Necessità della teoria rivoluzionaria e del partito di classe in America Pt.1
Nel numero scorso del giornale, come in quello da poco uscito del “Programme Communiste”, abbiamo espresso l’entusiasmo dei rivoluzionari comunisti per la eroica, magnifica lotta dei proletari negri d’America, accennando alle ragioni di classe che stanno alla base di questa formidabile esplosione di odio verso la classe dominante, e mettendo in rilievo le finalità sociali che, sia pure in modo tendenziale e in forma non dichiarata né cosciente, le hanno conferito, con terrore e sdegno della borghesia del mondo intero, un carattere rivoluzionario.
Carattere sociale della rivolta negra
L’alto significato teorico delle gloriose giornate di Newark e Detroit risiede prima di tutto nel fatto che esse costituiscono una luminosa conferma delle previsioni marxiste sull’inevitabilità della catastrofe dalla quale gli ideologi borghesi e tutta la gamma degli opportunisti pretendono che il capitalismo sia oggi in grado, in virtù di “speciali” risorse, di premunirsi. D’un colpo solo, la “rivolta negra” (usiamo per un momento questo termine) ha spazzato via – in un bagliore di ferro e di fuoco – le panzane accreditate dalla intellettualità piccolo-borghese circa l’inarrestabile marcia verso il benessere e sulla pacifica eliminazione dei contrasti politici e sociali, mentre ha rimesso in poderosa luce la tesi marxista che la strombazzata prosperità capitalistica si regge su piedi di argilla, dandone ulteriore conferma – cosa ancor più importante – appunto là, vecchio assioma marxista, dove la “prosperità” è maggiore, le suggestioni della propaganda riformista e pacifista sono più diffuse, e le possibilità di corruzione materiale e morale più alte. È appunto là che dei proletari hanno ricordato ai loro fratelli di tutto il mondo di “non aver nulla da perdere eccetto le loro catene”.
Giacché, questo è l’altro grande aspetto dei fatti di Newark e di Detroit (non i soli, come si è visto e si vede tuttora, ma per adesso i più imponenti): di proletari si tratta, di salariati in rivolta nello scenario di alcune fra le più grandi concentrazioni industriali non solo degli Stati Uniti ma del mondo. Sia la motivazione sia la direzione del loro moto sono le stesse delle vampate di collera dei giornalieri messicani nelle fertili valli della California in anni recenti e, in forma periodica, ogni anno, o dei manovali di varia provenienza – e di pelle bianca – nelle galere aziendali dell’Est, da cui è punteggiata la storia sanguinosa del capitalismo americano in tempi lontani e vicini.
Altrove parliamo delle testimonianze, scarne ma inconfondibili, della solidarietà testimoniata dai lavoratori bianchi ai loro fratelli in pelle nera: esse basterebbero a dimostrare la radice di classe, e solo per etichetta di razza, del grande terremoto abbattutosi sulle cittadelle dorate di S.M. il Capitale yankee.
La manodopera negra è senza dubbio la peggio pagata, ma ciò vale in misura analoga per i manovali portoricani assorbiti più o meno stabilmente dall’industria dell’Est, per i salariati agricoli messicani stagionalmente arruolati per le aziende agricole nell’Ovest, o per gli americani di vecchia data che campano faticosamente, ad esempio, nelle aree depresse degli Appalachi. I proletari negri, essendo in prevalenza non qualificati, sono i più esposti alla disoccupazione (ad Harlem, il 9% dei negri sono disoccupati contro il meno del 4% della media nazionale; fra i giovani al disotto dei 20 anni, la percentuale ascende al 25% circa), ma lo sono pure gli stessi portoricani e, in una certa misura, tutti i giovani bianchi che il processo di meccanizzazione esclude da molte possibilità di impiego nell’industria. I negri vivono in quartieri orrendi, certo ma negli stessi rioni si ammassano gli immigranti di varia origine e di tutt’altra razza costretti a vendere la propria forza-lavoro all’insaziabile mostro capitalista.
Il capitalismo prende in origine l’avvio da una base territoriale più o meno omogenea di lingua e di costumi – il mercato nazionale della forza-lavoro – ma, nella sua prepotente espansione, non può non andare ad attingere manodopera a basso prezzo, se non bastano le sacche di depressione interna, fuori dai confini del paese: dovunque, quell’esercito internazionale di riserva che ad esso, potenza mondiale, offre disperato le braccia.
Eccoli i supersfruttati, che soffrono come tali indipendentemente dalla loro pelle (anche se la loro qualifica di “stranieri” o di “gente di colore” serve di comodo pretesto per martoriarli e spremerli ancora di più) e che, appunto perciò, sono destinati, per un apparente paradosso, a divenire l’avanguardia delle lotte di classe nel paese adottivo. Engels vedeva negli irlandesi – stipati in quelli che l’ipocrisia di oggi chiamerebbe “ghetti razziali” e che erano semplicemente dei mostruosi quartieri operai – le punte avanzate, l’elemento di massima irrequietudine, nel moto istintivo di rivolta proletaria in Inghilterra. I più fulgidi episodi di insurrezione violenta negli Stati Uniti hanno nomi e cognomi di “stranieri”. Nell’uno e nell’altro caso gli attori del dramma sociale erano l’incarnazione del proletario puro, del senza-riserve che appunto “non ha nulla da perdere eccetto le sue catene”, del salariato autentico che tocca con mano l’abisso di menzogna delle “nuove frontiere”, le frontiere che il capitalismo valica per attingere manodopera dove costa di meno. Tanto varrebbe parlare di conflitto razziale per i martiri di Chicago del lontano e pur tanto vicino 1886, o per i formidabili “wobbies”, gli I.W.W., di anni più recenti, in gran parte immigrati tedeschi, irlandesi, italiani, spagnoli!
Infine, quand’anche si volessero considerare solo i negri – come cittadini e non come proletari – e chiudere in una bottiglia il loro moto di rivolta applicandovi il tappo con scritto “questione razziale”, che cosa dimostra quel moto se non che perfino sul terreno generico dei famosi “diritti” e della celebre integrazione, la dinamica delle forze sociale ha posto fisicamente le vittime delle peggiori “ingiustizie” di fronte ai problemi che investono i rapporti generali, non locali né particolari, fra società – tutta la società – e Stato – l’intero edificio di oppressione e di difesa della classe dominante – mostrando loro che la questione è politica e di forza e non ammette se non l’alternativa fra violenza subita e violenza esercitata?
Significa questo che i negri di Detroit ne abbiano avuto esplicita coscienza? No: ma con questo? La coscienza segue, non precede, l’azione, e questa è il portato di un cozzo reale e materiale di forze, di una lacerazione in atto nel tessuto, apparentemente solido, di una società intrinsecamente precaria. Nomini pure il governo delle commissioni di inchiesta: la storia ha posto la questione su ben altro terreno!
I limiti storici del moto
Il nostro entusiasmo da un lato, la nostra solidarietà dall’altro, resterebbero tuttavia al di sotto del nostro compito di partito, se chiudessimo gli occhi sui limiti storici – oltre che sulle deficienze, sugli errori, sui rischi di involuzione sotto il duplice assalto della repressione statale borghese e del veleno opportunistico – di un moto prepotentemente scaturito dalle viscere del meccanismo di produzione borghese.
Non si tratta di un problema accademico ma di quella stessa esigenza di battaglia che ha spinto i nostri grandi Maestri a trarre dai più fulgidi episodi di lotta proletaria gli insegnamenti che essi davano alle generazioni successive non solo con le loro luci, ma anche e soprattutto con le loro ombre. Deficienze ed errori sono inevitabili in una lotta uno dei cui dati fondamentali è il carattere spontaneo; e può misconoscere la spontaneità del moto americano solo chi dia credito alle menzogne della Central Intelligence Agency sull’azione determinante svolta in esso dai soliti sobillatori o, peggio, da delinquenti comuni, saccheggiatori e piromani; solo dunque chi abbia scelto il ruolo di lacchè del regime costituito.
I limiti storici bisogna per capirli vederli sullo sfondo di tutto il movimento operaio, americano e mondiale. Non si possono valutare nelle loro luci e nelle loro ombre i fatti di Newark e di Detroit se li si considera come un episodio qualunque in un paese qualunque. Al contrario, bisogna vederli nella portata mondiale che essi hanno in quanto avvenuti nel cuore stesso del pilastro mondiale dell’imperialismo, gli USA, al centro del suo sistema nevralgico, l’industria automobilistica, e nell’immenso valore che potrebbero, anzi avrebbero già potuto assumere, proprio per questa ragione, ai fini della riscossa mondiale del proletariato. È qui che balzano in luce i loro limiti attuali.
Abbiamo già accennato alle testimonianze di solidarietà non soltanto morale fornita dai proletari non colorati. Esse sono inconfutabili, tanto più che vengono da parte borghese. Mancano invece notizie sul come, dove, quando, tale solidarietà si è manifestata. Ignoriamo se, per esempio, essa si sia espressa solo nel gesto dei cecchini che imbracciano il fucile e sparano dai tetti, o in altre e più estese forme di aiuto, specie quando le forze armate locali ricevevano l’imponente rinforzo dei paracadutisti mobilitati d’urgenza dalla Casa Bianca e quanto fior di carri armati spazzavano a raffiche di mitraglia le strade; se la paralisi “parziale” della General Motors, della Ford, della Chrysler, sia stata dovuta all’astensione volontaria delle maestranze al completo; se azioni unitarie di sciopero e comitati unitari di agitazione siano sorti e, in caso affermativo, quanto tempo siano rimasti in vita e quali parole d’ordine abbiano dato.
Questo silenzio (giacché proprio di silenzio, non di mancanza di informazioni nostre si tratta) non è casuale: tutto l’opportunismo, in qualunque paese, ha provveduto a chiudere la rivolta americana nell’ambito di situazioni e problemi “particolari”, a confinarla in un ghetto politico di isolamento dal mondo esterno, prima di tutto dal mondo “esterno” degli altri paesi e del proletariato di altro colore. Questo silenzio (tanto più significativo in quanto le stesse fonti borghesi attribuiscono all’arresto della produzione tre quarti dei danni monetari causati dalla lotta, e parlano di un miliardo di dollari andati in fumo in pochi giorni, tanti quanti il governo italiano ricevette in prestito dagli USA in conto “ricostruzione nazionale”), è l’altra faccia del silenzio che potremmo dire “attivo” delle organizzazioni “operaie” bianche negli Stati Uniti e fuori.
Silenzio che romperebbe una forza politica organizzata che ponesse su scala generale, come punto cardine di principio, la questione di una battaglia unica, non divisa da linee di colore, e valorizzante su un piano più alto l’istintiva solidarietà dei proletari comuni.
Non una voce si è invece levata dal campo dei non colorati (e poteva essere solo la voce di un partito di classe) a gridare: Questa lotta è di tutti noii, il nostro nemico è lo stesso, unica è la volontà di attaccarlo con la violenza che voi, fratelli in pelle nera, avete esercitato a viso aperto, come, tante volte in un secolo di storia, i nostri padri hanno fatto! Se quindi c’è stata la solidarietà istintiva dei proletari bianchi, qualunque forma essa abbia assunta, è mancata quella di una corrispondente forza politica. Non poteva esserci, là dove manca – e non da oggi – il partito di classe, della dottrina e del programma marxisti, e loro veicolo attivo nel cuore dell’imperialismo mondiale, là dove essi sono destinati a fungere da perno della strategia mondiale comunista.
Qui il tragico nodo. Perciò abbiamo intitolato il nostro articolo: “Necessità della teoria rivoluzionaria e del partito de classe in America”, il che è quanto dire al mondo.
È stato diverso il panorama delle forze politiche espresse dalla classe operaia negra? È quello che vedremo in un articolo successivo.
[RG-45] Partito rivoluzionario e azione economica Pt.5
Il risultato elettorale del Convegno della C.G.d.L. a Verona non significò per i comunisti l’abbandono della tattica, che il partito aveva tracciata, basata sul fronte unico e sulla lotta contro le dirigenze riformiste della centrale sindacale. È una delle tante utopie di cui sono preda gli opportunisti, quella di ritener liquidata una forza politica quando questa soccombe al cosiddetto peso di un risultato elettorale minoritario. I problemi posti dalla frazione comunista sindacale erano problemi vivi e reali, non l’esercitazione accademica di un’opposizione parolaia. Il partito chiese a viva forza il congresso nazionale della Confederazione Generale del Lavoro perché vi si discutessero tre punti essenziali: 1) Rapporti internazionali, cioè la questione dell’adesione della centrale sindacale italiana all’Internazionale Sindacale Rossa, negata dalle alte sfere confederali al Convegno di Verona che ribadirono, invece, la loro affiliazione alla centrale internazionale gialla di Amsterdam, di schietta marca borghese, «ufficio della reazione internazionale borghese in continuo contatto e collaborazione coi Governi capitalisti»; 2) Unità proletaria, cioè la questione se i tentativi fatti dall’Internazionale Sindacale Rossa per l’unificazione del Sindacato Ferrovieri e dell’Unione Sindacale con la C.G.d.L. dovevano subire ancora il cosciente sabotaggio dei capi confederali; 3) Contro l’offensiva padronale, se si dovesse, cioè, continuare a subire la tattica disfattista dei vertici riformisti, i quali, dinanzi all’offensiva borghese contro la classe operaia, continuavano a spezzare ogni forma di solidarietà di classe, facendo muovere i singoli reparti proletari gli uni separatamente dagli altri, e cercando di ammansire la giusta rabbia operaia con la convocazione delle famigerate «Commissioni d’inchiesta» sullo stato delle industrie, per accertare se le richieste padronali di riduzioni del salario fossero «giuste» o meno.
L’Alleanza del Lavoro
L’urgenza immediata di affrontare le questioni sollevate dal partito non tardò a farsi sentire. Sui primi di febbraio 1922, proprio il Sindacato Ferrovieri, sotto la pressione crescente dell’offensiva capitalistica, particolarmente acuta contro i lavoratori statali, verso i quali più agevole e diretto era l’impiego della violenza dello Stato, prese l’iniziativa, non ortodossa ma certo significativa, di indire una riunione con i rappresentanti dei partiti cosiddetti «d’avanguardia», il PSI, il PRI, e l’Unione anarchica, per intendersi circa la costituzione di quella che fu detta l’«Alleanza del Lavoro». Che una potente organizzazione sindacale come il S.F.I. avvertisse la necessità di un affasciamento delle forze in lotta era significativo, in quanto controdimostrava la validità della parola d’ordine di quel «fronte unico» agitato dal partito da quasi un anno, verso cui le altre frazioni sindacali ostentavano sufficienza o dubbi. Il partito comunista pur comunicando per lettera di essere pronto a consacrare tutte le sue forze ad una azione unitaria del proletariato non partecipò a questo convegno preliminare perché non voleva intralciare con la sua presenza i primi passi verso un più vasto reclutamento di forze proletarie, e non solo per la sua precisa intransigenza nei confronti di intese fra raggruppamenti politici eterogenei che, se danno la sensazione di formare una più numerosa unione di effettivi, tuttavia poggiano su compromessi programmatici e di principio che ne indeboliscono oltre misura la risultante compagine.
Di tale rifiuto l’Esecutivo del Comintern cercherà, poi, di far carico alla Centrale di Sinistra, per tentare di spiegare l’ennesimo tradimento del Partito socialista in occasione dello sciopero generale d’agosto del 1922, che si sarebbe consumato per non aver il Partito comunista d’Italia ottemperato alle disposizioni sul fronte unico «politico» secondo i dettati dell’Esecutivo dell’I.C. stesso. I fatti successivi si incaricheranno di dimostrare la fallacia di questo atteggiamento della centrale di Mosca, e delle illusioni che essa nutriva verso l’«ala sinistra» del PSI, la quale, insieme al massimalismo socialista, svolse solo la funzione poco edificante di coprire le porcherie della destra. Infatti, al convegno costitutivo dell’Alleanza del Lavoro, tenutosi a Roma nei giorni 18-19 febbraio 1922, intervennero i rappresentanti delle centrali sindacali e non, come aveva ripetutamente chiesto il Partito comunista, i rappresentanti delle correnti sindacali proporzionalmente ai rispettivi organizzati. Si chiariva immediatamente l’intenzione del Partito socialista, che dominava la Confederazione e con essa la massa organizzata nei sindacati. Se il partito comunista avesse aderito alla riunione preliminare con gli altri partiti, non si sarebbe giunti nemmeno alla convocazione dell’Alleanza del Lavoro, perché l’aspra ed immancabile opposizione del partito alle trame intessute in quella riunione avrebbe fornito il destro ai socialisti di denunciare il partito di sabotaggio, e di presentare alle masse questa foglia di fico come segno di ritrovata verginità, addossando ai comunisti la colpa dell’impossibilità del fronte unico, e, di conseguenza, della difesa della classe operaia contro l’offensiva capitalista. Probabilmente, era quello che i destri socialisti speravano. Venuta a mancare questa eventualità, essi ricorsero alla rappresentanza sindacale per centrale e non per correnti, onde tener fuori il partito comunista dalla dirigenza dell’Alleanza del Lavoro e tramare alle spalle del proletariato. Era chiaro anche ai ciechi che il grande partito opportunista italiano considerava come nemico numero uno il partito comunista, non il fascismo e tanto meno il liberalismo; e quindi avrebbe frapposto mille ostacoli, usato tutti i mezzi possibili, per impedire l’ingresso di rappresentanze comuniste nell’Alleanza. Ancora una volta, però, quelli che cadevano in grave contraddizione, e, coscienti o meno, avallavano l’azione di tradimento dell’opportunismo socialista, erano gli anarchici, i sindacalisti, e lo stesso Sindacato Ferrovieri, i quali pochi mesi prima avevano rigettato l’adesione alla Centrale sindacale di Mosca con il pretesto che in tal modo i sindacati da loro organizzati sarebbero caduti sotto il controllo dei comunisti, cioè di un partito politico da cui per «principio» il sindacato, secondo loro, deve essere autonomo e indipendente. Per non aderire a Mosca, indirettamente essi aderivano ad Amsterdam, e avallavano la politica disfattista dei gialli consumata dai capi della C.G.d.L.
Malgrado queste gravi deficienze, il partito diede disposizioni ufficiali e perentorie per una «disciplina sindacale incondizionata». Non era un atteggiamento benevolo, improvvisamente armistiziale, verso l’opportunismo, ma rispondeva alle condizioni reali della lotta e realizzava uno dei motivi della tattica che nelle Tesi del congresso di Roma trovarono organica sistemazione. La centrale confederale era costretta ad aderire alle pressioni delle masse proletarie, non avendo disponibile che l’alternativa di farsi superare dalle spinte della base, favorendo così con le sue stesse mani l’azione comunista. Dovette scegliere l’impegnativa imposizione di mettersi alla testa della preparazione della difesa operaia, perché avrebbe intanto potuto controllare gli alleati ferrovieri ed anarchici, manovrato per sbarrare la strada ai comunisti e così spezzata ogni resistenza organizzata della classe.
La mozione votata il 20 febbraio dall’Alleanza del Lavoro, benché costretta ad ammettere la inderogabile necessità del fronte unico, non lascia dubbi sulle intenzioni socialiste, decisamente opposte a quelle che il Partito assegna all’Alleanza. Dopo le solite affermazioni generiche sull’emancipazione proletaria, la mozione «delibera di opporre alle forze coalizzate della reazione l’alleanza delle forze proletarie, avendo di mira la restaurazione delle pubbliche libertà e del diritto comune, unitamente alla difesa delle conquiste di carattere generale delle classi lavoratrici, tanto sul terreno economico quanto su quello morale», e continua annunciando la costituzione di un Comitato nazionale composto dai rappresentanti di tutte le organizzazioni alleate, col preciso incarico di attendere al coordinamento e alla disciplina delle azioni difensive della classe lavoratrice». Questo «Comitato nazionale inizierà il suo funzionamento con la compilazione di un programma pratico di azione (senza esclusione di alcun mezzo di lotta sindacale, compreso lo sciopero generale) che valga a risollevare le depresse energie del proletariato e a trasfondere in esso la persuasione che, mediante l’azione combinata dei propri sforzi, si renderà prontamente possibile la ripresa del libero esercizio delle proprie funzioni sindacali e politiche. Il Comitato nazionale sarà composto di due rappresentanti per ciascuna Organizzazione alleata fatta eccezione per la CGL, che ne nominerà cinque tenuto conto dell’entità numerica dei propri aderenti e della necessità di far posto nel Comitato stesso alle rappresentanze delle più importanti categorie confederate. I rappresentanti saranno nominati dalle rispettive Organizzazioni».
Una mozione così generica non riesce però a nascondere i fini che l’opportunismo socialista si attende dall’Alleanza: «la restaurazione delle pubbliche libertà e del diritto comune»! Sarà questo il leitmotiv di tutto il rigurgito antifascista che seguirà alla vittoria del fascismo e impronterà la democrazia del secondo dopo-guerra. Ecco a che cosa serviva il patto di unità d’azione tra partito socialista e confederazione sindacale: a ricreare le condizioni idilliache di convivenza pacifica tra proletariato sfruttato e classi dominanti, senza tener conto che il fascismo nasce proprio dall’infrangersi di questo instabile equilibrio sociale nell’urto contro condizioni deterministiche tali per cui la sopravvivenza del regime capitalista è condizionata allo schiacciamento anche economico e sindacale del proletariato. Gli attuali usurpatori del comunismo hanno ereditato questo scrigno prezioso di precetti controrivoluzionari, ed hanno trasformato il partito in una latrina dell’opportunismo socialista.
Altra ed opposta è la ragione della stretta unione del partito comunista con la classe proletaria. Non si tratta di stabilire se le cosiddette «libertà pubbliche, costituzionali» e «il diritto comune» favoriscano o meno la legale esistenza dell’organizzazione operaia; si tratta, invece, di prevedere, guidare e favorire la lotta della classe operaia per la conquista di una sua forza e di una sua organizzazione indipendenti, per distruggere la «libera» esistenza del capitalismo, il «diritto comune» all’esistenza dello Stato borghese.
L’azione del partito comunista
Quali che fossero le intenzioni e gli scopi o i vantaggi che la destra socialista intendeva perseguire nella nuova situazione, le cause che erano alla base della costituzione dell’Alleanza del Lavoro indicavano chiaramente che il proletariato era ad un bivio della lotta per la sua esistenza; o cedere le armi senza combattere, o il combattimento a viso aperto. La tattica del partito, la sua adesione « incondizionata » all’Alleanza, poggiavano su questa constatazione. Si trattava ora di svolgere un’intensa e profonda attività fra le masse, nei sindacati, sui posti di lavoro, per spingere il proletariato a chiedere all’Alleanza un’azione globale, perché facesse suo il programma comunista dinnanzi all’offensiva capitalistica. La lotta impostata dal partito poggiava sull’« impegno solenne ed effettivo al reciproco appoggio in un’azione comune tra tutti i sindacati locali e di categoria in difesa di qualunque di essi venga colpito dalle manifestazioni dell’offensiva padronale » e sulla « difesa dei postulati che rappresentano il diritto all’esistenza del proletariato e delle sue organizzazioni, e in prima linea della causa dei disoccupati e del mantenimento di tutti i patti di lavoro e del livello dei salari » da realizzarsi con la « fusione in una sola azione di tutte le vertenze parziali sollevate dall’offensiva borghese », « l’impiego delle forze sindacali sul terreno dell’azione di classe » con « l’impiego dell’azione diretta sindacale fino allo sciopero generale ».
Il 19 maggio del 1922, il Comitato Sindacale Comunista deliberava che i militanti comunisti si facessero essi stessi promotori della costituzione di comitati locali dell’Alleanza del Lavoro, per vincere la tiepidezza soprattutto della CGL ricorrendo all’elezione diretta dei rappresentanti operai, e per far sì « che le sezioni locali della Alleanza siano chiamate a Congresso Nazionale, che solo può nominare, con criterio proporzionale esteso a tutte le frazioni politiche che dirigono i Sindacati, il Comitato Centrale dirigente dell’Alleanza del Lavoro »; e proponeva una serie di rivendicazioni che l’Alleanza avrebbe dovuto far sue: « Otto ore di lavoro per tutti i lavoratori; Arresto nella discesa dei salari, perché il proletariato non indietreggi oltre le ultime posizioni, ove incontrerebbe la fame, e si renda possibile la riconquista delle posizioni perdute; Ripristino e rispetto dei concordati e dei patti colonici; Difesa dell’organizzazione; Assicurazione della esistenza per i lavoratori disoccupati e le loro famiglie, gravandone gli oneri sulla classe padronale e sullo Stato ».
Il partito chiamava le masse alla vigilanza rivoluzionaria sui capi sindacali, mobilitava i militanti al controllo assiduo dell’Alleanza, ne spingeva i dirigenti verso l’obiettivo principale della fusione delle lotte e del reclutamento di tutti gli effettivi del proletariato, ingiungeva ai compagni di non aderire a riunioni e convegni di comitati dell’Alleanza come delegati del partito, cui invece dovevano intervenire soltanto i delegati degli organismi sindacali diretti da comunisti, e statuiva che tutti i comunisti e tutte le forze comuniste dovessero partecipare a manifestazioni, comizi e iniziative dell’Alleanza, portandovi la loro parola di incitamento e di coesione rivoluzionaria.
Lo sciopero generale costituiva il punto di partenza che il partito aveva assegnato al fronte unico proletario per frenare e respingere l’offensiva padronale; e vi si disponeva diffondendone tra le masse l’urgente necessità. In luglio il partito lanciava un manifesto nel quale si esaminavano le lotte operaie di quei mesi, e si rilevava che la Alleanza si opponeva con la sua indecisione e il tradimento e il sabotaggio anche di alcuni capi sindacali, alla indispensabile unificazione delle vertenze e delle forze proletarie in lotta; in altri casi, veniva meno al programma rivendicativo e accettava riduzioni di salario, capitolazioni negli scioperi locali, arresti di agitazioni. L’Alleanza del Lavoro, malgrado l’alto spirito di combattività delle masse, rimaneva « inerte e passiva, e non solo non ha ancora intrapresa la lotta, ma nemmeno ha detto chiaramente di essere decisa a condurla, né ha dimostrato di volerla preparare ». L’appello del partito al proletariato, infine, denunciava pubblicamente la tattica forcaiola dei capi sindacali ispirata dal PSI, tattica che spezzava ogni suggestione di fronte unico « politico », di alleanza politica con qualunque ala socialista o partito cosiddetto di « avanguardia »: « Alla proposta e alla campagna dei comunisti si contrappone il lavoro obliquo di taluni dei vostri capi, che svalutano la preparazione della lotta diretta contro la borghesia e vi propongono una diversa via di uscita dalla tragica situazione in cui versate: la collaborazione parlamentare e governativa con una parte della borghesia. Da una parte costoro, come capi di grandi organizzazioni economiche e della Confederazione del Lavoro, hanno sostenuto e sostengono la tattica del caso per caso, della rinunzia all’indietreggiamento dinanzi alle pretese padronali, tattica che ha dimostrato di condurre i capitalisti ad imbaldanzire sempre più nelle loro imposizioni. Dall’altra parte, dinnanzi alle gesta del fascismo, ad una delittuosa propaganda di passività e di non resistenza ad opera dei lavoratori assaliti, straziati ed oltraggiati, essi accompagnano la menzognera e illusoria affermazione che è possibile porre un termine al regime di schiavismo abbattutosi su tanta parte delle masse italiane, con una manovra puramente parlamentare, con l’accordo tra il partito socialista e i partiti borghesi di sinistra, allo scopo di costituire un ministero che si servirebbe delle forze ufficiali dello Stato per la repressione legale del fascismo. A questa tattica si vogliono oggi infeudare le grandi organizzazioni di classe del proletariato, distogliendole dalla lotta contro il padronato e dal solo compito che può alimentare la loro vita e impedirne la dissoluzione, per farne la piattaforma della salita al potere dei parlamentari riformisti. Il partito comunista denunzia questa tattica come tattica di tradimento ».
La denunzia del partito aveva colpito nel segno, e dava la chiave di tutta la manovra controrivoluzionaria dell’opportunismo. Leggano attentamente i nostri lettori proletari, i lavoratori, questi passi del manifesto del partito comunista, e coglieranno il nesso strettissimo fra la tattica dei socialisti di allora e quella dei falsi comunisti di oggi, i quali sono scesi ancora più in basso postulando e realizzando coalizioni persino con i partiti della grande borghesia capitalistica in governi « nazionali » per la repressione internazionale di ogni istinto rivoluzionario del proletariato, prospettando intese parlamentari e ministeri di « sinistra » con ale sinistre del partito fascista attuale, la Democrazia Cristiana, e con un partito solo nominalmente socialdemocratico ma in effetti borghese. Le giustificazioni dell’opportunismo di oggi sono identiche a quelle di ieri: impedire la vittoria o il ritorno del fascismo imprigionando il proletariato tra le maglie del legalitarismo e dello Stato, propinando alle masse salariate l’ennesima suggestione democratica di conquista graduale di un potere statale che, invece, va distrutto.
La tattica opportunistica mirava a far leva sulle spinte operaie per costituire un Governo di sinistra illudendo le masse che un tale Governo avrebbe debellato il fascismo e ricondotto il paese alla « normalità », al ripristino delle millantate libertà costituzionali, e al « diritto comune ». I fatti successivi hanno abbondantemente dimostrato in quale tragedia storica sia stato gettato il proletariato da questa manovra infame. Il grande capitale dette un solenne e meritato ceffone a Turati, facendolo ruzzolare giù per le scale inique del Quirinale, e dettò un governo Facta di preparazione all’avvento aperto del fascismo. La manovra socialista tendeva proprio in questo momento, oltre che a tener lontane le forze comuniste dalla direzione sindacale e dall’Alleanza del Lavoro, a cacciarne i comunisti. Il partito si trovava così a dover fronteggiare nello stesso tempo, insieme alla massa proletaria, gli assalti armati del fascismo e dello Stato, il sabotaggio delle lotte operaie consumato dai dirigenti sindacali, e la repressione dei dirigenti sindacali socialisti sotto forma di misure disciplinari.
Lo sciopero di agosto 1922
Tuttavia maturarono anche le condizioni psicologiche dello sciopero generale, proclamato, invocato e voluto con tutte le forze dal partito. L’Alleanza del Lavoro, sotto la crescente pressione delle masse proletarie, sollecitate da un lavoro gigantesco di propaganda e di agitazione dei militanti comunisti, si vide infine costretta a prendere in considerazione la richiesta dello sciopero generale. Anche di fronte a questo avvenimento, anzi proprio in occasione di questa tappa fondamentale delle lotte operaie, l’Alleanza svelò in maniera incontrovertibile le sue intenzioni, cioè dimostrò che la direzione socialista non ne voleva sapere dello sciopero generale e che manovrava nel preciso intento di farlo fallire con la complicità dell’insipienza anarchica e della vigliaccheria massimalista.
Il primo agosto si riunisce il C. C. dell’Alleanza del Lavoro, il quale dichiara che « di fronte all’ormai chiaro divisamento delle schiere reazionarie di tentare un assalto in forze agli organi dello Stato, assalto che è già in via di effettuazione e che urge di spezzare senza ulteriori indugi; non ritenendo di aver sufficienti poteri per ordinare e dirigere l’azione difensiva del proletariato – che deve essere pronta, agile e decisiva quale il movimento gravido di pericoli richiede – ha convocato d’urgenza le organizzazioni da esso rappresentate per le opportune sollecite decisioni »; « seduta stante, i rappresentanti delle organizzazioni nazionali hanno proceduto alla nomina di un comitato segreto di azione con pieni poteri ». Il Comitato segreto proclama lo sciopero generale. Il partito esprime subito i suoi dubbi sulla bontà dell’iniziativa presa in maniera « dilettantistica », senza un’adeguata preparazione seria e capillare, tant’è che, com’è noto, l’ordine di sciopero pervenne alle organizzazioni locali a mezzo dell’apparato illegale del partito, sebbene poi risultasse che le prefetture governative erano già in anticipo a conoscenza della data; e ripetè quello su cui insisteva da mesi, cioè che lo sciopero generale avrebbe dovuto coincidere con un’azione significativa della classe, con un avvenimento di portata nazionale interessante il proletariato, come avrebbe potuto essere lo sciopero metallurgico proclamato, a conclusione di possenti agitazioni e scioperi locali nel maggio-giugno, per la pressione continua dei comunisti, e spezzato in maniera vergognosa dalla FIOM che capitolava, senza condizioni, di fronte al padronato; o come poteva e doveva essere un episodio saliente dell’offensiva fascista, come le recenti occupazioni in forze di Ravenna e Novara. Il partito, pur dissentendo dalla data scelta e dal modo di organizzazione, e stigmatizzandone la impreparazione, dette ordine tassativo a tutte le sue forze di aderire allo sciopero generale, e di restare a stretto contatto con gli organi e i dirigenti locali del partito per apprenderne le direttive di azione. Repubblicani e socialisti pubblicarono un comunicato delle direzioni dei loro partiti di appoggio allo sciopero. Il governo lanciò un manifesto al paese rifriggendo i soliti motivi di pace tra le classi, di amor patrio verso « i figli » che si dilaniano in una lotta fratricida, e concludendo con la immancabile minaccia di far rispettare « con tutti i mezzi » la legge e la proprietà. I fascisti, armati della solita tracotanza da palcoscenico, lanciarono un ultimatum di 48 ore per la cessazione dello sciopero, perché, in caso contrario, avrebbero ripreso « libertà d’azione » sostituendosi all’« impotenza » dello Stato. Il proletariato fu preso alla sprovvista, come aveva presagito il partito, e tardò a mettersi in moto, ma tra il 2 e il 3 agosto le forze crescevano di numero, la lotta saliva di tono, le fabbriche, gli uffici, le aziende agricole erano paralizzate, e gli operai si stavano armando per fronteggiare la risposta statale-fascista. Improvvisamente il 4 agosto il Comitato segreto dà ordine di cessare lo sciopero generale, essendo soddisfatto del suo sviluppo e avendo la dimostrazione che il proletariato italiano ha raggiunto il suo obiettivo con la messa in evidenza della forza e della volontà della classe lavoratrice », e invita le organizzazioni aderenti a disporre la ripresa del lavoro. Era la classica pugnalata alla schiena, maturata dalla proroga di altre 24 ore dell’ultimatum fascista suggerita dallo stesso Governo, conscio che uno scontro armato con il proletariato non avrebbe assicurato il successo né a fascisti né a governativi, e che gli opportunisti avrebbero capitolato.
La cessazione inaspettata e altrettanto improvvisa per i proletari quanto l’inizio dello sciopero, era il segnale « convenuto » per la controffensiva fascista e borghese, che poté scatenarsi favorita dalla ritrovata disponibilità dei mezzi di trasporto per il concentramento delle bande fasciste nei punti in cui la resistenza eroica degli operai era viva e furibonda. Tutte le azioni proletarie che i capi sindacalisti e i dirigenti socialisti erano stati costretti a guidare venivano da loro stessi sabotate o stroncate sotto lo specioso pretesto di non irritare la reazione borghese e la rappresaglia fascista, e di non indebolire l’opera parlamentare del PSI e dei suoi alleati. Come per l’occupazione delle fabbriche nell’autunno del 1920, così adesso, l’assenza di volontà del partito opportunista, caratterizzata dall’indecisione galeotta del centro serratiano, predisponeva al meglio i piani di reazione violenta e sanguinosa del capitalismo; il quale, se allora aveva sufficiente un Giolitti per vibrare i colpi demolitori dello Stato contro la massa operaia, ora, in mancanza e nella insufficienza di un legale rappresentante ministeriale, passava allo stritolamento dei lavoratori manovrando la duplice mazza degli irregolari bianchi e delle gendarmerie governative. Il proletariato veniva disarmato dai suoi stessi capi socialisti, e se lo sciopero generale, inopinatamente deliberato con stile anarcoide, non si trasformò in una tragica farsa, il merito spetta alla classe e ai militi comunisti in prima fila fino all’ultimo colpo di fucile proletario; al partito che, sordo a tutti gli inviti interessati a infognarsi nel legalitarismo, nel bloccardismo e nel dilettantismo, aveva dato le migliori energie per costituire gli organi indispensabili della lotta rivoluzionaria: i gruppi sindacali comunisti e l’organizzazione militare di partito. Non solo lo sciopero generale avrebbe stentato a realizzarsi e, con grande gioia degli opportunisti, sarebbe morto sul nascere senza la presenza fisica ed organizzata del partito, ma avrebbe costituito la pietra sepolcrale della classe operaia che non avrebbe potuto trarre tutte le lezioni utili da quegli impetuosi avvenimenti. Il partito, ucciso lo sciopero, lanciò un primo manifesto ai lavoratori, tirando precise e taglienti conclusioni: « Il proletariato ha risposto e con combattività formidabile; la strategia dello sciopero generale si è rivelata ottima come piattaforma di battaglia contro la reazione. Occorre solo che alla testa delle masse vi siano partiti e uomini che non temono la lotta rivoluzionaria e non vogliono incanalare l’azione delle masse in vie traverse ed equivoche, deviarle in una tattica che gli eventi hanno ormai per sempre sfatata e disonorata: quella della collaborazione e del legalitarismo, che si è anche rivelata più stupidamente provocatrice di controffensive armate contro una massa disarmata dai capi. « Arma contro arma, violenza contro violenza », è e resta la parola d’ordine ».
« Lo sciopero non è fallito », perché le forze governative e fasciste hanno indietreggiato di fronte all’azione operaia. « Lo sciopero è stato mal preparato », perché nessuna frazione sindacale lo voleva, e lo ha dovuto subire per la forte determinazione delle masse incoraggiate
dalla prepotente volontà dei comunisti; ed è stato proclamato senza una estesa e profonda preparazione politica e psicologica di azioni operaie crescenti in potenza ed estensione di cui lo sciopero generale avrebbe dovuto costituire il punto culminante. « Lo sciopero mancava di direttive »; o meglio, anziché seguire le chiare, semplici e collegate proposte comuniste, si era insinuato che lo sciopero non si dovesse preparare « se non si era automaticamente sicuri di arrivare alla rivoluzione sociale », nello stesso tempo in cui si preparava « lo sciopero legalitario di Turati » per tentare la collaborazione governativa; e si diffondeva tra le masse uno spirito pacifista, non si indicavano i mezzi della lotta, il fine immediato, lo sbocco cui tendere. La lotta continua; su quali basi impostarla? « Non sciopero pacifico e legalitario, che si perde nel miraggio che il proletariato si salvi dalla reazione a mezzo di un diversivo parlamentare; non sciopero rivoluzionario nel senso dei rivoluzionari di cartapesta che hanno per insulsa divisa il « tutto o il nulla » e per pratica (da cui sono impotenti a staccarsi) soltanto uno dei due termini: « il nulla »; sciopero, invece, di avanzata su posizioni ulteriori di lotta e di combattimento per il sempre miglior inquadramento e armamento politico e militare delle masse, per la consolidazione di una loro unità di fronte, veicolo ad una potente e vastissima unità di organizzazione nel Partito rivoluzionario di classe, arma insostituibile della rivoluzione proletaria ». « Lo sciopero è stato stroncato da chi ne aveva la dirigenza », « non fosse altro perché i fascisti lo avevano intimato », coprendo così il loro bluff e la loro impotenza. « Malgrado la bravata fascista e la viltà socialista, il proletariato è in piedi; il proletariato non è battuto. Esso saprà troppo tardi il valore della prova che ha dato; esso continua la lotta su due fronti, per la sua vittoria immancabile ». Erano queste le « Prime constatazioni » del partito, dopo il tradimento socialista.
L’insegnamento tratto dal Partito di classe
Quei due giorni e mezzo avevano illuminato a giorno il campo di battaglia e lo schieramento di classe. «Che cosa ha mostrato lo sciopero e il suo svolgimento connesso a quello della crisi?» si domandava il partito. «Che effettivamente le due vie sono inconciliabili: o collaborazione o azione di massa. L’illusione della prima aveva disorientato e paralizzato la lotta aperta del proletariato. La mobilitazione di esso anche da parte dei «legalitari» è bastata ad approfondire l’abisso fra le due classi: fra gli operai in sciopero e la fortezza delle istituzioni statali borghesi. Turati, cortigiano e scioperaiolo, è stato buttato fuori dalle manipolazioni ministeriali. Quindi il proletariato ha gli elementi per scegliere: o l’azione legalitaria attuabile solo col disarmo e la disgregazione delle sue forze organizzate e che si rivela un vicolo cieco e che sarà possibile solo quando socialdemocratici e fascisti diverranno alleati, e lo Stato borghese continuerà con essi la sua funzione antiproletaria oppure l’azione delle masse. Questa può e deve essere allestita solo condannando ogni illusionismo democratico e ogni pacifismo, armando e organizzando la guerra di classe. Non può, tra le due vie, giocare alcun equivoco: altrimenti resteranno per sempre entrambe sbarrate. La via che noi proponiamo è ardua e difficile: ma è la sola che non sbocchi nel nulla».
Lo sciopero dell’agosto aveva dato il grande insegnamento storico che le masse possono contare soltanto sul partito comunista rivoluzionario, sia che debbano partecipare ai conflitti per l’esistenza quotidiana nelle lotte rivendicative contro il padronato, sia, e a maggior ragione, quando le condizioni storiche rendono insolubile il conflitto economico tra operai e aziende sul piano legalitario e pongono all’ordine del giorno lo scontro diretto e frontale tra la classe salariata e lo Stato capitalista. Lo sciopero aveva rivelato quale fosse la consistenza delle cosiddette «sinistre» non comuniste, gli anarchici, i sindacalisti, senza programma, privi di una disciplina politica e organizzativa, utili solo a coprire le sordide velleità delle ali congenitamente controrivoluzionarie del movimento, disposti a mettersi al servizio del primo ciarlatano col cappello rosso e con la testa nera, mai a seguire la potente compagine del partito comunista. Aveva smascherato per sempre la vocazione al tradimento del partito socialista, che in quei pochi giorni consumò tutte le nequizie possibili, e le cui ali massimalista e serratiana fungevano da foglie di fico per coprirne le vergogne agli occhi del proletariato. Insegnava, questa potente azione proletaria, che il sindacato è il terreno della mobilitazione rivoluzionaria delle masse a patto che il partito vi esplichi la sua infaticabile attività per conquistarne la direzione; e non rinunci mai alla sua autonomia e indipendenza tattica e organizzativa.
Se il partito avesse ascoltato i consigli che purtroppo già incominciavano a giungergli anche da alcuni punti dell’apparato dirigente, sarebbe naufragato nella tattica frontista delle «sinistre» e avrebbe irrimediabilmente compromesso la compattezza organizzativa che gli permetteva, invece, di agire in maniera incomparabilmente efficace nella lotta per la guida delle masse proletarie.
La rivoluzione vive e vincerà
Gli avvenimenti successivi dimostrarono che il successo temporaneo della reazione capitalistica, ottenuto a mano armata, dipende non da una forza intrinseca dello Stato capitalista, né dall’ingresso nel campo di battaglia tra le classi di bande bianche armate dalla borghesia, ma dalla disponibilità in ogni momento di gruppi opportunisti pronti ad affittarsi alla politica di difesa del regime. È questo l’aspetto più significativo della democrazia: il reciproco fiancheggiamento fra opportunismo, legalitario, parlamentare, pacifista, e capitalismo; fiancheggiamento che non viene spezzato dall’obiettivo prevalere della dittatura diretta delle classi privilegiate, ma che ne prepara l’avvento e da cui viene assorbita la spinta antiproletaria e controrivoluzionaria. Nulla è cambiato da allora, né nella struttura economica, né nella organizzazione sociale, né, di conseguenza, nel procedimento politico dei partiti opportunisti e dei partiti di stretta osservanza capitalistica. Persiste, invece, pervicace e fortemente illusoria, la suggestione democratica, parlamentare, legalitaria, pacifista, del processo graduale e senza scosse, del riformismo ciarlatano che prospetta alla classe dei nullatenenti, dei proletari e dei lavoratori salariati, la soluzione sociale nella loro sottomissione allo Stato. In tal modo, all’invarianza dell’opportunismo non può che contrapporsi l’invarianza del comunismo rivoluzionario, all’alternativa tragicamente sperimentata del metodo opportunista non può che contrapporsi la luminosa alternativa comunista. È su una di queste due vie che il proletariato è chiamato a dirigersi: altre non ne esistono.
Da allora, se l’opportunismo del partito socialista si è travasato, biecamente peggiorato, nell’attuale falso partito comunista, sono scomparsi, invece, anarchici e sindacalisti, decomposti in gruppetti dissidenti dalla politica ufficiale opportunista in preda alla peggior confusione. I comunisti rivoluzionari sono rimasti soli anche nell’antivigilia della preparazione rivoluzionaria. È questo un elemento senza dubbio positivo, che libera il campo da remore che il proletariato ha già sperimentato come estremamente negative.
Ma tale apparente isolamento impone al partito uno sforzo maggiore per ricostituire innanzitutto la rete dei suoi gruppi comunisti nei sindacati e sui posti di lavoro, senza i quali esso rimane una espressione ideologica rispettabile, ma innocua e sterile.
La linea rossa da Marx al partito comunista internazionale non si è interrotta, malgrado sconfitte e tradimenti sordidi. È questo il segno inconfondibile che la rivoluzione comunista vive e vincerà.