Internationale Kommunistische Partei

Il Programma Comunista 1968/12

[RG-47] Teoria marxista della moneta Pt.6

L’attività bancaria così come la stiamo ora esaminando, si presenta come un’espressione generale ed organizzata del credito commerciale, che essa centralizza e controlla: l’effetto di commercio, contratto privato, si muta in biglietto di banca, il quale impegna il sistema bancario nel suo insieme nei confronti dell’insieme della società, poiché la banconota, diversamente dalla cambiale, penetra in tutti i canali della circolazione monetaria. La banca riceve i crediti dei privati e iscrive il loro ammontare al proprio attivo, mentre emette una somma corrispondente di biglietti che iscrive al proprio passivo (prelevando nel passaggio le spese che corrispondono ai tassi di sconto).

La banconota costituisce effettivamente una moneta? David Ricardo, maestro dell’economia politica classica e rappresentante, nel campo monetario, della Currency School (Scuola della circolazione), dava una risposta negativa a tale domanda. Sotto l’influenza delle sue teorie, la Banca d’Inghilterra adottò un’organizzazione molto rigida: l‘Atto di Peel del 1844 stabiliva il suo monopolio di emissione e le imponeva soprattutto di rispettare una copertura-oro al 100 per cento dei biglietti emessi. È inutile riprendere qui i termini della polemica che oppose questa scuola alla „Scuola Bancaria“ (Banking School, rappresentata da Tooke e Fullarton) e l’esposizione critica che ne fece Marx1: la sommaria esposizione dei fatti basterà a risolvere il punto che ci occupa. Lasciamo completamente da parte, per il momento, la moneta scritturale; la Banca d’Inghilterra, nonostante i suoi bei princìpi ricardiani, dovette ricorrere frequentemente ad un superamento del limite di emissione autorizzato dall‘Atto di Peel: nel 1847, 1857, 1866, 1890, 1908 e soprattutto nel 1914. Dopo la prima guerra mondiale, sebbene l‘Atto rimanesse sempre formalmente in vigore, si trovò una soluzione a lungo termine: l‘Atto obbligava una copertura aurea del 100% di tutte le emissioni, con l’eccezione di un’emissione iniziale, poco importante, di 18,5 milioni di sterline; ebbene, ci si accontentò di aumentare in proporzioni enormi l’ammontare di questa emissione eccezionale, cosicché oggi essa è divenuta la regola, mentre la moneta coperta dall’oro è l’eccezione.

La banconota è dunque effettivamente, come mostra Marx, una moneta in senso proprio. Basta, per convincersene, riprendere la sua analisi iniziale della forma più semplice della moneta, che permette di dare di questa una definizione storica e, soprattutto, dinamica, in quanto la moneta è definita dalle sue funzioni: mezzo di circolazione e di pagamento, strumento di tesaurizzazione. La cambiale assolveva già le due prime funzioni, la banconota potrà assolvere anche la terza2. Si tratta dunque di una moneta, ma che sorge su basi completamente diverse da quelle del biglietto segno d’oro. Quest’ultimo sostituiva semplicemente l’oro nella circolazione attiva, mentre la banconota appare là dove questo tipo di moneta è stato cacciato dalla circolazione dal credito commerciale. Nella misura in cui la tratta si sostituisce al denaro, che elimina dalla sfera della circolazione, essa forma la base di una nuova moneta che sancisce, in certo modo, questa eliminazione. Così, l’ammontare dei biglietti in circolazione non entra più in un rapporto quantitativo determinato con lo stock d’oro depositato nei sotterranei della banca d’emissione. Questo stock d’oro non può in nessun caso garantire i biglietti in circolazione, poiché questi sono i rappresentanti del credito commerciale che ha appunto eliminato la circolazione della moneta oro. A nessuno verrebbe l’idea che, potendo i tessuti artificiali sostituire i tessuti naturali, si debba continuare a produrre questi ultimi senza utilizzarli e produrre appena quel tanto di tessuti artificiali destinati all’uso. Al contrario, si utilizza contemporaneamente l’uno e l’altro tipo di tessuti e la proporzione che si stabilisce fra di essi non dipende da un principio astratto posto a priori, ma dallo stato rispettivo del mercato di ciascuno dei due prodotti. Lo stesso avviene, fatte le debite proporzioni, per la moneta: valutare da una parte le riserve d’oro e dall’altra l’ammontare dei biglietti in circolazione per decidere se il rapporto esistente fra di loro corrisponde o no alla „regola“, è un controsenso, significa ignorare la natura stessa della moneta di credito. L’oro (e i suoi segni) e la banconota sono monete l’uno e l’altra: lo studio della percentuale che essi rappresentano rispettivamente nella circolazione totale può fornire utili indicazioni sullo sviluppo della moneta di credito nell’ambito della moneta tout court, mentre se ci si propone uno studio di quest’ultima, è soltanto la somma dell’oro monetario e dei biglietti di banca che bisogna considerare. Si osservi infine che, in quanto è di natura monetaria, la banconota si piega a tutte le leggi che regolano la moneta in generale e di cui Marx ha intrapreso lo studio prima ancora di considerare la produzione capitalistica propriamente detta; in particolare, i rapporti fra emissione, circolazione e tesaurizzazione restano gli stessi sia che si tratti di oro o di moneta di credito (v. nella prima parte di questo rapporto: La moneta in senso forte).

La moneta, tuttavia, non ha la semplicità dei tessuti di lana… e di nylon. La moneta di credito non è basata sull’oro, ma sul credito. Robusta finché questo gode di buona salute, essa avvizzisce non appena il credito s’indebolisce. Allora, ma soltanto allora, il capitalista ancora ieri tanto orgoglioso di aver scalato senza fatica „il muro d’oro“ contando su un’espansione illimitata della sua produzione vuole d’un tratto fare marcia indietro e si mette a recitare la parte dell’avaro. Poiché il credito vacilla, il capitalista si aggrappa a ciò che resta fermo: il metallo prezioso. La lotta allora divampa, perché la pretesa di cercar rifugio nel sacro oro è vana alla scala sociale, in quanto la moneta di credito, lungi dall’appoggiarsi all’oro, si è sviluppata senza di esso e prendendone perfino il posto. È in questo dilemma che si trovano periodicamente attanagliati economisti e banchieri, è fra questi due poli dell’oro e del credito che si sviluppa la famosa controversia sull’ammontare delle riserve che conviene mantenere nei sotterranei della banca, e ciò spiega anche perché ad epoche differenti vengano apportate soluzioni differenti3.

Una risposta che sia razionale, universale e valida per tutti i periodi al problema sollevato non esiste e non può esistere. Di più, ogni „soluzione“ provvisoria sarà, in definitiva, il riflesso dell’irrazionalità profonda dei rapporti di produzione capitalistici. Le regole monetarie hanno una storia, non possono essere dettate dalla scienza: si tratta di rimedi da brava massaia e non può che essere così in questo settore che è come lo specchio deformante dell’economia borghese, in cui il prodotto domina il produttore e che concentra tutte le illusioni dei suoi apprendisti stregoni.

Note

  1. Vedere in particolare Il Capitale, libro III, sezione V, cap. 28 (Mezzi di circolazione e capitale, concezioni di Tooke e Fullarton), Ed. Riuniti, pp.525-47 e cap.34 (Il Currency Principle e la legislazione bancaria inglese del 1844 ivi pp.641-61). ↩︎
  2. E le aggiunge altri vantaggi pratici. Il biglietto è stampigliato in cifre tonde, il suo valore nominale è fisso mentre quello della tratta aumenta man mano che ci si avvicina alla scadenza, infine la sua circolazione è più semplice e anche più lunga di quella della cambiale. Si deve tuttavia notare che il biglietto non assolve direttamente la funzione di misura dei valori, in quanto, in quest’ultimo ruolo, non serve che d’intermediario all’oro al quale resta legato da una definizione legale implicante una convertibilità teorica (e solo teorica perché in caso contrario si ritornerebbe al biglietto semplice segno d’oro e non si tratterebbe dunque più di biglietto di banca). ↩︎
  3. Indichiamo, rapidamente, l’evoluzione storica che si è prodotta in questi diversi paesi di fronte a questo problema. La francia di cui Keynes lodava la regolamentazione monetaria nel suo Treatise on money, è successivamente passata attraverso le seguenti fasi. 1800: i biglietti sono convertibili in oro, nessun limite è imposto alla loro emissione. 1848: istituzione del corso forzoso, cioé soppressione della convertibilità libera e istituzione di un limite all’emissione. 1850: ritorno alla situazione del 1800. 1870: corso forzoso e limite. 1878: ristabilimento della convertibilità, ma istituzione di un limite variabile d’emissione, da determinare in rapporto ai bisogni dell’economia. 1914: corso forzoso e rialzo, a più riprese, del limite. 1928: convertibilità solo in lingotti (Gold Bullion Standard) e istituzione di un limite all’emissione delle banconote e all‘ammontare dei conti correnti creditizi (torneremo più oltre sulla questione a proposito del credito bancario in senso proprio), limite fissato in modo che venga assicurata una copertura aurea del 35 per cento. 1936: soppressione della convertibilità: mantenimento della regola del 35 per cento, ma attenuata dal gioco delle svalutazioni. 1939: soppressione della regola del 35 per cento. Nel 1945 la Banca di Francia viene nazionalizzata ma non si ristabilisce la regola del 35 per cento: nessun limite è fissato all’emissione dei biglietti di banca e all’apertura dei conti correnti creditizi. Si deve notare che la convertibilità può esistere solo nella misura in cui i portatori di banconote non si avvalgano simultaneamente del loro diritto di convertire in oro, poiché le riserve esistenti non possono mai far fronte, evidentemente, a tali pretese.
    In Inghilterra si è passati dall‘atto di Peel del 1844 (copertura aurea del 100 per cento) ad una situazione che, le banconote coperte al 100 per cento costituendo una frazione minima della circolazione equivale a quella descritta or ora. Negli Stati Uniti, è stata mantenuta a lungo la regola di una percentuale minima, ma si è dovuto a volte impedire alle banche di emettere banconote fino a concorrenza di questa percentuale perché c’era troppo oro. Nel 1945 si è ridotta la percentuale di copertura, che è passata dal 40 al 35 % secondo i casi al 25% solamente. 1965: soppressione di qualsiasi copertura per i depositi delle banche alla Federal Reserve. Infine, nel 1968, soppressione anche della copertura dei biglietti di banca dalla circolazione interna. (Notizie tratte da Monnaie et crédit di Jean Marchal). ↩︎