Internationale Kommunistische Partei

Battaglia Comunista 1951/II/17

Non semplice protesta contro il lavoro che ci è tolto ma rivolta anche contro il lavoro che ci è dato

Da tempo ci affanniamo a dimostrare, su queste pagine, che gli strilli sollevati dai nazionalcomunisti sulla pervicacia degli industriali che si accaniscono a licenziare, l’un dopo l’altro, gruppi di operai, colpiscono a vuoto.

Colpiscono a vuoto perché i capitalisti vivono sul lavoro degli operai non sulla loro disoccupazione e il difendere la semplice presenza nella fabbrica significa difendere l’accumulazione capitalista, il regime del lavoro salariato.

Malgrado la pedanteria con cui noi insegniamo il marxismo, evidentemente ci tocca sempre ricominciare daccapo. Su che cosa si basa il profitto capitalista? Sull’investimento in capitale variabile, o salario, o, ancora lavoro vivo. Questo solo crea il plus-valore e dalla sua proporzione col capitale costante, o impianti, nasce il tasso di profitto. Il capitalista tende naturalmente a aumentare il capitale fisso, ma non a diminuire il plus-valore, o, altrimenti detto, l’acquisto della forza lavoro al prezzo di mercato (costo della sussistenza); se non fosse così, il più felice dei capitalisti sarebbe quello che riuscisse a licenziare l’ultimo operaio.

Al contrario il capitalista pone sempre il problema dello sviluppo della produzione e della sua attrezzatura tecnica, prima del problema della riduzione della mano d’opera. E quando avviene, come è avvenuto in Italia, che certe industrie hanno dovuto diminuire il loro personale fino al 10 per cento degli effettivi di alcuni anni fa, gli industriali subiscono la circostanza come una vera e propria calamità. Il licenziamento diviene una misura per ristabilire l’equilibrio e il profitto di mercato, non un provvedimento per … accrescere gli utili oltre la media: è un riflesso della incapacità del sistema a funzionare non della volontà – che sarebbe davvero malthusiana e masochista – degli industriali di aver … meno operai.

Quando poi alcune fabbriche devono addirittura mandare a casa tutti gli operai e chiudere, non si può certamente parlare di «manovra dei proprietari» i quali sono i primi a strapparsi i capelli non nel senso che si siano ridotti in miseria ma nel senso che non possono più ottenere i profitti di prima. 

Con tanto minor ragione si dovrebbe protestare contro i malvagi concorrenti che vogliono questi estremi, (non si è sentito chiedere, a proposito dell’Ansaldo, che la Fiat ceda un po‘ del suo lavoro?) perché in tal caso non si farebbe che sposare la causa dei primi e solidarizzare con i propri padroni; o protestare perché lo Stato tira i cordoni della borsa e non dà né sussidi né commesse, perché sarebbe chiedere che il denaro pompato al contribuente operaio permetta al capitalista di pompare maggior plus-valore.

Ma ciò a cui tendono gli stalinisti è inculcare nelle menti degli operai che il sistema capitalista può, adeguatamente riformato, dare ancora pane e lavoro, e che la lotta è contro persone e gruppi, non contro l’intera classe.

In virtù di tutte queste considerazioni dobbiamo allora accettare il principio dei licenziamenti o del «risanamento delle industrie»? Chi avanzasse anche solo parzialmente un’idea di questo genere meriterebbe di essere preso a calci nelle parti molli anche se avesse dimostrato in tal modo una completa deficienza mentale.

Il problema è altro e ben diverso! Il regime capitalista non è in grado di garantire il diritto di lavoro che ogni nato di donna ha; e per tale ragione deve morire!

Il regime capitalista anche quando funziona a pieno ritmo, vive sullo sfruttamento del lavoro salariato, e anche per questo motivo deve essere distrutto!

Non quindi semplice protesta per il mancato lavoro, ma rivolta anche contro il lavoro «concesso»! Questo è essere rivoluzionari.

Coloro che piangono sulla disoccupazione da «eliminare», sulla miseria che potrebbe essere evitata, sulla possibilità di star meglio sono autentici centristi. E i centristi hanno la loro funzione da compiere: l’opposta della nostra.

L'astensionismo Pt.1

La parola «astensionismo» è stata una di quelle a cui, artatamente, si è cercato da parte di alcuni avversari, di dare un significato profondamente diverso da quello suo originario. Si è cercato di farla divenire sinonimo di neghittosità o di generico incitamento a non fare. Ora, in un partito politico non esiste il problema di fare o non fare, compiere cioè una qualsiasi azione o non; esiste piuttosto il problema di fare bene e di non fare male  ossia compiere azioni che siano proficue a raggiungere i fini che esso si propone e evitare quelle che possano produrre effetti contrari.

E‘ evidente che sarebbe colpa astenersi dal compiere azioni proficue e altrettanto, se non perfino maggiore colpa non astenersi dal compiere azioni inutile o dannose.

Ma lasciamo queste considerazioni generali e limitiamoci a dire ciò che l’astensionismo volle significare per coloro che lo proposero e lo sostennero. Essi intesero solo propugnare che si dovesse incitare il proletariato a non partecipare alle  competizioni elettorali. I sostenitori di questo principio di carattere strettamente tattico costituivano l’estrema sinistra del partito socialista italiano e furono il vero nucleo costitutore fondamentale del partito comunista al quale fornirono la grandissima maggioranza degli iscritti. Propugnatori dell’astensionismo e chiamati per questo astensionisti, essi spiegarono il perché della loro proposta, fondata sulla valutazione delle azioni rivoluzionarie svolte dal proletariato nell’ultimo periodo. Se nella fase durata dalla fine del settecento alla prima metà dell’ottocento, il proletariato aveva agito insieme alla borghesia (in quel periodo, non solo classe rivoluzionaria, ma vera protagonista delle rivoluzioni in esso avvenute), nelle successive azioni rivoluzionarie non solo si era distaccato da questa ma aveva agito contro di essa. Nella rivoluzione russa del 1917 non solo il proletariato aveva distrutto un regime ancora in parte preborghese, ma aveva fatto ciò scavalcando la borghesia e travolgendola insieme con quello, eliminando e annullando i tentativi di quanti pretendevano di arrestare lo sviluppo della rivoluzione russa per ridurla a una nuova edizione della rivoluzione francese. Gli astensionisti ragionavano così: il proletariato ha oggi la sua dottrina, la sua teoria rivoluzionaria – il marxismo – e ha già preso l’iniziativa della sua guerra, la lunga guerra che dovrà continuare a combattere con tutte le fasi che essa comporta, e che dovrà condurlo alla vittoria finale.

Il successo russo è indubbiamente di importanza e di valore definitivo non tanto per i risultati immediati e, per così dire, locali conseguiti quanto in rispetto allo sviluppo della rivoluzione mondiale.

In tale fase è assolutamente superato il tenere conto del vantaggio che può ricavare il proletariato sfruttando la possibilità che lo stato borghese gli consentiva di utilizzare come mezzo di propaganda le elezioni e gli eventuali posti conquistati. La partecipazione alle lotte elettorali costituisce un inutile logorio di forze che debbono essere polarizzate verso azioni di più reale efficacia, e ciò soprattutto nei paesi cosiddetti democratici, in cui il sistema parlamentare è in pieno funzionamento ed è radicata nelle menti la concezione liberale che il cittadino, godendo della piena libertà individuale, contribuisce col suo libero voto alla scelta del governo, che pertanto è la espressione del volere della maggioranza dei cittadini. Tale concezione liberale è avvalorata nelle file del proletariato dai partiti socialisti che si proclamano seguaci di Marx, dimenticando che di simili fandonie e menzogne proprio la critica di lui aveva fatto giustizia sommaria. In questi paesi è dunque necessario stornare dalle menti dei proletari la fallace idea che attraverso le vicende elettorali si possa conquistare il potere, e non invece solo, a mezzo della violenza rivoluzionaria come il marxismo insegna.

Gli astensionisti sostenevano che il mezzo decisivo per inoculare nelle masse la convinzione che le manovre elettorali sono un affare interno della borghesia, che a mezzo di esse sceglie le persone che ritiene più adatte in quel momento a dirigere il suo Stato, è quello di non prendervi alcuna parte. Solo così esse si renderanno conto che, comunque si denominino, gli eletti sono sempre servi della borghesia e non si lasceranno illudere di potere, agevolando questo o quel gruppo della classe dominante, difendere il proprio interesse. Il piccolo vantaggio, che qualche volta si potesse ottenere, sarà pagato al caro prezzo dell’abbandono dei propri scopi per perseguire miraggi ed illusioni, presentati proprio nell’intento di deviarle dagli scopi effettivi.

Sostenevano ancora gli astensionisti che ritenevano inefficace la propaganda antielezionista fatta in periodo elettorale, perché chi ha fiducia in questo mezzo non si lascia convincere ad abbandonarlo e anche i non molto fiduciosi finiscono per votare sia per qualche speranza residua sia attratti dall’illusorio guadagno di non favorire gruppi che ritengono meno vicini. Assolutamente controproducente ritenevano poi ogni propaganda astensionistica se associata all’atto positivo della presentazione di candidati. Escludevano inoltre che si potesse sostenere di rinunciare ai posti conseguiti perché la massa elettorale non avrebbe assolutamente compreso ed accettato questa tattica inconcludente, e si sarebbe rifiutata di seguire oltre il partito.

A Lenin, che fi il più accanito sostenitore della partecipazione alle elezioni da parte dei partiti comunisti e che considerava gli astensionisti infetti da anarchismo, si faceva da questi notare che, nei paesi democratici, la partecipazione alla lotta elettorali, sia politiche che amministrative, diviene fatalmente l’azione di primo piano, e finisce per assorbire i migliori uomini e la quasi totale attività dei partiti stessi. Inoltre si aggiungeva (allora non erano ancora nati i regimi così detti totalitari): rispetterà sempre la borghesia, ovunque e comunque, l’attuale stato di cose con la libera formazione dei partiti e la possibilità ai membri si essi di conseguire posti? Non potrà trovare un modo di annullare tutto ciò? Che cosa avverrà in tal caso, della vita e dell’azione di partiti completamente orientati verso la tattica elettorale?

I fatti susseguenti hanno provato che questi interrogativi, a cui non fu mai sufficientemente risposto, erano tutt’altro che infondati. Lenin sosteneva inoltre che fosse possibile nei parlamenti borghesi svolgere una azione rivoluzionaria, per quanto la ritenesse difficile e, proprio per confondere gli astensionisti, soggiungeva: «che la loro proposta partiva dalla coscienza di queste difficoltà da affrontare e che non era buona tattica rinunziare al tentativo di compiere un’azione difficile col pretesto di dichiararla anticipatamente inutile e dannosa».

A lui si rispondeva che non erano le difficoltà che potevano preoccupare, in quanto nei regimi democratici sarebbe stato agevole compiere ogni specie di tentativo senza incontrare seri ostacoli e, a furia di prove, qualche cosa sarebbe pur venuta fuori. Si intende che per Lenin la azione rivoluzionaria nei parlamenti non consisteva nelle discese negli emicicli per affrontare non diciamo le pistole ma neppure i cazzotti avversari, come avviene oggi in quello italiano, ove il parlamentare che lascia il banco animati dai più fieri propositi incontro subito le braccia amorevoli quanto suadenti di ben robusti uscieri.

Gli astensionisti dicevano: se si tratta di un piccolo gruppo che svolge quasi solo nell’assemblea legislativa l’opera di protesta e propaganda la cosa è semplice ed è anche utile. Per questo noi insistiamo che è nei paesi democratici che bisogna praticare l’astensionismo, non in quelli in cui il regime parlamentare è solo una lustra e in cui solo la tribuna parlamentare può essere sfruttata come mezzo per propagandare le proprie idee.

Ma ove il gruppo parlamentare proletario è numeroso, esso, già solo per questo, ha il suo peso nelle decisioni politiche, perché esercita la sua influenza nel meccanismo numerico della maggioranza e minoranza, ed è costretto per forza di cose ad entrare nel gioco e quindi nei compromessi. I gruppi parlamentari socialisti sono stati sempre più a destra nei partiti e il modo loro di funzionare costrinse perfino Liebknecht a votare più di una volta i crediti di guerra prima che, rompendone la disciplina, negasse loro il proprio voto.