Internationale Kommunistische Partei

Il Comunista 1922-05-05

La giornata del Primo Maggio a Trieste

L’attacco al comizio e il tradimento dell’Alleanza del Lavoro

TRIESTE, 2 (rit.)

La forza dell’imperial r. governatore Mosconi ha dato lunedì una prova del regime coloniale cui sono sottoposte le terre «fortunatamente liberate» dalla borghesia monarchica d’Italia. E la lezione dovrebbe essere stata utile per i lavoratori e per i loro dirigenti in quanto deve avere insegnato agli uni che nessuna libertà ormai possono attendersi dallo pseudo-democratico governo d’Italia se sappiamo conquistarcelo con le armi.

Il comizio convocato dall’Alleanza del Lavoro, doveva svolgersi alle 10.30 nella sala grande della Camera Confederale.

Nelle adiacenze, un vistoso spiegamento di truppe.

Nella sala maggiore della Camera del Lavoro, i rappresentanti delle organizzazioni triestine, vista l’incapacità del locale a contenere l’immensa folla di lavoratori accorsa, decidono di raccogliere l’invito insistente che da essa viene per tenere il comizio all’aperto. Tutt’attorno alla C.d.L. le vie sono gremite, via Madonnina presenta un colpo d’occhio magnifico.

Notiamo un insolito movimento di forza. Una compagnia di guardie regie si pone in colonna in coda alla folla dal lato di piazza Garibaldi e sulla stessa piazza, all’imbocco di via Madonnina sta in colonna uno squadrone di guardie regie a cavallo. Tutti gli sbocchi delle vie circostanti vengono bloccati dalla forza pubblica. I liberatori preparano silenziosamente l’agguato.

Insistentemente chiamati dalla folla, gli oratori si affacciano al balcone prospiciente via Madonnina.

Il ferroviere Bottai, a nome dell’Alleanza del Lavoro sta per aprire il comizio, ma non ha finito la prima frase che tre squilli secchi, senza interruzioni, avvertono che la grande azione poliziesca ha inizio.

Il secondo non è ancora cessato che dal fondo di via Madonnina la colonna di cavalleria sale al galoppo. Le guardie regie a piedi aprono il varco scoprendo la folla. I lavoratori guardano sorpresi l’inattesa irruzione poi una violenta protesta di urla e fi fischi si eleva. La folla resiste fin quando è quasi a contatto coi cavalli che galoppano furiosamente, poi si apre e si sbanda lungo le vie laterali.

Un vecchio ed un bambino vengono travolti dalla cavalleria fortunatamente senza gravi conseguenze.

Parecchie centinaia di persone tentano di riparare alla C.d.L., le guardie regie, iniziano una nuova bestiale offensiva.

Mentre sulla strada continuano le colluttazioni, giunge la notizia ai repubblicani che comiziano in piazza Garibaldi, delle violenze consumate dalla polizia al comizio dell’Alleanza. Immediatamente sospendono il comizio in segno di protesta ed i loro rappresentanti si portano alla Camera del lavoro.

Qui, tra gli operai rifugiatisi e che riempiono tutte le sale, il fermento è enorme.

Fra i rappresentanti delle varie organizzazioni che avevano aderito al comizio indetto dall’Alleanza del Lavoro ed i repubblicani organizzatori dell’altro comizio avviene un rapido scambio di idee. Si conviene subito che non è il caso di tenere il comizio alla piccola frazione dei dimostranti che ha potuto raccogliersi nell’insufficiente locale, dopo l’atto di solidarietà dei repubblicani che hanno rinunciato al proprio comizio.

Si decide anche unanimemente che il proletariato triestino debba rispondere alla grave provocazione con una manifestazione di protesta le cui modalità saranno fissate d’accordo tra il comitato dell’Alleanza del Lavoro ed i repubblicani organizzatori dell’altro comizio, e che si trova opportuno inquadrare nella proposta di sciopero generale nazionale già partita dai lavoratori di Milano e Torino.

Queste proposte vengono accettate immediatamente e per acclamazione dalla intera massa dei convenuti, e i lavoratori sfollanno lentamente al canto degli inni rivoluzionari.

Le guardie regie, non ancora stanche di usare violenze, affrontano anche questi operai provocandoli con ogni mezzo.

All’angolo di via Molin a Vapore e dell’Olmo qualcuna si diverte anche a scaricare i moschetti procedendo poi a sette arresti.

Il resto della giornata trascorse tranquillamente coll’astensione completa dal lavoro.

L’Alleanza del Lavoro accoglie l’invito della borghesia

TRIESTE, 3.

In seguito alla deliberazione presa dalla massa operaia nel comizio tenutosi dopo l’agguato poliziesco del primo maggio, si è riunito ieri sera il Comitato dell’Alleanza del Lavoro, presenti i rappresentanti della Camera del Lavoro, del Sindacato Ferrovieri, dei Lavoratori del mare, del Partito repubblicano e del Partito socialista.

Il rappresentante della Camera del Lavoro ha presentato il seguente ordine del giorno che venne respinto da tutti gli altri rappresentanti:

«I rappresentanti delle organizzazioni operaie triestine aderenti all’Alleanza del Lavoro ed alle iniziative dei comizi del primo Maggio;

considerando che i fatti svoltisi presso la Camera del Lavoro ed il contegno della polizia costituiscono una grave provocazione verso gli operai di Trieste di cui si è calpestato il diritto alla tradizionale manifestazione di primo Maggio;

considerato che in altri centri d’Italia le stesse sopraffazioni si sono verificate con divieto di cortei e comizi e con brutali assalti contro proletari adunati e che per questi motivi sono state già formulate da Milano e da Torino proposte per la proclamazione dello sciopero generale nazionale in giorno lavorativo;

deliberano d’inviare immediatamente al Comitato Nazionale dell’Alleanza del Lavoro la proposta telegrafica di sciopero nazionale per il 4 maggio;

e nel caso che per ragioni quali che siano detto Comitato decida di soprassedere alla manifestazione, fin d’ora stabiliscono che in seguito ai fatti di ieri si effettui il giorno 4 maggio lo sciopero generale a Trieste in segno di protesta e di rivendicazione del diritto di riunione proletaria».

L’atteggiamento tenuto in questa riunione dai rappresentanti di tutte le organizzazioni proletarie all’infuori della sola Camera del Lavoro diretta dai comunisti, ci muoverebbe alle più aspre rampogne se non ritenessimo più opportuno lasciare nella penna le parole forti per prospettare agli occhi di tutti i lavoratori la stridente contraddizione tra quanto gli stessi organismi e si può dire gli stessi uomini, avevano accettato ieri e quanto hanno fatto oggi.

La proposta di sospendere il comizio non avrebbe avuto alcun senso se non integrata dalla decisione di preparare una adeguata manifestazione di protesta. La proposta venne dal Biffi dei lavoratori del mare; fu accettata da tutti gli altri dopo che i comunisti la completarono ricordando che andava logicamente ad inquadrarsi con la proposta milanese e torinese per lo sciopero generale nazionale.

Presi rapidamente questi accordi si dette mandato al compagno nostro Bordiga di esporli brevemente alla massa. Bordiga lo fece con chiarezza e non a nome proprio o del Partito comunista, ma dichiarando di parlare a nome di tutti. Nessuno mosse obiezioni alle comuni dichiarazioni esposte da Bordiga e ratificate dall’unanime entusiasta consenso della massa. A poche ore di distanza gli impegni presi, le stesse proposte avanzate, tutto viene rimangiato calpestando la volontà dei lavoratori.

I comunisti che si sono dichiarati disciplinati all’Alleanza del Lavoro, ora che l’ordine del giorno della Camera Confederale è stato respinto, subiscono tale deliberato, ma hanno il diritto ed il dovere di denunciare ai lavoratori il contegno degli altri rappresentanti e l’aperta violazione della propria parola di cui essi si sono resi responsabili.

A costoro si deve se la prepotenza subita lunedì e l’impedimento della dimostrazione proletaria di primo Maggio resteranno senza una degna ed adeguata risposta da parte delle masse triestine.

Il documento del tradimento

TRIESTE, 9.

Il Comitato Direttivo dell’Alleanza del Lavoro, ci ha trasmesso all’ultim’ora il seguente comunicato:

«Ieri sera nella sede del Sindacato Ferrovieri Italiani ebbe luogo una riunione dei rappresentanti delle organizzazioni che costituiscono l’Alleanza del Lavoro, alla quale hanno partecipato anche i rappresentanti dei Partiti politici.

Si doveva discutere della forma più idonea a protestare per l’aggressione subita il primo Maggio dal proletariato triestino per parte della poliziottaglia locale.

Dopo esauriente e vivace discussione è stato deliberato di lanciare un manifesto ai lavoratori e indire al più presto un comizio contro la brigantesca aggressione, al quale vorranno partecipare tutti gli organismi economici e politici».

Le concessioni fatte a Berlino

Come i nostri lettori ricorderanno, i risultati della Conferenza tenuta a Berlino, fra i rappresentanti le tre Internazionali, per gettare le basi del «fronte unico», furono sottoposti a vivace critica dal compagno Lenin il quale fece osservare che i comunisti, per evitare un fallimento della Conferenza, avevano fatto troppe concessioni.

Diamo ora nella sua integrità la critica di Lenin. Oltre che permettere di seguire il modo come la tattica del fronte unico si viene sviluppando essa permetterà di comprendere ancora una volta come per i comunisti essa deve risolversi non già nell’abbracciamento coi nemici, ma in un inasprimento della lotta per smascherarli di fronte alle masse.

Immaginate che un rappresentante dei comunisti debba penetrare in un locale dove gli stipendiati della borghesia fanno la propaganda ad una assemblea operaia molto affollata. Immaginate anche che la borghesia voglia farci pagare molto caro il biglietto d’ingresso al locale. Se il prezzo non era stato fissato preventivamente, noi dovremo naturalmente mercanteggiare nell’interesse del bilancio del nostro Partito: e se acconsentiamo a pagare troppo caro, commettiamo indiscutibilmente uno sproposito. Ma conviene pagar caro – almeno fino a quando non avremo imparato a essere dei commercianti abili – piuttosto che rinun­ziare ad esporre le nostre concezioni dinanzi agli operai, i quali costituiscono ancora un uditorio «riservato» ai riformisti, cioè agli amici più sicuri della borghesia.

Questo paragone mi si è affacciato leggendo nella Pravda un telegramma da Berlino in cui si dava informazione delle condizioni in cui era stato realizzato l’accordo tra i rappresentanti dei tre Esecutivi.

Io sono convinto che i nostri rappresentanti abbiamo avuto torto nel sottoscrivere queste due condizioni:

1. che il potere dei Soviet non appli­cherà la pena di morte nel processo dei 47 social-rivoluzionari;

2. che il potere dei Soviet autorizzerà la presenza al processo dei rappresentanti delle tre Internazionali.

Si tratta infatti di concessioni politiche fatte dal proletariato rivoluzionario alla borghesia reazionaria. Se qual­cuno ne dubita, basta, per far giustizia di un dubbio così ingenuo, porre questa questione:

– il Governo inglese o qualsiasi altro Governo attuale consentirebbe a lasciar assistere i rappresentanti delle tre Internazionali ai processi degli operai irlandesi insorti? Il Governo inglese o qualsiasi altro Governo attuale consentirebbe a impegnarsi a non applicare la pena capitale ai suoi nemici politici?

Se si riflette un po’ su tale quistione, si giunge a comprendere sufficientemente questa semplice verità. Noiassistiamo, nel mondo intiero, ad una lotta tra il proletariato rivoluzionario e la borghesia reazionaria. L’Internazionale comunista, che rappresenta uno dei due campi, se è necessario, fa una con­cessione politica all’altro campo, alla borghesia reazionaria. Nessuno ignora (eccetto coloro che vogliono dissimulare la verità più evidente) che i socialrivoluzionarihanno tirato sui comunisti, hanno organizzato delle insurrezioni contro i comunisti, hanno costituito di fatto e spesso anche formal­mente il fronte unico con la reazione borghese internazionale. Domandiamo però: cosa ci ha concesso in cambio la borghesia internazionale? Possiamo rispondere con una sola parola:

– Nulla.

Questa evidenza può essere mascherata solo con ragionamenti che tendono ad ingannare le masse operaie sulla semplice e chiara verità della lotta delle classi. L’accordo che la delegazione dell’Internazionale Comunista ha firmato a Ber­lino significa che noi abbiamo, senza nessun compenso, fatto due concessioni politiche alla borghesia internazionale.

I rappresentanti della seconda Internazionale e della Internazionale 2 e mezzo ci hanno, in quest’affare, indotto a fare delle concessioni alla borghesia internazionale, pur rifiutandosi essi stessi ad ottenere o solo a tentare di ottenere la minima concessione politica da parte della borghesia internazionale verso il proletariato rivolu­zionario. Questo fatto politico innegabile è stato naturalmente velato da un’abile diplomazia borghese (per molti secoli la borghesia ha insegnato ai suoi rappresentanti di classe tutti i procedimenti diplomatici), ma il fatto non ne viene modificato. Che i rappresentanti delle Internazionali 2 e 2 e mezzo siano legati alla borghesia diretta­mente o indirettamente, è una quistione di secondaria importanza. Noi non li accusiamo di essere legati direttamente. Ci interessa solo constatare che, sotto la loro pressione, l’Internazionale Comunista ha fatto, senza compenso, delle concessioni politiche alla borghesia inter­nazionale.

Cosa bisogna dedurne? Prima di tutto che i compagni Radek, Bucharin e gli altri rappresentanti l’Internazionale si sono ingannati. Dobbiamo per questo annullare l’accordo che essi hanno firmato? No. Io credo che sarebbe una decisione errata. Noi possiamo soltanto trarre la conclusione che questa volta i diplomatici borghesi sono stati più abili dei nostri e che in una prossima occasione – se i patti non sono specificati in precedenza – noi dobbiamo manovrare e trattare con maggiore abilità. Dobbiamo seguire la regola di non fare delle concessioni politiche alla borghesia internazionale (in qualunque modo e da qualsiasi inter­mediario essa sia rappresentata), se essa non fa da parte sua delle concessioni politiche più o meno equivalenti alla Russia dei Soviet od a qualsiasi altro contingente del proletariato internazionale in lotta contro il capi­tale.

Può darsi che i comunisti italiani ed una parte dei comunisti e sindacalisti francesi, avversari del fronte unico, traggano da queste considerazioni delle conclusioni contrarie alla tattica del fronte unico. Essi avranno torto. Se i comunisti hanno pagato troppo caro l’entrata in un locale nel quale hanno la possibilità, anche minima, di parlare a degli operai che fin’ora hanno costituito l’uditorio «riservato» dei riformisti, noi dobbiamo cercare un’altra volta di correggere questo errore. Ma non voler pagar nulla per penetrare entrare in questo locale chiuso, abbastanza ben difeso, sarebbe stato un errore an ora più grave. Lo sbaglio di Radek, di Bucharin e degli altri nostri delegati non è grande; tutt’al più noi corriamo il rischio che i nemici della Russia dei Soviet, incoraggiati dai risultati della conferenza di Berlino, organizzino due o tre attentati, forse con successo, contro dei singoli; poiché ora essi sanno che possono tirare sui comunisti con la possibilità che delle Conferenze come quella di Berlino impediscano poi ai comunisti di tirare su di essi.

Ma in ogni caso una breccia è stata aperta nel recinto chiuso. Radek è riuscito a dimostrare, sia pure solo ad una parte degli operai, che la seconda Internazionale si rifiuta di porre tra le parole d’ordine delle manifestazioni, l’annullamento del trattato di Versailles. Il grande errore dei comu­nisti italiani e di una parte dei comunisti e dei sindacalisti francesi è di accontentarsi di ciò che essi sanno. Essi sanno che la gente delle Internazionali 2 e 2 e mezzo, come pure Serrati, Paolo Levi e tutti quanti sono gli agenti più abili della borghesia che servono a mantenere la sua influenza. Ma gli operai che lo sanno e lo comprendono sono una minoranza in Italia, in Inghilterra, in America ed in Francia. I comunisti non devono accontentarsi di agire in casa propria, devono imparare a penetrare là dove i rappresentanti della borghesia agiscono sugli operai, senza rinculare di fronte a certi sacrifici, senza temere gli errori inevitabili all’inizio di ogni momento nuovo e difficile. I comunisti che non vogliono comprende ed imparare ciò, non possono sperare nella conquista della maggioranza degli operai ed in ogni caso ritardano tale conquista. E questo è per essi, come per tutti i militanti sinceramente devoti alla rivoluzione operaia, una cosa del tutto imperdonabile.

Rappresentata dai suoi migliori diplomatici, la borghesia, si è mostrata ancora una volta più abile dei negoziatori dell’I.C. Questo è l’insegnamento di Berlino. Noi non lo dimen­ticheremo, ma ne trarremo le conclusioni necessarie. I rappresentanti delle Internazionali 2 e 2 e mezzo hanno bisogno del fronte unico perché sperano di inde­bolirci imponendo delle condizioni eccessive; essi contano di entrare gratuitamente nella nostra casa; per mezzo della tattica del fronte unico, essi sperano di convincere i lavoratori della bontà delle ragioni del riformismo e dell’errore del rivoluzionarismo. Noi abbiamo bisogno del fronte unico perché speriamo di convincere i lavoratori del contrario. Gli errori dei nostri rappresentanti li rigetteremo sui militanti o sui partiti che li commettono, e cercheremo di imparare a non ripeterli. Ma in nessun caso faremo ricadere gli errori dei nostri compagni comunisti sulle masse proletarie che in tutto il mondo affrontano l’offensiva capitalista. Per aiutare queste masse a combattere il capitale, per aiutarle a comprendere i due fronti nella politica e nell’economia internazionale, noi ab­biamo adottato la tattica del fronte unico e la applicheremo fino alla fine.

NICOLA LENIN