Internationale Kommunistische Partei

Il Programma Comunista 1972/24

Una mano «fraterna» da non stringere

Piagnucolando perché i profitti si sarebbero ridotti a zero, si starebbero intaccando le riserve, non si farebbero né potrebbero fare dovuti investimenti, eccetera eccetera, il dio in terra dell’industria italiana, avvocato Agnelli-Fiat, aveva detto nell’ormai celebre intervista del 19-XI all‘Espresso, in tono insieme di lusinga e di minaccia: «O uno scontro frontale per abbassare i salari [ma, ha aggiunto con bella faccia fresca, in regime democratico il salario «non è comprimibile», come se i proletari non lottassero appunto perché il salario è già compresso!] o una serie di iniziative coraggiose per eliminare fenomeni intollerabili di spreco e inefficienza». La canzone non ammette dubbi: a Nostra Signora la «classe imprenditoriale» non basta l’acquiescenza del bonzume sindacale, prima, nel firmare a precipizio il contratto-capestro del chimici, poi nel mostrare una trepida sollecitudine per l’aumento della produttività, gli investimenti e il «dialogo civile», e infine, proprio in questi giorni nel felice regno torinese del lupo in veste di agnello, nel raccomandare agli operai il massimo di «autocontrollo» e «disciplina» per non turbare il pacifico corso della produzione; occorre qualcosa di più; occorre un patto di collaborazione «a reciproco vantaggio» che unisca salariati e padroni nella lotta comune contro il nemico comune degli sprechi, dell’inefficienza, delle «rendite parassitarie» e per il bene comune dell’efficienza produttiva; patto il cui primo presupposto è l’«autocontrollo» operaio per chiedere aumenti di salario e nel lottare per essi; altrimenti, come vuole logica borghese la «logica» borghese, dando l’avvio alla «spirale inflazionistica» si perde quanto ci si era illusi aver faticosamente guadagnato.

Roma, per bocca del segretario della Confindustria, ha fatto subito coro a Torino: «i sindacati dovrebbero persuadersi che fino a quando non avremo disboscato insieme la sterpaglia che in vario modo ingombra l’economia italiana, le posizioni parassitarie, le rendite di posizione, la lentezza e l’inefficienza della pubblica amministrazione, non riusciremo ad avanzare di un passo né loro né noi. Dovrebbe essere una battaglia comune. Ma siamo già molto in ritardo».

Dall’alto della sua cattedra di «capitale morale», Milano ha fatto coro a Torino e Roma per bocca del Corriere della Sera: «Governo e classe imprenditoriale incominciano a rendersi conto di due fatti importanti: non si esce dalla crisi non attuano alcune riforme […] e difficilmente possono realizzare queste riforme senza la fattiva partecipazione dei sindacati. Speriamo che i rappresentanti dei lavoratori si rendano conto che la situazione non permette ulteriori indugi, e che l‘alleanza tattica con i padroni contro un nemico comune ugualmente pericoloso non pregiudica in alcun modo le battaglie future, quando la macchina produttiva sarà rimessa in movimento e dai profitti delle aziende uscirà ancora una torta da spartire». (E, a questo proposito, non possiamo non ricordare una polemica vecchia di un secolo: «Il cittadino Weston [reincarnatosi nelle assai meno ingenue spoglie del Corriere] ha dimenticato che la zuppiera [oggi torta] nella quale mangiano gli operai è riempita dall’intero prodotto del lavoro nazionale, e ciò che impedisce loro di prenderne di più non è né la piccolezza della zuppiera né la scarsità del suo contenuto, ma soltanto la piccolezza dei loro cucchiai») (Marx, Salario, prezzo e profitto).

Il clamoroso episodio ha, diciamolo subito, il suo lato ameno: Agnelli, il quale riscopre i tre personaggi del profitto, della rendita e del salario, e ce li squaderna – a rischio di passare per… marxista agli occhi dell’allibito Scalfari – come categorie di cui nessun «imprenditore che ragioni con lucidità» può prescindere come non poteva prescinderne ai tempi degli improvvisamente risorti Smith e Ricardo, e il cui movimento ubbidisce le leggi valide finché dura il modo di produzione capitalistico! E noi che credevamo di essere soli, in questa valle di lacrime, a rivendicarne l’esistenza, dura come quella di tutti i fatti scientificamente analizzabili, a scorno degli innumerevoli “aggiornatori” stipendiati per affermare contrario! Grazie del servizio, nostro signore che sei quaggiu nella Fiat! E. visto che ti rifai a Smith e Ricardo, permettici a nostra volta di rifarci contro di te al loro scomodo erede iconoclasta Carlo Marx.

Il salario (o, come dicono le Signorie Vostre, il costo del lavoro) determina i prezzi? E la lotta per elevarli o, quanto meno, per impedire che scendano determina la famosissima spirale inflazionistica? Alla favola, tanto cara all’economia borghese, Marx non aveva aspettato il… 1972 per dare risposta: «I salari operai non possono superare i valori delle merci che gli operai han prodotto, non possono essere più alti di essi; ma possono essere più bassi in una proporzione qualsiasi. I salari operai sono limitati dai valori dei loro prodotti, ma i valori dei loro prodotti non trovano nessun limite nei salari. La determinazione dei valori delle merci, secondo le quantità relative di lavoro che sono fissate in esse, è quindi completamente diversa dal metodo tautologico della determinazione dei valori delle merci secondo il valore del lavoro, cioè secondo i salari». D’altra parte, «una lotta per l’aumento dei salari si verifica soltanto come conseguenza di mutamenti precedenti, ed è il risultato necessario di precedenti variazioni nella quantità della produzione, delle forze produttive del lavoro, del valore del lavoro, del valore del denaro, della estensione dell’intensità del lavoro svolto, delle oscillazioni dei prezzi mercato, dipendenti dalle oscillazioni della domanda e della offerta e corrispondenti alle diverse fasi del ciclo industriale: in una parola, sono reazioni degli operai contro una precedente azione del capitale. Se considerate la lotta per un aumento dei salari indipedentemente da tutte queste circostanze, e prendete in considerazione solo i mutamenti dei salari, trascurando tutti gli altri mutamenti dai quali essi derivano, partite da una premessa falsa per arrivare a false conclusioni […]. Le lotte della classe operaia per il livello dei salari sono fenomeni inseparabili da tutto il sistema del salario; in 99 casi su 100, i suoi sforzi per l’aumento dei salari non sono che tentativi per mantenere integro il valore dato del lavoro; e la necessità di contrattare con il capitalista per il prezzo del lavoro dipende dalla sua condizione, dal fatto di essere costretta a vendersi come merce».

La predica dell’Eccellenza Vostra cade perciò nel vuoto: è tanto illusorio (sebbene molto comodo per voi) scaricare sul salario la „colpa“ dell’aumento dei prezzi, quanto aspettarsi che i proletari, finché restano proletari, rinuncino a battersi per impedire che il salario resti indietro sulla miriade di movimenti ad esso estranei da cui è costantemente minacciata anche solo la persistenza del suo cosiddetto valore reale. Il primo presupposto della „fraterna collaborazione“ cade miseramente al suolo: non c’è „autocontrollo“ che tenga…

Marx, tuttavia, non si ferma qui: «Più le forze produttive del lavoro sono grandi, tanto meno lavoro viene impiegato nella stessa quantità di prodotto, perciò tanto minore è il suo valore […]. I valori delle merci sono in ragione diretta del tempo di lavoro impiegato per la produzione di esse e in ragione inversa delle forze produttive del lavoro impiegato […]». Di qui l’apparente paradosso per cui «confrontando un articolo con l’altro nello stesso paese e le une con le altre merci di diversi paesi, potrei mostrarvi [e ad Agnelli lo mostrano merci americane e tedesche, prodotte in regime di più alti salari correlativi ad una più alta produttività del lavoro sociale, che invadono il mercato della dolce Italietta] che, a parte alcune eccezioni più apparenti che reali, in media il lavoro pagato bene produce le merci a buon mercato e il lavoro pagato male produce le merci care». Ora, è cerrto che appunto su questo “paradosso” (il quale fra l’altro smentisce la presunta incompatibilità di un «alto costo del lavoro» con una produttività sociale elevata) fa leva la demagogia padronale della «solidarietà d’interessi» fra capitale e lavoro: produciamo di più, produciamo più intensamente, più scientificamente, più razionalmente, aumentiamo la famosa “torta da spartire”; e allora, ma soltanto allora, ci sarà una fetta più lauta per tutti! Ligi all’ordine costituito e alle sue leggi, i sommi capi delle organizzazioni sindacali intonano il corso per bocca di Trentin: «Aumentare la produzione e sollecitare la domanda con l’intervento pubblico»; e cantano per bocca di Lama l’attenuazione dello sfruttamento in un’economia in espansione: «Il lavoro, se dio vuole, ha perso quella caratteristica che gli economisti chiamano elasticità e che noi, più concretamente, chiamiamo sfruttamento indiscriminato».

Gli egregi signori «dimenticano» un piccolo particolare, valido oggi come nel 1865: che cioè una simile “comunanza di interessi» si fonda su una macabra illusione. E‘ ben possibile che, dove la produttività è maggiore, salari siano più alti; ma quello che certamente cresce, proprio forza della produttività aumentata, è lo sfruttamento, «discriminato» o «indiscriminato» del lavoro. Sia pur pagato meglio in assoluto, l’operaio lavora relativamente di più per arricchire il suo nemico, «la potenza che gli è estranea e che lo domina» ribadisce le sue catene illudendosi che siano meno pesanti solo perché sono indorate, e ha sempre meno tempo e modo di ricostituire se stesso come individuo fisico e, soprattutto, come classe lottante per la sua emancipazione, – anche a prescindere dal fatto che aumento della produttività è sinonimo, in situazioni come l’attuale di aumento assoluto della disoccupazione, e, in periodi di vacche grasse, di suo aumento relativo.

E sia, dirà l’avvocato Agnelli: ma io ho altre frecce al mio arco. Dai primi albori della sua rivoluzione economica, il capitalista industriale ha sul gozzo quel sonaggio ingombrante parassitario che è la rendita; un bocconcino che gli gola ma che ha sempre esitato a rivendicare per sé nel ben giustificato timore che, rimettendo in questione la legittimità della rendita, a quei manigoldi operai passasse per la testa balzana di rimettere in dubbio, non sia mai, la legittimità del profitto. Erede lontano dell’industriale cresciuto nella dolce atmosfera di Adamo Smith e di Davide Ricardo, il sommo duce della Fiat tenta oggi il giochetto che al suo progenitore non era mai riuscito. Vediamo un po’, supponiamo che egli si sia detto, se non mi riuscisse di interessare l’operaio ad una «lotta comune contro il nemico comune», la «rendita parassitaria»! Una volta di più, ci rifacciamo a Marx:

«Rendita fondiaria, interesse e profitto industriale, sono soltanto nomi diversi per diverse parti del valore della merce, o del lavoro non pagato in essa contenuto, in egual modo da questa fonte, e unicamente da questa fonte. Essi non derivano dal suolo come tale o dal capitale come tale; ma suolo e capitale danno la possibilità ai loro proprietari di ricevere la loro parte rispettiva del plusvalore che l’imprenditore capitalista spreme dall’operaio. Per l’operaio è d’importanza secondaria che questo plusvalore, risultato del suo sopralavoro, o di lavoro non pagato, venga esclusivamente intascato dall’imprenditore capitalista, oppure che quest’ultimo sia costretto a cederne delle parti a terze persone sotto il nome di rendita fondiaria e di interessi».

La lotta per la rendita (non solo fondiaria, come si vede più sopra) è dunque una lotta in seno alla classe dominante per spartirsi il frutto del sopralavoro estorto all’operaio nel processo di produzione; se a qualcosa è interessato l’operaio non è dunque al modo di questa divisio ma all‘abolizione del proprio sfruttamento. La mano che Agnelli gli tende agitando il miraggio di una torta maggiore da spartire, è una mano unghiuta tesa ad afferrare esclusivamente per sé una parte maggiore di una torta sia pure (ammettiamolo, ma non è detto) più grossa, strappandone una fetta a quel parassita di lui superparassita che è il percettore di rendite…

Ma ecco, dell’arsenale della Fiat, salire al cielo il razzo finale: la lotta «comune» fra proletari e capitalisti per eliminare gli indegni sprechi e l’inefficienze scandalose dell’amministrazione statale, come di tutta la selva di rendite e sottorendite parassitarie annidate nelle pieghe del suo enorme mantello. Una prima osservazione. Se i capitalisti piangono sul profitto zero e riscoprono la necessità di un profitto adeguato come base della ripresa dell’accumulazione, la crescita del prodotto nazionale, la possibilità d’introdurre quelle indispensabili riforme che essi sono i primi a volere; se ci ripetono da ogni stazione radio, dalle colonne di ogni giornale, dallo schermo di ogni apparecchio televisivo, dal pulpito di ogni chiesa, che senza aumento del reddito niente riforme, e meno ancora riforme senza aumento della produttività, sarà pur lecito a noi poveri sprovveduti chiedere dove sono le riforme degli anni radiosi in cui profitto e il suo costante incremento, la produttività e la sua crescita continua, la produzione e la sua espansione illimitata, il prodotto nazionale e il suo gagliardo dilatarsi e accumularsi, facevano gridare al miracolo; ai giorni in cui tutto saliva al cielo salvo – forse per la tradizionale incredulità operaia nei miracoli – quel dannato salario? Allora il tempo che, secondo il segretario della Confindustria, adesso non c’è più, c’era e di avanzo. E tuttavia, propriuo allora è venuta maturando la situazione che il Corriere dela Sera, lanciatosi in gara di progressismo con la Stampa di produzione Agnelli, si compiace di descrivere nelle sue terribili ombre – baraccati di Roma o di Torino, i fanciulli messi al torchio e ridotti a cadaveri ambulanti, il lavoro a domicilio non meno asfissiante di cent’anni fa, le malattie professionali che dilagano, gli infortuni sul lavoro che si moltiplicano; un panorama visto soltanto dall’angolo economico ma sufficiente a far sorgere nelle anime bennate dei borghesi il terribile quesito di come mai gli operai mostrino.. disaffezione al lavoro. Le riforme non ci sono state né ci potevano essere, „malgrado“ l’enorme aumento della produttività e della „torta da spartire“. Figurarsi oggi che, a detta di lorsignori, non bastano neppure i quattrini per rimettere in moto la macchina produttiva.

L’obiezione, tuttavia, ha un carattere meramente polemico. Il punto è per noi un altro e ben più serio. Volete che la classe operaia contribuisca a rendere più snella ed efficiente la macchina statale? Dunque, vorreste che si adoperasse per ristrutturare e perfezionare lo strumento della sua coercizione come classe «subalterna». Questo Stato che si pretende inefficiente, incapace, parassita, perché si gonfia se non per il fatto che le esigenze di difesa della classe dominante vogliono che il controllo sulla classe dominata invada tutti i pori della società non lasciando – o illudendosi di non lasciare – neppure un angolo in cui la rivolta proletaria sia possibile?

E’ facile ad Agnelli, salendo alla cattedra di grande economista e scendendo dal podio di grande industriale, tuonare contro la botte senza fondo di uno Stato… divoratore dei «sani» margini profitto. Provi ad immaginare sul serio uno Stato borghese senza doppia, tripla e quadrupla polizia, senza doppia, tripla e quadrupla burocrazia anche solo per tener dietro alla selva delle contrattazioni che si svolgono sul mercato! Concediamogli che, come ha saputo organizzare in serie la produzione dell’automobile o degli elettrodomestici, avrebbe tutti i titoli per organizzare in serie, come una gigantesca catena di montaggio, la polizia, la burocrazia, la giustizia: l’effetto di tale riforma costerebbe meno alla classe dominante perché avrebbe un più alto rendimento; costerebbe infinitamente di più, in termini di oppressione, coercizione, repressione, alla classe dominata. E. prima ancora che si realizzi, la famosa lotta «comune» per riformare lo Stato raggiunge lo scopo – certo utilissimo per molteplici Agnelli e agnellini – di addormentare la classe operaia debilitandola nell’illusoria battaglia contro un nemico che di giorno in giorno cambia volto, che oggi è la rendita e domani è la destra, che oggi è l’assenteismo e domani è la catastrofe economica: una battaglia che ha un solo fine, quello di distrarla dal diritto cammino della lotta di classe e, soprattutto, dal suo epilogo in uno scontro armato per distruggere insieme rendita e profitto, capitale e salario, Stato democratico o Stato fascista.

La mano tesa dell’efficienza produttiva e dell’efficienza statale – due facce dello stesso nemico nascosto dietro un amichevole volto – non deve essere stretta dai proletari: deve essere respinta. La possibilità delle trasformazioni economiche e politiche passa attraverso la via dell’espropriazione degli sfruttatori, dell’abbattimento del loro apparato statale, della conquista rivoluzionaria del potere. Le „riforme” verranno dopo; non possono venire prima. Ereditando la produzione su grande scala e il lavoro associato, che sono le vere uniche conquiste dell’era borghese, il proletariato ne sradicherà il cancro dell’appropriazione privata, aziendale, locale, individuale, dei prodotti del lavoro sociale. Questa „riforma“ urge; la condizione preventiva della realizzazione è la conquista rivoluzionaria del potere politico e l’esercizio della dittatura proletaria. Una classe che, come piacerebbe ad Agnelli, si vende, non potrà mai emanciparsi.

Non si tratta di riformare, da soli o «alleati», lo Stato borghese; si tratta di abbatterlo.