Il capitalismo trasuda delinquenza
Dopo lo scandalo dei medicinali, la diffusione del jazz, l’introduzione delle sfilate di moda, l’invio di giornalisti della Pravda e delle Izvestia ai festivals di musica leggera, le tournées di Claudio Villa, Modugno e Aznavour, a Mosca e a Leningrado, la santa Russia di Krusciov ha raggiunto un altro notevole traguardo nella gara di «pacifica emulazione» con l’Occidente: LA CRONACA NERA. Mosca ha avuto finalmente il suo «MOSTRO».
Da troppo tempo la «capitale» ne sentiva la mancanza. Ogni «CAPITALE» che si rispetti possiede i suoi MOSTRI, la sua delinquenza, il suo gangsterismo. Poteva Mosca costituire a lungo una eccezione?
La mancanza di «Mostri» era evidentemente un fenomeno grave, soprattutto dal punto di vista «turistico». Da tempo infatti i turisti occidentali andavano dicendo che Mosca è una città «monotona», simile ad un enorme agglomerato di provincia, più che ad una «moderna» metropoli. Questi apprezzamenti non potevano non preoccupare i dirigenti del Cremlino, e soprattutto Krusciov, che il 28 agosto 1963 aveva parlato a lungo di «turismo» con Tito e Merzagora. («Anche con Krusciov, dalle 10,30 alle 11 Merzagora parla di turismo. Il premier sovietico rimane fortemente impressionato dalle cifre di 17 milioni di stranieri in Italia del ’62 e del relativo gettito di 1 miliardo di dollari: commenta che anche i russi devono interessarsi maggiormente al problema», La Stampa, 29 agosto 1963).
L’interesse del Cremlino per il «problema» non è mancato. Nell’estate ’63 una nutrita delegazione russa partecipò a Roma alla conferenza internazionale per il turismo. Nel 1964 il «MOSTRO DI MOSCA» ha inferto un grave colpo alla «monotonia della capitale». Malgrado sia appena agli inizi, bisogna riconoscere che la giovane industria russa per la «fabbricazione dei mostri» ha già raggiunto un notevole «livello competitivo». Noi non conosciamo, evidentemente, i «costi» del prodotto, ma il risultato è senza dubbio degno dello «standard internazionale» e può tranquillamente partecipare a qualsiasi «esposizione» accanto alle merci occidentali.
La delinquenza è inscindibile dal capitalismo
Infatti, il «MOSTRO DI MOSCA» è già stato «esposto» in una vetrina autorevole: La Stampa, organo della Fiat. Osserviamolo dunque, questo recentissimo prodotto dell’industria russa e della «competizione pacifica».
Il «MOSTRO DI MOSCA» ha 26 anni e si chiama Vladimir Jonesan. Come impone lo standard internazionale dell’industria produttrice di «Mostri», Vladimir non è solo, bensì coadiuvato da una complice ed amante: Alevtina Diomitrova. I delitti «ufficiali» di Jonesam, rivelati il giorno della sua cattura, sono i seguenti: l’assassinio di due donne, due scolari e un ragazzo, il ferimento e lo stupro di una ragazza. La «tecnica» usata dal «mostro di Mosca» presenta una originalità che non mancherà di stuzzicare i turisti occidentali: Jonesan, il quale si introduceva nelle case spacciandosi per un impiegato della Mosgas (l’Azienda municipale del gas di Mosca), uccideva le sue vittime a colpi di scure. Non le strangolava, come in genere fanno i «mostri» occidentali: si serviva della scure, utilizzava una tecnica tipicamente «slava».
Il suo arresto è avvenuto il 12 gennaio. Alla polizia sono accorse alcune settimane per la cattura, e così Mosca è stata «terrorizzata» per circa quindici giorni, uscendo dalla sua incresciosa e poco «turistica» monotonia. A questo risultato la polizia ha contribuito egregiamente. Scrive La Stampa del 1° febbraio: «… la caccia a Jonesan ebbe momenti spettacolari, con la polizia che distribuiva una foto dell’assassino nei quartieri ed esortava i cittadini attraverso altoparlanti montati sulle automobili a collaborare alla cattura…». La stampa russa, dal canto suo, non è stata da meno. «Dopo l’arresto apparivano, un giorno dopo l’altro, ben tre articoli sui quotidiani più importanti di Mosca».
Noi prevediamo che la «spettacolarità» della cosa non mancherà di ispirare la recentissima letteratura e cinematografia russa, e che in Russia, accanto al genere «fantascientifico» si svilupperà presto anche il genere «poliziesco». Purtroppo, si deve osservare che il «giallo» di Mosca presenta un increscioso punto debole. Il «MOSTRO» è stato infatti fucilato il 31 gennaio a soli 19 giorni dalla cattura. L’apparato giudiziario russo è evidentemente arretrato nei confronti di quello americano, inglese o francese. Prima di tutto, la «pena» inflitta è troppo primitiva: una semplice «fucilazione» ha un’apparenza troppo «militare», e non può interessare i turisti occidentali. L’industria occidentale per la fabbricazione e l’eliminazione dei «mostri» dà in materia molti punti alla giovane industria russa. Per non parlare dell’impiccagione e della ghigliottina «retaggio storico» del diritto inglese e francese, come non riconoscere la superiore «spettacolarità» della camera a gas e della sedia elettrica in uso negli USA? Si pensi agli effetti terrorizzanti che la camera a gas o la sedia elettrica o la ghigliottina o la forca possono suscitare nello spettatore cinematografico, e a come questi effetti sono stati utilizzati in «Non voglio morire» o ne «Il casco d’oro»! In secondo luogo, il «caso» è stato chiuso troppo in fretta: nessun rinvio, nessuna richiesta di grazia. Se si pensa che l’industria americana per la fabbricazione dei «mostri» ha prodotto un Chessman non si può non riconoscere che un Jonesan al paragone è meno che nulla.
Tuttavia, l’industria dei «mostri» russa è appena nata, e la «competizione pacifica» non mancherà di favorirne lo sviluppo e il completo adeguamento allo standard occidentale. Noi siamo certi che fra non molto i giuristi che si vanno moltiplicando in Russia come i mosconi a primavera, arriveranno alla conclusione alla quale sono già pervenuti i loro colleghi occidentali, secondo cui ammazzare un «mostro» a 19 giorni dalla cattura imbottendolo di piombo è un sistema «poco umano», mentre è «molto umano» uccidere un «mostro» dopo averlo fatto aspettare qualche anno, asfissiandolo con il gas o appendendolo per il collo per una decina di minuti appena…
Marx e l’industria dei «mostri»
Tre giorni dopo la spettacolare cattura del «mostro», il 15 gennaio, le Izvestia scrivevano: «Questa storia è tanto più paurosa e inverosimile perché è accaduta nella nostra società». La frase dimostra che la società russa non solo è una società borghese, ma è una società borghese giunta a un tale grado di sviluppo da essere costretta a fare l’apologia di se stessa.
In altre parole, quando in una determinata forma di organizzazione della società, nel corso del suo sviluppo, la delinquenza si presenta come fatto permanente dei rapporti fra gli uomini, solo un apologeta in mala fede di questa stessa organizzazione può presentare la delinquenza come una anormalità «paurosa e inverosimile». Ora. le Izvestia, come portavoce dei dirigenti del Cremlino, fanno proprio questo.
Se in una società determinata la delinquenza diviene un fatto permanente, chi non vuole fare l’apologia di questa società deve riconoscere il carattere in essa necessario della delinquenza. Il cattolicesimo ad esempio, come espressione della società feudale, ha sempre considerato il delinquente come una conseguenza della natura umana corrotta dal peccato. La società borghese non solo è infinitamente più ipocrita, ma è direttamente interessata, dal punto di vista dello sviluppo della produzione capitalistica, alla diffusione della delinquenza. L’apparente assurdo della società borghese in materia, uno degli infiniti assurdi del capitalismo, fa sì che la borghesia possa diffondere la delinquenza solo illudendosi continuamente di poterla sopprimere. Le pagine di Marx che ora riporteremo, chiariscono meravigliosamente la funzione ECONOMICA della delinquenza nella società borghese.
Scrive Marx: «Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali, ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò produce anche il professore che tiene lezioni di diritto criminale, e inoltre l’ inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto «merce» sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come afferma un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale, procura al suo stesso autore.
«Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati, ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche, e ha impiegato nella produzione dei suoi strumenti una massa di onesti artefici.
«Il delinquente produce in’impressione, sia morale, sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali e con ciò legislatori penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi, e perfino tragedie, come dimostrano non solo “La colpa” del Mullner e “I masnadieri” dello Schiller, ma anche l’ “Edipo” e il “Riccardo III”. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva così questa vita dalla stagnazione, e suscita quella inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forse produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo in una certa misura la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali “elementi di compensazione” che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di “utili” generi di occupazione.
«Le influenze del delinquente sullo sviluppo delle forze produttive possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbero mai giunte alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirlo quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto con i mezzi sempre nuovi con cui si dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (strikes) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale?o anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato, non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza?Il Mandeville, nella sua “Fable of the Bees” (1705) aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni, ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, LA VITA E IL SOSTEGNO DI TUTTI I MESTIERI E DI TUTTE LE OCCUPAZIONI senza eccezione…; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e…, nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta”. Senonché il Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e più onesto degli apologeti filistei della società borghese» (Karl Marx, Teorie sul plusvalore – vol. I, pp. 582 – 584 – E.R.).
Le Izvestia presentando lo sviluppo della delinquenza in Russia come un fatto «pauroso e inverosimile», non solo sono infinitamente più ipocrite dei preti e dei loro tradizionali ragionamenti intorno alla «natura umana corrotta dal peccato», ma non arrivano nemmeno all’ altezza del borghese rivoluzionario del 1705: Mandeville.
Aizzando l’orrore e lo scalpore dei «probi» cittadini russi contro il «mostro di Mosca», esse dimostrano di non essere altro che «apologeti filistei della società borghese». La società russa è una società in cui dominano «lo stimolo della concorrenza», «il commercio», la circolazione delle «banconote», la produzione di «merci», in una parola: IL CAPITALE. Una simile società sarebbe «interamente dissolta» se scomparisse la delinquenza. La società russa è una società in cui il capitale si nutre del pluslavoro estorto ai salariati, in cui la maggior parte della popolazione possiede unicamente la propria forza-lavoro e deve quotidianamente venderla per un salario, in cui esiste un «mercato del lavoro» e dunque «la concorrenza tra gli operai», in cui di conseguenza la formazione di un esercito di riserva e di «sacche di disoccupazione» è un fatto inevitabile: in una simile società «il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro», mentre «la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione»: in una simile società l’esistenza di delinquenti da una parte, e dall’altra parte di «tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati, ecc.» è una necessità insopprimibile, o meglio che può essere soppressa solo distruggendo le basi sociali borghesi sulle quali essa sorge. Inoltre, la Russia è una «una grande potenza» che compete per i propri fini nazionali con gli altri stati capitalistici. Ed allora, noi domandiamo con Marx: «Senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? o anche solo le nazioni?». In altre parole: «Senza il “complotto dei medici” contro Stalin, senza l’eliminazione di Beria, senza l’assassinio di Kennedy, si sarebbe mai imposta la competizione pacifica?».
La società russa, come ogni società borghese, ha bisogno del delitto, respira il delitto in ogni sua sfera, privata e pubblica. La delinquenza assolve nella società borghese, in Russia come in Occidente, una funzione fisiologica indispensabile, così come l’alcool è necessario ad un alcolizzato o l’eroina ad un tossicomane. Vi è una SOLA forma di «delinquenza» che la società borghese non può assimilare, di cui la società borghese non si può servire: l’azione rivoluzionaria del proletariato. Vi è un solo «mostro» di cui la società borghese ha terrore: il proletariato rivoluzionario. Non è lontano il giorno in cui il «mostro» del proletariato rivoluzionario e della rivoluzione comunista riapparirà sulla scena della storia, riempiendo di terrore gli «APOLOGETI FILISTEI DELLA SOCIETA’ BORGHESE».
Allora, Le Izvestia si troveranno di fronte «un mostro» ben più terribile e reale del «mostro di Mosca». Allora, Le Izvestia non potranno più scrivere, come oggi: «Questa storia è tanto più paurosa e inverosimile perché è accaduta nella nostra società». Non ne avranno il tempo.
[RG-36][RG-37] Il recente dibattito russo su arte e letteratura Pt.3
Sullo sfondo dell’urto “ideologico” russo-cinese
III.
III. Rivoluzione e controrivoluzione
La Rivoluzione d’Ottobre, il più grande avvenimento della nostra epoca, non era tuttavia che l’inizio della rivoluzione internazionale del proletariato. La sua vita e il suo sviluppo erario indissolubilmente legati alle sorti della rivoluzione nel resto del mondo. Questa era la chiara prospettiva di tutti i rivoluzionari comunisti, e costituiva il nodo centrale di tutti i loro sforzi e di tutte le loro speranze. Ma la sconfitta della rivoluzione proletaria nell’Occidente europeo, e il suo strozzato svolgimento nell’Oriente asiatico (Cina) – durante un ciclo (1923-1927) il cui primo tremendo sussulto è segnato dalla disfatta rovinosa del proletariato tedesco (ottobre 1923) e l’ultimo dal massacro degli operai di Canton (1927) –, aprono il periodo di ripresa delle forze antiproletarie ed anticomuniste.
Dopo la sconfitta del proletariato tedesco il processo interno della controrivoluzione in Russia comincia rapidamente a svilupparsi; e, alimentandosi alla crescente pressione del prevalente elemento piccolo-borghese, assume proporzioni sempre maggiori fino a prendere un corso di irreversibile inesorabilità. Sotto le mentite spoglie della “continuità bolscevico-leninista” viene attuata la falsificazione più impudente della dottrina comunista; e la reazione teorica e politica si spinge fino alla distruzione fisica dell’avanguardia rivoluzionaria. Abbandonata la prospettiva internazionale della rivoluzione socialista, vi si sostituisce la bolsa, ed antirivoluzionaria per eccellenza, “teoria” dell’edificazione isolata del socialismo. Ogni legame è così rotto col principio del carattere internazionale della rivoluzione e del socialismo; con la stessa àncora di salvezza della Rivoluzione di Ottobre.
Un’opera di revisione generale del programma di classe rivoluzionario viene imbastita dai rappresentanti della “nuova teoria”, dagli edificatori del socialismo in un solo paese (o dai nazional-socialisti). Le questioni fondamentali di dottrina vengono radicalmente distorte e contraffatte, e tutto ciò contrabbandato come “sviluppo originale” del marxismo-leninismo. La rivoluzione socialista d’Ottobre, rimasta isolata, è persa: il proletariato russo e mondiale sono sconfitti. La controrivoluzione interna (stalinismo) deforma la teoria e uccide i comunisti: la Russia si avvia inesorabilmente al capitalismo (avvenimento tuttavia positivo ed avanzato nell’area geografica in cui si svolge).
Stalin e il “realismo socialista”
Datisi a costruire il socialismo, e in pieno clima di euforia edificazionista, i “pianificatori staliniani” lanceranno il metodo del cosiddetto “realismo socialista”.
Esso verrà adottato ufficialmente dagli scrittori russi nel 1934. Sarà Gorki ad illustrarlo al I Congresso degli scrittori sovietici (agosto 1934), riassumendolo in queste parole: “II realismo socialista afferma l’esistenza come azione, come creazione, stabilisce che il suo scopo è l’incessante sviluppo delle più preziose attitudini individuali per la vittoria dell’uomo sulle forze della natura, per la sua salute, per la sua grande felicità di vivere su una terra che 1’uomo, in base all’incessante aumento delle sue esigenze, vuole lavorare a trasformare in una splendida abitazione dell’umanità unita in una sola famiglia“.
Ma 1’essenza del metodo e i suoi caratteri sono meglio precisati in un paragrafo inserito nello statuto dell’unione degli scrittori, in cui si legge che: “Il realismo socialista essendo il metodo fondamentale della letteratura sovietica e della critica letteraria, richiede all’artista una rappresentazione veritiera, storica, concreta della realtà nel suo sviluppo rivoluzionario. La veridicità e la concretezza storica della rappresentazione artistica della realtà debbono associarsi al compito di trasformare ideologicamente ed educare i lavoratori nello spirito del socialismo“.
Una specificazione ulteriore del metodo, e una definizione ancor più generale, si ritrovano nell’intervento di Zdanov al congresso sopraddetto là dove egli tenta di darne una formulazione completa, inclusiva dei suoi due momenti intrinseci, realismo e romanticismo: “Noi diciamo che il realismo socialista è il metodo fondamentale della letteratura sovietica e della critica letteraria, e questo presuppone che il romanticismo rivoluzionario deve entrare nella creazione letteraria come una parte integrante, poiché tutta la vita del nostro partito, tutta la vita della classe operaia, e la sua lotta, consistono nell’unione del lavoro pratico, più lucido e rigoroso con il più grande eroismo e le più grandiose prospettive. Il nostro partito è sempre stato forte perché ha unito e unisce la più intensa operosità e il praticismo con un’ampia prospettiva, con una costante aspirazione ad andare avanti, con la lotta per la costruzione della società comunista“.
Con queste premesse, “nell’epoca ormai di vittoriosa edificazione del socialismo” e di raccolto di pingui messi in tutti i campi della vita economico-sociale, l’arte e la letteratura russe saranno battezzate con una formula tipica: nel paese del socialismo, l’arte e la letteratura “hanno contenuto socialista, ma sono nazionali nella forma“. Con questi “stupefacenti ritrovati”, ogni cosa sembra star bene al suo posto, in barba alla stessa vivente storia.
Tuttavia, nel 1950 Fadeev deve impegnare una vasta polemica contro le decadenti correnti letterarie, fra le quali “spicca” soprattutto quella “dell’erotismo mistico” (da aristocrazia di salotto) della Achmatova. E’ caratteristico che, nel corso della polemica, Fadeev si richiami “all’importante decisione”, presa nell’agosto del 1946 dal PCB, in cui è proclamato, per la prima volta (!!!), il principio della partiticità della letteratura.
Unica parola controrivoluzionaria
Questo brevissimo cenno al periodo di costruzione economico-nazionale della Russia (I Piano quinquennale e successivi) e di sviluppo quantitativo della produzione, che con terminologia corrente si denomina “stalinismo”, fa da anello di congiunzione al periodo più recente del “post-stalinismo”, il cui inizio risale al XX Congresso del PCUS.
Si tratta evidentemente non di due stadi diversi e contrapposti, ma di due tappe successive del medesimo processo economico e politico. Dai “romantici” costruttori del socialismo ai “romantici” costruttori del comunismo la linea, infatti, è unica e continua. E’ la traiettoria della controrivoluzione che, dalla rottura della prospettiva internazionale del comunismo si snoda per fasi successive di trasformismo involutivo: è il nefasto corso controrivoluzionario che la rivoluzione mondiale del proletariato immancabilmente spezzerà.
IV.
Russia artistica 1963
Quanto si è esposto sin qua (in uno schizzo sintetico, contenente a mo’ di traccia generale le linee di abbozzo della visione comunista dell’arte e della letteratura, e alcuni riferimenti storici sulla posizione del Partito riguardo ad esse) serve da premessa all’abbordo del cosiddetto dibattito russo sull’arte e la letteratura. Si può quindi ormai passare ad esso, e riferire già come abbia avuto a protagonisti, da una parte, i massimi dirigenti del partito e dello Stato, dall’altra parte i rappresentanti del mondo artistico e letterario.
E’ opportuno tuttavia non tacere che quanto si è detto, mentre rende più agevole l’assaggio della recente discussione permettendo al lettore proletario un immediato raffronto, dall’altro rappresenta, per i comunisti autentici, un mezzo per ribadire consolidate posizioni programmatiche e ripetere che tutto ciò che avviene nel mondo della sovrastruttura russa costituisce in fondo il riprodursi in copia di aspetti tipici del modello capitalistico di Occidente, solo anteriore ad esso in età di sviluppo. La Russia sovietica si evolve, grosso modo, ricalcando le orme della borghesia di Occidente, malgrado la variante storica che questo processo di sviluppo capitalistico viene identificato col socialismo prima, col comunismo poi. Anzi, quanto più esso muove verso il dilagare di forme borghesi, decadenti e degeneri, tanto maggiore vi appare la invocazione formale di Marx e Lenin, e la dichiarazione di fedeltà al programma da essi stabilito e difeso in tutta la loro vita. Ma in realtà la controrivoluzione russa segna un percorso continuo ed unico, che dai romantici “costruttori del socialismo” (periodo staliniano) ai più romantici “costruttori del comunismo” (periodo post-staliniano), si svolge in direzione peggiorativa (senza tuttavia essere privo di frizioni e urti interni) fino a raggiungere il fondo del suo procedere: dall’uccisione della rivoluzione al sostegno dell’imperialismo e alla repressione operaia nel mondo.
Si deve aggiungere (anticipando su ciò che segue) che non è un fatto “nuovo”, né straordinario, né capitale, che i massimi esponenti del partito e dello stato di Russia scaglino fulmini e minaccino anatemi ad artisti traviati e astratteggianti (peste della società di classi) come è nell’opinare destato dal prurito di uomini di cultura, intellettuali, di liberi “pensatori” di tutte le tinte. Ripetiamo che si tratta solo del riprodursi di fatti e processi inseparabili dal decorso capitalistico dell’economia e della sua genuina sovrastruttura politica, che acquistano tuttavia un significato ideologico importante e indiscutibile perché provano inconfutabilmente che la Russia sovietica è sede di questo modo di produzione a marcio dispetto del “raggiunto socialismo” e del costruendo “comunismo” strombazzati davanti al mondo intero, e testimoniano che ci troviamo di fronte ad una pedestre società borghese, nella quale non solo l’arte, la scienza, ecc., sono borghesi, ma hanno anche lo stile borghese. L’immaginazione non può andare oltre ciò che la realtà consente; e, sotto mille aspetti, tanti prodotti “originali” russi sono riedizioni di vecchie forme europeo-americane.
Accostiamoci dunque al dibattito, per vedere da vicino che cosa è avvenuto. E, immaginando di essere in platea, pensiamo che si stia aprendo il sipario e che entrino in scena i personaggi.
Prologo
L’antefatto prende corpo il 17 dicembre 1962, data che segna “un avvenimento importante” nella vita artistica e letteraria russa perché vi si svolge un “incontro” fra i dirigenti del partito e dello stato e gli esponenti del mondo artistico e letterario.
Iliciov (segretario del CC del PCUS) vi svolge una lunga relazione. Premette che il partito e il popolo sovietico si sono ormai accinti alla costruzione del comunismo e che perciò sono “incommensurabilmente cresciute” le responsabilità degli artisti per lo sviluppo ideologico e spirituale della società sovietica. Riferisce come Krusciov, dopo la visita alla recente mostra dei pittori moscoviti, abbia pronunziato aspre censure: “…Questa ‘arte’ è estranea al nostro popolo, il quale la respinge. Chi si ritiene un artista e poi crea quadri di questo genere, incomprensibili, in cui una mano umana si può confondere con la coda di un asino, dovrebbe riflettere, comprendere il proprio errore e mettersi a lavorare per il popolo“.
Sottolineate queste parole, Iliciov riafferma il principio della partiticità della letteratura e dell’arte tuonando con voce grossa: “Alla base della politica del nostro partito nel campo dello sviluppo della cultura socialista sono sempre stati e saranno i principi leninisti della partiticità e del carattere popolare dell’arte“. Passando a parlare dei pittori, che spacciano le loro tele come l’ultima parola in fatto di “introspezione artistica” li accusava di essere in contrasto irriducibile col programma del partito esattamente come tutti gli astrattisti e i formalisti. Questi sono seguaci delle mode borghesi e perciò vanno aspramente condannati. Iliciov osserva poi che le tendenze formalistiche e le correnti astrattiste non si ritrovano solo nelle arti figurative, ma si diffondono nella letteratura, nel campo musicale, nella cinematografia, ecc.
Iliciov censore di turno
Continuando su questo tono, l’oratore, che senza volerlo ha esposto un caratteristico quadro della vita artistica russa, passa al campo delle ammonizioni, delle regole da osservare, dei criteri che debbono guidare gli artisti: “Noi dobbiamo ricordare come verità indiscutibile che l’arte ha sempre un indirizzo politico-ideologico, perché esprime e difende in un modo o nell’altro gli interessi di determinate classi e ceti… Se si guarda alla sostanza dell’arte astratta si può concludere soltanto che essa non è al servizio degli interessi del popolo e non esprime gli stati d’animo dei lavoratori, ma mira a soddisfare gusti decadenti di gente satolla“.
Ad una lettera che un gruppo assortito di pittori aveva inviato a Krusciov con la richiesta di una “coesistenza pacifica di tutte le tendenze dell’arte”, Iliciov risponde che una tale rivendicazione rappresenta in sostanza un appello alla coesistenza pacifica nel campo ideologico, cosa assolutamente inammissibile in quanto l’idea della coesistenza pacifica nel campo ideologico non è che un tradimento del marxismo-leninismo e degli interessi del socialismo.
Tirando le conclusioni, Iliciov condanna le tendenze artistiche che invocano la libertà di creazione; riafferma la direzione partitica del1′ arte e della letteratura; ribadisce che la linea di sviluppo principale di queste è determinata dal programma del partito, e consiste “nel rafforzamento dei legami con la vita del popolo, in una raffigurazione veridica e profondamente artistica della ricchezza e della varietà della realtà socialista, in una riproduzione vivida ed ispirata di ciò che c’è di nuovo e di autenticamente comunista e nello smascheramento di tutto ciò che ostacola 1’avanzata della società“.
Entra in scena Krusciov
Dall’antefatto al fatto. Alcuni mesi dopo, nel marzo 1963, viene organizzato un altro “incontro”, molto più solenne del primo, fra i dirigenti del partito e del governo e i rappresentanti delle organizzazioni artistiche e letterarie. Qui il ruolo di censore sputa-fuoco è svolto direttamente da Krusciov. Egli, ripetuto che il popolo sovietico costruisce sotto la guida del partito la società comunista (la quale si edifica mediante lo sforzo concentrato del popolo sovietico: operai, colcosiani, ingegneri, insegnanti, medici, ecc., lavoratori di tutti i settori della cultura, e altro simile pulviscolo) denunzia le gravi deficienze riscontrate nel campo dell’arte e della letteratura: “L’altra volta abbiamo visto la robaccia stomachevole del pittore E. Neisvestnij, il quale ripaga il popolo con tanta nera ingratitudine“. Lo stesso vale per il film L’avamposto Ilic del regista Kutsiev: “Non sono ancora scomparsi i letterati che preferiscono raccogliere il materiale per le loro opere nei depositi delle immondizie“.
Krusciov sale di giri. Reclama un’arte rivoluzionaria e combattiva che rappresenti “con immagini luminose 1’epoca grandiosa ed eroica della costruzione del comunismo“. Condanna l’astrattismo e il formalismo come forme della ideologia borghese, sebbene il poeta Evtuscenko si sia levato in loro difesa. Peggio ha fatto il pittore Jutoscki col suo autoritratto: “Come fa a non vergognarsi un uomo che spreca le proprie forze per una porcheria simile? Eppure si tratta di un uomo che ha terminato la scuola media sovietica, l’istituto, un uomo per il quale sono stati spesi denari del popolo… Fa schifo a guardare questa lurida impiastricciatura e fa schifo ascoltare coloro che la difendono“.
Epilogo
Un serrato attacco critico viene indirizzato a diversi altri rappresentanti del mondo delle arti e delle lettere. Quanto al romanzo di Ehrenburg Il disgelo, si rileva che 1’autore vi fornisce una versione unilaterale “dei fenomeni connessi al culto della personalità”. Se dopo il XX Congresso del PCUS si è entrati in un clima nuovo – dice Krusciov – ciò non significa che, una volta condannato il culto della personalità, si siano allentate le redini del governo e ognuno possa agire secondo i suoi capricci.
Il premier giura e rigiura che il partito seguirà nel campo artistico e letterario il suo corso “leninista”. Minaccia lotta recisa agli artisti e letterati traviati e guerra all’astrattismo e al formalismo. Mette all’ostracismo i fautori di queste correnti. Ne addita i rappresentanti al “disonore generale”. E conclude: “Nell’arte noi siamo su posizioni classiste e siamo decisamente contrari alla pacifica coesistenza dell’ideologia socialista con quella borghese“. “L’arte appartiene alla sfera ideologica. Chi pensa che nell’arte sovietica possano convivere pacificamente il realismo socialista e le correnti formalistiche, astrattiste, scivola inevitabilmente nelle posizioni a noi estranee della pacifica coesistenza nel campo ideologico“.
A noi le armi
Con questa finale “bomba” di Krusciov cala il sipario; e noi passiamo ad impugnare le armi dottrinali per muovere addosso ai sofistici e falsi critici. Lasciando da parte per un momento l’atteggiamento di apparente ortodossia manifestato da costoro, sulla scorta del materiale raccolto premettiamo una considerazione riguardante tutto lo sviluppo del corso controrivoluzionario russo. Nello snodarsi di tutte le sue tappe questo, mentre è contrassegnato da una involuzione progressiva sul terreno politico, si presenta alla superficie come una formale accostata ai principii comunisti, o meglio alla proclamazione di fedeltà ad essi. I rinnegati di Mosca più tradiscono, più invocano Marx e Lenin. E, in un certo senso, fanno tutto ciò in un rapporto di senso inverso: mentre il periodo della controrivoluzione staliniana si esprime in un inno potente al “marxismo creativo” e al socialismo, ma per converso e parallelamente massacra la avanguardia comunista e smantella principio su principio il programma teorico di classe, il periodo della controrivoluzione post-staliniana si presenta come un osanna più esteso ai principii del comunismo nell’atto stesso in cui si accentua il processo di incarognimento controrivoluzionario e di affossamento delle ultime briciole di teoria della rivoluzione proletaria.
Ma torniamo ai dirigenti russi. Questi autentici uomini di affari, che hanno fatto di tutto per seppellire i pochi cocci dottrinali sopravvissuti alla distruzione del passato aprendo le porte alle forme classiche delle ideologie liberali, avrebbero d’un tratto ventilato un seppur lieve cambiamento di rotta? Dato un colpo di barra, manovrando su questioni che, sebbene secondarie, poggiano tuttavia sui presupposti intorno ai quali rotea la giustificazione della loro politica internazionale (coesistenza politica sì, coesistenza ideologica no)? Come vedremo, nessuna rettifica di tiro è dato rintracciare. Anzi, sotto 1’apparente fraseologia rivoluzionaria, emergono i teoremi più lerci dell’opportunismo.
Falsa fedeltà
Ovviamente a questi commercialisti non contestiamo l’invocazione formalmente corretta del principio di partiticità della letteratura e del ruolo accessorio dell’arte. Sentire anzi affermare detto principio contro astrattisti e formalisti, e in genere tutta la canaglia piccolo-borghese, può costituire un piccolo motivo di soddisfazione. Questa accozzaglia viscida e parassita, scoperta al mondo nelle pieghe della polemica, non solo “imbratta tele e raccatta immondizie”, ma esprime tutto il fondo melmoso della controrivoluzione e il legame inscindibile che la unisce alla putrescente borghesia occidentale, cui lasciamo non solo il piacere di constatare la partecipazione entusiastica degli artisti e letterati russi ai loro conviti “culturali”, ma la profonda dolcezza di potersi finalmente rispecchiare nei confratelli di un paese che si vanta di “costruire una società comunista”. Un confronto impagabile, che, se si vuole, trova il suo saldo negli attivi e passivi della bilancia degli affari commerciali. I “valori” si universalizzano e nello scambio generale trovano il loro rapporto di identità; così avviene per tutte le merci ivi compresi i cosiddetti prodotti della “cultura”. Le crociate della cultura occidentale a favore di Pasternak, o le civetterie amorose di Evtuscenko per l’Occidente, convergono nella causa unica del commercio e mercimonio universale, che come uno spiritello impregna la sostanza della loro arte decadente.
Ma possono mai incantarci coloro che, contro quella peste, riaffermano la necessità di tirare diritto e meglio servire lo stato padrone, smettendo di civettare con la réclame organizzata di Occidente? No certo, perché la loro è tutta una finzione, una messa in scena, per salvare le apparenze e celare la sostanza. La fedeltà ostentata dai russi è solo di comodo. Il gioco all’ortodossia non mira alla salvaguardia di principii, da decenni calpestati; tende solo a placare il malumore e le critiche persistenti, a cui i loro compagni di strada, i cinesi, li hanno negli ultimi tempi sottoposti. La polemica inscenata in campo artistico e letterario è stata un pretesto per ribattere il chiodo su cui si incardina la politica internazionale russa della coesistenza pacifica. Pur senza escludere possibili contrasti interni, ricollegando 1′ “impennata” dei dirigenti del PCUS all’urto ideologico russo-cinese, noi qualifichiamo di massima sostanza controrivoluzionari i presupposti da cui parte la loro apparente difesa di tesi comuniste. Lo spaccio di brandelli delle proposizioni marxiste è l’espediente classico usato dall’opportunismo, che tanto più vi ricorre quanto più nella prassi se ne allontana. Vediamo dunque le implicazioni di quest’urto, e poi la radice marcia a cui si innesta la presunta fedeltà del partito russo alle questioni di “ideologia”.