International Communist Party

Il Partito Comunista 160

Risplende di internazionalismo il 1917 rosso

Ripubblicando un nostro articolo di venti anni fa, così come abbiamo fatto nello scorso numero del giornale, oltre a ribadire la nostra immutata analisi e valutazione della rivoluzione bolscevica, vogliamo mettere in evidenza quanta poca fantasia abbiano i signori opportunisti che pretendono di sviluppare un aggiornamento continuo delle loro posizioni, teoriche e pratiche. 

Come noi non abbiamo nulla da aggiungere alla invariante dottrina rivoluzionaria, così i traditori del marxismo restano sempre ancorati alle medesime falsificazioni con la sola differenza, con il passare del tempo, di una maggiore aggiunta di stupidità e tracotanza. Rileggendo quindi l’articolo «Risplende di Internazionalismo il 1917 Rosso»  vediamo che da venti anni a questa parte niente è cambiato; già allora venivano attribuiti alla Russia controrivoluzionaria gli stessi meriti che oggi si attribuiscano all’«innovatore» Gorbaciov. La differenza sta solo nel fatto che allora tali affermazioni le avanzava solo il PCI, mentre oggi sono divenute opinione corrente. 

Dopo la vittoria dell’Ottobre i riformisti ed i falsi massimalisti di ogni razza e paese furono unanimi nel condannare la rivoluzione bolscevica così come furono unanimi nel vaticinare che presto o tardi il moto rivoluzionario sarebbe stato ricondotto alla « ragione per la trasformazione e l’edificazione del nuovo Stato russo. Oggi, alla luce dei fatti, potrebbe sembrare che la vittoria teorica abbia arriso a questi signori e che la dottrina marxista rivoluzionaria debba essere messa definitivamente nella soffitta della storia. Come la Chiesa cattolica nella lotta contro le varie eresie non si è mai limitata alla pura confutazione teologica ma ha sempre fatto largo uso del braccio secolare, così il riformismo traditore ha incitato gli Stati controrivoluzionari, quando esso stesso non ha preso le armi in prima persona, per strangolare le rivoluzioni e le rivolte operaie. 

Già nel gennaio 1918 la Rivoluzione russa è in guerra con la Rada Ucraina e le forze dei generali Alexeiev, Kaledin, Kornilof; ma ben presto altri fronti si aprono: in aprile contro i giapponesi a Vladivostok, in maggio contro l’avanzata di Mannerheim in Finlandia, in giugno i Bianchi minacciano Tzaritzin, in agosto gli Alleati sbarcano ad Arcangelo. Gli inglesi, attraverso la Persia, marciano su Baku, gli americani in Siberia. A novembre i Bianchi, in Romania, proclamano Denikin dittatore della Russia; Koltciak prende il potere negli Urali. Nel marzo del 1919 Koltciak avanza ancora oltrepassando gli Urali, i francesi salgono da Odessa. In maggio Judenich, fantoccio degli inglesi, minaccia Pietroburgo. Ne è ricacciato ma prende Kharkov in Ucraina. In settembre Denikin è a Kiev, in ottobre prende Oriol, nel frattempo altre armate minacciano Mosca. L’eroismo proletario riesce a difendere il potere conquistato e, nel 1920, passa perfino al contrattacco tentando di esportare la guerra rivoluzionaria: è l’anno della guerra russo-polacca, guerra che suscitò invano tante illusioni. L’esercito rosso fu costretto a fermarsi alle porte di Varsavia, ma anche tutte le armate bianche sostenute dalle potenze occidentali furono definitivamente annientate. 

Nel 1921 la Russa tutta, ma dopo oltre 4 anni dalla vittoria dell’Ottobre, è finalmente controllata dal partito comunista. 

Fino a quel momento la domanda su cosa il partito, giunto al potere, avrebbe dovuto fare non poteva che avere un’unica risposta: combattere per mantenerlo. 

Frattanto nei paesi europei non succedevano che tentativi sfortunati di presa del potere da parte della classe operaia, entusiasticamente solidale con la rivoluzione bolscevica ma, sfortunatamente, senza una guida adeguata ai compiti dell’ora: decisiva fu la sconfitta del proletariato tedesco nel 1919. Gli anni successivi confermarono che non ci sarebbero stati aiuti da parte del proletariato europeo. Fino al 1924 l’Internazionale Comunista si era interrogata sul come poter suscitare la rivoluzione in Germania e nell’Europa occidentale, ma dal 1926 l’interrogativo che si pose fu sulla condotta da tenere nell’ipotesi che la rivoluzione della classe operaia in Europa dovesse mancare. 

Il potere rivoluzionario era stato, fino ad allora, difeso e salvato; ma da allora non fu più possibile sistemare la questione economica e sociale russa secondo le previsioni marxiste, ossia con la dittatura del partito comunista internazionale sulle forze produttive altamente sviluppate dell’Europa. 

Sorsero allora due quesiti storici: può definirsi socialista una rivoluzione che prende il potere e che, in attesa di nuove vittorie internazionali, amministri forme di economia capitalistica e precapitalistica? Il secondo quesito riguarda la durata ammissibile per una tale situazione. Lo scontro delle opinioni su questo terreno si ebbe in tutta la sua ampiezza all’Esecutivo Allargato dell’Internazionale del 1926. 

La Rivoluzione di ottobre, socialista ed internazionalista, fronteggiò eroicamente ed annientò gli eserciti della controrivoluzione armata che non riuscì a passare. 

Alla rivoluzione bolscevica non mancò né la tenace volontà del partito, né l’eroica adesione del proletariato e dei contadini poveri, le mancò quell’ossigeno che sarebbe arrivato dall’Occidente se il nostro proletariato avesse saputo, per tempo, scrollarsi di dosso la peste democratico-pacifista inculcatagli da una troppo lunga tradizione riformista e bloccarda. 

La mancanza di questo ossigeno lasciò aperte due strade: la degenerazione interna del partito e dello Stato che si adattavano ad amministrare forme capitalistiche dichiarando di abbandonare l’attesa della rivoluzione mondiale (come avvenne, ovvero una lunga permanenza al potere del partito marxista direttamente impegnato a sostenere la lotta proletaria rivoluzionaria in tutti i paesi esteri e che, con il coraggio che ebbe Lenin, dichiarasse che le forme sociali interne restavano largamente capitalistiche.