Internationale Kommunistische Partei

Il Comunista 1922-01-04

Impressioni e risultati del Congresso di Marsiglia

TORINO, 3.

Al compagno Tasca, appena tornato da Marsiglia, ci siamo rivolti perché ci esponesse i probabili risultati del congresso tenuto dal Partito comunista di Francia.

– Non ho partecipato al Congresso – egli ci ha detto – altro che nella seduta in cui ho parlato; ma ne ho seguito attentamente i lavori allo scopo di rendermi conto della posizione del Partito nella politica generale della Francia, ed in quella dell’Internazionale.

Il Congresso non è stato brillante, sono mancati i grandi duelli oratori; non si sono aperte le cateratte della eloquenza, cosicché il discorso del compagno Bordiga ha rappresentato veramente una parentesi durante la quale i compagni colà raccolti hanno potuto assurgere alla considerazione dei problemi integrali della lotta comunista. Nell’entusiasmo dei congressisti entrò in quel momento in gran parte la soddisfazione di chi respira a pieni polmoni un’aria nuova e vivificante …

– Era il messaggio della Terza Internazionale; si capisce quindi che lo abbiano inteso con animo commosso …

– L’elemento decorativo c’è entrato per poco. Solo i giornalisti borghesi presenti al congresso, che si erano maledettamente annoiati fino ad allora hanno rilevato il lato romantico della «apparizione» del nostro compagno che portava la luce dell’Oriente. È bene però rilevare che la terza Internazionale non ha alcun debole per i «colpi di scena» e non tiene certo a conservarsi il prestigio rivolgendosi alla immaginazione dei popoli. Il successo del discorso di Bordiga è stato dunque un successo dovuto al suo contenuto, alla presentazione seria e oggettiva ch’egli ha fatto della situazione generale, delle condizioni in essa fatte al proletariato di tutti i paesi, e della giustificazione che ne deriva alla dottrina ed alla tattica comunista.

– È vero che il tono del congresso è stato un po’ terra terra?

– Il Partito comunista francese si è, nell’anno che ha trascorso dal congresso di Tours, appena orientato.

Un partito non si forma in un giorno, ed in Francia non era possibile, in un anno, raggiungere un risultato molto diverso. È questo uno dei punti più evidenti, che derivano non solo dall’esame del congresso ma da quello della attività in genere dei compagni francesi: essi dovranno ancora compiere un certo cammino e lavorare molto prima di raggiungere la attrezzatura spirituale e materiale necessaria ad un Partito comunista che debba agire in Francia.

Nel paese dove la reazione capitalistica ha preso le forme più accanite (la Francia è un paese di medio capitalismo, di un capitalismo «parvenu», e quindi più feroce, più ossessionato dalla idea di proteggersi dal pericolo bolscevico), nel paese del capitalismo militante e corruttore il Partito comunista ha dei compiti di una gravità estrema. Deve lottare contro il conservatorismo delle tradizioni, contro i fantasmi del «jusqu’au boutisme», che sorgono dal teatro ancora caldo della guerra, contro la corruzione profonda della burocrazia, della stampa, della vita pubblica in genere e parlamentare in specie, contro la leggerezza che cerca troppo spesso di riscattare con una generosità di marca letteraria la insofferenza dei compiti modesti e duri che sono propri dei partiti proletari: pericoli interni ed esterni che si intrecciano e rendono tutt’altro che facile il lavoro.

Ma appunto perciò i compagni italiani hanno il dovere di rendersi conto delle enormi difficoltà che il Partito comunista di Francia trova sulla propria strada, e solo pensando alla estrema importanza che giustamente viene data all’opera sua, è possibile giungere ad una valutazione serena degli sforzi che quei compagni fanno per non essere inferiori alla situazione.

– Cosa dici degli ultimi incidenti, delle pretese ostilità per Souvarine e del «centrismo» che parrebbe uscire vittorioso?

– Non è possibile ammannire – ai lettori dei quotidiani comunisti – la cronaca dei contrasti di carattere personale, alcuni dei quali hanno fornito la materia, anche troppo abbondante, per i primi due giorni di congresso. C’è ancora un notevole residuo del «costume» del vecchio partito socialista che costituisce un passivo e che deve essere eliminato.

Ci sono suscettibilità eccessive ed intense che solo la lotta seria e quotidiana eliminerà gradualmente, ma tutto ciò non ha una grande importanza e non può assolutamente essere considerato come una «caratteristica» del congresso. C’è da farne una indigestione di «scampoli», ma noi non vogliamo esimerci dal dovere di vedere più in fondo, di capire meglio, e i compagni francesi meritano di essere giudicati da un punto di vista più serio.

Quanto alle tendenze affermiamo tranquillamente che esse esistono in modo assai impreciso e che l’orientamento teorico e tattico dei compagni francesi non rivela ancora linee differenti ben marcate e continue.

Se si segue la discussione avvenuta per la preparazione del congresso presso la Federazione della Senna, si osserva che nelle votazioni delle singole tesi i vari gruppi si spostano, la «destra» e la «sinistra» si scambiano attorno ad un «centro» che non è mai lo stesso. Il «rivoluzionario» che vota perché nelle tesi agrarie si accentui la nota della espropriazione, protesta poi contro l’accentramento dei poteri direttivi nel Comitato Esecutivo.

Il «destro» che formula delle proposte sulla questione elettorale da far accapponare la pelle del nostro Bordiga, sulla questione sindacale si inginocchia, insieme col sindacalista rivoluzionario Mayaoux, davanti alla carta di Amiens.

Il che vuol dire, insomma, che i compagni francesi stanno elaborando i motivi fondamentali della loro tattica in relazione alla complessa situazione del loro paese, e che da questo lavorio di ricerca, per molte parti pregevole e coscienzioso, non traspaiono ancora i caratteri comuni sufficienti alla definizione di vere e proprie tendenze.

– L’azione del Partito ne uscirà indebolita da questo lavorio?

– Noi, dopo esserci resi conto in misura scrupolosa delle necessità proprie della situazione francese riteniamo che il partito si farà non solo in ragione del suo sviluppo numerico e della importanza dei suoi mezzi tecnici, ma anche secondo il grado di sicurezza che avrà acquistato nell’affrontare i problemi generali della vita sociale del suo paese alla luce dei concetti critici della dottrina comunista.

In questo senso le «tesi» di Marsiglia, se anche imperfette, e certo rivedibili, rappresentano un grande passo per il solo fatto di essere state poste, di aver contribuito a rivolgere l’attenzione oggi, e domani l’attività del Partito, sui problemi concreti dell’azione comunista e di aver costituito la base in una azione che ha trascurato per la prima volta in Francia l’eterno proscenio parlamentare per rivolgersi ai Sindacati, alla organizzazione dei contadini e alle cooperative.

Su questo terreno non si potranno che fare dei passi preziosi i quali serviranno a raccogliere intorno al Partito i consensi della massa operaia e a moltiplicare i legami con essa, e faranno di esso il partito politico della classe lavoratrice.

– Le tesi presentate dal Comitato direttivo subiranno importanti modificazioni?

– Il Comitato Esecutivo della Terza Internazionale ha fatto pervenire osservazioni sulle tesi, osservazioni che in genere si riferiscono a particolari di dettaglio, ma che tendono nella parte essenziale a garantire una linea logica di sviluppo tra la posizione attuale del Partito e quella successiva.

Il C.E. «fa credito» al partito comunista francese; ma ne esige dei pegni per un serio lavoro, che ci auguriamo si compia senza indugio, perché indispensabile e doveroso.

– E sui rapporti tra Partito e sindacati che importanza ha la relazione Dunois, che è stata approvata?

– Mi tratterrò particolarmente su questo argomento in un articolo sul Sindacato rosso.

La deliberazione del convegno di Parigi dei C.S.R. che rappresenta l’ultimo periodo della lotta contro la Confederazione del lavoro riformista, è di una importanza estrema. Fra pochi mesi avremo in Francia la scissione nel campo sindacale ma riteniamo che nei sindacati si ripeterà il fenomeno di Tours: la grande maggioranza passerà nel nuovo organismo che, liberato dai traditori qualificati del proletariato, potrà riprendere le sue tradizioni di battaglia.

Era tempo che ciò avvenisse, e se la scissione lascerà, come speriamo e crediamo, quasi intatti i quadri del movimento sindacale, essa non contrasterà con la tattica del fronte unico, ma la renderà invece possibile.

Si apre così per il proletariato francese un periodo di estrema importanza: da esso dovrebbe uscire una organizzazione sindacale che riprenderà le tradizioni rivoluzionarie del migliore periodo sindacalista, e la formazione di un forte Partito comunista permetterà al proletariato di uscire dalla cerchia e di allacciare il rinnovato sindacalismo con l’azione generale politica per la conquista dello Stato.

Se questo duplice processo di sviluppo sarà condotto sempre più avanti, la lotta di classe in Francia entrerà in una fase che farà di quel paese uno dei punti più interessanti e più importanti del fronte dell’esercito proletario impegnato in una lotta a fondo contro il capitalismo mondiale.

Il discorso del compagno Bordiga

Bordiga porta anzitutto il saluto dell’Internazionale e inizia il suo discorso premettendo di esaminare le condizioni della lotta di classe dal punto di vista mondiale. Parlando della Rivoluzione russa, dice che questa si deve considerare come il primo capitolo della Rivoluzione mondiale, da cui non la si può separare per poterla giudicare. Dal punto di vista economico, certamente, vi è più che un arresto; è anzi una specie di rinculo di fronte ad alcune quistioni, ma da questo fatto si possono trarre conclusioni in favore del comunismo. Infatti noi abbiamo visto rinascere in Russia alcune forme capitaliste ma questi fenomeni economici sono connesso allo Stato proletario che non è stato colpito. Considerando il bilancio della Rivoluzione russa, dal punto di vista politico, il compagno Bordiga nota come essa consista soprattutto in questo: il ritorno del movimento proletario, disgregato dalla guerra, alla vera dottrina rivoluzionaria. Questo, egli dice, si deve all’opera ammirevole d’educazione svolta dalla Rivoluzione russa; alla sua resistenza accanita e vittoriosa alla reazione mondiale unita contro il Comunismo. Si può parlare, è vero, di compromessi, ma è forse colpa dei rappresentanti della Repubblica dei Soviet che tali compromessi hanno dovuto firmare, se non abbiamo fatto la Rivoluzione? (Applausi).

Bordiga prospetta in seguito la differenza fra la Dittatura dei Governi borghesi e la Dittatura dei Governi del proletariato che sostituirà lo Stato borghese, non deve aver nulla di comune con lo Stato avverso, e che il Partito politico di classe deve essere strumento di lotta, l’armata della rivoluzione. L’oratore osserva intanto che i marxisti non hanno mai affermato che la lotta per le esigenze immediate della classe lavoratrice è secondaria. Essa è la lotta di classe allo stato molecolare, ma compito del Partito è di fare passare l’azione proletaria da questa base alla lotta politica contro lo Stato. È per questo scopo che bisogna cercare nelle masse proletarie quell’unità di cui il Partito è l’espressione.

E per rispondere all’azione unita del capitalismo – fondata sullo Stato – occorre l’inquadramento armato del proletariato mondiale. Ma una parte del proletariato è ancora legata al Partito dei socialtraditori. Bisogna ricondurre a noi questi compagni che hanno smarrito la retta via rivoluzionaria. Giudicando la scissione di Tours, dice che questa fu benefica – lo si può constatare facilmente – poiché i dissidenti si sono volti rapidamente verso la borghesia. Proseguendo rileva che ormai un abisso si è scavato tra questa gente ed i comunisti. Rivolto ai congressisti afferma: Voi dovete ora smascherare i dirigenti della Destra, voi dovete costringerli a confessare che essi non possono difendere le esigenze quotidiane del proletariato. Bordiga conclude su questo punto, chiamando tutto il proletariato alla lotta generale per la difesa dei salari, delle otto ore e delle organizzazioni. Dover aver ricordato l’azione del Partito italiano e detto che il fronte unico costituisce la possibilità di dare ai proletari del mondo un’unica parola d’ordine, così continua:

«Ho detto abbastanza per stabilire che, allorché si parla di una nuova politica, quando non vi è una nuova tattica, ma una vera linea marxista, questi fatti non autorizzano nessuno a parlare di rinunce e di attenuazione del programma rivoluzionario o comunista. (Applausi). Questo è una rivoluzionarismo che non si limita soltanto a delle forme astratte, ma che conduce al fronte della lotta anche l’ultimo compagno e che colle forze si lancia nella battaglia suprema. (Applausi).

Bordiga parla in seguito più particolarmente del Partito comunista francese. Si congratula col Congresso dell’accoglienza fatta al messaggio dell’Internazionale. Riconosce l’opera svolta dopo Tours e crede che il compito del Congresso di Marsiglia debba essere ancora più importante.

Le tesi presentate soddisfano l’Internazionale, quella soprattutto molto importante della quistione agraria; ma questo lavoro formidabile è insufficiente; bisogna legare la propaganda all’azione e all’azione l’organizzazione, poiché la propaganda sarebbe sterile se non avesse per risultato l’organizzazione. Ora, l’organizzazione non è soltanto quella interna; bisogna collegare la grande massa del Partito francese al centro internazionale. L’Internazionale sa le difficoltà, e segue il Partito francese come il Partito francese deve seguire l’opera di tutti gli altri partiti.

Venendo a parlare della tattica sindacale del Partito francese, Bordiga dichiara di salutare con simpatia i sindacalisti rivoluzionari francesi; ma il sindacalismo rivoluzionario, egli dice, non è una dottrina comunista. Bisogna chiarire davanti al proletariato le differenze fra queste due dottrine. Si è parlato di subordinazione del Sindacato al Partito; ciò non esiste ed è ridicolo, ma non vi è certamente nessun comunista che possa disinteressarsi del Sindacato. Noi siamo unitari nei Sindacati. Finora in Francia, l’unità è stata mantenuta perché i Sindacati sono stati diretti dai sindacalisti rivoluzionari. Noi non abbiamo nessun condizione porre per l’unità, ma dobbiamo dappertutto far penetrare lo spirito comunista e rivoluzionario.

Il delegato dell’Esecutivo dell’Internazionale non dubita che questo Congresso traccerà un programma nel quale il proletariato troverà la sua unione. Infine, avviandosi alla conclusione, Bordiga pronuncia una perorazione magnifica che solleva l’entusiasmo di tutti i congressisti.

Al disopra dei vostri lavori, noi abbiamo, egli dice, la speranza immensa e la convinzione che voi vi uniate ai comunisti del mondo intero. Compagni, i nostri avversari invocano la disfatta della rivoluzione. Mostriamo loro che l’Internazionale è una forza potente, ch’essa sarà alla testa del proletariato, ch’essa è reale e trionferà.

Uno scrosciante applauso saluta Bordiga che discende dalla tribuna, mentre tutti i congressisti in pieni cantano l’Internazionale. La commozione è vivissima e viene infine decisa la pubblicazione del discorso.

Le tesi sulla questione agraria

Compiti agrari della dittatura del proletariato

1. – Il comunismo vuole organizzare sistematicamente su scala mondiale la produzione e la distribuzione dei prodotti, allo scopo di utilizzare integralmente le risorse della natura, di ridurre progressivamente lo sforzo di lavoro necessario per l’esistenza dell’umanità, e di costituire una società senza classi, in cui ciascuno dia secondo le proprie forze e riceva secondo le proprie necessità. Da tale rivolgimento trarranno vantaggio principalmente le masse lavoratrici delle campagne, appunto perché nell’attuale ordinamento capitalista della società esse si trovano ad un inferiore livello di vita.

2. – L’organizzazione sistematica della produzione richiede la massima divisione e specializzazione, nazionale e internazionale del lavoro, e quindi il lavoro collettivo. Ma le necessarie premesse materiali e tecniche del lavoro collettivo non esistono in tutti i rami di produzione, e non possono esistere contemporaneamente in tutti i rami, finché vige il capitalismo, che per il suo modo organico di funzionare sotto la spinta dell’interesse individuale e della concorrenza deve necessariamente metter capo alla prevalenza di alcuni gruppi d’interessi a detrimento di altri. Pertanto, condizione indispensabile per la creazione in tutti i rami di produzione delle condizioni tecnico-materiali atte a renderne possibile la socializzazione e l’organizzazione su scala nazionale e internazionale è l’abbattimento politico ed economico del capitalismo e il passaggio del potere al proletariato mediante la rivoluzione proletaria.

3. – Si ha così un periodo di transizione tra il capitalismo e il comunismo, in cui l’attuale classe dominante dei capitalisti scompare per effetto della socializzazione della grande industria, delle banche, dei trasporti, ecc., e in suo luogo la direzione della società passa al proletariato delle aziende socializzate. In tale periodo permangono ancora resti più o meno considerevoli di produzione privata, accanto a forme economiche risalenti a fasi ancora più antiche, e quindi sussistono altre classi con figurazione economico-sociale più o meno distinte da quella del proletariato. Questo periodo di trapasso è quello della dittatura proletaria.

4. – Nella dittatura il proletariato, diventato classe dominante, usa il potere politico in conformità dei suoi scopi di classe per favorire l’avvento, in tutti i campi della produzione, delle condizioni reali necessarie per passare gradualmente alla socializzazione e organizzazione di tutta la produzione. Durante questa lunga e faticosa elaborazione si determinano svariate forme di transizione, in cui gli antichi tipi economici subiscono continue modificazioni fino a confondersi nel tipo generale della grande azienda produttiva, organizzata secondo i più perfezionati metodi tecnici, gestita dall’intiera collettività e nell’interesse di essa. Ma appunto tale progressiva modificazione delle antiche stratificazioni economiche implica la loro sostanziale permanenza per un tempo più o meno lungo.

5. – Nel capitalismo l’agricoltura non può seguire di pari passo lo sviluppo dell’industria; e quindi tra le forme economiche arretrate, che non possono essere socializzate all’atto dell’instaurazione della dittatura proletaria, per mancanza delle necessarie premesse tecniche, sono in Italia, oltre alle piccole e minime aziende industriali, artigianesche e commerciali, in prima linea la grande maggioranza delle aziende agrarie.

6. – Pertanto il P.C., diventato partito di governo con l’avvento della dittatura proletaria, può e deve procedere all’immediata espropriazione e gestione statale – diretta, o per tramite di organizzazioni cooperative – delle grandi aziende agrarie di tipo capitalistico, condotte già ora sulla base del lavoro in comune, specializzato e fornito di corredo tecnico progredito; ma deve assolutamente evitare l’assurdo quanto antimarxistico tentativo di socializzare le piccole aziende agrarie, a conduzione per lo più famigliare, nelle quali i mezzi di produzione (terra, strumenti, inventario, ecc.) non sono separati dal lavoro.

7. – Il passo immediato che la dittatura del proletariato può e deve fare verso l’introduzione del socialismo anche nella campagna, è la soppressione della rendita fondiaria non accompagnata dal lavoro. Pertanto il potere proletario abolisce immediatamente tutti i diritti e privilegi degli attuali proprietari non lavoratori, siano essi persone private o enti pubblici, banche, istituzioni di qualsiasi specie, e trasferisce senza alcuna forma di indennità il possesso a uso libero della terra corrispondente a coloro che oggi la coltivano o in avvenire potranno coltivarla personalmente, esonerandoli da ogni obbligazione verso gli antichi proprietari per fitti, censi, debiti, ecc. In luogo di tali obblighi e dell’antica imposta fondiaria sottentra per i contadini venuti così in possesso della terra l’obbligo di consegnare una data percentuale dei prodotti al Governo proletario per sopperire alla difesa contro gli inevitabili tentativi controrivoluzionari degli antichi proprietari spossessati e agli altri bisogni dello Stato proletario.

8. – Le terre così espropriate, al pari degli stabilimenti e impianti industriali, dei mezzi di trasporto e di comunicazione, dei capitali bancari, e di ogni altro mezzo di produzione, sono proprietà comune di tutto il popolo lavoratore d’Italia. Il potere proletario le rimette in consegna ai locali Consigli dei contadini, i quali le assegnano alle varie famiglie di contadini, seguendo norme generali stabilite dal potere proletario e miranti in primo luogo ad assicurare la continuità e l’incremento della produzione e possibilmente a lasciare i fondi in possesso degli attuali coltivatori.

9. – A tale assegnazione individuale vanno soggette, ove i locali Consigli di contadini lo ritengano opportuno, e la loro proposta sia approvata dai superiori Consigli tecnici ed economici, che ne subordineranno sempre l’accettazione alla considerazione della migliore e maggiore produttività, anche le grandi tenute territorialmente unitarie e lavorate da salariati (in economia), dove tuttavia lo sfruttamento della terra è attualmente condotto con sistemi arretrati, di fronte ai quali il parcellamento in piccole aziende individuali rappresenterebbe un progresso tecnico e assicurerebbe un aumento di produttività. È ammissibile anche il distacco dalle aziende agricole socializzate di quelle parti, che risultassero necessarie a completare equamente la rimanente assegnazione di terre fatta ai contadini, semprechè tuttavia tale distacco non danneggi la capacità produttiva dell’azienda stessa.

Le grandi tenute agricole socializzate, dopo aver provveduto ai propri bisogni, e in quanto sia possibile tecnicamente, debbono mettere a disposizione dei contadini del luogo i loro macchinari, strumenti, scorte, bestiame, personale tecnico, ecc.

Il P.C. e i contadini nella fase della lotta per la conquista del potere

10. – Il trasferimento del possesso utile della terra ai contadini nei modi sopra indicati è da considerarsi come compimento della rivoluzione borghese contro i cospicui avanzi dell’ordinamento preborghese e semifeduale vigenti tuttora nei rapporti agrari di gran parte d’Italia, soprattutto dell’Italia meridionale e insulare; e a un tempo come primo avviamento alla rivoluzione socialista anche nella campagna. La rivoluzione dei contadini, mediante la soppressione della rendita fondiaria separata dal lavoro, si presenta in tutto il mondo, e particolarmente in Italia, come una necessità ineluttabile, soprattutto dopo il disastro causato dalla guerra, quale unico mezzo per frenare e mitigare il rincaro della vita. Infatti, mentre nel regime attuale di predominio del capitalismo finanziario monopolista la più gran parte della ricchezza ricavata dalla terra va a finire, come rendita fondiaria, nelle tasche di poche diecine di migliaia di grandi proprietari assenteisti e fannulloni, e da essi o è dissipata in spese voluttuarie e depositata nelle banche e quindi assorbita dalle grandi intraprese industriali monopolistiche e dagli armamenti dello Stato imperialista del capitalismo; quando invece la terra passasse in libero possesso di chi personalmente la coltiva, la parte di prodotti ora confiscata al lavoratore sotto forma di rendita signorile rimarrebbe al lavoratore stesso, che la userebbe a migliorare le proprie condizioni di vita, e naturalmente anche ad accrescere la produttività del suolo, i cui frutti ormai egli non dovrebbe spartire con nessuno, salvo la parte dovuta allo Stato. Che in Italia esistano anche, in uno stato più o meno cosciente, le condizioni soggettive della rivoluzione dei contadini, è provato dall’insofferenza delle proprie condizioni che questi dimostrano, e che si manifesta nella vasta corrente di emigrazione determinatasi all’indomani dell’armistizio e favorita dai Governi borghesi come valvola di sicurezza contro il malcontento dei contadini, nonostante la conclamata necessità di lavoro per la «ricostruzione economica». Quale intensità abbia assunto questo malcontento della grande massa dei contadini poveri, fu dimostrato dal grandioso movimento per l’occupazione delle terre prodottosi nel secondo semestre del 1920.

11. – L’aspirazione del contadino italiano al libero possesso della terra non potrà mai essere soddisfatta finché la direzione economica e politica del paese rimarrà nelle mani dei magnati del capitalismo finanziario ed industriale. Questi non ammetteranno mai, per istinto di difesa di classe, alcuna menomazione del «sacro» diritto degli attuali proprietari fondiari. Inoltre l’alta finanza bancario-industriale è legata alla grande proprietà terriera da molteplici vincoli di affari, ed è quindi anche direttamente interessata a sostenerla contro le rivendicazioni dei contadini. Pertanto, solo la rivoluzione del proletariato, abbattendo lo Stato dei capitalisti, può eliminare l’ostacolo principale che si frappone alle rivendicazioni dei contadini. La lega tra grandi capitalisti e grandi proprietari terrieri si oppone a un tempo all’emancipazione degli operai dal giogo dell’intraprenditore e a quello del contadino dal giogo del proprietario di terra: è naturale ed inevitabile che le due classi sfruttate congiungano alla lor volta le proprie forze.

12. – D’altra parte, la rivoluzione proletaria sarebbe resa assai difficile, ed in ogni caso ritardata, se il capitalismo finanziario ed industriale nella sua resistenza potesse continuare a trovar l’appoggio dei grandi proprietari non intaccati nel loro dominio sulla campagna. Pertanto, la stretta alleanza tra il movimento del proletariato e quello dei contadini allo scopo di strappare il potere dalle mani dei capitalisti e degli agrari, sopprimendo le istituzioni parlamentari, amministrative, giudiziarie, militari, poliziesche, ecc., nelle quali prende copro il dominio borghese, e di trasferirlo alle rappresentanze dirette ed esclusive degli operai e dei contadini, è in tutto il mondo, e segnatamente in Italia, condizione pregiudiziale per il trionfo sia della rivoluzione del proletariato industriale ed agricolo, sia della rivoluzione dei contadini. Ad attuare e fare agire tale alleanza devono esser indirizzati i principali sforzi del P.C.

13. – Il P.C. d’Italia deve assolvere questo compito mediante un’assidua e organica propaganda del suo programma agrario tra le masse rurali, e mediante la conquista o la creazione di organizzazioni classiste dei lavoratori della terra.

Organizzazione del proletariato agricolo

14. – I salariati addetti al lavoro dei campi possono in Italia dividersi in tre principali categorie:

a) operai ed operaie che lavorano a salario nelle grandi aziende agricole o di bonifica agraria a tipo capitalistico in condizioni molto simili a quelle dei proletari dell’industria;

b) lavoratori salariati, ingaggiati per tutta l’annata agraria e per tutti i lavori occorrenti nel fondo, o per un tempo limitato e per speciali lavori, dal proprietario non lavoratore o dal suo rappresentante nelle tenute esercitate in economia secondo i tradizionali sistemi di coltivazione individuale;

c) lavoratori salariati ausiliari, che per tutta l’annata agricola o a tempo limitato lavorano su terre appartenenti a proprietari lavoratori.

Il P.C., nell’organizzare sindacalmente questa classe, deve tener conto delle diverse condizioni delle varie categorie formulando il rispettivo programma di azione, e all’occorrenza creando organizzazioni distinte, facenti capo però a una unica maggiore organizzazione locale, che abbia la direzione della lotta comune contro la borghesia rurale.

15. – La categoria a) forma quasi un tutto col proletariato industriale, con cui divide gli scopi finali comunisti e gli scopi immediati di miglioramento delle condizioni di lavoro, i metodi di lotta e il tipo di organizzazione. La dittatura proletaria la sottrarrà alla servitù del capitalismo agrario e la trasformerà in una categoria di lavoratori dello Stato proletario, che con gli operai industriali costituirà la classe dominante e assumerà la gestione politica ed economica dello Stato. Lo Stato proletario farà a questi lavoratori condizioni tali di lavoro, di remunerazione, di provvidenza e tutela sociale, che la loro situazione risulti superiore a quella del piccolo contadino autonomo, il quale così più facilmente s’indurrà a passare anch’egli in tale categoria. Tuttavia essa dovrà essere tenuta in prima linea nella ripartizione delle terre espropriate.

Nel momento presente, la lotta delle organizzazioni di salariati agricoli che seguono le direttive del P.C., deve essere rivolta ad ottenere aumenti di tariffe salariali, diminuzioni di orari lavorativi, miglioramenti generali delle condizioni di lavoro e di vita, per giungere, attraverso la creazione di Consigli d’azienda e allo stabilimento del loro effettivo controllo in quanto possibile in regime capitalista, alla definitiva e integrale presa di possesso dell’azienda stessa dopo la conquista del potere. Arma principale di combattimento per queste organizzazioni è lo sciopero; così gli scioperi come ogni altra agitazione agraria debbono essere sempre fiancheggiati nella maniera più attiva, energica e fraterna dal proletariato delle città. Di questo programma le organizzazioni agricole aderenti alla tattica comunista si faranno propugnatori in seno alla Federazione nazionale lavoratori della terra, e lo attueranno appena avranno conquistato la direzione di tale organizzazione.

16. – La dittatura proletaria, allo scopo di aumentare e migliorare la produzione agraria, cercherà di trasformare in aziende statali modello, gestite con tecnica perfezionata anche le grandi tenute che sono condotte in maniera primitiva e arretrata, ed alle quali il fatto dell’unità amministrativa non conferisce maggiore potenzialità produttiva. Essa quindi adopera tutti i possibili modi di persuasione e di eccitamento per indurre i salariati attualmente occupati in tali tenute ad accettare la trasformazione in aziende agricole statali, o quanto meno ad associarsi tra loro per gestirle in cooperativa.

In quest’ultimo caso lo Stato proletario aiuterà l’organizzazione cooperativa di produzione con tutti i mezzi disponibili: capitali, strumenti perfezionati e macchine, sementi, concimi, opere di bonifica e viabilità, tecnici speciali, ecc. Quando però i salariati, nonostante tutto, preferissero il parcellamento delle tenute escluse sempre, bene inteso, quelle condotte con tecnica perfezionata, la dittatura proletaria, pur ammonendo che per questa via i contadini nella loro grande massa, non perverranno a migliorare realmente le loro condizioni, non si opporrà alla ripartizione sia della terra dell’antico padrone, sia di tutto il relativo corredo di strumenti, bestiame, scorte capitali di esercizio, ecc. Essa tuttavia, nell’interesse della produzione, si riserverà il diritto di sorveglianza e di decisione sul modo con cui la terra assegnata sarà utilizzata, revocando all’occorrenza l’assegnazione nei confronti di coloro la cui conduzione della terra rappresenti un regresso di fronte alle condizioni precedenti. Per contro, anche ai contadini che preferiranno di coltivare individualmente la terra loro assegnata, lo Stato proletario farà ogni possibile agevolazione a fine di aumentare la loro produttività.

Nell’attuale periodo di lotta per la conquista del potere le rivendicazioni della categoria b) coincidono sostanzialmente con quella della categoria precedente, per cui esse all’occorrenza possono costituire un’unica organizzazione.

17. – Alla categoria c) non si può promettere l’assegnazione della terra, che resta agli attuali proprietari-lavoratori. Essa però concorrerà in prima linea alla assegnazione delle terre espropriate ai proprietari signorili, assimilandosi così essa in gran parte, quanto al programma finale, alle condizioni che la dittatura del proletariato sarà per crearle, alla categoria b). Inoltre il Governo proletario avrà cura di agevolare in tutte le maniere la stipulazione di liberi accordi tra questi proletari e i rispettivi datori di lavoro, per cui il lavoro prestato dai salariati si trasformi in quota di compartecipazione alla gestione e profitti dell’azienda. Oggi le rivendicazioni di questa categoria non possono essere rivolte contro l’immediato datore di lavoro, ma contro la borghesia capitalista e agraria che sfrutta gli uni e gli altri. Pertanto gli eventuali conflitti tra i piccoli proprietari-lavoratori e i loro salariati devono essere risolti con pacifiche trattative tra le rispettive organizzazioni, ricorrendo alla mediazione, e in caso d’inconciliabilità, all’arbitrato obbligatorio della locale organizzazione centrale. Questa dovrà inoltre curare che ogni agitazione di piccoli coltivatori per miglioramenti di patti colonici o di mezzadria, ecc., sia accompagnata dal riconoscimento, da parte dei coloni, mezzadri, ecc., di corrispondenti miglioramenti ai loro salariati; e reciprocamente, che ogni agitazione sindacale di questi ultimi sia integrata e fusa con un’agitazione di piccoli coltivatori per il miglioramento dei patti colonici e di mezzadria, ecc.

Organizzazione dei semiproletari

18. – Appartengono a questa categoria quei contadini che coltivano qualche pezzo di terra preso in affitto o di loro proprietà, il cui prodotto però non basta ad assorbire la loro forza lavoro e ad assicurare il loro sostentamento, per cui sono costretti ad integrare le loro entrate lavorando anche per mercede.

19. – Salvo casi eccezionali, di cui è giudice la locale organizzazione sindacale centrale, non è opportuno che si formino organizzazioni distinte di questa categoria. Coloro che vi appartengono, si inscriveranno nell’organizzazione dei lavoratori salariati, o in quella dei piccoli proprietari, a seconda che in ciascuno di essi prevalga l’uno o l’altro tipo di interessi.

Organizzazione dei piccoli coltivatori

20. – Questa categoria è costituita da quei contadini che possono vivere del prodotto della terra coltivata da loro e dalla loro famiglia, senza dover integrare le loro entrate lavorando altrove a salario, e senza normalmente impiegare essi stessi mano d’opera salariata.

21. – A questi piccoli coltivatori la dittatura proletaria garantisce il pacifico e libero possesso della terra da loro attualmente coltivata, e inoltre la partecipazione alla ripartizione delle grandi proprietà confiscate, entro i limiti costituiti dalla possibilità di coltivare questo terreno addizionale con la forza lavoro propria e delle proprie famiglie. Inoltre essi godranno altri notevoli vantaggi che il regime borghese non potrebbe mai loro dare: vale a dire, nel campo economico la cancellazione di ogni forma di debiti, la soppressione dell’imposta fondiaria, l’uso gratuito dell’inventario vivo e morto delle grandi tenute socializzate, e tutto un sistema di agevolazioni finanziarie e di opere pubbliche, specialmente l’impiego su larga scala dell’energia elettrica; nel campo politico il trasferimento del pubblico potere nella campagna dai signori e dalle autorità statali, a quelli ossequenti, alla massa dei contadini organizzati in Consigli di contadini con esclusione della borghesia, e la reale autonomia di tali Consigli nell’amministrare degli affari locali.

22. – Finché dura il regime borghese, i piccoli coltivatori si suddividono in due categorie, con interessi immediati distinti: da un lato coloro che sono già proprietari della terra che coltivano, dall’altro quelli che la tengono semplicemente in fitto, a colonia, a mezzadria, ecc. Per questi ultimi, il programma immediato consiste nel miglioramento degli attuali patti colonici, di fitto, di mezzadria, ecc., e nella progressiva riduzione della parte di prodotto ora dovuta in denaro o in natura al proprietario signorile fino alla completa soppressione di tale parte, vale a dire all’espropriazione dell’antico proprietario. La prima categoria, avendo di già il libero possesso della terra non ha interesse diretto alle predette rivendicazioni; tuttavia anche i suoi membri spesso hanno bisogno di ampliare il loro attuale possesso e quindi aspirano anch’essi alla occupazione delle terre signorili. Inoltre, gli uni e gli altri hanno comuni interessi di difesa contro lo sfruttamento esercitato dalla borghesia rurale e cittadina, sotto forma di carichi statali, di prestiti gravosi, di rincaro monopolistico dei prodotti industriali, ecc. Esistendo tra queste due categorie tale comunità di interessi immediati, e nel resto i loro interessi essendo bensì distinti ma non contrastanti, esse possono raccogliersi entrambe in un’unica organizzazione, distinta bensì da quelle dei proletari e semiproletari, ma facente parte, con queste, della stessa organizzazione centrale del luogo, nucleo del futuro Consiglio dei contadini.

23. – La forma tipica d’organizzazione dei piccoli proprietari coltivatori è la cooperativa di produzione, di bonifica, di acquisto e utilizzazione di macchine, concimi, ecc., di vendita dei prodotti, ecc.

Medi possidenti-coltivatori

24. – Questa categoria è formata dai proprietari che coltivano direttamente le terre col lavoro personale proprio e della propria famiglia, ma adibendo inoltre normalmente anche il lavoro complementare salariato. Questi medi possidenti, interessati come sono a mantenere la possibilità di sfruttare i proletari e semi-proprietari rurali, e a speculare sul rialzo dei prodotti agricoli, e minacciati dall’espropriazione di quella parte di terra che supera la possibilità del loro lavoro personale non possono essere ideologicamente conquistati alla rivoluzione proletaria. Pertanto il movimento sindacale rivoluzionario non ha alcun interesse ad organizzarli: anzi deve ostacolare e combattere le organizzazioni da loro eventualmente costituite e sostenere integralmente contro di essi le rivendicazioni dei loro salariati, e dopo la conquista del potere li escluderà normalmente dai Consigli dei contadini.

Tuttavia non è neppure impossibile ottenere la neutralità di questa categoria, o almeno di una parte di essa. Quelli che vi appartengono in generale non sono capitalisti, e quindi non hanno interesse alla conservazione del regime capitalistico come tale, e ad opporsi alla socializzazione della grande industria.

La dittatura del proletariato, come fase di transizione, conserverà loro il possesso di tutta quella parte di terra che possono coltivare personalmente, e in certi casi anche di una parte eccedente tale possibilità, quando ciò sia richiesto dall’interesse della produzione o intervenga libero tra loro e i salariati, p.e., sulla base della trasformazione del salario in quota di compartecipazione al prodotto. D’altra parte la signoria proletaria arrecherà ai medii possidenti gli stessi vantaggi che ai piccoli: abolizione dell’imposta fondiaria, dei debiti privati, censi, ipoteche, canoni enfiteutici, ecc., politica generale dello Stato proletario diretta a favorire in modo speciale la produzione agricola e ad aiutare i coltivatori ad introdurre più redditizi sistemi agricoli, ecc. Pertanto è possibile e quindi necessaria una politica di compromessi e di accordi tra le organizzazioni rurali rivoluzionarie e questi medii proprietari-contadini.

La proprietà signorile

25. – A quelli tra i proprietari terrieri, che non fanno se non appropriarsi una parte dei prodotti della terra coltivata da alcuni coloni, affittuari, mezzadri, ecc., la dittatura proletaria non ha niente da offrire. Se si tratta di signori, che non danno alla campagna alcun lavoro personale, e tuttavia parassitariamente ne ricavano rendita, come pure di speculatori capitalistici che prendono in fitto vaste estensioni di terreno per subaffittarle poi ai contadini, essi saranno senz’altro espropriati, integralmente e senza alcuna forma di indennità. Se partecipano personalmente alla coltivazione del suolo, sarà eccettuata dall’espropriazione solo quella quota di terra che essi possono sfruttare col diretto lavoro proprio e della propria famiglia, salvo a completare l’espropriazione al primo accenno di resistenza e di ribellione.

Pertanto questa classe sarà, nella campagna, la più fiera avversaria del P.C. e nell’avvenire della dittatura proletaria. Contro di essa sarà principalmente rivolta la lotta delle organizzazioni rivoluzionarie dei contadini, che come primo generale e comune obiettivo di lotta dovranno proporsi il disarmo dei signori e dei loro segugi (camorristi, mazzieri, fascisti, guardie bianche insomma di ogni specie), garantito dal proprio armamento.

Sezione agraria del P.C.

26. – Per provvedere al lavoro di propaganda, agitazione ed organizzazione tra le masse rurali, nonché alla formazione, al collegamento e all’attività dei gruppi comunisti nelle organizzazioni locali e centrali di lavoratori della terra già esistenti, il Congresso delibera che nel C.E. del Partito sia costituita una Sezione agraria, composta da uno o più membri del C.E. tra quelli che hanno maggiore competenza nelle questioni agrarie e di organizzazione.

27. – Il lavoro della Sezione agraria si svolgerà in continuo contatto e collaborazione col Comitato sindacale del P.C.

27. – La Sezione agraria è soltanto un organismo esecutivo, che non fa se non situare praticamente e localmente le direttive politiche e di organizzazione trattate dal C.E. del Partito sulla base delle deliberazioni dei Congressi nazionali ed internazionali. Essa può venire costituita anche in sede diversa da quella del C.E., preferibilmente nell’Italia meridionale.

28. – Essa provvede principalmente:

a) ad organizzare, unificare e disciplinare il lavoro di agitazione e di propaganda tra i contadini, mediante l’invio di propagandisti e la diffusione di opuscoli e giornali. (Si propone la fondazione di due giornali settimanali e quindicinali, uno per i proletari agricoli e l’altro per i piccoli coltivatori);

b) a dirigere ed unificare il lavoro dei gruppi comunisti nelle organizzazioni rurali già esistenti, rivolgendolo verso la conquista delle organizzazioni medesime;

c) a promuovere la creazione di nuove organizzazioni facendole sistematicamente aderire alle esistenti organizzazioni di classe (Federaz. lavoratori della terra e Federaz. delle cooperative, sebbene tuttora dirette da elementi riformistici e controrivoluzionari, e ciò allo scopo di impedire la scissione in seno alla classe lavoratrice rurale e di aumentare nelle attuali organizzazioni l’influenza degli elementi rivoluzionari, agevolandone la conquista;

d) a mantenere il più stretto collegamento locale e nazionale tra le organizzazioni aderenti alla tattica del P.C.;

e) a dare, previa autorizzazione del C.E. del Partito, le disposizioni circa le lotte di carattere locale e regionale, ed eventualmente anche per quelle cionvolgenti la massa lavoratrice agricola di tutto il paese.

GIOVANNI SANNA

ANTONIO GRAZIADEI