L’unità d’azione del proletariato e noi comunisti
Il Partito comunista ha detto in termini chiarissimi, e nel generale consentimento, non solo di tutti i suoi militi, ma di grandi strati del proletariato organizzato, la sua parola sulla situazione attuale, invocando l’azione unita di tutti i lavoratori organizzati per un movimento su scala nazionale contro la offensiva capitalistica.
Dapprima questa proposta è stata tacciata di demagogia, si è cercato di celarne l’importanza, di svalutarla colla solita e idiota congiura del silenzio. Ma questo gioco non poteva continuare, dinanzi alla sollevazione di consensi che il nostro chiaro ed esplicito programma di azione ha determinato tra le masse.
Oggi dall’altra sponda, dai dirigenti della più grande organizzazione nazionale italiana, viene una voce diversa, viene un appello alla unità e alla concordia motivato dalla gravità dello sforzo che essa in questo momento richiede al proletariato, assalito da molteplici schiere di nemici, su tutti i fronti.
La verità delle nostre affermazioni si è imposta ai più tendenziosi dei nostri avversari. Nella situazione di crisi che oggi viviamo, la stessa organizzazione economica e professionale dei lavoratori, se non vuole scomparire colla ricaduta del proletariato in condizioni di servaggio che sembravano per sempre sorpassate, deve accettare una lotta generale, deve raccogliere le provocazioni e le sfide avversarie, deve scegliere tra il lento dissolvimento e la lotta suprema in cui lanci con risolutezza tutte le sue energie.
Unità è quindi la parola d’ordine del momento. Unità perché le battaglie parziali che impegnassero separatamente singole categorie di operai o maestranze di una sola fabbrica o di una città o di una regione sono condannate all’insuccesso, dato che le forze su cui poggia l’offensiva avversaria hanno imposizione generale e movimento centralizzato. Unità in ragione del fatto che, se nel periodo di progressive conquiste di sempre maggiori vantaggi e miglioramenti è concepibile la tattica delle azioni staccate, oggi che questo periodo ha ceduto il posto a quello dell’attacco padronale contro le posizioni raggiunte, si impone il fronte unico dei lavoratori di tutte le località e di tutte le categorie.
Unità è la parola d’ordine dei comunisti, in un senso che va anche più oltre, e completa il precedente, ossia unità d’azione delle organizzazioni politico-sindacali diverse. I comunisti affermano che la divisone delle forme organizzate sindacalmente del proletariato è una ragione di debolezza, e che la unione in una unica grande federazione nazionale dei sindacati di tutti gli organismi professionali esistenti è una condizione di vittoria non solo per gli interessi immediati dei lavoratori, ma anche per quel loro interesse meno immediato, e di ordine generale, che si traduce unicamente nel programma di attuazioni offensive rivoluzionarie che è sostenuto dalla Internazionale Comunista.
Quindi, procedendo perfettamente sulla sua cosciente e precisa linea di azione, il Partito Comunista per mezzo del suo Comitato sindacale propone che per l’azione comune del proletariato italiano nelle tragiche contingenze attuali si crei il fronte unico di tutti i lavoratori organizzati, e invita ad una azione simultanea e concordata la Confederazione del Lavoro, la Unione Sindacale, il Sindacato dei Ferrovieri.
Ma, sulla base della indispensabile concordia di finalità e di metodo tra i lavoratori coscienti della necessità di lottare per la causa comune, il Partito Comunista non declina certo, non sospende per un momento, il suo specifico compito: indicare alle masse lo sviluppo della loro azione emancipatrice in tutto il suo processo, lottare per difenderle dai pericoli e dalle insidie di metodi di lotta errati che andrebbero a vantaggio dell’avversario borghese.
Il Partito Comunista propone oggi lo sciopero generale nazionale proclamato, per la difesa dei noti postulati, da tutte le organizzazioni sindacali italiane, e lo propone anche perché sa che su questo terreno si delineerà chiaramente tra le grandi masse la convinzione rivoluzionaria che per aver ragione definitivamente degli sfruttatori si dovrà volgere la lotta contro il potere politico borghese e organizzare la vittoria nella dittatura politica del proletariato, per la edificazione del comunismo.
Quindi accordo e concordia tra tutti i lavoratori, senza distinzione di professione o mestiere, di città o provincia, senza rivalità di organizzazioni sindacali dissidenti. Ed anche azione concorde tra i lavoratori di diversa fede politica, se si vuole, perché i comunisti non propugnano le lotte fratricide in seno al proletariato. Ma nessun disarmo innanzi alla predicazione e all’azione di quei capi, che l’azione proletaria, indirizzata allo sviluppo rivoluzionario dalla forza delle cose anche se i lavoratori che vi partecipano hanno le più diverse tessere politiche, tendono, come mille volte fecero, a deviare nella collaborazione e nel compromesso con l’avversario.
Quando tutto il proletariato sarà in movimento, il Partito comunista adopererà tutta la forza della sua organizzazione per evitare che il movimento si impantani, come troppe volte è avvenuto in Italia, nella incertezza dei molti e nel disfattismo di pochi mestatori. E questo diciamo più che agli altri ai nostri compagni che non devono mai perdere di vista il sicuro metodo di azione del partito.
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Per ora, senza far compromessi con nessuno, noi domandiamo molto poco, ed è evidente il nostro diritto a dire che solo i nemici della causa proletaria possono rifiutare quanto chiediamo.
Noi proponiamo che si creino le basi per il fronte unico sindacale proletario. Se si vuole addivenire a questo criterio di azione di insieme di tutti i lavoratori, non si ha che ad accogliere quanto il Comitato Sindacale Comunista propone. Gli articoli di giornale, di cui non si sa bene la paternità e l’autorità, valgono assai poco.
Si dica chiaramente che cosa si pensa della proposta comunista. Vi sono oggi altri mezzi di azione a disposizione del proletariato, per difenderlo dalla riduzione dei salari, dalla livragazione dei concordati, dalla lacerazione dei patti agrari, dalla disoccupazione, dalla prepotenza delle forze regolari e irregolari della classe dominante? Si espongano questi programmi di azione si portino al giudizio delle masse.
Si convochino i consigli nazionali delle grandi organizzazioni operaie per discutere la situazione. Si faccia in modo che in queste assisi possa parlare la viva voce degli interessati, dei proletari, e non la si soffochi sotto le solite procedure funzionaristiche, si assicuri la rappresentanza di ogni Camera del lavoro, eletta per referendum e con criterio proporzionale.
Si dia la parola alle masse. Noi non sentiamo il bisogno di modificare nessuna parte del nostro programma per averle con noi, di tracciare nessuna diagonale risultante dagli ibridismi di vari metodi politici. Noi sentiamo che il proletariato, quando sarà tutto unito, verrà intorno alla nostra bandiera, appunto perché mai accetteremo di piegarne un lembo. Possono gli altri dire altrettanto? Andare, colla nostra aperta e palese azione, verso queste chiarificazioni, è il nostro diritto e il nostro dovere. Il nostro metodo è tale che esso non peserà mai se non contro i nemici e i traditori del proletariato.
La proposta del Comitato Sindacale Comunista e i funzionari sindacali
Si incomincia a cambiar metodo da parte dei funzionari sindacali nel combattere la proposta del Comitato Sindacale Comunista! Dapprincipio è stata la risposta incosciente e villana del mandarino disturbato nel suo lavoro di severo dispensatore di giustizia e che ha la profonda convinzione di possedere intera la coscienza del bene e del male di questo basso mondo e dell’ultra; poi è stato il tentativo di distogliere da quella proposta la mente dei lavoratori, mediante la presentazione di un ridicolo controprogramma di immediata (?!) attuazione, stilato dai venerabili sacerdoti della direzione del più grande Barnum del mondo; adesso si vuole mettere alla prova la intrinseca efficacia di quella proposta mediante il pacato ragionamento, mediante la discussione.
Questo fatto ci dice in primo luogo che i primi due tentativi dei nostri avversari (chiamiamoli eufemisticamente così) sono completamente falliti al loro scopo; secondariamente ci avvertono che la proposta del Comitato Sindacale Comunista ha interpretato magnificamente la volontà e l’aspirazione delle masse; le quali l’approvano non tanto perché convinte dei buoni argomenti quanto perché pressate alle reni da indilazionabili necessità.
Il mandarino Baldesi sperava con un deciso colpo di spada di stroncare ogni discussione di quella proposta in seno alla classe operaia; ma, per fortuna, l’amarissima realtà gli deve avere appreso che Stenterello, se anco possiede la suprema investitura del pontefice del Barnum, non ha assolutamente la stoffa di Alessandro! In quanto la controprogramma del lungimirantissimo Serrati; esso è morto prima di nascere. Le masse, malgrado i fervorini direzionali ed i pistolotti dei mandarinetti di seconda e terza categoria, non se ne sono neppure accorte. Parce supultu!
Vediamo dunque di accettare la lotta degli avversari anche sul terreno della discussione. Ciò non ci spaventa affatto; ci sarà modo di provare anzi come la proposta del Comitato Sindacale Comunista, malgrado le volgari diffamazioni mandarinesche, non sia stata determinata da basso spirito di speculazione politica o da insopprimibile demagogicomania, ma unicamente ed esclusivamente per difendere nel miglior modo possibile gli interessi della classe lavoratrice, oggi serissimamente minacciati dall’offensiva padronale.
La tattica del caso per caso
Per comprendere bene tutto il valore della proposta del Comitato Sindacale Comunista bisogna prima guardare a quelli che furono e che sono i risultati della tattica «caso per caso» adottata dalla Confederazione Generale del Lavoro e sanzionata dai dirigenti del Partito Socialista.
Questa tattica non fu propugnata soltanto nel caso specifico della lotta padronale contro i salari e per la completa svalorizzazione (e quindi per la loro distruzione) delle organizzazioni; ma trova la sua nefasta applicazione anche nella lotta contro le brigantesche imprese del fascismo, sia a marca industriale che agricola. Non appena cominciarono a verificarsi in Italia i crimini della guardia bianca, i dirigenti della Confederazione, lungi dal propugnare e dal preparare (dato e non concesso che non fosse possibile un intervento tempestivo ed immediato di tutte le masse operaie) un’azione energica ed a carattere nazionale, si fecero in quattro per infrenare le spontanee ribellioni dei lavoratori; e, con una evidente contraddizione in termini, si diedero a predicare che ciascuna località facesse quello che poteva e se la sbrigasse da sola contro tutta la schiera dei suoi inesorabili nemici. Fecero anzi di più: con la loro proverbiale leggerezza derisero e chiamarono vili tutti coloro che compresi delle impossibilità dell’azione locale reclamavano ad alta voce un’azione difensiva di tutta la classe lavoratrice.
I risultati di un simile procedere oggi si possono toccar con mano. In alcune regioni le organizzazioni nostre furono abbattute, i nostri migliori compagni uccisi o raminghi pel mondo; le masse che hanno la sensazione tutt’altro che ingiustificata, di essere state abbandonate nel momento del pericolo, sono disorientate, e anche volendolo non potrebbero iniziare direttamente una concorde azione di assieme.
Poi venne l’offensiva del padronato intesa alla silurazione dei concordati e alle riduzioni salariali.
Il padronato, che senza dubbio dimostra di avere una più chiara coscienza dei mezzi necessari alla lotta, iniziò la sua battaglia asserendo che tutte le conquiste morali della classe operaia sarebbero state scrupolosamente rispettate e che solo si trattava di ridurre i salari nei limiti strettamente necessari onde permettere alla industria italiana di reggere alla concorrenza dell’estero. Contemporaneamente, però, esso tentava di imporre Commissioni Interne di propria fiducia, poneva il veto contro i migliori esponenti delle maestranze; iniziava il licenziamento dei compagni sotto il pretesto della mancanza di lavoro e preparava indefessamente l’offensiva generale ed a fondo contro il proletariato.
Anche in questa occasione ci fu la parola d’ordine (…)
Dopo essersi posti sull’identico piano degli industriali e di aver belato insieme a loro sulla necessità urgente di difendere ad ogni costo l’industria nazionale; dopo aver riconosciuta giusta, in linea di principio, la riduzione dei salari imposta, secondo essi e secondo gli industriali, dalle precarie condizioni dell’industria, tutti i dirigenti delle Federazioni riformiste e della Confederazione consigliarono di arrangiarsi localmente. Solo nel caso che le conquiste morali della classe lavoratrice fossero minacciate, tuonavano i riformisti, il proletariato intero sarebbe intervenuto onde far comprendere al padronato che non si torna indietro … Le conquiste morali non solo furono minacciate: in diverse località essere vennero addirittura soppresse; ma i dirigenti dei massimi organismi operai si guardarono bene di tradurre in atto le loro vuote quanto spavalde minacce.
Anche in questo campo i risultati furono disastrosi. Singoli reparti, interi stabilimenti, intere categorie dovettero subire le condizioni dettate dai padroni; e noi vediamo profilarsi di già la sconfitta totale del proletariato se – volenti o nolenti i suoi capi – esse non cambierà strada.
Al bivio
Se, dunque, la tattica del «caso per caso» del «si salvi chi può» ha fatto bancarotta e minaccia di disperdere tutto quanto la classe operaia ha conquistato in un cinquantennio di durissime e asprissime battaglie; se questa tattica si dimostra alla chiarissima luce dei fatti, come profondamente esiziale al movimento dei lavoratori; egli è certo che le organizzazioni vengono a trovarsi ad un bivio davanti il quale devono per forza di cose decidersi: o al metodo del «caso per caso» sostituiscono quello dell’azione generale e simultanea della classe lavoratrice, oppure rinunciano interamente alla lotta delegando le loro sorti al ridicolo patrocinio della rappresentanza parlamentare, o meglio ai sentimenti di filantropia e di umanità delle classi borghesi.
A dire il vero, quantunque questa seconda possibilità presentata in questo modo sembri non essere caldeggiata nemmeno dai più destri fra i destri, tanto è buffa, tanto è madornale, tanto è in contrasto con la più elementare esperienza storica dei lavoratori; tuttavia essa risponde nella sostanza alle vere intenzioni dello stato maggiore confederale. Noi non abbiamo nessuna ragione per ritenere la risposta del signor Baldesi alla proposta del Comitato Sindacale Comunista, come una semplice manifestazione personale: ne abbiamo parecchie, invece, per ritenerla come la espressione del pensiero collettivo del Consiglio Direttivo della Confederazione. Ebbene, basta leggere gli sperticati elogi contenuti in quella risposta all’opera parlamentare che dovrebbero svolgere i rappresentanti del proletariato, particolarmente nei riguardi del problema della disoccupazione e di quello dei disoccupati, per convincersi che a non altro mirano i dirigenti confederali, se non a sostituire l’azione rivoluzionaria delle grandi masse con quella diplomatica e con l’intrigo dei pseudo rappresentanti del proletariato al parlamento.
È certo però, che se i dirigenti mirano a questo, le masse che non vivono di sofismi ma di cose tangibili e serie propendono per ben altre forme di difesa, e guardano con la più viva speranza all’azione generale di tutte indistintamente le categorie dei lavoratori.
Sciopero economico o politico?
È questa la domanda che costantemente ci rivolgono i nostri avversari. Essi, abituati al casellario, vogliono sapere se si tratterà di uno sciopero economico o di uno sciopero politico; e dopo avere avanzato entrambe le ipotesi, vengono fuori con una filza di ragionamenti intenti a dimostrare che, sia nell’un caso che nell’altro caso, al proletariato non toccherebbe che la sconfitta. Conclusione, questa, la quale serve a pennello onde valorizzare ancor più l’altro metodo: quello della maggiore utilizzazione dell’attività parlamentare!
Noi potremmo rispondere agevolmente che il voler catalogare uno sciopero generale fra gli scioperi economici o fra quelli politici, segnando fra essi una netta linea di separazione, è troppo superficiale, troppo semplicistica. Affermiamo invece semplicemente che queste domande non hanno affatto ragione di essere.
Lo sciopero generale proposto dal Comitato Sindacale Comunista ha, prima di tutto, uno scopo sindacale, e questo è già sufficiente perché esso non possa essere interpretato come pura questione di salario. Dietro al salario, dietro l’orario, ci stanno vitalissime questioni di principio le quali debbono assolutamente essere salvaguardate se non si vuole precipitare fino in fondo. Ora queste questioni di principio non possono essere difese soltanto mediante la regolazione o la sospensione pura e semplice della mano d’opera ai datori di lavoro, specialmente in momenti di fortissima depressione industriale come i presenti, ma devono essere trasportate in un altro campo; o meglio, devono provocare l’intervento di altre forze. Orbene, quali possono essere queste forze se non quelle messe in moto da un movimento così grandioso e gravido di possibilità qual è uno sciopero generale? Chi non vede che se si fallisce su questo terreno, nessun altro può offrire, allo stato attuale delle cose, una possibilità di salvezza?
Ma, incalzano gli avversari, ammenochè non si sia dei demagoghi irresponsabili si deve riconoscere che, fin che siamo in società capitalistica, o si tien conto dello stato delle industrie, o le industrie si chiudono e non si lavora affatto.
Questo è, si può dire, l’argomento principe dei nostri avversari: esso sembra metterci definitivamente con le spalle al muro; ed invece dimostra soltanto la incomprensione assoluta, da parte di essi, delle cause della crisi e dei mezzi necessari per superarla.
Essi dimostrano di credere che l’attuale crisi non è affatto una crisi di regime ma può essere superata mediante delle transizioni da parte della classe lavoratrice; essi dimostrano di credere che le industrie possono essere salvate mediante le riduzioni di salario agli operai; attribuendo, quindi, anche alla loro opera rivolta a conseguire alti salari, una parte di responsabilità dell’attuale crisi industriale; essi dimostrano, inoltre, di esser disposti a salvare ad ogni costo le industrie entro gli attuali rapporti di classe, anche se ciò dovesse significare la più grande disfatta del proletariato.
Noi neghiamo tutto questo. Noi affermiamo che l’attuale crisi non può essere risolta nell’ambito dei rapporti borghesi di produzione; noi affermiamo che non le riduzioni salariali possono salvare l’industria; ma soltanto la subordinazione dell’industria alle sole necessità della classe lavoratrice può ridare ad essa la possibilità dell’illimitato e pacifico sviluppo. Affermiamo infine che non siamo disposti a nessun sacrificio per salvare le industrie nelle mani degli sfruttatori.
Anche a questo riguardo la proposta del Comitato Sindacale Comunista inquadra ed interseca in modo preciso quelle che sono le necessità immediate della difesa degli organismi proletari con quella che dovrà essere la lotta di offesa del domani. La proposta del fronte unico proletario e quella stessa dello sciopero generale mirano appunto a stroncare da una parte la malefica influenza dei riformisti sulle organizzazioni e a distruggere le illusioni delle realizzazioni riformiste nelle grandi masse; dall’altra tendono a preparare quella base unitaria di azione senza la quale difficilmente un movimento rivoluzionario – anche presentandosi la situazione sotto tutti gli altri aspetti favorevoli – potrebbe avere la possibilità di rapido sviluppo e di vittoria.
È appunto questa possibilità di un movimento rivoluzionario che maggiormente spaventa i riformisti. Essi sanno che in tale evenienza tutte le loro influenze crollerebbero e con esse crollerebbero tutti i sogni di pacifica rinnovazione sociale e tutte le possibilità di conservazione delle forme e degli apparati democratici che loro stanno tanto a cuore.
Per impedire che ciò avvenga essi ricorrono alle solite argomentazioni della dipendenza dell’Italia dall’estero per tutto quanto ha attinenza con la sua vita economica, industriale, ecc.. Ma il proletariato sa già quale è il valore di simili argomenti; esso sa pure che senza immani sacrifici non potrà conseguire la propria liberazione..
PIT.
Ai lavoratori del legno di tutti i paesi
Lavoratori del legno! Allora che l’equilibrio del mondo intero si trova distrutto in causa dell’ultima guerra, il capitalismo ha dimostrato la sua completa impotenza a compiere l’opera del giorno che consiste nel riorganizzare e nello sviluppare le forze produttive di ciascun paese. Il fatto dell’impotenza del capitalismo è sufficientemente dimostrata dalla violenza della crisi attuale che ha come risultato una disoccupazione spaventosa. Il capitalismo vi precipita sempre più in fondo nell’abisso della fame e della miseria. La situazione si complica ancora per l’offensiva del capitalismo mondiale contro la classe lavorativa. Tentativo di conservare i mezzi di produzione capitalistici – storicamente impossibile – alle spese del proletariato che si spoglia. I vostri tentativi antecedenti che tendevano a migliorare la vostra situazione e ad evitare l’impoverimento, sono crollati. Essi sono crollati non in ragione delle forze dei vostri avversari, ma soprattutto per l’assenza di una effettiva unione rivoluzionaria internazionale. L’Internazionale di Amsterdam, alla quale voi appartenete, invece di esservi di aiuto è divenuta un ostacolo alla lotta liberatrice: essa si oppone alle tendenze rivoluzionarie dei lavoratori del legno; essa è divenuta la collaboratrice, la serva della borghesia. Non contenti di questo, i signori capi dell’Internazionale di Amsterdam, cominciano ad escludere dai sindacati i gruppi rivoluzionari senza riguardo alcuno per la distruzione delle nostre organizzazioni poiché essi non fanno nessun caso della loro unità, né della loro potenza. Si deve por fine a questa vergognosa situazione.
Lavoratori del legno! Strappate le catene che vi tengono alle vecchie tradizioni, alle formalità dei vecchi metodi di lotta; liberatevi dalla tutela dei vostri capi traditori e forgiate voi stessi la vostra sorte. La vostra opera consiste nell’agire deliberatamente e subito per la via della lotta rivoluzionaria delle classi, per la dittatura del proletariato e per strappare i mezzi di produzione dalle mani dei capitalisti. Questa opera che si pone davanti a voi come davanti ai nostri fratelli delle altre professioni, esige una affermazione delle organizzazione dei lavoratori del legno del mondo intero, che ci dà il mezzo di non essere gli ultimi nella lotta generale. Ecco perché i lavoratori del legno delegati al Primo Congresso internazionale dei Sindacati Rossi hanno deciso all’unanimità di fondare un Comitato di Propaganda Rossa internazionale dei lavoratori del legno per organizzare la propaganda nel senso che noi indichiamo.
Compagni, lavoratori del legno!
conformemente alla decisione dell’Internazionale Sindacale Rossa che dice doversi restare nei vecchi sindacati, il Comitato si è proposto i compiti seguenti
1) lotta senza tregua contro la politica di collaborazione delle classi;
2) propaganda per la lotta rivoluzionaria di classe, per la dittatura del proletariato in correlazione con il movimento in mezzo ai lavoratori del legno sul terreno economico;
3) il Comitato deve contribuire all’unione dei lavoratori del legno e tendere a trasformare il segretariato attuale di Amsterdam in una organizzazione di classe internazionale.
Lavoratori del legno di tutti i paesi! Aiutateci in questo lavoro. Entrate nei ranghi delle colonne d’attacco dei lavoratori rivoluzionari del legno. Avanti! Il primo passo è fatto, sta in voi di fare i seguenti.
Viva la rivoluzione mondiale!
Viva la dittatura del proletariato!