancora, a Rappoport: Se Longuet accettava le 21 condizioni sarebbe rimasto nella Terza Internazionale. Qui ci si è detto: no, Turati se ne deve andare ad ogni costo. Ammettiamo pure che Longuet sarebbe stato tollerato dalla Internazionale (cosa non vera) se avesse accettate le 21 condizioni, ossia la teoria e la tattica della Internazionale Comunista, malgrado tutti i suoi precedenti. Turati e C. in un caso simile avrebbero forse accettate le condizioni? Qui sta il punto. Le condizioni non chiedono: siete contro la guerra? Siete per la intransigenza parlamentare? (Anche queste i nostri destri non potevano onestamente firmarle). Esse dicono: accettate la dittatura proletaria? Il potere sovietista? Il terrore rosso? L’azione illegale e insurrezionale? e cos’ via. A queste condizioni i destri del partito italiano hanno risposto di no. Quando e come? Quando e come ha risposto di no Longuet.

Longuet e Turati figuravano alla stessa stregua nelle tesi del secondo Congresso. Erano entrambi tra i proscritti. Longuet e i suoi seguaci hanno fatta, prima del congresso di Tours, la loro mozione in cui si respingono quei concetti che sono il nocciolo delle condizioni (dice bene Rappoport: essere comunista, ecco la condizione unica). Allora il C.E. impose la loro cacciata.

Turati e i suoi seguaci fecero lo stesso, confermando le loro molteplici manifestazioni di pensiero politico, al congresso della “frazione di concentrazione” a Reggio Emilia. Quella mozione è forse di chi accetta quanto Longuet rifiutò? Non hanno i riformisti italiani scelto, come Longuet ha scelto, contro le tesi di principio e di tattica del comunismo?

C’era la condizione finale organizzatoria. Chi nega le condizioni in principio deve uscire dalle file dell’Internazionale. Turati è contro la dittatura e la violenza, lo dichiara lui. Esca dall’organizzazione. Uno è, o dichiara di essere per la dittatura, la violenza, etc., ma dice: voglio star con Turati. Allora deve scegliere. O lascia Turati, o se ne va con lui.

Se la frazione Frossard-Cachin in Francia avesse detto: non ci stacchiamo da Longuet, avrebbe subita la sorte della frazione Serrati.

La pretesa disparità di trattamento è un volgare trucco di costui. Egli si porta sul confronto del passato, etc.; cosa su cui si può sempre discutere anche nell’Internazionale, ma imbastardisce una chiara questione di organizzazione. Turati, per riflesso delle elementari regole organizzatorie internazionali deve andar via, Cachin può stare. Vi sono altre ragioni di incompatibilità per chi aderì alla guerra come Cachin? Si possono proporre e discutere, nel seno dell’Internazionale, dopo aver applicate le prime, in ogni caso non per eludere le prime.

Tutto ciò conta poco. La verità vera ve la diremo noi, compagno Rappoport. Per piacere, non vi occupate di Turati. Parlate di Serrati. Prendete ciò che il suo Baratono (honny soit…) disse nel suo discorso “teorico” di Livorno. Prendete ciò che essi fanno oggi, la politica del partito che Serrati dirige. E vedrete violate le “condizioni” cioè la dottrina e la pratica del comunismo.

Sono stati contro la guerra, per Zimmerwald etc. Ebbene? La verità che ne risulta è quella: ciò non fa che renderli nemici più pericolosi della rivoluzione. Quando si capirà questo, nelle cose e per le cose italiane, la esperienza della Internazionale Comunista avrà fatto un gran passo innanzi. Ecco tutto. Non è poco, nè ci è voluto poco per arrivarvi. Ma i comunisti italiani, appunto per questo, non ritorneranno indietro da questo importante punto acquistato a nessun costo.