Teoria e prassi del riformismo sindacale
Più di cinquant’anni fa, nel chiamare il proletariato a difendere le sue condizioni immediate di esistenza e le sue organizzazioni economiche dagli attacchi congiunti dello Stato borghese e delle formazioni apparentemente extra-legali del fascismo, stringendosi attorno alla prospettiva rivoluzionaria della Terza Internazionale, ingaggiammo sul filo del marxismo e dei rapporti di classe, un’aspra battaglia contro coloro che, influenzando in modo purtroppo determinante il movimento operaio, avevano abbracciato la causa della democrazia, della sua difesa o della sua „piena instaurazione“. Dimostrammo come, per gli interessi immediati e finali della classe operaia, fosse letale tanto la posizione che della democrazia faceva un punto d’arrivo programmatico, un valore „assoluto“, sacrificando le organizzazioni di classe al mito del gradualismo pacifista, quanto quella che, pur favorevole formalmente all’autonomia del movimento proletario, tendeva a concepire quell’azione di difesa o di instaurazione (o restaurazione) democratica come una fase di trapasso verso la conquista del potere.
Soprattutto contro quest’ultima tesi, perché rivolta agli strati operai meno inerti, ci sforzammo di difendere la visione marxista delle tendenze generali del capitalismo, sottolineando che un ritorno alla democrazia progressista dello Stato ottocentesco era impensabile se non nell’assurda ipotesi di far girare all’indietro la ruota dell’imputridimento imperialistico del regime borghese, mentre un ripristino formale di meccanismi democratici, anziché accompagnarsi ad un rafforzamento delle organizzazioni rivoluzionarie e ad una estensione dell’azione di difesa, avrebbe potuto essere solo il risultato dello strangolamento delle une e dell’altra.
La storia si è incaricata di confermare la giustezza della nostra impostazione, portando in un primo tempo, attraverso la difesa programmatica e frontista della democrazia, alla distruzione del movimento rivoluzionario e all’inevitabile prostrazione delle stesse lotte economiche di fronte alla controrivoluzione preventiva fascista, e in un secondo tempo, dopo che il capitalismo si era garantito un controllo diretto sugli operai salassati dalla II guerra imperialistica, al ritorno alla democrazia parlamentare, come nella nostra previsione alternativa. Così i democratici e gli antifascisti, sia „programmatici“ che „tattici“, si sono ritrovati anche formalmente nello stesso calderone controrivoluzionario.
Gli ultimi trent’anni di storia dell’opportunismo si descrivono infatti, da un punto di vista ideologico, come una serie di variazioni sul tema della democrazia, che appare ora come mezzo («la Costituzione è la base delle riforme e della via nazionale al socialismo»), ora come fine del movimento operaio («il socialismo è l’abbattimento delle forze antidemocratiche»). Parallelamente, la prassi dei partiti sedicenti „comunisti“ è oscillata e oscilla continuamente tra il riformismo pantofolaio caratteristico della socialdemocrazia di destra e il massimalismo passivo tipico di quella di centro. Tale oscillazione dei vari partiti nazional-„comunisti“ il più perfetto strumento controrivoluzionario a disposizione della borghesia, non perché le due tendenze che essi sintetizzano non siano di per sé abbastanza letali per il proletariato, ma perché la loro combinazione è la più atta a garantire sia nell’immediato che in prospettiva gli interessi di sopravvivenza del sistema.
A questo zig-zag dell’opportunismo in politica (frutto non certo dell’abilità machiavellica di questo o quel rappresentante delle Botteghe Oscure, ma dei caratteri obiettivi con cui si è imposta e si impone la controrivoluzione), corrisponde, nella prassi quotidiana, l’utilizzazione degli apparati sindacali per stroncare, nel nome sacro delle riforme, la resistenza degli operai più combattivi e la trasformazione delle sconfitte che ne derivano in strumenti di ulteriore rafforzamento del controllo sulle spinte elementari di classe. Da un lato, la propaganda riformista vanifica le spinte radicali isolandole nel mar morto delle aspettative delle masse, dall’altro la prassi che l’accompagna tende ad accrescere la contrapposizione di interessi contingenti nelle file del proletariato, favorendo la convergenza dei singoli settori di esso con le più diverse tendenze della piccola-borghesia e sostituendo alla lotta di classe la difesa di aspirazioni corporative, alla materiale solidarietà operaia la sottomissione ai parassiti proliferanti sul corpo dell’imperialismo.
È un circolo vizioso, nel quale le scosse del sottosuolo capitalistico si ripercuotono in modo contraddittorio e disorganico, aumentando la confusione e la sostanziale impotenza delle masse salariate. E occorre mettere bene in rilievo che, come sotto i fantasmi inconsistenti della democrazia parlamentare si cela un apparato repressivo d’acciaio, così sotto la vacuità dei programmi riformistici lavora una macchina che stritola giorno per giorno il potenziale di classe.
Ne segue che la lotta contro il riformismo non può essere storicamente efficace solo se non si riduce alla confutazione accademica delle sue premesse e delle sue aspettative, da un lato, e all’improvvisazione „tatticistica“ dall’altro, ma diventa la ragione d’essere di un’organizzazione rivoluzionaria capace di trarre dalla storia del movimento operaio tutte le lezioni, positive e negative, inquadrando l’attuale fisionomia dei rapporti di classe, negli errori e nelle sconfitte che l’hanno determinata; di un Partito che sappia derivare da questi insegnamenti le direttrici in base alle quali agire per incanalare le confuse spinte operaie verso l’abbattimento dello Stato borghese.
Formare questo Partito significa porsi nel solco tracciato da Marx e da Engels quando dimostrarono che non esiste lotta di classe in senso proprio, cioè azione coerente per gli interessi comuni a tutti i proletari, se non nella sintesi di tutte le spinte immediate nell’azione politica rivoluzionaria, e affermarono la validità di questo principio per tutto l’arco storico della società capitalistica anche se, nella fase in cui quest’ultima andava ancora sviluppandosi potevano verificarsi lotte trade-unionistiche non controllate direttamente dalla borghesia; lo stesso solco nel quale si collocarono Lenin e i bolscevichi ribadendo come, a maggior ragione dopo l’apertura della fase imperialistica del capitalismo, non esistesse per il proletariato altra possibilità di reale difesa immediata dalle conseguenze dello sfruttamento che nella prospettiva di un capovolgimento dei rapporti di forza tra le classi e quindi di un’influenza determinante del Partito rivoluzionario sul proletariato e sulle sue stesse organizzazioni economiche.
Cinque capi d’accusa
In forza della nostra radicale opposizione – di principio, programmatica, tattica e, per tutte queste ragioni, anche organizzativa – al riformismo, sono ad esso imputabili da noi i seguenti capi d’accusa, che rappresentano altrettante circostanze aggravanti del reato generale e permanente di anticomunismo: 1) di non esprimere neppure più una tendenza coerente allo sviluppo delle forze produttive e quindi di non essere più, come, limitatamente a questo compito storico, fu in una certa fase, progressivo; 2) di non lavorare ad inasprire i contrasti d’interessi in seno ai vari settori capitalistici, sul cui terreno tuttavia si muove e si sviluppa, ma di scaricarli sulla pelle degli operai; 3) di tradire gli interessi immediati della generalità dei lavoratori; 4) di prepararne il disarmo materiale di fronte alla prospettiva dell’aggravamento delle contraddizioni economiche e di una nuova e più tangibile miseria; 5) di irreggimentarli, proclamandosi pacifista al seguito dei vari Stati nazionali. Premesso che chiamiamo sul banco degli accusati, per favoreggiamento, anche coloro che negano la fondatezza sia pure di uno solo di questi capi d’accusa, citiamo, tra gli infiniti corpi di reato, quel capolavoro del riformismo sindacale che sono i Temi dell’VIII Congresso della CGIL.
«Le classi dominanti non soltanto si mostrano incapaci di guidare la società nella necessaria opera riformatrice, ma di fatto ne ostacolano un equilibrato sviluppo economico e sociale. L’intero Mezzogiorno e numerose altre regioni restano condannate al sottosviluppo; anche nelle zone meglio dotate, parti cospicue delle risorse materiali non sono impegnate e troppe energie umane vengono mortificate o condannate alla disoccupazione; le piccole imprese delle campagne, dell’artigianato, dell’industria minore e del commercio, sono emarginate o eliminate dalla spietata lotta per il controllo dei mercati e delle fonti di produzione; l’amministrazione pubblica non è in grado di realizzare gli interventi che la società le chiede, né di stimolare efficacemente l’iniziativa economica, né di garantire il normale e indispensabile contributo dei suoi servizi; gli investimenti languiscono, talvolta sino al punto di non consentire l’efficace adeguamento degli impianti alle esigenze di sviluppo dell’occupazione nei settori produttivi, di innovazione e di progresso tecnologico; la ristrutturazione mutila parti essenziali dell’apparato industriale; le forze attive per la produzione diminuiscono inesorabilmente, a fronte del crescere della popolazione, talché la formazione del reddito nazionale ricade su un gruppo sempre più ristretto di cittadini, mentre s’estende l’ampiezza dei settori parassitari e improduttivi; la scuola appare sempre meno in grado di assolvere al proprio compito di educazione permanente, di ricerca e di formazione per le attività professionali, né le giovani leve trovano più – al termine del ciclo scolastico – occupazione, sicurezza e possibilità di affermarsi nel lavoro le loro personalità.
«Incombono sull’oggi e, soprattutto, sul vicino domani della nostra economia le drammatiche involuzioni, che la grave crisi monetaria in corso preannuncia sul sistema degli scambi internazionali, della divisione internazionale del lavoro e dei mercati, dai quali dipende una notevole parte delle nostre attività produttive.
«Prevalgono e si aggravano nel sistema economico italiano tendenze alla sostanziale stagnazione, mentre salari, pensioni, conquiste sindacali, redditi delle famiglie, risparmi faticosamente accumulati, impegni dei bilanci pubblici per il Mezzogiorno, sono pesantemente tagliati da una inflazione ormai galoppante della quale è sintomo eloquente il continuo rincaro del costo della vita. Il fallimento del primo programma economico nazionale sintetizza in modo eloquente questa realtà.
«Utilizzando e provocando al tempo stesso il profondo malessere, che da questo stato di cose deriva a settori estesi della società, forze di ispirazione conservatrice hanno fatto cadere una pesante crisi sui rapporti politici e sociali […] Questa condizione politica incerta e carica di ipoteche negative sulle stesse istituzioni repubblicane uscite dalla Resistenza, trova ulteriori espressioni negli atteggiamenti, talvolta apertamente autoritari, di gruppi dirigenti e settori dell’Amministrazione statale».
Anticomunismo organico dei partiti e delle tendenze riformistiche
Balza qui agli occhi la funzione di salvaguardia dell’ordine borghese che il riformismo si è assunta. Non potendo non prendere atto dei prodromi di crisi che sempre più evidentemente travagliano il regime capitalistico – e non stiamo a ricordare gli avvenimenti successivi al Congresso di Bari, di fronte ai quali le posizioni espresse nei Temi non potevano non accentuarsi – esso non ha dunque neppure il pudore di fingere il pianto sulle miserie proletarie, e riserva tutto il suo rammarico alle condizioni disgraziate della produzione nazionale, degli scambi, dei mercati, degli investimenti e, in buona misura, al disagio delle piccole e medie imprese capitalistiche.
Ora, se è vero che l’acuirsi delle tensioni del sistema rende sempre più precarie le condizioni dei salariati, occorre però anzitutto ricordare come questa miseria sociale crescente sia il frutto non già degli „intenti malvagi“ delle „forze reazionarie“ „sabotanti“ l’economia nazionale al preciso scopo di nuocere agli operai e di mettere a soqquadro lo Stato democratico, ma del „normale“ sfruttamento cui è sottoposto il proletariato nei rapporti di produzione capitalistici. E tuttavia – al di là delle frasi dei Lama & Co. – la borghesia non può né rinunciare a questo sfruttamento, e impedire i necessari riflessi sulla condizione dei proletari, né – per quanto lo desideri – ovviare alla crescente disorganizzazione della produzione, al crescente divario fra zone sottosviluppate e progredite, alla continua germinazione e fagocitazione delle piccole imprese, all’incapacità della «pubblica amministrazione» ad amministrare, al ristagno degli investimenti, ecc.
Le classi dominanti non hanno il torto di ostacolare, come dicono i riformisti, «un equilibrato sviluppo economico e sociale», ma quello storicamente ben più grave di tenere rabbiosamente in piedi una società che non potrà mai essere „equilibrata“. E quand’anche si volesse intendere il termine „società“ nell’accezione generica di „specie umana“ (interpretazione impossibile, visto che i Temi di cui sopra non riescono a specificarlo altrimenti che con le categorie proprie dell’economia borghese), non ci si sarebbe avvicinati di una spanna ai termini reali del problema e quindi alla sua soluzione, poiché parlare di classi dominanti senza riferirsi allo specifico sistema di rapporti in cui esse sono radicate equivale a negare che il socialismo sia la naturale conseguenza della distruzione dei rapporti elementari della società moderna, ossia del salario e del valore. Se nel futuro è iscritta la sostituzione del proletariato alla borghesia come classe dominante, questa sostituzione non è prevista perché il primo sappia meglio gestire l’economia basata sullo sfruttamento del lavoro salariato, ma perché esso è l’unica classe che, avendo perso ogni condizione umana, «non ha altro da perdere che le proprie catene» e, quindi, la sola che, lottando per abolire se stessa, possa far sprigionare il comunismo dalle macerie del modo di produzione vigente.
Al rigetto globale dei principi del comunismo, qui chiaro anche a ciechi, non può che accompagnarsi, nel riformismo, la totale negazione del suo programma. Una volta stabilito, come fanno i nostri accusati, che i mali di cui soffre il proletariato derivano da puri e semplici difetti di gestione dell’economia, non dalle leggi immanenti di questa, il problema di eliminarli diventa quello di assumere il controllo degli apparati legislativi ed amministrativi statali (ivi compresi quegli strumenti di „sana“ amministrativa che sono i quadri dell’esercito, della polizia, della magistratura, e tutte le forze appositamente organizzate per la repressione antioperaia). La risposta alle domande sui metodi di tale conquista è nota: essa si attuerebbe nel gioco del meccanismo democratico delle maggioranze e delle coalizioni parlamentari, centrali o periferiche. Ma, per gli eredi del riformismo del bel tempo antico, questa è solo l‘arma estrema a cui ricorrere. La «volontà democraticamente espressa delle masse» può infatti, secondo costoro, costringere gli attuali dirigenti statali ad imboccare la „retta via“ con relative aperture a sinistra (potremo così contare in modo imperituro sulla „profonda cultura“ e „lungimiranza amministrativa“ di un Giolitti o della famiglia La Malfa, finalmente al servizio del popolo!). Ma lasciamo loro la parola:
«La condizione attuale è conseguenza di una serie di fattori interni ed internazionali. Si scontrano vizi e responsabilità gravissimi dei gruppi imprenditoriali privati e pubblici, il loro disarmo e la diserzione di fronte all’invadenza del capitale straniero, l’incapacità di prevedere e di assumere coraggiose iniziative trasformatrici, la rinuncia dei governi a svolgere una diversa azione di indirizzo, selezione e stimolo: vizi resi più gravi da una direzione della Pubblica amministrazione inadeguata alle esigenze di uno Stato moderno, democratico e fortemente industrializzato. Tutto ciò grava su modo intollerabile sui lavoratori e sull’intera società.
«Le masse lavoratrici hanno conquistato una sempre più chiara coscienza della loro funzione nella società e respingono questo stato e le prospettive in esso implicite. È così possibile rovesciare la tendenza in atto, condurre l’economia a uno sviluppo qualificato da una crescente domanda di beni, di servizi collettivi e di investimenti per l’occupazione, utilizzando a questo fine tutte le risorse esistenti ed impegnando coerentemente il capitale pubblico e il potere statale nella lotta per una nuova politica economica e sociale.
«La classe lavoratrice e il movimento sindacale in particolare sono in grado di indicare alla nazione italiana soluzioni positive, fondate su un programma di sviluppo economico, sociale e civile tale da avere il sostegno dei lavoratori dipendenti, di altri ceti sociali operosi, di élites della cultura e della scienza».
La requisitoria di Lenin
Sia l'“ipotesi“ tradizionale, sia quella qui esposta, devono però fare i conti col programma rivoluzionario. Lenin, in Stato e Rivoluzione, scrive:
«Lo Stato sorge là, nel momento e in quanto, dove, quando, e nella misura in cui le contraddizioni di classe non possono oggettivamente essere conciliate. E al contrario: l’esistenza dello Stato dimostra che le contraddizioni di classe sono inconciliabili […]. Se lo Stato è il prodotto dell’inconciliabilità delle contraddizioni di classe, se esso è una forza che sta al di sopra della società e „che si estranea sempre più“ dalla società, è chiaro allora che la liberazione della classe oppressa non è possibile non solo senza rivoluzione violenta ma anche senza la distruzione di quell’apparato di potere statale che è stato creato dalla classe dominante e nel quale questa „estraniazione“ si è incarnata […]. Nella repubblica democratica – scrive Engels – «la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura», precisamente in primo luogo per mezzo della «corruzione diretta dei funzionari», in secondo luogo per mezzo dell’«alleanza tra governo e Borsa».
«Attualmente l’imperialismo e il dominio delle banche hanno „sviluppato“ entrambi i metodi di difesa e di realizzazione dell’onnipotenza della ricchezza in qualsiasi repubblica democratica sino a farne un’arte raffinata […]. L’onnipotenza della „ricchezza“ perciò è più sicura in una repubblica democratica, in quanto non dipende dal cattivo involucro politico del capitalismo. La repubblica democratica è il miglior involucro possibile del capitalismo e per questo il capitale, essendosi impadronito […] di questo involucro – che è il migliore – fonda il suo potere in modo talmente solido, talmente sicuro che nessun cambiamento né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell’ambito della repubblica democratico-borghese può scuoterlo […].
«La rivoluzione deve consistere non nel fatto che la nuova classe comandi, diriga con l’aiuto della vecchia macchina dello Stato, ma nel fatto che questa classe spezzi la macchina e comandi, diriga con l’aiuto di una nuova macchina…».
Quanto alla seconda alternativa di azione riformista (tanto più pericolosa in quanto, in apparente contrasto col tradizionale riformismo legislativo, sembra fare appello all’azione diretta degli operai), le risponde la polemica leniniana col rinnegato Kautsky:
«L’obbiettivo dello sciopero di massa – scrive Kautsky – non può mai consistere nella distruzione del potere statale, ma solo nel portare il governo a far concessioni su un qualche problema determinato o a sostituire un governo ostile al proletariato con un governo che gli vada incontro […]. Mai, e in nessun caso, ciò [la vittoria del proletariato su un governo ostile – precisa Lenin] può condurre alla distruzione del potere statale, ma solo a un certo spostamento dei rapporti di forze all’interno del potere statale […]. E scopo della nostra lotta politica resta in questo caso, come lo è stato fino ad ora, la conquista del potere statale mediante il conseguimento della maggioranza in parlamento e la trasformazione del parlamento in padrone del governo».
«Questo [commenta Lenin] è ormai opportunismo della più bell’acqua e del più volgare: è rinuncia alla rivoluzione nei fatti pur continuando ad ammetterla a parole […]. Quanto a noi, romperemo con gli opportunisti; e tutto il proletariato cosciente sarà con noi nella lotta non per lo „spostamento dei rapporti di forze“ ma per il rovesciamento della borghesia, per la distruzione del parlamentarismo borghese, per la repubblica democratica del tipo della Comune, per la repubblica dei soviet dei deputati operai e contadini, per la dittatura rivoluzionaria del proletariato».
I piani di ristrutturazione economica dell’opportunismo
Ma, anche ammettendo per assurdo che lo Stato «uscito dalla resistenza antifascista» (benché in trent’anni non abbia modificato in nulla la tendenza costante al peggioramento delle condizioni generali del proletariato) possa situarsi in una sfera metafisica, estranea alle leggi della dittatura di classe, vediamo – a riprova di tutti i nostri capi d’accusa – in che cosa si sostanzi il piano di ristrutturazione economica proposto dall’opportunismo.
La caratteristica più evidente del „pacchetto“ di riforme approvato dall’VIII Congresso della CGIL e comune, nelle linee generali, alle tre confederazioni è il continuo oscillare fra la proposta di piani di concentrazione produttiva e finanziaria o di espansione di mercato, in nulla diversi dai sogni del capitale ad alta produttività e a forte composizione organica, e il recupero delle spinte reazionarie delle piccole imprese capitalistiche e dei settori parassitari delle mezze classi.
In tale fenomeno, gli esperti in dialettica da salotto delle varie formazioni „extraparlamentari“ credono di vedere lo scontro fra due tendenze, una „arretrata“ e una „avanzata“, del riformismo. Questa interpretazione (che apre la strada a tutta una serie di soluzioni „tattiche“ in completa antitesi con la corretta azione rivoluzionaria rumorosamente rivendicata a parole) non ha nulla di marxista, ed è inequivocabilmente smentita dalla dinamica delle contraddizioni dell’epoca imperialista.
Questa vede l’elevarsi all’ennesima potenza dei contrasti di interessi all’interno del capitalismo: fra zone economicamente sviluppate e zone arretrate, fra spinte alla penetrazione e diffusione del modo di produzione borghese e tendenze alla conservazione, in funzione subordinata, di modi di produzione precapitalistici ecc. Tutti i conflitti di questo tipo rappresentano certo un enorme potenziale, per la strategia rivoluzionaria. Ma, siccome questa non può considerarsi e svilupparsi in modo disgiunto dai principi e dal programma, il movimento di classe può avvalersi delle debolezze obiettive del fronte avversario per rafforzarsi solo se fa dei suoi principi e del suo programma un effettivo schieramento contro l’opportunismo, che rappresenta appunto la tendenza del capitalismo a mediare le proprie contraddizioni, almeno in via provvisoria, scuotendo i proletari in qualunque parte del mondo si trovino.
Nato sul tronco dell'“aristocrazia operaia“ e della sua vitale esigenza non di sovvertire ma di conservare il regime vigente, l’opportunismo si differenzia dagli altri partiti ed organizzazioni borghesi per il fatto di difendere gli scopi antiproletari a tutti comuni, tanto più efficacemente in quanto gode di un certo seguito nelle file della classe lavoratrice: è questa caratteristica che ne abilita i partiti e le organizzazioni ad integrate validamente la funzione propria dell’apparato statale capitalistico di strangolamento della lotta proletaria di classe. Non v’è dubbio che in tali partiti ed organizzazioni si manifestino spinte caratterizzate da una propensione più specifica per questo che per quel gruppo di interessi capitalistici, ma tali „inclinazioni soggettive“ realizzano praticamente le loro finalità anticomuniste proprio frammentando in obbiettivi particolaristici i comuni interessi proletari alla difesa delle condizioni di vita e lavoro e dividendo la classe in settori isolati, i cui movimenti possono solo approdare alla concorrenza corporativa per l’appropriazione di briciole del banchetto borghese. Il proletariato potrà diventare, da elemento passivo, fattore attivo e dirompente delle contraddizioni intrinseche del sistema solo quando, sotto l’influenza del partito rivoluzionario e in fasi di incandescenza del conflitto sociale, riuscirà a sgretolare e distruggere i partiti e le organizzazioni dell’opportunismo, cioè uno dei principali diaframmi fra il proletariato e il suo attacco violento alla roccaforte centrale del dominio degli sfruttatori, lo Stato.
Dalla “politica degli investimenti” alla “difesa della piccola impresa”
Passando in rapida rassegna gli aspetti particolari della cosiddetta «politica delle riforme», vi troviamo una serie di richieste di più diretto intervento dello Stato in funzione di collettore e ridistributore del capitale finanziario, onde favorirne la conversione in investimenti a più alto saggio di profitto e incanalare la domanda di beni di consumo in modo da adeguarla rapidamente alle esigenze produttive. Basti una citazione fra le tante:
«Un ruolo efficace può svolgere anche immediatamente l’attuazione di un piano della chimica, il quale inserisca la Montedison nel sistema delle partecipazioni statali e ne faccia – con l’ENI – strumenti per uno sviluppo del settore, collegato alle esigenze dell’agricoltura, dell’edilizia, dell’industria tessile e delle manifatture plastiche. Tale piano deve fondarsi sulla piena utilizzazione delle risorse che può fornire alla chimica l’industria mineraria italiana, grazie alle riserve di materie prime che esistono in particolare nel Mezzogiorno e in Italia […]. La persistente crisi del settore edilizio ha posto in evidenza l’impossibilità di continuare a fare di esso un grande volano delle attività produttive, fintantoché si privilegi solo la costruzione di abitazioni, specie da parte del settore privato. Anche la ristrutturazione del settore della distribuzione deve essere considerata all’interno della domanda che la proposta complessiva del sindacato è in grado di produrre».
Lo stesso intervento è auspicato per il potenziamento di tutte quelle infrastrutture, il cui approntamento e la cui gestione, pur non dando luogo ad alti profitti o richiedendo un lungo periodo di rotazione e la messa in moto di un’enorme massa di capitali (e non potendo quindi essere accollati a concentrazioni capitalistiche anche forti ma isolate), compensano largamente gli svantaggi contingenti con la moltiplicazione delle possibilità di estorcere sopralavoro da parte del capitale complessivo („opere pubbliche“ varie, linee di trasporto e comunicazione, scuole che forniscano – formando le competenze tecniche elementari e medie per le contingenze del sistema – forza di lavoro del tipo, nella quantità e al prezzo voluti, ecc.). Lo stesso discorso si applica alla «strategia per il Mezzogiorno», che, alle condizioni suddette, può garantire un’enorme massa di potenziale forza lavoro a basso costo di produzione, e a quella per l’agricoltura, per la quale i riformisti reclamano un aumento del capitale destinato alla trasformazione industriale dei prodotti, e così via.
Come si vede, l’aspetto „rivendicativo“ del programma del riformismo equivale all’opera di sostegno degli interessi capitalistici e di freno alla caduta tendenziale del saggio di profitto, che ogni governo borghese degno di tal nome deve necessariamente svolgere e ha sempre svolto, anche se in modo tormentato e contraddittorio come è vero di ogni tentativo della classe dominante capitalistica di „pianificare“ la propria economia.
A integrazione della prima parte del piano riformistico v’è il piano di sostegno delle mezze classi. Questo punto riguarda, nessuna differenza che ci si illuda di poter riscontrare tra piccola borghesia produttrice di beni e piccola borghesia burocratizzata può smentire la prognosi marxista circa la condanna della piccola e media azienda, e del piccolo e medio capitale, alla sparizione sotto il rullo compressore di quelle stesse forze che hanno tenuto a battesimo. Se infatti la piccola borghesia del primo e del secondo tipo viene mantenuta in vita, non è per le „funzioni tecniche“ che essa assolve ma perché, nel terrore costante della proletarizzazione, essa è tutta tesa a difendere l’ordine sociale esistente da una possibile rinascita della lotta di classe. La piccola borghesia inserita nella produzione assolve poi un compito specifico nella tendenza a comprimere il valore della forza lavoro vivendo sulla pelle di operai sottopagati col ricatto del fallimento dell’impresa e della disoccupazione. E questi proletari, per la loro maggior miseria, costituiscono un esempio a „edificazione“ di tutti gli altri.
Ciò che caratterizza il piano opportunistico e che calza come un guanto nella sua funzione antioperaia non è la capacità (che non può avere) di risolvere la contraddizione insita nel regime borghese fra le spinte alla concentrazione e la ridistribuzione a scopi politici di margini di profitto, ma il fatto di prospettare nuove e più perfezionate tecniche per ottenere che, magari con la concessione di qualche altra frangia di profitto, le mezze classi potenzino in progressione geometrica il loro sbarramento controrivoluzionario. Il piano suddetto prevede infatti di compensare l’erosione dei redditi diretta percepiti da questi strati (rendite bancarie, profitti del piccolo commercio e dell’agricoltura, ecc.), facendoli partecipare alle erogazioni previdenziali ed assistenziali mediante le quali lo Stato borghese amministra il salario differito dei lavoratori (riforma sanitaria e pensionistica, prestazioni indirette varie, riforma, per certi aspetti, della casa, ecc.). Attraverso questi istituti si genera un complesso effetto in senso conservatore: il proletariato, che ha depositato nelle casse dello Stato la parte del salario destinata a coprire i costi indiretti della sua riproduzione come classe per il capitale, viene legato direttamente, per la sua sopravvivenza, alle sorti dello Stato stesso; quest’ultimo può contare sull’amministrazione diretta di ingenti quantità di capitali da destinare secondo le necessità della classe dominante. Chiamando la piccola-borghesia a parteciparvi, il capitale non solo realizza un risparmio generale, perché ne mantiene il tenor di vita limitandosi a versare un’aliquota in servizi centralizzati, ma soprattutto raggiunge lo scopo fondamentale di agganciare il proletariato agli interessi di conservazione delle mezze classi e quindi di se stesso.
Su tale base, tutta la parte delle tesi del Congresso della CGIL che tratta più specificamente degli obiettivi e delle forme della lotta economica (da noi ampiamente criticata in altra sede) rivela non solo l’intento del sabotaggio e dell’aperta negazione dell’azione di classe, ma quello del positivo incanalamento delle spinte operaie sotto il diretto controllo dello Stato capitalistico. Questo sarà tanto più vero nella prospettiva, pure delineata nei Temi, di un’amministrazione sindacale dei fondi destinati ai fini suddescritti, che non farà altro che realizzare, in forma – se possibile – ancor più interclassista, le famigerate esperienze di „autogestione“.
Dalla constatazione del carattere sempre più organicamente controrivoluzionario della politica riformista balza evidente come e perché non vi sia più nulla da attendere dagli apparati politici ed economici sedicente operai oggi esistenti, né nel senso che possano, in quanto tali, essere riconquistati alla politica rivoluzionaria, né in quello che siano utilizzabili ai fini di un avvicinamento a questa, mentre è urgente e luminosamente ribadito dai fatti la necessità di lavorare in mezzo agli operai, dovunque siano raggiungibili in quanto operai (quindi anche nei suddetti apparati), per indirizzarne i movimenti contro il riformismo e la sua politica e contro il peso schiacciante delle organizzazioni che la incarnano, nella prospettiva di una ripresa generale della lotta di classe e, nel suo quadro, di anche la resistenza non fittizia agli effetti necessari dello sfruttamento capitalistico, quali che siano gli organismi intermedi, cinghie di trasmissione del programma del Partito rivoluzionario comunista, ai quali quella ripresa darà vita.