International Communist Party

Il Programma Comunista 1972/10

[RG59] Nell’immutabile solco della dottrina marxista (Pt. 5)

II. MARXISMO E QUESTIONE SINDACALE

1. Fin dalla sua origine, il Partito proletario si distingue da tutte le forme di utopismo, mostrando che la trasformazione rivoluzionaria della società borghese in società socialista sarà il punto d’arrivo non già di una «propaganda ed educazione pratica di piani sociali… costruiti ad arte», ma del movimento reale della classe oppressa della società presente, culminante nella rivoluzione politica, cioè nell’insurrezione armata, nella distruzione dello Stato borghese e nell’instaurazione della dittatura del proletariato (Manifesto del Partito Comunista).

2. Questo «movimento reale» dev’essere da noi studiato in quattro fasi storiche successive: all’alba del capitalismo; nella «fase idilliaca» del capitalismo stesso prima del 1914; all’indomani della prima guerra mondiale; all’indomani della seconda e a fino ad oggi.

Esso comincia, dice il Manifesto, «con l’esistenza stessa proletariato». In questo stadio, «gli operai formano una massa dispersa… sparpagliata dalla concorrenza». Le lotte sono ancora più o meno isolate, e il raggrupparsi degli operai in masse «non è ancora la conseguenza della loro propria unione, ma è dovuto all’unione della borghesia, che per raggiungere i suoi propri fini politici deve mettere in moto tutto il proletario, ed è ancora in grado di farlo». In tale stadio, la condizione di esistenza del capitale, il lavoro salariato, «poggia esclusivamente sulla concorrenza che gli operai si fanno tra loro stessi», non v’è freno né limite alla sete di pluslavoro dei padroni, se non nella necessità di lasciare in vita lo schiavo perché produca e riproduca capitale. Il salario è interamente determinato dalla legge della domanda e dell’offerta sul mercato del lavoro, che la fa oscillare ora al disopra e soprattutto al disotto del minimo fisiologico, poiché quello che Marx chiama il salario sociale, corrispondente ai bisogni fisiologici che più tardi la classe lavoratrice grazie all’associazione costringerà la classe borghese a riconoscere, non esiste affatto o è ridotto al minimo, salvo per un’esigua aristocrazia operaia.

3. In queste condizioni, la semplice «unione immediata associazione», «la formazione di coalizioni contro i borghesi per difendere il salario», e perfino di «associazioni permanenti» a questo scopo, ha già carattere «rivoluzionario», perché tende a spezzare l’isolamento degli operai, condizione senza la quale la borghesia non più farsi passare per la rappresentante degli interessi di tutta la società né, quindi, far passare la democrazia per l’ultima conquista possibile sul terreno politico in quanto soluzione completa di tutti i problemi sociali.

Si aggiunga che l’associazione operaia permanente è una necessità vitale per impedire alla borghesia di imporre agli operai una sorte altrettanto miserabile, ma molto più incerta di quella degli schiavi, giocando sulla loro concorrenza reciproca come sul deprezzamento del valore della forza lavoro provocato dalla crescente introduzione delle macchine, che rende più facile il lavoro e riduce il necessario apprendistato.

Ma fin da quest’epoca in cui il «successo immediato» della lotta rivendicativa è tuttavia una condizione di vita o di morte per gli operai ancora privi di qualunque riserva e ridotti a vivere nelle condizioni bestiali descritte nella Situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels e nel Capitale di Marx, è caratteristica distintiva del comunismo non solo mostrare che tutte le «vittorie» degli operai in tali lotte sono «effimere» (perchè – dato che le leggi del mercato giocano senza limitazione alcuna – ciò che si è ottenuto ieri può essere annullato domani, il rapporto salariale non essendo stato minimamente intaccato), ma di affermare che «il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, bensì l’unione sempre più estesa dei lavoratori» (Manifesto del Partito Comunista).

4. Contro tutti gli utopisti per i quali la classe operaia è solo la classe «che soffre più di tutte le altre», una classe priva «di ogni movimento politico che le sia proprio», il Manifesto mostra che lo sviluppo dell’industria e dei mezzi di comunicazione, cioè del capitalismo, rende ineluttabile l’unione crescente degli operai nella lotta contro i padroni, e che questo sviluppo «toglie dunque da sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti»; cioè, la dispersione e l’assenza di organizzazione proprie della classe operaia. In questa prima affermazione della dottrina marxista che è il Manifesto, la costituzione del proletariato in classe mediante l’unione crescente contro il padronato oppure ancora come un solo e medesimo processo che la sua costituzione in partito.

Ugualmente, la sola differenza che vi si fa tra quella che oggi si chiama «lotta economica» («la lotta di classe alle sue scaturigini», diceva Marx) e la lotta di classe nel pieno senso del termine, cioè la «lotta politica», è che la prima resta «locale» mentre la seconda è di estensione «nazionale»: «Basta questo semplice collegamento per centralizzare le molte lotte locali aventi dappertutto eguale carattere, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica».

Un secolo dopo, la nostra corrente ha spiegato questa visione di una potente semplicità: «Nel 1848, non v’era molto pericolo che, dicendo lotta politica per dire lotta rivoluzionaria, qualcuno capisse o fingesse di capire lotta elettorale, pacifica, pacifica, legalitaria. Appunto perché le rivoluzioni borghesi erano o di recente data o tutt’ora all’ordine del giorno, appariva chiaro che le rivendicazioni politiche si difendono con la guerra civile» (Sul filo del tempo, Movimento sociale e lotta politica, 1949, riprodotto su qui nel nr. 5 del 1972).

5. È facile, più di un secolo dopo il Manifesto, constatare che il processo storico è stato molto più complicato di quanto non si prevedesse allora, perché se l’organizzazione sindacale esiste oggi in tutti i paesi civili – e perfino in colonie che escono appena dalla barbarie -, la costituzione del proletariato mondiale in partito politico è ritornata al punto zero con il pauroso fallimento della III Internazionale.

Questa constatazione sarebbe tuttavia sterile (e, peggio ancora, gravida di una deviazione alla Marcuse, il quale, come tutti sanno, afferma che la classe operaia non ha più alcuna missione rivoluzionaria, essendo incapace di assolvere quella che il marxismo le aveva scoperta) se non si comprendessero le ragioni non solo storiche ma di principio, per il quali il Manifesto del Partito Comunista considera come un solo e medesimo processo «l’organizzazione del proletariato in classe» grazie all’«unione crescente dei lavoratori», e la sua «costituzione in partito politico» – e per le quali altresì la I Internazionale raggruppò indifferentemente sotto la stessa direzione centralizzata associazioni economiche e partiti proletari.

6. Le ragioni storiche risiedono tutte nel fatto che, fino a un’epoca relativamente tarda dopo la sua vittoria sull’ancien régime, la borghesia vietò tutti i tipi di associazioni – padronali come economiche operaie – in quanto resurrezione delle corporazioni medievali e precapitalistiche.

In realtà, con la sola loro esistenza, tali associazioni costituivano una sfida ai principi politici sacrosanti della dottrina liberale che esclude ogni corpo intermedio fra governo e cittadini: di questi, infatti, non si presume che eleggano dei deputati per difendere i loro particolari interessi; i deputati sono i rappresentanti della “nazione” e, attraverso le elezioni, si manifesta una “volontà generale” distinta per principio dalle volontà individuali. Ammettere che, fra i loro rappresentanti legali e i cittadini, possano inserirsi i rappresentanti di una volontà particolare, avrebbe voluto dire falsare la mirabile trasmutazione immaginata dalla dottrina della “sovranità nazionale” o “popolare”. Agli occhi del liberalismo, la manifestazione di una tale volontà particolare era quindi in se stessa sediziosa, ed erano necessari i pressanti bisogni dello sviluppo capitalistico perché lo Stato borghese tollerasse le associazioni padronali molto prima di pensare anche soltanto a permettere quelle degli operai.

Beninteso, la dottrina liberale in politica rispondeva alle condizioni del primo stadio del capitalismo e si accompagnava ad un parallelo liberalismo economico, secondo il quale il libero gioco degli interessi individuali avrebbe dovuto assicurare il minimo di “ingiustizie” e il massimo di efficienza, spettando al mercato di decidere da arbitro sovrano fra le pretese di ciascuno – il che equivaleva ad erigere le leggi del tutto materiali della concorrenza a Giustizia e senza appello.

Nella pratica, questa dottrina non doveva, è ovvio, giocare molto più duramente contro le associazioni operaie che contro quelle padronali. Così la legge Le Chapelier in Francia (giugno 1791) vieta «agli operai e garzoni di qualunque mestiere di nominare, quando si trovano riuniti, presidenti o segretari, tenere registri, prendere decisioni, formulare regolamenti sui loro pretesi [!!!] interessi comuni».

Analogamente, la legge del Parlamento inglese del luglio 1799 proibisce agli operai «di concertarsi per i loro salari, per imporre l’assunzione di alcuni di loro, o per stabilire qualsivoglia regolamento, pena la prigione e i lavori forzati».

Così la libertà di associazione che l’assolutismo aveva condannata come “delitto di monopolio” (giacché il solo monopolio lecito era il suo), la borghesia la respingeva più ipocritamente in nome della “libertà di lavoro”, e come un “ritorno indietro” verso il sistema logoro e reazionario delle corporazioni.

Ora, se in Inghilterra la legge sulle coalizioni fu abrogata nel 1825, in Francia bisognerà attendere il 1864 per vedere lo Stato borghese abolire il delitto di coalizione, mezza misura che autorizzava l’azione comune senza per ciò riformare il diritto di associazione. Quest’ultimo sarà concesso soltanto nel 1884 e, come se non bastasse, sotto condizioni – deposito degli statuti, lista nominativa dei dirigenti ecc. – che fantastico dire ai guesdisti: “La grande legge democratica della III Repubblica non è che una legge di polizia reazionaria!”. Malgrado differenze di ritmo, si potrebbe seguire la stessa evoluzione della politica borghese di fronte ai sindacati in tutti i paesi capitalistici.

7. Dobbiamo ora considerare le ragioni di principio in forza delle quali il Manifesto presenta la costituzione del proletariato in associazioni economiche permanenti e la sua costituzione in partito politico distinto da tutti i partiti della classe avversa come un solo e medesimo processo.

Come notava già il testo citato Movimento sociale e lotta politica, «la tesi del sottomarxismo e dell’opportunismo non si scriveva ancora, come nel periodo “pacifico”, nei termini: lotta di classe, lotta per gli interessi operai, ma col mezzo della democrazia, del suffragio universale, dei partiti legalitari e parlamentari. Ma si scriveva appunto in questi altri termini: azione per il miglioramento sociale delle condizioni dei lavoratori al di fuori delle questioni del potere politico. Ma la conclusione che ne derivava nei due tempi storici era la stessa: rinunzia alla lotta per abbattere il potere costituito dello stato e infrangerne la macchina. Solo in tempo recente si è sentito parlare di “partiti operai” che usano mezzi legali e scartano la rivoluzione con mezzi violenti. Allora si parlava solo di azione per sollevare le condizioni degli operai con misure sociali, ma non a mezzo di azioni di partito, e tanto meno di partiti formati dagli operai stessi. La cosa resterà ancora vera per molto tempo, se si pensa alla tenacia della deviazione sincacalista.

Fin dalla sua origine, dunque, il Partito proletario proclama che la sola esistenza delle associazioni economiche dei lavoratori precipita al livello di “sette reazionarie” gli utopisti, che “per molti riguardi erano dei rivoluzionari” in un’epoca in cui la lotta fra le classi non era abbastanza sviluppata perché potessero riconoscere nel proletariato “alcuna funzione storica autonoma, alcun movimento politico proprio”. Ma proclama altresì che queste associazioni raggiungono il loro scopo – l’emancipazione dei lavoratori – alla sola condizione che il proletariato organizzato abbracci la dottrina del Partito proletario, la dottrina del Comunismo, cioè della rivoluzione politica violenta e della dittatura del proletariato quali condizioni sine quibus non della grande trasformazione sociale che porterà necessariamente all’abolizione delle classi.

Con la sua azione in seno alla I Internazionale, il Partito proletario diede una prima applicazione incancellabile della sua concezione materialistica della storia. Questa si riassume senza possibile contestazione nel modo seguente: la vittoria finale del proletariato risulterà dall’alleanza del movimento reale e del socialismo scientifico o, in altri termini, delle associazioni economiche proletarie per la lotta contro il padronato e del partito rivoluzionario della classe.

Il fallimento della I Internazionale fu il risultato dell’immaturità del proletariato in questa prima fase; immaturità che non gli permetteva ancora di far proprie le tesi del socialismo scientifico. Engels, in un testo famoso, prevedeva che nella fase seguente la classe operaia internazionale, e in particolare tedesca, avrebbe superato questa immaturità. Così fu, in una certa misura, ma in modo non definitivo e, soprattutto, non senza una nuova deviazione – la deviazione socialdemocratica.

8. La fase successiva – quella della II Internazionale – è caratterizzata anzitutto da un mutamento di politica della borghesia di fronte ai sindacati operai. Senza rinunciare affatto alla mistificazione democratica, essa calpesta in vari punti la propria dottrina liberale e adotta un atteggiamento conciliante nei riguardi dei sindacati per evitare la radicalizzazione rivoluzionaria del movimento.

Questa fase è d’altra parte caratterizzata dallo sviluppo impetuoso, se non dal trionfo, del movimento politico del proletariato, che, almeno in certi paesi europei, soppianta vittoriosamente il sindacalismo puro in seno alle stesse associazioni operaie di massa.

Questi importanti mutamenti avvengono in una cornice di progresso capitalistico relativamente pacifico. È perciò che si profila una seconda deviazione, la deviazione riformista che, d’altra parte, ha per effetto di restituire vigore alla prima, quella del sindacalismo apolitico per principio, e quindi di perpetuarla. Pur non cessando di sottolineare la necessità del movimento politico del proletariato, questa deviazione consiste nel ridurre tale movimento all’azione legale nel quadro del parlamento, per ottenere dalla classe dominante disposizioni legislative favorevoli ai salariati.

Questo imborghesimento della lotta politica dei partiti operai dell’epoca «idilliaca» del capitalismo deriva essenzialmente dalla pressione degli interessi immediati, rappresentati dalle organizzazioni sindacali, sul Partito: a questa pressione ubbidiscono le frazioni più «destre» dei partiti socialisti, le direzioni sindacali e i gruppi parlamentari, e tutti insieme la traducono in una teoria revisionista secondo la quale il passaggio dal capitalismo al socialismo avverrebbe senza rivoluzione politica violenta.

Parallelamente, si vede modificarsi l’atteggiamento dell’istituzione più conservatrice del mondo borghese, la Chiesa cattolica, di fronte al movimento sindacale, trasformazione che rispecchia un diverso atteggiamento della stessa classe dominante, di cui, nell’enciclica Rerum Novarum (1891), traduce a meraviglia i motivi ispiratori d’ordine e conservazione. Vi si legge infatti:

«Soppresse nel passato secolo le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che a poco a poco gli operai rimasero soli ed indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza… Il troppo lungo lavoro e la mercede giudicata scarsa pongono, non di rado, agli operai motivo di sciopero. A questo sconcio grave e frequente, occorre che ripari lo Stato, perché tali scioperi non recano danni ai padroni solamente e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi; e per le violenze e i tumulti a cui d’ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità».

Ecco perché il papa dell’epoca dichiara: «Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni siffatte» (cioè dei sindacati) «sia di soli operai, sia miste di operai e padroni»; ritieni anzi «desiderabile che crescano di numero e di operosità», e ne trae «auspicio a sperar bene nell’avvenire, purché tali società fioriscano sempre più e siano saviamente ordinate». In conclusione, Leone XIII esprime il voto che «lo Stato difenda queste associazioni legittime dei cittadini, non s’intrometta però nell’intimo della loro organizzazione e disciplina».

È questa la dottrina di partenza dei sindacati cristiani che, costituendosi in Confederazione internazionale nel 1919, adottano la seguente risoluzione: «Il fine della nostra azione sindacale sarà di attuare il principio della collaborazione pratica del capitale e del lavoro nell’impresa, e di ripartire equamente i profitti derivanti da quest’ultima… Il nostro ideale sindacale cristiano fatto di fratellanza, la nostra concezione economica reclamante la collaborazione tra le classi e la cooperazione nella produzione, ci impediranno sempre di aderire a una dottrina basata sulla lotta di classe… Noi constatiamo come un fatto, ma la deploriamo, questa lotta di classe, nata principalmente dal conflitto di appetiti contrastanti e dagli abusi di un capitalismo fondato sul diritto del più forte».