International Communist Party

Il Programma Comunista 1958/20

Evoluzione politica dell’Africa nera Pt.3

Introduzione alla storia recente del Camerun

Seguendo la traccia fissata nel primo articolo di questa serie, passiamo a descrivere le fasi dell’evoluzione politica del Camerun. Senza abbandonare la forma di cronistoria, presentiamo al lettore la massa grezza degli avvenimenti, rinviando a poi una cernita più scrupolosa. Tale riserva è necessaria perché, tra l’altro, non è possibile ricavare informazioni da altre fonti che non siano la stampa borghese atlantica, tendenzialmente favorevole al colonialismo, e a quella stalinista, i cui dati e giudizi politici non sono meno tendenziosi perché, pur posando a protettrice dei movimenti indipendentistici delle colonie, essa non può non servire le grandi operazioni diplomatiche della Russia, che disinvoltamente concede patenti di socialismo e di filo-socialismo ai regimi afro-asiatici che vanno orientandosi, nella sfera politica ma non sociale, contro il blocco politico-militare dell’Occidente.

Abbiamo iniziato questa rassegna dal Togo perché questo territorio, poco esteso e non certo tra i più importanti dal punto di vista economico e sociale, ha potuto imboccare per primo la strada verso l’indipendenza, sbloccando una situazione che durava praticamente nell’intera Africa nera dall’epoca della Conferenza di Berlino, la Conferenza della spartizione dell’Africa. La rottura delle forme coloniali in questo territorio doveva, ora lo sappiamo, dare una grande spinta al moto indipendentista che sommuove tutta l’Africa nera francese sin dalla fine della seconda guerra mondiale, con epicentro nelle evolute popolazioni urbane del Sudan Occidentale. Il colonialismo francese, dovunque in rotta, si era illuso di trincerarsi nelle residue posizioni conservate in Africa. Ma da quando la Francia capitalista fu costretta a venire a patti con l’indipendentismo togolese, il tentativo poteva dirsi fallito.

Fatto che riempie di soddisfazione chi concepisce dialetticamente il movimento storico, la sconfitta del colonialismo francese nel Togo era provocato non tanto dall’opposizione sia pur tenace e coraggiosa dei partiti indipendentisti, quanto dalle contraddizioni insolubili in cui il colonialismo cade per effetto degli scontri tra le forze imperialistiche che si affrontano permanentemente sul terreno della spartizione del mondo.

Il Togo, anzi i due Togo francese e britannico derivati dalla spartizione della vecchia colonia germanica, avevano un regime di amministrazione fiduciaria, cioè erano nominalmente posti sotto la tutela ieri della Società delle Nazioni, oggi dell’ONU, ma erano “affidati” all’amministrazione francese e inglese. E che cosa differenzia una colonia da un territorio “in amministrazione fiduciaria” se non un diverso rapporto, non tra le popolazioni indigene e la potenza occupante, ma fra questa e gli altri briganti imperialistici? Dovunque, i pirati del colonialismo francese e inglese non poterono accordarsi, dopo il primo conflitto mondiale, nella spartizione degli imperi coloniali turco e tedesco; e si dovette ripiegare sul compromesso dei “mandati” dovunque si scontrarono con gli appetiti degli altri predoni imperialistici (Stati Uniti, Giappone, Italia, ecc.). Cioè si evitava di assegnare in maniera definitiva un territorio alla potenza che ne bramava il possesso, inscenando la commedia giuridica che attribuiva all’organizzazione internazionale la qualifica di “potenza mandante” e ai governi che materialmente lo occupavano quella di “potenza mandataria”, autorizzata ad amministrarlo temporaneamente in attesa che il territorio sotto mandato diventasse “maturo” per l’indipendenza.

Il regime dei “mandati” ha tirato avanti fino a che, nel rivolgimento provocato dalla seconda guerra mondiale, non sorsero nelle colonie i moderni partiti nazionali. Facendosi forti degli impegni assunti dalle potenze “mandatarie”, questi non tardarono a chiederne l’attuazione. D’altra parte, le altre potenze inquadrate nell’organismo delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia e via dicendo) non avevano alcun interesse ad appoggiare le manovre dell’Inghilterra e della Francia per sottrarsi ai loro impegni: al contrario, esse perseguivano e perseguono nuovi piani di spartizione del mondo. In situazioni come queste, lo svolgersi degli avvenimenti sembra smentire la tesi materialistica secondo cui, in una società di classe, unico agente della conservazione, e perciò della rivoluzione, è la forza. Ma in effetti, se il regime dei mandati è dovunque crollato e dalle sue rovine sono sorti i nuovi Stati di Siria ed Israele, come nel 1960 sorgerà quello del Togo, ciò è accaduto non perché le potenze “mandatarie” abbiano spontaneamente deciso di rispettare gli impegni a suo tempo assunti e di ritirarsi, ma perché la convergenza tra la spinta indipendentista dei partiti nazionalisti locali e le mire espansionistiche dei più potenti Stati imperialistici non permetteva altra soluzione.

Per forza di cose il Togo, e come questo il Camerun, in quanto territori ad amministrazione fiduciaria, costituiva il punto più debole dello schieramento colonialista francese. L’assolutismo di governo che la burocrazia coloniale francese esercita in tutto l’immenso impero d’oltremare, era minato dal fatto che ad esso si soprapponeva, sia pure formalmente, la giurisdizione dell’ONU. Tale circostanza permise ai partiti indipendentisti di svolgere apertamente un’interrotta campagna per la liberazione del territorio senza che la Francia potesse trattarli da ribelli, come fece nel 1946 nel Madagascar e come fa dal 1954 in Algeria. Unica via di salvezza per il privilegio colonialista era rappresentato dai collaborazionisti locali, cioè dalle forze sociali che vivono nella scia dei grossi monopoli colonialisti, fungendo da sensali, intermediari o impiegati, o che affidano al perpetuarsi del colonialismo la conservazione dei privilegi di caste tribali.

Abbiamo visto come il colonialismo francese lavorò tenacemente a formarsi nel Togo una classe politica indigena asservita ai propri interessi, cui affidare formalmente la amministrazione dello Stato togolese del quale esso era impotente a evitare la nascita. Purtroppo, questo meccanismo politico che, ad onta dei vari Grunitzky, è miseramente crollato nel Togo, la burocrazia coloniale francese riesce ancora a farlo funzionare nel Camerun. Il colonialismo ha qui potuto dividere le forze dello schieramento politico africano asservendone una parte e facendone uno strumento di repressione contro il movimento indipendentista che, forte dell’esperienza togolese, chiede la fine dell’amministrazione fiduciaria, l’espulsione dei francesi, e l’indipendenza. Perciò, l’evoluzione politica del Camerun è segnata da frequenti scoppi di violenza, da rivolte cui seguono feroci repressioni.

Abbiamo già dato qualche notizia sulle condizioni naturali del territorio, mostrandone l’importanza economica. Accanto alla sfera di produzione indigena, che tramanda forme arcaiche in via di dissoluzione, si stende la moderna economia capitalistica che ha ormai tradizioni abbastanza vecchiotte, essendo stata introdotta dai tedeschi, divenuti padroni del territorio nel 1884. Caposaldo della produzione di tipo capitalista è la grande piantagione, che lavora per l’esportazione e dà vita a importanti forme di attività economica decisamente capitalistiche, quali i trasporti su ferrovia e su strada, e a fenomeni sociali propri delle epoche di transizione all’industrialismo capitalista.

Intendiamo alludere soprattutto all’urbanesimo, che nel Camerun è in forte ascesa provocando l’asfissia dei vecchi ordinamenti patriarcali-tribali. Basti dire che, secondo i dati forniti da “Cahiers du communisme” e da “France nouvelle” (due periodici stalinisti francesi), l’incidenza della classe operaia sul totale della popolazione africana, che nel Togo tocca appena l’1,6%, raggiunge il massimo proprio nel Camerun col 4,1%. Cioè il Camerun è il territorio dell’Africa nera dove l’indice di concentrazione del salariato è più alto. Non a caso il colonialismo francese, che negli ultimi tempi ha sfornato grossi progetti di impianti industriali, ha previsto per il Camerun il grandioso complesso minerario elettrico di Edea, la città che sorge sul Sanaga, il fiume da sbarrare.

La presenza di masse relativamente grandi di proletari addensate soprattutto nella Sanaga marittima (Camerun meridionale) ha avuto origine dal lavoro coatto introdotto dalla dura colonizzazione tedesca ed ereditato in pieno dai degni successori francesi. Essa spiega il radicalismo che contraddistingue le lotte sindacali e politiche del Camerun, la storia degli ultimi anni che è punteggiata di grandi scioperi, di scontri armati, di spietate repressioni. Se il colonialismo capitalista, come quello antico, ha per mira la conquista e lo sfruttamento di schiavi, senza i quali le ricchezze dei Paesi resterebbero inutilizzabili, si comprende l’accanimento della Francia nella lotta per conservare il territorio e per succedere come amministratrice diretta al regime di mandato che tende a prolungare indefinitamente, sotto altre forme, una struttura politica di comodo. Dai porti di Douala, di Bonabèry e di Kribi muovono infatti le correnti di esportazione che immettono nel circuito commerciale della metropoli il cacao, il caffè, le banane, il caucciù, i legni pregiati, tutti prodotti che resterebbero allo stato di elementi grezzi nella terra camerunese senza il duro lavoro da schiavi dei salariati indigeni. E si spiega altresì la protervia e il cinismo dei collaborazionisti alla Mbida nella repressione dei militanti dell’ “Unione dei Popoli del Camerun”, che dal 1956 vive alla macchia.

Cerchiamo ora di ripercorrere le tappe del movimento di riscossa delle popolazioni del Camerun come abbiamo già fatto per il Togo e come faremo in seguito per l’AOF, l’AEF e il Madagascar conformemente al bisogno sentito nel nostro movimento di aver sottomano una ricostruzione ordinata dei fatti che la grande stampa di lor signori passa sotto silenzio o annota di sfuggita, mai sospettando che in Africa, persino nell’Africa nera piombata da secoli in un sonno letargico, stesse rimettendosi in moto la grande ruota della storia.