Il congresso internazionale comunista decide sulla questione italiana
A seguito di una lunga discussione di cui l’Ordine Nuovo ha riportato un ampio resoconto, il III Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista ha votato alla unanimità la mozione di cui riportiamo la parte che riguarda l’Italia.
„L’atteggiamento assunto in Italia dai leaders che si raccolgono intorno a Serrati, immediatamente dopo il secondo Congresso mondiale, ha mostrato come mancasse la seria volontà di attuare le decisioni del Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista. Soprattutto l’attività svolta da questo gruppo di capi durante le lotte del settembre 1920, il suo atteggiamento a Livorno e più ancora la politica svolta in seguito, hanno mostrato chiaramente come il comunismo fosse per questa gente solo un’insegna per nascondere la politica opportunista.
„In simili condizioni la scissione era inevitabile. Il Congresso approva l’intervento fermo e deciso dell’Esecutivo in questo caso, che ha per l’Internazionale un valore di principio. Il Congresso approva la decisione del C.E. di riconoscere fin d’allora il Partito Comunista in questo paese.
„Dopo l’uscita dei comunisti dal Congresso di Livorno, il Congresso stesso approvò una mozione presentata da Bentivoglio. Il III Congresso mondiale della Internazionale Comunista è persuaso che tale mozione sia stata imposta al gruppo serratiano dalle pressioni degli operai rivoluzionari. Il Congresso ha fiducia che gli elementi rivoluzionari e proletari faranno di tutto dopo le decisioni del III Congresso mondiale per mettere effettivamente in esecuzione la mozione Bentivoglio.
„Fino a quando il P.S.I. non avrà escluso coloro che hanno partecipato al Convegno di Reggio Emilia e i loro fautori, il P.S.I. non può appartenere alla Internazionale Comunista. Se questa condizione preliminare e ultimativa sarà osservata, il Congresso mondiale incarica il C.E. di fare i passi utili per unire il P.S.I. purificato dagli elementi riformisti e centristi col Partito Comunista d’Italia in una Sezione unificata della Internazionale Comunista“.
Ecco – perchè la documentazione sia completa – la mozione Bentivoglio votata a Livorno dai socialdemocratici subito dopo la scissione del Partito Socialista:
„Il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, richiamate e riaffermate le deliberazioni con le quali esso aderì alla III Internazionale accettandone senza alcuna riserva i principali metodi, protesta contro la dichiarazione di esclusione emessa nei suoi riguardi dal rappresentante del Comitato Esecutivo sulla base di un dissenso di valutazione ambientale e contingente che poteva e doveva essere eliminato con opera di amichevole chiarimento e di fraterna intesa: e riaffermando pienamente la sua adesione alla III Internazionale, rimette al prossimo Congresso di essa la discussione della controversia, impegnandosi fin da ora ad accettarne ed applicarne la decisione“.
Poche note di commento sui dati di fatto di cui a tutt’oggi disponiamo. Anzitutto la nostra pregiudiziale disciplinare e l’impegno incondizionato a rispettare nell’azione e nell’esecuzione fino alla virgola il deliberato del Congresso internazionale. Quindi l’espressione del nostro pensiero, tanto più libera quanto più ferma la nostra disciplina.
La mozione contiene degli apprezzamenti di fatto; e quindi un ultimatum ai socialisti italiani.
Essa approva la condotta dell’Esecutivo internazionale e dei comunisti italiani a Livorno. Giusto chiedere l’esclusione della frazione di concentrazione di Reggio Emilia quale unico modo di applicare in Congresso le ventuno condizioni, giusto essere addivenuti alla scissione dopo il voto contrario della maggioranza. Fin qui, naturalmente, siamo d’accordo.
La mozione conferma anche la decisione dell’Esecutivo di considerare fin d’allora il Partito Comunista d’Italia come unica Sezione italiana della Internazionale Comunista. Questo vuol dire che dal punto di vista organizzativo e procedurale da Livorno in poi il Partito Socialista non fa più parte della Internazionale Comunista. D’accordo, e… ci sarebbe mancato altro!
Quindi la mozione passa a valutare la situazione delle forze rimaste nel P.S.I. dopo la scissione. Questa parte non la condividiamo affatto.
Il III Congresso si dichiara solennemente persuaso che la mozione Bentivoglio sia stata „imposta“ ai Serratiani dalle pressioni degli „operai rivoluzionari“. Noi siamo invece del fondato parere che la mozione Bentivoglio fa parte – lasciando da banda apprezzamenti personali – dell’armamentario centrista per corbellare gli operai rivoluzionari e dare loro ad intendere che solo piccoli dettagli di forma inducessero il Partito Socialista a respingere le decisioni del II Congresso della Internazionale.
In un sol modo si poteva tollerare che il P.S.I. si rimettesse al Terzo Congresso: eseguendo anzitutto le decisioni del Secondo, e chiedendo poi al successivo Congresso di modificarle. La mozione Bentivoglio fu graditissima al gruppo serratiano per lo svolgimento della sua politica. E quanto agli operai rivoluzionari noi, spregiando ogni demagogia anche di sinistra, riteniamo tali quelli che hanno saputo giungere a tanto da non farsi menare per il naso dai maneggioni parlamentari e sindacali. Nè i capi nè gli operai „sono“ rivoluzionari nel P.S.I. Vi è questa importante distinzione però: che i capi non possono ridiventare rivoluzionari, ma andranno sempre più verso destra; gli operai possono, e devono, se sentono gli interessi della loro classe, diventare rivoluzionari col volgere le spalle ai primi, e aderire individualmente al loro partito, al Partito Comunista, quale la storia lo ha organizzativamente „definito“ a Livorno, col distacco dagli opportunisti.
„Il Congresso ha fiducia che la mozione Bentivoglio sarà eseguita“. Sì, molte volte si dice di aver fiducia in quello che si desidera, si adopera quella espressione come una figura retorica. Ma non, a nostro giudizio, quando parla la suprema assise della rivoluzione mondiale, e non il peroratore di una qualunque causa. La fiducia del Congresso è stata così male collocata che lo stesso presentatore della mozione è oggi per la collaborazione; ossia più a destra di… Serrati. Gli operai rivoluzionari, se ve ne sono, devono essere invitati a staccarsi e dai Bentivoglio e dai Serrati, da quella che è tutta la struttura odierna del P.S.I., che, non da ragioni che riguardano il temperamento e la psicologia personale dei dirigenti, ma dal logico svolgersi storico del movimento proletario italiano, è ipotecata per la controrivoluzione.
Il Congresso mondiale rinnova l’invito al Partito Socialista di eliminare la destra riformista. Questo può significare due cose: o si ritiene che la sinistra del Partito Socialista possa essere „utilmente aggiunta“ al Partito Comunista d’Italia; o si pensa soltanto che – dato che è probabilissimo che il Partito Socialista non si scinda – il rinnovato e longanime invito servirà a chiarire meglio dinanzi alle masse il torto dei socialdemocratici in tutto l’andamento della vertenza. Andremmo troppo per le lunghe, e troppi elementi di indole teorica e tattica dovremmo invocare, per spiegare come noi da una valutazione generale dei problemi del comunismo, siamo condotti a non condividere nè l’uno nè l’altro criterio. Ciò verrà svolto, ed in modo esauriente, a suo tempo e luogo. La disciplina non toglie che ognuno abbia le proprie responsabilità. E tutti i comunisti italiani avranno modo di pronunziarsi.
Quali le conseguenze pratiche della decisione del Congresso Internazionale? Queste appunto: che siamo nettamente rimessi dinnanzi alla necessità di altri dibattiti e pronunziati di Congressi sulle questioni generali, quindi si prolunga lo stato di attesa delle masse italiane e la loro indecisione, e ciò forse nella speranza di accrescere le energie rivoluzionarie a disposizione oggi del Partito Comunista, nella credenza che la situazione possa offrirne di maggiori, non per le via del lavoro normale e pratico di partito – a cui noi ci eravamo dati con tutte le capacità, poche o molte che siano, di cui disponiamo – ma per quella di ulteriori assestamenti della base stessa del partito di classe, o comunque di una preliminare conquista „in blocco“ di altri strati delle masse, e del loro inquadramento politico già costituito. Noi dissentiamo. Noi vediamo tra i due metodi una incompatibilità. Noi crediamo che sia in pura perdita per la preparazione rivoluzionaria che si riapra il periodo delle accademie congressuali. Ma del resto, se questo si riapre, vuol dire che necessita venire su tale campo e portarvi tutta l’ampiezza della diversa nostra valutazione. Ed è quello che non rinunzieremo a fare.
Il valore dell'isolamento Pt.1
Il momento politico che si attraversa in Italia è difficile da comprendersi ed ancora maggiori difficoltà presenta per i partiti che vogliono in esso tracciare la loro via.
L’incertezza che domina nell’ora attuale in tutti i campi, dalla economia alla politica, fa sì che tutti i partiti abbiano finalità, coscienza, tattica e contorni poco definitivi, e che i loro rapporti di affinità o di opposizione, di alleanza o di conflitto si presentino molteplici e mutevoli oltre ogni dire.
In questo caos di forze e di tendenze, il partito politico marxista della classe lavoratrice, non ostante le recenti vicende critiche del suo sviluppo, ha il dovere, ed ha anche, secondo noi, ove utilizzi tutte le esperienze del suo passato e del movimento internazionale di cui è parte integrante, la possibilità di orizzontarsi felicemente, di tracciarsi un indirizzo sicuro verso la sua meta.
Non intendiamo dire soltanto delle direttive generali che scaturiscono dalla dottrina e dai capisaldi programmatici del movimento comunista, ma ancora del contegno da tenere in presenza dell’attuale situazione da comprendere appieno secondo il metodo critico marxista e dirigersi attraverso essa utilizzandone lo sviluppo particolare alla realizzazione delle proprie finalità rivoluzionarie.
Un primo aspetto di questo insieme di problemi tattici è il rendersi conto della funzione di tutti gli altri partiti e movimenti politici, per dedurne l’atteggiamento che occorre serbare nei loro confronti.
Non intendiamo riferirci alla considerazione delle infinite circostanze di fatto le quali, da un’analisi della crisi economica, ad un esame anche superficiale della corrente cronaca politica, conducono alla conclusione che siamo in un periodo di estrema instabilità delle istituzioni politiche che reggono il paese e dei rapporti sociali che trovano in quelle la loro espressione e la loro protezione, che le forme dello Stato appaiono in procinto di essere, più o meno profondamente, più o meno brutalmente modificate.
Quello che è difficile nel momento attuale è il definire il senso e la portata in cui tende a concretarsi questa mutazione di reggimento politico che tanto chiaramente si preannunzia.
Il lato scabroso della questione è lo spesseggiare di tendenze politiche e di programmi più o meno definiti e tra loro distinti che si potrebbero chiamare rivoluzionari.
Poiché in un certo senso esteso della parola è rivoluzionario ogni movimento che tenda a mutare i limiti costituzionali delle istituzioni, adoperando mezzi che per poco esorbitino dalla abituale esplicazione della funzione dei partiti nei quadri della legalità. Non è indispensabile che i mezzi di azione che tali correnti adoperano o dicono di voler adoperare giungono all’impiego della violenza armata insurrezionale: come per il passato si avevano colpi di Stato attraverso la limitata cerchia di una congiura di palazzo, così l’odierno regime democratico lascia intravedere la possibilità di rivolunzioncelle che abbiano teatro, anziché la piazza, i corridoi del Parlamento e l’anticamera dei ministeri.
Oggi in Italia vi sono tanti di questi movimenti che “tendenzialmente” possono aspirare alla qualifica di rivoluzionari, vi sono tanti programmi di rivoluzioni, ossia tanti progetti di tipo di reggimento sociale o statale da sostituire a quello vigente, che ne resta ottenebrata la chiarezza di quella fondamentale antitesi tra due sole forze nemiche, nella quale soltanto si delinea efficacemente il divenire della rivoluzione, di quella vera e formidabile che si concreta nella precisa concezione che ne abbiamo. L’esistenza di troppe specie di rivoluzionari rende difficile la rivoluzione nel senso che ingombra alla chiara impostazione definitiva della lotta rivoluzionaria.
Tra l’ingombro di queste forze la critica e l’azione comunista devono ad ogni costo e sinceramente, spezzando e sprezzando pregiudizi ed opportunismi, farsi luce ed aprirsi una via.
L’interrogativo che più imbarazza i componenti di cose politiche, che tra noi per somma sventura pullulano ogni giorno di più, è quello di classificare i vari gruppi e movimenti rivoluzionari o semi-rivoluzionari secondo la comune estimazione politica della destra e della sinistra.
Con ben altro criterio i comunisti debbono svolgere l’analisi della situazione, preoccupandosi di ridurre a unità le forze della conservazione, interpretando accortamente il valore conservatore di taluni movimenti, dalle scapigliate pose avanguardiste, e di condurre ad effettiva unità di coscienza e di metodo quelle forze che effettivamente dovranno inalvearsi nella realizzazione rivoluzionaria.
Non pretendiamo di fare una rassegna completa dei movimenti che inalberano un programma non in tutto “legalitario” ma solo di accennare qualche lato saliente di essi che serve bene a fissare analogie e differenze.
Ripetiamo un nostro noto concetto dicendo che non crediamo alla possibilità del colpo di stato di destra, della rivoluzione a rovescio, che ci regali un regime peggiore di quello monarchico e parlamentare che godiamo. Questo ridicolo spauracchio è stato troppe volte agitato da demagoghi di tutti i colori, perché si possa prenderlo sul serio.
Si è a volte annunziata la “dittatura militare” di Cadorna o di Giardino, del Duca d’Aosta o di D’Annunzio. Questi signori, col consenso dell’alta banca, dei pescicani e degli agrari e dei capi militari avrebbero chiuso il Parlamento e sostituito l’attuale reuccio.
In realtà tutti questi presunti movimenti di destra, diretti a tornare all’indietro, mostrano, in quanto non sono pure invenzioni, caratteristiche comuni coi movimenti dei pseudo rivoluzionari di sinistra. Tutti qui candidati dittatori e fautori di dittature reazionarie sono infatti usciti dalle file dell’interventismo, che, come a tutti è noto, aveva promesse politiche di “lotta contro la reazione feudale, clericale e militare” degli Imperi Centrali, pose di avanzata democratica, e militanti socialistoidi e sindacalisteggianti.
L’ipotesi di un attentato da “destra” all’attuale assetto statale italiano, per le ragioni dette in altri nostri scritti, è dunque da lasciare senz’altro da parte, per volgere la nostra attenzione alle correnti che aspirano ad una rivoluzione fino ad un certo punto, e, come dicevamo, ingombrano fastidiosamente il campo della lotta, incrociandosi maledettamente tra loro.
Diciamo subito che la tesi a cui giunge sicuramente la critica comunista è che tutti questi progetti non sono che piani per la migliore difesa e conservazione delle istituzioni presenti, introducendo in esse modifiche esteriori, per lasciare sussistere il contenuto essenziale; il sistema della economia privata e libera, ossia il capitalismo, ed il meccanismo democratico dello Stato, ossia il parlamentarismo.
Ogni lavoro politico diretto a far convergere l’attenzione e lo sforzo proletario in tali direzioni deve dai comunisti essere considerato come contro-rivoluzionario. Esistono, è vero, tra i movimenti che si propongono all’assalto dell’attuale regime taluni che non potremo classificare come anti rivoluzionari, seppure dissentiamo dai loro programmi, e sono il movimento sindacalista e quello anarchico, che ne costituiscono in fondo uno solo diviso in molte sfumature. Tuttavia il partito comunista deve rendersi conto del pericolo rappresentato dal fatto che questi movimenti, quasi a dimostrazione dei gravi errori di metodo rivoluzionario che contengono, presentano ogni tanto degli strani punti di contatto sentimentali, ed un pochino anche programmatici, con quelle prime correnti, nettamente controrivoluzionarie e disfattiste dell’azione proletaria. Perché in tutto questo la impazienza rivoluzionaria, la mania di battere in un senso quasi sportivo il record dell’estremismo, giocano una parte pericolosa generando il confusionismo rivoluzionario, la tesi semplicistica e facilona che, pur che si cominci ad agire, bisogna accettare tutte le alleanze, senza guardare troppo per il sottile alla finalità diversa della nostra che muoverà gli alleati in un primo momento.
Il movimento anarchico e sindacalista, nella sua opera di propaganda, fa ogni tanto senza quasi accorgersene delle concessioni, o per lo meno rilascia dei brevetti di rivoluzionarismo a quelli che sono in realtà i più insidiosi nemici della causa proletaria.
Questo si constata talvolta nel semplice riconoscimento di alcune ideologie di altri partiti politici, tal’altra nella tattica effettivamente adottata nei momenti di maggiore tensione della situazione.
Ci limiteremo ad esempi. Una serie di sfumature insensibili ci può condurre dagli anarchici… a quei tali presunti dittatori “di destra” di domani. Guardiamo a D’Annunzio. Egli è tanto poco un reazionario nel senso che voglia sopprimere i due cardini della democrazia: regime a suffragio larghissimo, illimitata libertà alle corporazioni sindacali riconosciute dallo Stato che a questi concetti ha ispirato la “costituzione fiumana”. Questo stesso programma è stato esaltato in un recente convegno dei giovani “corridoniani” ossia di quei giovani sindacalisti rimasti con quella parte della Unione Sindacale che passò all’interventismo più smaccato, la Unione del lavoro dei De Ambris, ieri luogotenenti dannunziani ed oggi leaders politici di quel movimento. Orbene Guerra di Classe, organo dei sindacalisti rivoluzionari, esamina con espressioni di simpatia quel programma, pur facendo naturalmente delle riserve, che però non sono le giuste riserve che ne possono colpire i lati antirivoluzionari. Che quel programma e quell’atteggiamento politico siano veramente sindacalisti è cosa che lasciamo giudicare a Guerra di Classe, ma che siano veramente “rivoluzionari” ecco quello che mettiamo in gran dubbio. I corridoniani sono per la “repubblica sociale dei sindacati” e nella loro replica al giornale del sindacalismo ufficiale chiariscono questo loro concetto: uno Stato ultraliberale, che garantisca la libertà e l’ordine per tutti i cittadini, che non si immischi nelle cose della economia, e che lasci libero campo alla funzione dei sindacati operai.
Questo concetto non è nemmeno in parte rivoluzionario: Guerra di Classe si limita a trovarlo poco preciso, ma ciò nonostante trova rivoluzionario il programma nel suo insieme: a questo errore essa è condotta dall’errore intrinseco del metodo sindacalista come metodo rivoluzionario, e così ci fornisce uno di quegli esempi indiretti che mostrano il pericolo dei movimenti rivoluzionari affini al nostro, ma non chiaramente orientati sul terreno del comunismo internazionale marxista. Una repubblica sociale, uno Stato, una costituzione come la pensano D’Annunzio e i giovani corridoniani, col suo ultraliberalismo nel campo sindacale, è uno Stato ultraliberale con le intraprese del capitalismo, in quanto rinunzia alla funzione di intervento regolatore nella economia. Non è che una mascheratura abilmente rivoluzionaria dell’attuale Stato borghese, colla sua vernice di eguaglianza democratica e di neutralità sociale, e la effettiva sua funzione di guardiano armato dello sfruttamento capitalista. Troppa fretta ha il giornale sindacalista a compiacersi di quella concezione come schiettamente “libertaria e sindacalista”. Il che conduce a domandarsi se non sia molto più facile essere libertari e sindacalisti che efficacemente e realmente rivoluzionari nel senso classista. Le obiezioni di Guerra e Classe sono infatti incomplete. Cosa vuol dire questa repubblica neutrale, essa si dice, se dovrà essere la repubblica sindacale in cui, rovesciato rivoluzionariamente il potere borghese, le funzioni dello Stato sono rimpiazzate da quelle dei Sindacati? La riserva è tanto insufficientemente rivoluzionaria che essa ricorda una stretta parentela con un altro piano di pseudo rivoluzione caratteristico nella politica italiana: quella costituente professionale dei riformistoni confederali che, come la costituzione dannunziana, pretendeva di avere sapore di sovietismo!!
E tutto questo conduce alla sana concezione rivoluzionaria comunista, e indica uno dei pericoli della incompleta impostazione del problema rivoluzionario, poiché non si avrà vittoria rivoluzionaria del proletariato se la lotta non si delinea ad abbattere insurrezionalmente l’attuale potere costituito, per costituirvi, con chiarezza di finalità e ferrea volontà rivoluzionaria, l’unico reggimento politico che non sia una delusione delle masse e una rivincita della controrivoluzione: la forza politica statale organizzata saldamente nelle mani del proletariato: la dittatura di questo; lo Stato di classe, artefice dell’intervento rivoluzionario economico; in quanto ogni forma di neutralità statale dell’economia e di eguale distribuzione a tutti della libertà, è falsamente rivoluzionaria, è anzi squisitamente reazionaria e significa conservazione del regime borghese.
Un altro esempio: un denominatore comune di quelle formulazioni “rivoluzionarie” che hanno il solo valore di diversivi all’azione del proletariato è il sentimento “nazionale”. Tutti vogliono far la rivoluzione “per la nazione”. I veri rivoluzionari sono invece quelli che la vogliono compiere “per la classe”, se anche dopo si potrà parlare come di uno Stato di classe, di una “nazione di classe”, di cui i peggiori nemici e “stranieri” saranno i borghesi italiani.
Mentre è evidente che questo denominatore nazionale sta alla base dei programmi di “rinnovamento” dei fascisti, dei dannunziani, dei legionari, degli arditi del popolo, dei Giulietti, dei corridoniani, ecc. ecc., sembrerebbe ingiusto farne carico ai sindacalisti e agli anarchici, che hanno fatto aperta professione di antipatriottismo. E noi non vogliamo certo accusarli di nazionalismo, solo indicare su questo terreno un’altra loro inclinazione a confluire talvolta con tutti quegli altri movimenti, sia pure per un momento e con valore incidentale, ma in modo da fornire un’altra prova della intrinseca debolezza programmatica e tattica dei metodi loro proprii.
In una polemica che si svolge su Umanità Nuova, Luigi Fabbri, rispondendo alle critiche di Damiani sull’atteggiamento politico degli anarchici italiani negli ultimi anni, rivendica la opposizione alla guerra e al patriottismo borghese, ma ha pure qualche frase come questa: «insorgemmo anche contro i socialisti a difesa dei volontari caduti nelle Argonne quando alcuni vollero di questi non solo criticare le opinioni ma anche offendere il coraggio». E nella citata critica di Guerra di Classe al programma dei corridoniani è passata per buona e lodevolmente rivoluzionaria questa ridicolissima formulazione. «Sindacalismo vale a dire concezione libertaria e latina in perfetta antitesi con comunismo concezione autoritaria e teutonica, che ha preso la cittadinanza slava, ecc.». Questo non vuol dire altro che quei movimenti libertari, con la loro esitanza ad accettare l’unica vera tesi rivoluzionaria: dittatura statale e accentramento, al di fuori della quale non c’è che un’altra ipotesi storica: consolidamento del domino borghese, cadono nel tranello di valorizzare autentici controrivoluzionari. Le riserve alla tesi comunista, o meglio alle sue adulterazioni a scopo di deviazione delle masse, si traducono bene in quel semi-nazionalismo rivoluzionario. Si propone da molte parti una rivoluzione si, ma una rivoluzione latina, ossia “libertaria”, preoccupata degli interessi nazionali. Questo, per la illuminata critica rivoluzionaria, vuol dire uno strozzamento, una castrazione della rivoluzione, fermandola nel momento in cui piomberà su quella parte della nazione che è controrivoluzionaria, per immobilizzarla nella stretta potente della sua dittatura. Ed è deplorevole che, per la mania di criticare il comunismo, l’autoritarismo, l’intervento rivoluzionario accentratore statale dell’economia, i rivoluzionari autentici sindacalisti e anarchici si pongono a fare il gioco del falso rivoluzionarismo, del confusionismo rivoluzionario, ultimo espediente di conservazione della borghesia.
Un’attenta considerazione di questi problemi e di questi contatti, di cui abbiamo dato solo qualche saggio sperando di farci in tal modo intendere più facilmente, dovrebbe servire, attraverso l’assidua propaganda nostra, a condurre tutti gli amici veri della rivoluzione sul terreno delle tesi comuniste, con la riprova indiretta che ogni altra via conduce a trovarsi gomito a gomito coi nemici del proletariato. Questa debolezza “nazionale” non è forse anche condivisa dal partito socialdemocratico i cui capi di destra gridano: Viva l’Italia! I cui capi di sinistra distinguono tra il fallimento dello Stato e quello della “economia nazionale”?
Ad un altro articolo gli aspetti più concreti della questione e le conclusioni nei riguardi della tattica che noi dobbiamo adottare nel campo in cui agiscono, pericolosamente confusi, i rivoluzionari e i ciarlatani della rivoluzione.
Anarchici e comunisti
Il giornale anarchico “Il Libertario” di Spezia, rileva la polemica svoltasi sulle nostre colonne, a proposito della violenza, con Luigi Fabbri, mostrando di condividere la distinzione del Fabbri tra violenza cieca e violenza “guidata dalla ragione, dal senso di responsabilità e dalla coscienza del fine”, senza che questa debba coincidere col concetto di violenza militarmente organizzata (e nemmeno escluderlo).
Questo argomento lo abbiamo abbastanza sviscerato per dovervi ritornare sopra. Vogliamo piuttosto rilevare brevemente un accenno del “Libertario”, laddove questo dice che il dissenso vero tra anarchici e comunisti è un altro: se la violenza debba restare solo e sempre insurrezionale per essere rivoluzionaria, come pensano loro, oppure possa restare rivoluzionaria anche se affidata ad un governo più o meno dittatoriale, come pensiamo noi.
Giustissimo che il vero e maggiore dissenso sta proprio qui.
Ma non è altrettanto giusto quanto subito dopo dice il detto giornale, e cioè tale punto mentre sarebbe stato trattato ampiamente dalla stampa anarchica, non sarebbe stato abbastanza sviluppato da quella comunista.
Per confutare questa affermazione basterebbe ricordare al “Libertario” non diciamo gli scritti fondamentali della Internazionale Comunista ampiamente tradotti negli ultimi tre anni dalla stampa nostra, dalle tesi dei congressi agli articoli e scritti dei migliori compagni esteri e al libro di Lenin sullo “Stato e Rivoluzione”, ma una serie di articoli e polemiche della stampa comunista italiana: ci limitiamo ad accennare quelle del “Soviet” e dell’“Ordine Nuovo” settimanale.
Vogliamo quindi dare solo brevi cenni a proposito, soprattutto per disilludere il nostro contraddittore anarchico e i suoi compagni di fede che noi possiamo mai comunque attenuare quella fondamentale nostra tesi che li trova fieramente avversi.
Se la distinzione sull’impiego della violenza del Fabbri non regge ad una critica attenta, quella generale degli anarchici tra violenza contro lo Stato e violenza di Stato (nel senso di negare la seconda come mezzo di azione della classe proletaria nella rivoluzione) è semplicemente la negazione della storia, e, per stretta conseguenza, della rivoluzione.
Deve essere tra noi e gli anarchici cosa pacifica che tutte le rivoluzioni che finora si sono svolte, sono consistite in un trasferimento del potere statale da una classe ad un’altra, da un gruppo all’altro, e che il gruppo protagonista della rivoluzione, appena vincitore, ha dovuto ricorrere alla dittatura ed al terrore contro il gruppo sconfitto, ma tuttora lottante per una restaurazione del suo potere, per una rivincita sulla rivoluzione.
Ma, dicono trionfalmente gli anarchici, è appunto per questo che tutte le rivoluzioni non hanno segnato la definitiva emancipazione degli oppressi e degli sfruttati, in quanto, dando nascita a nuove forme di potere statale, hanno costituiti nuovi rapporti di dominazione e di sfruttamento. Se la rivoluzione proletaria deve segnare la fine di ogni sfruttamento, essa non deve dar vita ad una nuova forma di Stato, ma sopprimere lo Stato.
Pare perfino impossibile che una questione tanto chiara possa ancora essere controversa tra rivoluzionari, dopo che il marxismo e la propaganda mirabile di chiarezza della Terza Internazionale ne hanno fornito brillantemente la soluzione decisiva.
Anche noi marxisti diciamo che la rivoluzione proletaria deve sopprimere lo Stato, e che questo ne sarà il risultato finale. Ma dire che lo Stato sarà soppresso, non è la stessa cosa che dire: si potrà fare a meno della forza statale per gli scopi della rivoluzione.
Perché la rivoluzione proletaria sopprimerà lo Stato? Non già perché, secondo (speriamo di non sollevare la solita indignazione con questa frase) la mentalità antistorica degli anarchici, essa sia la “vera” rivoluzione che finalmente eviterà l’errore delle rivoluzioni precedenti e realizzerà la formula bakuniana di non far sorgere né costituenti né dittature, abbattendo lo Stato, lo Stato in sé, e non una data forma di Stato.
La rivoluzione proletaria giungerà a sopprimere lo Stato per ben altre condizioni reali, che nelle passate rivoluzioni non esistevano, e che le danno la possibilità di “sopprimere la divisione della società in classi sociali”. Questa prospettiva era impossibile per quelle rivoluzioni che non avevano il loro punto di partenza nella situazione oggi rappresentata dallo sviluppo del capitalismo.
Ciò che metterà in grado il proletariato rivoluzionario vincitore di pervenire alla soppressione delle classi e dello Stato non sarà la sua avvedutezza di non permettere la costituzione di un potere rivoluzionario, ma una condizione di ordine reale economico, ossia la esistenza di un tale ingranaggio produttivo da poter essere amministrato da una società che non presenti sfruttamento del lavoro.
È pacifico tra anarchici e noi che questa società non può sorgere dai rapporti attuali di produzione, se non si abbatte il potere dello Stato capitalistico. Ma il loro errore è di vedere contemporanea la morte del capitalismo con quella dello Stato capitalistico. Se lo Stato attuale è la conseguenza e non la causa del sistema economico capitalistico e della divisione attuale della società in classi, è evidente che, se è vero che quando avremo soppresso la economia capitalistica e la suddivisione della società in classi, lo Stato sarà morto, non è invece affatto da aspettarsi che, abbattuto lo Stato borghese, sia risolto il problema della soppressione della economia capitalistica e della esistenza di classi sociali contrastanti.
La soluzione di questo problema non può essere istantanea come il rovesciamento del potere borghese. Essa è il risultato di un lungo processo storico di trasformazione, operata dalla energia del proletariato. Durante questo processo, e specialmente nella prima fase di esso, quando la borghesia ha maggiori possibilità di risollevarsi, esso è garantito solo da una organizzazione di forza proletaria che è lo Stato, la dittatura di classe.
Lo Stato non muore in una rivoluzione. In tutte le rivoluzioni lo Stato “si capovolge”. Lo Stato muore per lento esaurimento delle sue funzioni. La rivoluzione proletaria è la sola, la prima, che inizia questo “esaurimento”, dopo avere, come le altre, cominciato da una pura utilizzazione della forza statale.
Non è certo il caso di insistere sulla dimostrazione di tutto ciò. Val la pena però di ricostruire il curioso modo di ragionare degli anarchici. Essi concepiscono che la violenza rivoluzionaria insurrezionale è oggi indispensabile in una lotta tra borghesia e proletariato.
Che cosa vuol dire che la violenza dopo il rovesciamento dello Stato borghese non resta rivoluzionaria “se affidata ad un governo”?
Forse che sarà rivoluzionario lasciar risorgere lo Stato borghese senza opporvisi? Questo certo no. Ma il concepire questa lotta, tra una classe che vincendo non esiterà a costituire la sua dittatura più terroristica, assetata di vendetta (la borghesia) ed una classe opposta, che in omaggio al principio anarchico rinunzi vincendo alla dittatura statale che immobilizza l’avversario, è forse rivoluzionario, quando equivale evidentemente a lasciare all’avversario della rivoluzione un incalcolabile vantaggio nella lotta?
Come risulta dalle stesse parole del “Libertario”, una organizzazione militare, ossia disciplinata e gerarchica, è indubbiamente una condizione di maggiore successo nella lotta contro una organizzazione analoga avversaria, che non l’azione slegata ed informe. Ora se gli anarchici cominciano ad arrivare a questo concetto: “organizzare militarmente la violenza insurrezionale” vuol dire che essi stanno per darci totalmente ragione.
Questa organizzazione militare si dovrà liquefare appena l’avversario, lo Stato borghese, avrà piegato? Ed allora i controrivoluzionari non si daranno subito ad organizzare una “violenza militarmente organizzata” che tanto più facilmente vincerà, in quanto non avrà di contro una organizzazione stabile? Converrà, rivoluzionariamente parlando, che il proletariato non renda permanente la sua organizzazione militare, in modo da reprimere ogni indizio di organizzazione avversaria, con difficoltà, sforzi e vittime assai minori?
Ora, amici anarchici – quando mancasse ogni altra ragione dipendente dai complessi rapporti tra l’avanguardia rivoluzionaria delle masse e gli innumeri residui di antisocialisti lasciati come lunghissimo retaggio dal capitalismo, per dimostrare indispensabile lo Stato proletario – basterebbe avervi condotto a questo. Una organizzazione militare permanente anche nei momenti in cui la lotta tace, e per impedire che l’avversario la ridesti utilmente; ecco in verità, lo Stato, nella sua interezza. È vano fare gli scongiuri…