Internationale Kommunistische Partei

Il Programma Comunista 1970/13

Riprendendo la Questione Cinese Pt.6

Il terzo atto della tragedia: le rivolte del “raccolto d’autunno” e la Comune di Canton

Le conseguenze della sottomissione del proletariato e del movimento contadino alla borghesia, impersonata dal Kuomintang, avevano significato la distruzione fisica del movimento rivoluzionario in Cina. La borghesia aveva dimostrato ancora una volta di essere incapace di dirigere qualunque movimento rivoluzionario anche solo nazionale e i fatti del 1925-1927 avevano confermato punto per punto le tesi di Lenin e di Trotski e dimostrate false le tesi di Stalin. Lo stalinismo, cioè – come teniamo ad affermare ancora una volta – la controrivoluzione che stava distruggendo la dittatura proletaria in Russia, aveva sacrificato ai suoi interessi di nazione il proletariato cinese.

Dopo il tradimento del governo “rivoluzionario” di Wuhan, la repressione e il terrore bianco si abbattono su tutta la Cina. Vale la pena di riportare alcuni dati dell’ondata repressiva condotta contro gli operai e i contadini da coloro che, secondo Stalin, avrebbero dovuto essere i condottieri della rivoluzione. La Cina Weekly Review del 20 agosto 1927 scriveva:  «Ecco i fatti della repressione. Da quattro mesi un massacro elevato a sistema si svolge nel territorio controllato da Chiang Kai-shek. Esso ha avuto per effetto la distruzione delle organizzazioni popolari del King su, del Chekiang, del Fujian e del Guangdong, cosicché in queste province le sedi del Kuomintang, i sindacati operai, le leghe contadine, le associazioni femminili, appaiono trasformate da organi battaglieri e decisi in organi docili e senza spina dorsale, così efficacemente “riformati” da non esprimere che la volontà del padrone. Negli ultimi tre mesi la reazione, muovendo dal basso Chang Jiang, si è estesa sino a spadroneggiare su tutto il territorio sotto il controllo cosiddetto nazionalista (…) Ai metodi correnti di fucilazione e decapitazione, sono subentrati metodi di tortura e mutilazione che ricordano gli orrori del medioevo e dell’inquisizione. I risultati sono stati impressionanti. I sindacati e le leghe contadine dell’Hunan, probabilmente i meglio organizzati in tutto il paese, sono completamente distrutti. I loro dirigenti hanno evitato di essere bruciati nell’olio bollente, sepolti vivi, strangolati lentamente con fil di ferro, per non parlare di altre forme di assassinio e di tortura al cui solo pensiero c’è da inorridire, emigrando o nascondendosi in modo da non poter essere facilmente scoperti». La segreteria del Sindacato Generale dei paesi del Pacifico riferiva il 15 settembre: «Non passa giorno senza l’esecuzione di numerosi operai e sindacalisti (…) Il movimento di massa è oggi schiacciato. Tutte le organizzazioni sindacali e le leghe contadine vengono “riorganizzate”: in altre parole, prima si provvede a disorganizzarle, poi a disperderle, finché ciò che ne rimane è sottoposto alla frusta di un caporale qualsiasi. A Jiujiang come a Wuhan tutte le organizzazioni sindacali sono state sciolte e molti dei loro dirigenti giustiziati. Reparti militari hanno occupato quasi tutte le sedi dei sindacati, facendo strage della proprietà, dei documenti, dei preziosi archivi di queste organizzazioni (…) Quanto avviene a Wuhan è l’esatta ripetizione di ciò che era successo tempo addietro a Canton, quando il generale Li Chi-shen distrusse e poi “riorganizzò” i sindacati e le associazioni contadine; o del regime instaurato a Shanghai da Chiang Kai-shek».

Ma la decapitazione fisica del movimento, che fonti parziali riportano all’esecuzione di circa 25.000 proletari, comunisti e dirigenti operai e contadini, e la distruzione delle organizzazioni operaie e contadine, non furono i soli risultati che la reazione borghese ottenne. La politica di sottomissione al Kuomintang perseguita in tanti anni dal Partito gli alienò l’appoggio delle masse, che si sentivano tradite dai loro stessi dirigenti e che avevano perduto ogni fiducia nelle direttive comuniste. I contadini disertavano le loro organizzazioni e si allontanavano dalla lotta politica. Gli operai delle città non si mobilitavano più nemmeno per la difesa dei loro interessi immediati. Essi abbandonarono anche il Partito Comunista che, mentre nell’aprile 1927 contava ancora 60 mila aderenti di cui il 53% fra gli operai delle città, esattamente un anno dopo doveva ammettere di:  «Non avere nemmeno una cellula sana fra gli operai dell’industria». I sindacati controllati dai comunisti che all’inizio del 1927 organizzavano 200 mila operai nella sola Canton, alla fine dello stesso anno abbracciavano 20 mila operai e non erano in grado di dare un ordine di sciopero generale. Alla distruzione fisica del movimento si aggiunse la demoralizzazione e la sfiducia delle masse nei confronti dei comunisti. Il movimento era schiantato.

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A questo punto Stalin dette ordine ai comunisti di insorgere «innalzando ancora la bandiera del Kuomintang rivoluzionario». La responsabilità della sconfitta fu poi addossata alla direzione del Partito Comunista Cinese, che si sarebbe rifiutato di seguire le direttive di Mosca. Alcuni dirigenti furono cambiati, e lo stesso partito che, quanto aveva in pugno un movimento di milioni di uomini, era stato costretto a sottomettersi alla borghesia, ora che il movimento era in rotta e la sua stessa organizzazione non era più se non l’ombra di se stessa, venne spinto sulla via dell’insurrezione. In questo modo Stalin gettò nella fornace di una disperata avventura gli ultimi residui delle forze rivoluzionarie.

È interessante vedere come, dopo gli ultimi tragici avvenimenti che abbiamo descritto, Stalin giustificasse ancora la sconfitta subìta dal proletariato cinese sostenendo che questo «aveva commesso un grave errore a muoversi in maniera autonoma contro la borghesia, prima che questa si fosse completamente screditata». La borghesia cinese si era screditata, è vero: ma, nel fare questo aveva anche distrutto la forza organizzativa del proletariato e dei contadini cinesi. La controrivoluzione mondiale, impersonata da Stalin, chiedeva il sacrificio totale del proletariato cinese, e la richiesta avvenne sotto forma di un ordine di “insorgere”, insorgere quando la sconfitta era sicura, mentre l’insurrezione era stata vietata quanto la vittoria sarebbe stata possibile!

Alla fine del 1927, il Partito Comunista Cinese, opportunamente “riformato” nella sua direzione secondo gli ordini di Mosca, dette il via ad una serie di rivolte contadine che trovarono il loro alimento nella disperazione delle masse sottoposte ad una spietata repressione, e che vanno sotto il nome di rivolte del raccolto di autunno. Tutte necessariamente fallirono, e significarono solamente la distruzione delle ultime forze rivoluzionarie del movimento contadino. A Wuhan e in altre città i comunisti tentarono con scarso successo di rimettere in moto il proletariato, ma in genere non erano più in grado nemmeno di proclamare uno sciopero dato che i sindacati erano stati tutti distrutti o “riorganizzati”. A Canton, il 13 dicembre, il Partito organizzò una insurrezione cercando di approfittare di un momentaneo contrasto fra i diversi generali e signori della guerra che aveva allontanato dalla città le truppe del generale Li Chi-shen. Le forze del Partito a Canton erano dell’ordine di tremila o quattromila combattenti, fra cui un unico reggimento di cadetti dell’accademia militare di Whampoa. Ma l’influenza del partito sulle masse operaie era così ridotta che non fu possibile dare l’ordine di sciopero generale. Tutte le speranze di vittoria dipendevano da un attacco che cogliesse di sorpresa durante la notte le truppe del Kuomintang. Successivamente l’insurrezione fu anticipata dal 13 all’11, per ragioni di sicurezza. Nella notte del 10 gli insorti attaccarono vari punti della città; nel pomeriggio dell’11 una parte di Canton era nelle loro mani, ed essi procedettero alla proclamazione della Comune, costituendo un governo rivoluzionario, il quale poté solo, con mezzi di fortuna, stampare un proclama, distribuito agli operai per informarli che la tanto attesa rivoluzione era finalmente avvenuta, e che le rivendicazioni del proletariato e dei contadini poveri sarebbero state finalmente attuate dal nuovo governo sovietico. Ma la meravigliosa opera di questo pugno di combattenti eroici giungeva troppo tardi, e si scontrò necessariamente con il reflusso del movimento delle masse. Le stesse parole d’ordine che pochi mesi prima avrebbero visto muoversi centinaia di migliaia di operai se fossero state lanciate quando il movimento era in piedi, ora che era distrutto riscossero l’adesione solo di una piccola parte del proletariato cantonese. La proclamazione della Comune non ebbe nemmeno il potere di far scendere in sciopero tutti gli operai, e furono i marittimi e i ferrovieri di Canton che provvidero al trasporto delle truppe destinate a schiacciare il governo rivoluzionario. In questa terribile situazione, tuttavia, i comunisti resistettero fino alla sera del 13 dicembre contro l’assalto di forze immensamente superiori. La fine dei combattenti significo l’inizio della repressione generale contro gli operai, che furono fucilati, bruciati vivi, decapitati a migliaia.

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Il commento dell’Internazionale comunista, ormai completamente al servizio dello Stato russo, a questi fatti sanguinosi fu che essi «erano stati giusti e necessari» e che «v’erano stati soltanto errori di direzione a carattere locale». Tutto, insomma, andava per il meglio, e il Partito Comunista Cinese doveva procedere all’organizzazione di nuove insurrezioni «sulla cresta della marea rivoluzionaria di cui la rivolta di Canton era stato il primo annuncio». In realtà, con la Comune di Canton termina tutto un periodo rivoluzionario per il proletariato cinese. La classe proletaria si era mossa a cominciare dal 1920 e, insieme alle masse dei contadini poveri, aveva dato vita ad un movimento rivoluzionario di enorme ampiezza; un movimento che, sotto la guida del Partito Comunista, avrebbe potuto battere nello stesso tempo l’imperialismo mondiale e la borghesia cinese e imporre sulla Cina la dittatura proletaria. Ma questo movimento magnifico, che abbiamo cercato in poche righe di riassumere, non raggiunse questo obiettivo – che avrebbe significato la ripresa del movimento proletario alla scala mondiale – perché la sua forza era stata messa al servizio della borghesia cinese dalla politica dell’Internazionale comunista legata alla Stato russo ormai sulla via della completa degenerazione. Lo stalinismo vendette alla borghesia i proletari cinesi, e la borghesia schiacciò il proletariato indigeno e si assicurò una posizione di forza per schiacciare il proletariato di tutti i paesi.

Non a caso è proprio il 1927 l’anno in cui Stalin e suoi sgherri la fanno finita con l’Opposizione di sinistra in Russia. Gli avvenimenti successivi e il carattere stesso della rivoluzione cinese, che nel 1949 porterà alla costituzione della Cina in Stato nazionale indipendente, si spiegano solo alla luce dei tragici avvenimenti del 1925-1927. Infatti la sconfitta del proletariato cinese e la repressione a cui fu sottoposto favorirono il trasferimento del moto rivoluzionario delle città alle campagne. Il successivo movimento rivoluzionario in Cina vede il proletariato completamente assente e si qualifica come un movimento piccolo borghese e contadino, cioè racchiuso completamente nell’ambito della rivoluzione nazionale borghese. Il partito che dirige questo movimento, anche se continua a chiamarsi Partito Comunista, di comunista non ha più nulla: è diventato nelle sue parole stesse il “vero Kuomintang”, cioè il vero rappresentante della borghesia e della piccola borghesia cinese.

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 La sconfitta del proletariato poneva il Partito comunista cinese di fronte a due sole strade: o il ripudio della tattica seguita dall’Internazionale staliniana, e la riaffermazione del ruolo autonomo e dirigente del proletariato nella rivoluzione nazionale, o l’abbandono di ogni posizione proletaria e la prosecuzione della tattica che aveva portato il proletariato alla sconfitta. Lo stalinismo aveva sottomesso il movimento alla direzione della borghesia impersonata dal Kuomintang, e il Kuomintang l’aveva schiacciato. Si trattava di tirare le lezioni di queste esperienze e tornare alla tesi di Lenin, che a qualunque rivoluzione borghese il proletariato e i contadini poveri non possono dare altro sbocco che la loro dittatura; che cioè i contadini poveri devono schierarsi, anche nelle colonie, contro la borghesia, sotto la bandiera del proletariato rivoluzionario; oppure diventare il partito della rivoluzione borghese, subordinando lo sviluppo della rivoluzione alla esigenze del capitale.

Le forze oggettive spingevano verso questa seconda soluzione. Il proletariato era sconfitto, nelle città infuriava la repressione, la dittatura comunista in Russia era crollata sotto i colpi dello stalinismo e delle classi non proletarie, ogni possibilità di rivoluzione proletaria in Europa era, almeno per il momento, inesistente dopo che Stalin aveva sabotato lo sciopero generale in Inghilterra. Il Partito comunista cinese, forzato a ritirarsi nelle campagne, continuò esattamente sulla via intrapresa nel 1923: ribadì che i “Tre principi del popolo”, cioè la prospettiva borghese della rivoluzione, erano i suoi principi, fece in modo che il movimento rivoluzionario si distaccasse sempre più dalle città riprendendo le tesi di Stalin sulla necessità di una “tappa agraria” della rivoluzione; sostenne che la sconfitta del 1925-27 era stata solo un semplice episodio dovuto alla incapacità o al tradimento di alcuni dirigenti, e che la rivoluzione era passata «a un grado superiore di sviluppo». Quella che nel 1923 e 1925 era, secondo Stalin, una temporanea e necessaria sottomissione del proletariato alle esigenze borghesi, divenne ora un fine in sé, il fine di tutto il movimento rivoluzionario, dal quale non solo ogni direzione ma ogni reale partecipazione del proletariato era esclusa. La conseguenza di queste posizioni fu l’allontanamento completo del proletariato dal movimento rivoluzionario, e lo stabilirsi di questo nelle zone più agricole e arretrate della Cina, da dove, dopo la seconda guerra mondiale, le armate di Mao dilagarono a conquistare le città. Il movimento contadino, che nonostante tutto persisteva ancora dopo il 1927, non servì a ridare ossigeno e forza al proletariato, ma al contrario tutte le energie superstiti del proletariato servirono a marcare il carattere contadino e borghese della rivoluzione. Dal 1927 in poi, il Partito Comunista Cinese, pur continuando a chiamarsi proletario e comunista, diventa il vero Kuomintang, cioè il vero partito della borghesia rivoluzionaria. La sua base sociale è costituita da contadini, i suoi obiettivi sono i Tre principi del popolo e la realizzazione dell’unità e dell’indipendenza, in nome non della dittatura proletaria, ma del “Blocco delle quattro classi”, cioè dello sviluppo borghese. Senza tener presente tutto questo, non si può capire né il successivo andamento della rivoluzione cinese né le cause delle difficoltà in cui attualmente si dibatte lo Stato cinese; non si può capire insomma che cosa sia la Cina oggi, a meno di ripetere le solite vuote frasi sul “pensiero di Mao” (anzi del “presidente Mao”) e sulla “grande rivoluzione culturale” che non dicono nulla e nulla chiariscono agli occhi del proletariato occidentale, ubriacato dall’opportunismo di partiti sedicenti comunisti.

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Il completo abbandono di ogni prospettiva comunista segna il termine del periodo rivoluzionario in Cina, che abbiamo tracciato a grandi linee negli articoli precedenti. La visione proletaria e comunista della rivoluzione mondiale, difesa dai bolscevichi e da Lenin contro i socialdemocratici, e che aveva portato alla vittoria della dittatura proletaria in Russia e alla formazione dell’Internazionale Comunista, si era spezzata contro gli ostacoli che la rivoluzione aveva incontrato in Europa e che avevano travolto anche il bastione proletario russo; il crollo del potere proletario a Mosca ha trascinato dietro di sé la sconfitta della rivoluzione cinese. È il 1927 l’anno in cui l’opposizione di sinistra viene espulsa dal partito bolscevico e messa nelle mani della polizia segreta; è il 1927 l’anno in cui la corrente di sinistra viene estromessa da tutti i partiti comunisti di occidente. La sconfitta del proletariato cinese è dunque l’ultimo atto di una tragedia alla scala mondiale. Dal 1914 il proletariato aveva fatto il suo grande balzo in avanti muovendosi sul suo terreno di classe contro il modo di produzione capitalistico. La vittoria in Russia nel 1917, la sconfitta in Ungheria e Germania nel 1918-1919, la sconfitta in Italia nel 1920-1923, il crollo della Russia e la degenerazione dell’Internazionale Comunista, sono le tappe del grande dramma. Il proletariato poteva vincere la sua battaglia solo alla scala mondiale; alla scala mondiale fu sconfitto, e la disfatta fu così completa che le sue stesse organizzazioni di classe passarono nelle mani del nemico e i partiti comunisti divennero quello che oggi sono: i più validi pilastri della conservazione borghese. Dal 1927 in poi, ogni movimento rivoluzionario in qualunque paese porta il segno di questa vittoria mondiale della borghesia e del suo modo di produzione, e sotto questo segno si sono svolti i movimenti nazionali rivoluzionari dei paesi coloniali, che non hanno mai potuto uscire dai limiti loro imposti dal dominio del capitale mondiale, e non lo potranno senza la ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato dei paesi a capitalismo sviluppato.

Why Russia isn’t Socialist (Pt. 1)

I. Russian Capitalism

Conspicuous social divisions, wage differentials, privileges according to type of work, and a division of labour which dooms „manual workers“ to the factory inferno and which reserves for intellectuals the monopoly of comfort, can these really be said to be compatible with Socialism as the CP men shamelessly assert? A villa for Kosygin, and hovels for the workers; missiles to the moon and queues in front of the butcher’s shop; a nuclear arsenal and meat and cereal shortages: are these edifying pictures of the society of the future? However, it is not sufficient merely to answer; No! For the bourgeoisie has already learnt how to skilfully exploit the disillusionment of certain workers confronted with stark Russian reality. It is as goods as says to them that since Communism doesn’t offer anything better, why not be satisfied with good old democratic capitalism? For the defenders of the „new roads to Socialism“ the language is scarcely modified. Each people will have their very own Socialism which will take account of their traditions and their „degree of civilisation“!

If we, as revolutionary Marxists, wish to demonstrate that Russian Communism is false, it isn’t with the slightest intention of disgusting workers with the truth. Rather, it is to show that the defects of present-day Russian society are common to all existing political regimes, because all of them – Russia included – are capitalist.

To pronounce on Russia with these observations supposes that one knows the fundamental characteristics of Socialism, but even knowing this is conditional on first knowing the nature of capitalism, and it is precisely this which is mostly ignored by the clever persons who hold forth on the subject on radio and television or in learned „scientific“ works. For it is not a matter of discerning a few accessory and incidental aspects of this mode of production, but of defining its fundamental characteristics so as to be able to recognise it in all circumstances. These characteristics can be summed up as follows:

In Capitalist society commodities are produced, i.e. human activity is dedicated in the main, to the manufacture of objects destiny to be exchanged for money, i.e. sold. Meanwhile, the great mass of producers are deprived of the means of production (as opposed to the artisan or the small peasant who possess their own work instruments).

These producers, possessing only their own labour power, are therefore forced to sell this commodity, adapted to the conditions of modern productions, associated labour, concentration of industry, high-tech production. All economic exchange, all buying and selling and especially of that particular commodity which is the workers’ labour power, takes place through the medium of money. Capital is born and develops according to the combined utilisation of all these factors.

The social class that is deprived of all the means of production and forced to sell its labour is the proletariat. This labour power is a commodity that has the „miraculous“ quality of producing more wealth than it requires for its maintenance and reproduction. In other words, in a working day of 8 hours, the worker produces, let’s say in 4 hours, the value of his daily wage, but continues to work 4 extra hours for capital.

The price of labour power represents the worker’s wage. The difference between this wage and the mass of values produced remains the property of the class which retains control of the means of production: the capitalist class. It is called surplus-value or profit and this in its turn is exchanged against new labour power and new products of labour (machines, raw materials, etc.) becoming capital. This process repeated ad infinitum is the accumulation of capital.

All these elements are strictly linked within the capitalist mode of production and are therefore inseparable from it. It is therefore an insulting falsehood to deem that a society is worthy of the name Socialist when there exists within it both money – exchangeable against labour power – and wages, through which workers obtain the necessary products for the maintenance of themselves and their families, whilst the accumulation of values remains the property of businesses or the State. Well, exactly such a state of affairs exists today in Russia.

In the USSR it is possible, with roubles lent by the State bank, for a group of individuals to buy labour power and keep for themselves the difference existing between the value produced and the amount of wages paid; such is the case with the ephemeral joint-stock companies responsible for the construction of housing and public buildings and edifices, and with the kolkhoses that remunerate tractor drivers and seasonal workers as wage-earners by paying them in cash. Indeed these same kolkhoses have been forced by the authorities, for several years, into setting up preserve factories and other processing industries, using partly profits from their enterprises, and partly the salary system for factory personnel. Finally it is the same with the State businesses themselves, which both pay their workers in money, encouraging and developing wage differentials related to labour power, and which invest, i.e. the profit which is realised is transformed into capital.

In Russia the worker pays in money for all the foodstuffs and products that he needs, suffering silently from market fluctuations and even from the speculation indulged in by the individual producers, namely the kolkhosniks, who as well as having their share of the total kolkhos income, possess livestock and personal land which they are free to sell at whatever price they can get.

Finally in the USSR money yields interest. This occurs through Government stocks, which bring in profits to the stockholders (as in the classical capitalist countries) and also in the form of interest which the State derives by lending to its own enterprises.

How is all this different from the bourgeois societies of the capitalist west? In the USSR everything operates under the banner of value which in modern societies is merely a source of profit, capital accumulation and of exploitation of labour power. In Russia, everything is exchangeable with this cursed money. Everything is for sale, from the services of prostitutes to those of intellectuals, whose task consists of singing the praise of national „Socialism“ and generally licking the boots of the powerful.

Later on, we will explain how it is that such a company of profiteers, toadies and parasites could arise amidst the ruins of the glorious October Revolution at the expense of the blood and toil of the Russian proletariat.

It is sufficient though to underline this essential fact: Socialism is incompatible with the categories of capitalist economy, such as money, wages, accumulation, and the division of labour.