Internationale Kommunistische Partei

Il Partito Comunista 3

Al regime che licenzia e affama gli operai, protetto da sindacati e partiti traditori, opporre la generalizzazione delle lotte per salario e lavoro contro padroni e stato

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

La crisi economica del capitalismo, già in atto, miete le proprie vittime: i lavoratori edili, di alcune aziende metalmeccaniche, ed ora della «grande» FIAT, Lancia ed altre imprese minori. Domani investirà la grande parte dei lavoratori anche quelli delle altre nazioni.

Il nostro partito lo aveva già preannunciato da anni, cercando di mettervi in guardia dall’inganno, alimentato da partiti traditori e sindacati tricolori, che la democrazia avesse instaurato un regime di latte e miele, in cui, con qualche trattativa col padronato e con lo Stato, con qualche periodica astensione dal lavoro, fosse possibile ottenere per l’eternità ogni «diritto», un salario «giusto», un posto di lavoro. Vi dicemmo in mille modi che il capitalismo dà con una mano dopo avervi derubato con due, che ogni cosiddetta «conquista» è effimera e transitoria, che sarebbe arrivato il giorno in cui il regime borghese vi avrebbe privato di tutto quello che pensavate di aver ottenuto per sempre.

Questo giorno è già spuntato.

Prezzi in continua ascesa sviliscono progressivamente il vostro salario; gli scambi commerciali tra gli Stati diventano sempre più difficili e la produzione diminuisce ovunque, con conseguente riduzione dell’occupazione operaia.

Riduzione del salario e disoccupazione: ecco la conclusione cui perviene il capitalismo per proteggere i suoi interessi. Su di voi si fa gravare il dissesto dell’economia mondiale.

Questa conclusione va respinta, da chiunque vi venga proposta, con qualsiasi pretesto vi sia consigliata.

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

IL SALARIO NON SI TOCCA!

Se il capitalismo non ha altre soluzioni – e non le ha – ragione di più perché si abbandoni per sempre ogni illusione di «riformarlo», di renderlo meno aggressivo, di sottometterlo ad un fantastico potere di «nuova democrazia», di contenerlo in un «nuovo modello di sviluppo».

Il capitalismo conosce un solo «modello di sviluppo»: realizzare profitto, cioè lavoro non pagato, e quando non è in grado di ottenerlo, chiude le fabbriche, mette alla fame i lavoratori. Miliardi di uomini sono privi del minimo necessario, e il capitalismo rallenta e poi cessa la produzione, facendo precipitare nella miseria e nella fame gli stessi milioni di operai che avrebbero realizzato la cosiddetta «economia del benessere». Beffarda contraddizione di un sistema economico che periodicamente è costretto a distruggere ricchezza e crea miseria.

IL CAPITALISMO HA FATTO IL SUO TEMPO!

Esso non ha alternativa: Non può mantenere i suoi schiavi e perciò suscita esso stesso le condizioni per cui i lavoratori passeranno sul suo cadavere.

SALARIO INTEGRALE E RIVALUTATO PER TUTTI, OCCUPATI E DISOCCUPATI!

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Non si tratta ormai di mettere qualche toppa, di arrangiare le cose con un ennesimo concordato tra sindacati-padroni-Stato. Sono questi dei palliativi, che servono solo a rinviare il crollo, e, peggio, alimentano l’illusione che il crollo potrà essere evitato se voi starete fermi, cogliendovi impreparati nel momento supremo, e dando allo Stato-padrone tempo e opportunità di predisporre nuove e più agguerrite difese. Dietro questa cortina fumogena, infatti, la borghesia arruola le sue guardie bianche, rafforza la sua politica fascista, per una soluzione di forza, i cui recenti attentati e eccidi sono premonitorie esercitazioni tendenti a terrorizzare la classe operaia.

A questo risultato disastroso ha condotto la politica dei falsi partiti operai e dei sindacati ufficiali, perché da sempre legata agli interessi dello Stato capitalista, fondata sul disarmo politico, e fisico dei lavoratori. A maggior ragione questo risultato si realizzerebbe se le cosiddette «sinistre» dovessero entrare nel Governo, che avrebbe l’unica funzione di scoraggiare o reprimere qualsiasi tentativo di spontanea azione difensiva dei lavoratori, come dal 1945 al 1948 i governi a partecipazione comunsocialista svolsero l’infame compito di farvi pagare la ricostruzione economica e la ripresa produttiva, con l’illusione che la repubblica «fondata sul lavoro» avrebbe felicemente instaurato l’eterna pace tra le classi. Un governo di chiara natura padronale non potrebbe ottenere questo scopo essenziale. Solo un governo di partiti, che si spaccino come vostri rappresentanti, potrebbe chiedervi nuovi e più pesanti sacrifici.

In tal modo i sindacalisti ufficiali rifiutano una generale mobilitazione delle masse lavoratrici in difesa del salario e del posto di lavoro, rifiutano di sviluppare ed estendere incisive azioni spontanee come quelle di non pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica da parte dei lavoratori; impediscono l’armamento organizzato del proletariato persino a difesa delle sedi sindacali, degli scioperi e della vita dei lavoratori. Di concerto con P.C.I. e soci, temono che la presente società precipiti nel caos, dimenticano che questa società vive nell’anarchia produttiva e nel dissesto sociale in permanenza, da cui si esce solo con la vittoria completa del proletariato rivoluzionario.

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Non crediate che queste siano questioni che interessano solo una parte di lavoratori. Non difendere oggi, con ogni mezzo, il salario e il lavoro dei compagni colpiti per primi, equivale a non difendere il proprio salario e il proprio lavoro di domani. Non prepararsi sin da ora a ribattere colpo su colpo la pretesa dello Stato di disporre della vostra vita secondo i suoi infami interessi, significherebbe abdicare alla vostra emancipazione sociale.

Respingete gli astuti richiami alla calma, al compromesso, all’accordo ruffiano. La solidarietà dei lavoratori non può esprimersi che con una risposta totalitaria delle masse lavoratrici:

ESTENSIONE ED UNIFICAZIONE DELLE LOTTE DI TUTTI I LAVORATORI SINO ALLO SCIOPERO GENERALE

PER L’AUMENTO GENERALE DEI SALARI

PER IL PIENO SALARIO AI DISOCCUPATI E AI PENSIONATI

CONTRO IL PADRONATO E LO STATO CAPITALISTICO

SUPERANDO DI SLANCIO TUTTE LE DIRETTIVE SINDACALI E POLITICHE CHE TENDONO AD ADDOMESTICARE IL VOSTRO SACROSANTO DIRITTO AL PANE E AL LAVORO!


IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (Il Partito Comunista)

I veri sabotatori della ripresa di classe

La ripresa delle lotte operaie non è certo stata decisa dalle centrali sindacali. Da oltre un anno le condizioni economiche dei salariati si stanno aggravando a causa della crescente svalutazione dei salari, determinata dal galoppante aumento dei prezzi, e dal prelievo fiscale sui salari stessi. Lo spettro di una disoccupazione di massa si profila. È un fenomeno internazionale che colpisce più o meno acutamente, per ora, tutti i paesi. Era inevitabile, quindi, che i lavoratori, sebbene allenati alla sopportazione da un cinquantennio di signoria riformista e pacifista, si scuotessero, premendo sui loro dirigenti, manifestando una progressiva intolleranza verso sindacati e partiti, solerti soltanto nel ricucire la logora e stretta veste della collaborazione tra le forze sociali, vale a dire preoccupati di non infrangere la dipendenza politica del movimento operaio dallo Stato capitalista.

Lo sciopero del 17 ottobre, come ogni manifestazione operaia, va inquadrato in questa politica di dosaggio opportunista delle spinte operaie dal basso. I sindacati tendono ad utilizzare, come nel passato, le lotte operaie come valvole di sfogo della pressione delle masse.

La classe non può sollevarsi dalla soggezione, in cui è tenuta da partiti traditori e sindacati tricolori in combutta con lo Stato, con espedienti. L’opportunismo non può essere svergognato e battuto con manovre da corridoio, con tentativi di blocchi o fronti tra gruppi marginali, sconclusionati e senza seguito tra gli operai. La classe operaia può imboccare la strada della sua liberazione dal soffocamento dei partiti traditori, soltanto spezzando in furibonde lotte economiche i limiti legalitari in cui è costretta a difendere salario e lavoro. Non esistono altre strade, come la storia dimostra e conferma.

Questo è il «sindacato di classe», a scorno dei «pratici»: modi e obiettivi di lotta, per incanalare le battaglie quotidiane per interessi economici immediati verso la superiore lotta per il comunismo. Significa incoraggiamento, estensione e unificazione di ogni lotta che spezzi la infame consegna del «confronto civile» tra operai, padroni, Stato, come hanno tentato i Consigli di fabbrica di alcuni stabilimenti lombardi e piemontesi, quando hanno disposto che gli operai non dovessero pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica; come si sono sforzati di fare i ferrovieri romani organizzati nei C.U.B.

Chi ha represso questi tentativi? Le centrali sindacali. Nel primo caso trasferendo la questione degli aumenti dei prezzi dal terreno della lotta e della mobilitazione operaia a quello dell’ennesima ruffianata con gli enti regionali, provinciali e comunali, organi dello Stato; nel secondo caso, sconfessando lo sciopero dei ferrovieri, organizzando il crumiraggio.

Sindacato di classe è lotta senza quartiere, fuori dagli schemi legalitari, contro chiunque si opponga alla difesa reale delle condizioni economiche della classe operaia.

IL BLOCCO LEGALITARIO

Ma quegli operai, lombardi, piemontesi e romani, non pensavano lontanamente al rispetto della legalità, o più precisamente se esistesse una legalità all’infuori della difesa istintiva dei propri interessi economici. Sono state le centrali sindacali e politiche ad ammonirli che i loro interessi sono difendibili solo nel quadro della legalità costituita, che è quella borghese, chiarendo, per converso, che non tuteleranno gli interessi economici degli operai che dovessero implicare l’uso di mezzi non legali.

Non è forse questa una esplicita dichiarazione di rifiuto a difendere gli operai, sotto il pretesto della legalità democratica e repubblicana? Non è già questa un’affermazione esplicita che i sindacati si opporranno a che gli operai brandiscano armi nei picchetti e nelle lotte a salvaguardia della loro vita e del movimento di lotta? Non vuol forse dire questo che i sindacati si ritengono parte integrante del regime, osservanti scrupolosi della legalità, e considerano gli operai fuori della legalità e per questo si schiereranno dalla parte della legge, cioè dello Stato, cioè della repressione antiproletaria?

Di contro ciò implica il sostegno dello Stato e di tutto il fronte controrivoluzionario ai sindacati nel caso in cui venissero superati dalla marea montante delle lotte operaie.

È per queste ragioni, quindi, che i bonzi reprimono ogni lotta che sfugga al loro controllo, che sconfini dallo schema democratico, che scacciano dalla organizzazione qualsiasi operaio che si opponga alle loro direttive legalitarie, che inciti la massa alla lotta diretta.

Le centrali sindacali, inoltre, hanno dovuto chiedere l’intervento dei partiti costituzionali, cioè borghesi e opportunisti, in appoggio alla loro azione per strappare di mano ai C.d.f. la direzione della lotta e metterla sotto tutela degli organi costituzionali per farla abortire. Così hanno dovuto chiedere l’appoggio dell’azienda ferroviaria statale per reprimere e scoraggiare i ferrovieri in sciopero non «autorizzato» da loro signori.

Dov’è, allora, questa millantata contrapposizione tra «sinistra» e «destra», tra «progressisti» e «conservatori», tra sindacati e monopoli? Quando si tratta di minacciare, anche senza intenzione e localmente, l’ordine costituito, «sinistra» e «destra» si uniscono in un’unica presa soffocatrice, tutte le forze democratiche si schierano sullo stesso fronte, dal P.C.I. ai liberali, dalle centrali sindacali alla Confindustria, dagli «antifascisti» ai fascisti.

Allora, la commedia delle trattative sindacali, la voce grossa dei bonzi verso i padroni, la tracotanza puramente verbale dei falsi partiti operai verso il Governo e i suoi partiti, non ha altro senso che quello di confondere e stordire i lavoratori.

Ciò vuol dire che l’estendersi, il moltiplicarsi, il potenziarsi di queste lotte, nel mentre cozza contro il fronte costituzionale, costringe le dirigenze sindacali e i partiti opportunisti a spostarsi sempre più a fianco e a protezione dello Stato, a gettare la maschera di «luogotenenti della borghesia nelle file operaie».

Si è ormai consolidato contro la classe operaia il blocco costituzionale-controrivoluzionario dei partiti opportunisti, centrali sindacali tricolori, Stato, partiti borghesi.

LA LOTTA DI CLASSE È ANTILEGALITARIA

Il blocco costituzionale-controrivoluzionario, sentinella democratica della dittatura del capitale sul lavoro, ha definitivamente messo in luce il tema tattico generale della rivoluzione comunista: per spezzare l’influenza traditrice dei falsi partiti opportunisti e del sindacalismo tricolore sulle masse, senza cui è impensabile la ripresa del moto di classe, il proletariato deve scontrarsi con lo Stato.

Ogni lotta, quindi, che esca dai limiti del sindacalismo ufficiale e dell’opportunismo dei falsi partiti operai, non può che infrangere la legalità, la legge, la tutela dello Stato, e della democrazia che ne è la forma.

Non è un caso che si assista da ogni parte al moltiplicarsi di «proposte» di estensione della democrazia, quale il voto ai diciottenni, una serie di referendum sulle questioni più impensabili. Esse servono ad invischiare sempre più il proletariato in pratiche legalitarie, a distoglierlo dalla crisi, a non uscire dall’ambito del controllo statale. Ciò non significa che tutti i mezzi legali siano controproducenti e che si debba invitare il proletariato a respingerli. Significa, invece, che, se alcuni di questi mezzi sono da scartarsi in anticipo, altri, come per esempio lo sciopero economico, addirittura riconosciuto nella legge delle leggi, la Costituzione della Repubblica democratica, devono e possono essere usati in senso anticapitalista, anche se in questo caso lo Stato democratico si affretterà a sospendere le garanzie costituzionali, ritenendo decaduto il «diritto» di sciopero, per evidenti ragioni di «sicurezza nazionale».

Poiché siamo arrivati al punto che lo Stato capitalista ha fatto proprio, per regolamentarlo, cioè spezzarne l’efficacia classista, il tipico strumento della lotta elementare degli operai, solo degli operai, lo sciopero, e in cambio ha «donato» al proletariato la sua «arma» spuntata, che da un pezzo ha ripudiato e gettato nei ferrivecchi, la democrazia, con tutte le sue pratiche di consultazione maggioritaria, voto, ecc. Quando il proletariato viene chiamato alle urne, in regime borghese, è perché lo si vuol asservire al regime. Il vero Partito Comunista lo deve sempre gridare forte, anche quando la posta in gioco sembra assumere le forme di una o più o meno evanescente «conquista», indicando agli operai che mai consultazione democratica gioverà ai fini della loro preparazione rivoluzionaria, se non è sostenuta da una mobilitazione generale di classe tendente a superare i limiti stessi della consultazione, ammesso che possa darsi questa possibilità. Il contrario, se ieri era cretinismo parlamentare e democratico, oggi è tradimento.

In regime borghese il Partito non riconosce nessuna legalità, non si vincola a nessuna pratica legalitaria, nemmeno all’interno dei sindacati. Infatti, il Partito è l’unico che abbia chiamato gli operai ad infrangere la disciplina sindacale, invitandoli a rifiutare la famigerata «delega», mezzo con cui i sindacati si sono legati ancor più strettamente al regime esistente.

Di conseguenza il Partito addita come esempi caratteristici e peculiari per una ripresa di classe gli episodi di Roma e Milano, l’estendersi e l’organizzarsi dei quali altro non è che lo svilupparsi del sindacato rosso, proletario, di classe.

Per questo vero sindacato operaio, autonomo dallo Stato, libero dalle influenze di partiti traditori, non può esservi che una direzione, quella del Partito Comunista rivoluzionario.

Soltanto con questi strumenti, Sindacato di Classe e Partito di classe, potrà esserci difesa del salario e del posto di lavoro.

Contratto sociale e compromesso storico per allontanare la ripresa di classe

Noi preferiamo, derivando dal loro contenuto, dare un’unica formula: tradimento storico-sociale, dei due slogans pubblicitari del «Contratto sociale» tra il Labour Party inglese e il T.U.C. (sindacati inglesi) e il «Compromesso storico» tra il P.C. Italiano e «tutte le forze popolari». Siccome i due ennesimi pateracchi hanno di mira un solo obbiettivo, e cioè di salvataggio degli «interessi nazionali», che stanno andando in malora, la classe operaia viene considerata soltanto come oggetto. A scanso di equivoci, non si tratta di contrattare migliori condizioni economiche e sociali per il proletariato, ma soltanto la sua permanenza in stato di soggezione al capitalismo, in una fase di crisi dell’economia mondiale, in cui le masse dei diseredati potrebbero ritrovare nelle lotte di sopravvivenza il legame col partito rivoluzionario comunista. La posta in gioco è la sopravvivenza o la fine del regime del profitto.

Il proletariato italiano, urbano e rurale, è praticamente monopolizzato dalla politica del P.C.I., P.S.I. e della «sinistra» della D.C., i quali, in unione con P.S.D.I. e P.R.I., influenzano la gran parte del ceto contadino, della piccola borghesia delle città e delle campagne. A questi partiti fanno capo, grosso modo, le tre centrali sindacali della C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L.

In Inghilterra il quadro è assai semplificato. Due partiti principalmente rappresentano gli interessi fondamentali delle classi: il Labour Party e il Partito conservatore. Il primo trae la sua consistenza dai lavoratori. Tutti si contendono le adesioni delle mezze classi.

Il L.P. non ha alcuna tradizione marxista, proletaria. È sempre stato un «partito di governo», cioè abilitato alla pari con gli altri partiti a condividere la direzione dello Stato. Il P.C.I., al contrario, nella pretesa di derivare da Livorno 1921 e di solidarizzare con l’Ottobre e con la Russia, deve faticare non poco per buttare all’ortiche quel manto rosso che alla borghesia ha fatto sinora tanto comodo sia per impedire agli operai di prendere la giusta direzione rivoluzionaria, sia per relegarli ai margini della concorrenza governativa. Come lo attesta la partecipazione del P.C.I. ai governi nazionali del secondo dopoguerra, la borghesia non teme che questo partito possa trasformarsi, una volta al governo, in partito rivoluzionario, di mangia-capitalisti, ma che non sia in grado, una volta al «potere», di tenere a freno le masse lavoratrici.

La storia italiana dimostra che nei momenti di crisi, i partiti opportunisti hanno reso maggiori servigi all’opposizione costituzionale, piuttosto che al governo. Dal 1918 al 1921 il P.S.I., in Parlamento più forte dell’attuale P.C.I., fornisce un esempio di come si possa consegnare il proletariato legato mani e piedi alla reazione fascista, malgrado che esistesse ed operasse egregiamente un sano e compatto partito comunista rivoluzionario. È chiaro che il capitalismo italiano (meglio sarebbe dire: il capitalismo in Italia) oscilla tra la soluzione socialdemocratica per il controllo sugli operai e quella fascista. Se i partiti «popolari» dovessero accogliere il «compromesso storico», significherebbe che non avrebbero ancora ritenuto giunto il momento per far passare il manganello dalle molteplici mani democratiche all’unica mano fascista. Ma non è qui il caso di esaminare la strategia della controrivoluzione. Per il momento ci riproponiamo soltanto di mettere in luce la semplice constatazione che i «patti» inglese e italiano sono della stessa natura, sebbene apparentemente vengano «stipulati» da diversi contraenti.

In Inghilterra la funzione di tenere a bada la classe operaia l’hanno svolta egregiamente le Trade Unions con o senza «contratto» ufficiale col Labour Party. In Italia, oggi, i sindacati unificati e le «sinistre popolari» (chiamiamoli così i partiti dell’area del «compromesso storico») hanno viaggiato in reciproco appoggio.

POLITICA BORGHESE

Il compromesso sembrerebbe un’eccezione, una condizione di necessità. In realtà è il leit motiv della politica borghese, la ricerca perenne di un punto di incontro tra i diversi interessi delle classi del regime capitalistico. Anche il partito comunista rivoluzionario usa il compromesso come mezzo tattico, ma non ne fa una «politica». Quando un partito che si richiama alla classe operaia fa del compromesso un metodo di azione, significa che si considera un partito borghese tra i partiti borghesi. Giustamente il L.P. parla di «contratto», cioè di stipulazione di accordi tra rappresentanti di interessi conciliabili, quali quelli non anarchici degli operai. In questo senso il L.P. si riconosce partito borghese, e non lo nasconde. Il P.C.I., invece, parlando di «compromesso» farebbe intendere di transigere dalle sue basi di classe, quando, al contrario, il P.C.I. è campato sinora su una politica di permanente compromesso, come si conviene ad un autentico partito borghese. E «l’autonomia sindacale» è invocata sinceramente da tutti, compresi i picisti, per avere una maggiore «libertà» di azione, una condizione in più per bloccare gli operai. Se non riuscissero i governanti picisti a contenere la collera operaia, potrebbero provarci i sindacati, «autonomi» dal P.C.I.

IL PROGRAMMA

Meglio ancora delle considerazioni politiche, valgano i programmi del L.P. e del P.C.I., obbiettivo dei rispettivi «contratti» e «compromessi».

Sebbene più volte rappresentanti delle Trade Unions abbiano partecipato a governi laburisti, nel «contratto» si enuncia la «cogestione dell’economia nazionale» tra TUC (centrale sindacale inglese delle Trade Unions) e L.P.; mentre nel «compromesso» si parla di «collaborazione tra tutte le forze popolari» in un «governo di svolta democratica». In Inghilterra le uniche «forze popolari» organizzate sono appunto il TUC e il L.P.: il «contratto» assicura quindi la «collaborazione». In Italia, come abbiamo brevemente accennato sopra, sono ripartite tra diversi partiti e frazioni di partiti e sindacato: la «collaborazione», quindi, garantisce il «contratto».

Nel campo economico e sociale, i due programmi, tenuto conto del diverso grado di sviluppo economico e sociale dei due paesi, si possono dire identici.

Il P.C.I. promette: controllo pubblico dei prezzi principali, piano degli investimenti secondo una scala di priorità, loro massima stimolazione, intervento nel Mezzogiorno, riforma del credito, lotta alle spese improduttive, controlli fiscali contro le evasioni, ecc.

Il L.P. propone nuove nazionalizzazioni, controllo sulle società multinazionali, maggiori tasse sui ricchi, riduzione dei prezzi di largo consumo, nuovi investimenti, rapido sviluppo tecnologico, ecc.

In ambedue si ritrova l’affermazione che «non si può chiedere sacrifici soltanto ai lavoratori», il che significa la disponibilità dei sindacati, laburisti e picisti, a «convincere» gli operai ad accettare riduzioni salariali di fatto, alla condizione che riprenda lo sviluppo produttivo, ecc. quando tutto il mondo sa, anche gli scemi, che in clima di crisi per sovrapproduzione relativa la produzione prima tende a stagnare e poi crolla. È certo che il capitalismo, in tali frangenti storici, ha più probabilità di ottenere «sacrifici soltanto dai lavoratori» se glieli chiedono i loro sindacati e partiti, piuttosto che i partiti conservatori, dei padroni. D’altronde, questa vecchia politica ha già superato, felicemente per il capitalismo, prove quasi secolari.

VERIFICA STORICA

Alcune date del passato per stabilire che ogni volta i partiti opportunisti hanno creato un blocco «popolare», è suonato a morto per la classe operaia, ha significato crudele sottomissione dei proletari allo Stato capitalista, ha segnato una recrudescenza della dominazione capitalistica sul mondo, l’opposto, cioè, di quello che si era dato ad intendere ai lavoratori.

Il L.P., dopo aver avversato a parole la prima guerra imperialistica, entra nel governo di «unione nazionale» con i «nemici» conservatori. I Sindacati si mobilitano per sostenere la guerra: niente scioperi ed agitazioni; tutto per la difesa della patria e dell’economia nazionale contro la «barbarie tedesca».

Nel 1923 il primo governo laburista, di brevissima durata, in una fase di ripresa delle lotte operaie. 1928, secondo governo laburista, dopo il terribile inganno del patto anglo-russo con cui viene spezzato il formidabile sciopero dei minatori del 1926, in combutta con le Trade Unions, e il conseguente Trade Disputes Act, la legge antisciopero varata nel 1927.

Maggio 1940: governo di coalizione laburisti-conservatori. È la seconda guerra mondiale. Le Trade Unions bloccano col governo nazionale di guerra.

Quattro date, quattro tappe di miseria e di fame per la classe operaia, di tradimento di partiti e sindacati sedicenti operai, in virtù di un permanente «contratto» tra sindacati, padroni e opportunisti.

Sul fronte italiano. PSI e CGL non aderiscono alla guerra del 1914, nemmeno la avversano, timorosi dell’intransigenza di una solida sinistra socialista. Ma si rifanno nel ’19, deviando la poderosa spinta operaia dalla mobilitazione rivoluzionaria all’ubriachezza elettorale. In Italia tra PSI e CGL vige un patto di collaborazione costituzionale, addirittura. Il Patto, dopo la famigerata «pacificazione» tra fascisti e socialisti, permette la vittoria fascista e logicamente continua la sua ignobile esistenza nelle corporazioni, patto di collaborazione per eccellenza tra il partito unico fascista, lo Stato, i sindacati e i capitalisti. Bisogna arrivare alla fine della seconda guerra capitalistica per veder coronate da successo le non represse aspirazioni del «socialismo italiano». Tutti nella barca governativa. La CGIL a puntello della baracca per proseguire la guerra sul fronte «alleato» e per dar corso al contenimento delle immancabili lotte operaie per il pane e il lavoro, e ricostruire, senza violente scosse, la macchina stritolatrice della produzione capitalistica e quella repressiva del suo Stato totalitario.

La breve storia potrebbe estendersi, senza variazioni sostanziali, ad altri paesi, tra cui Germania, Francia, per non parlare di Russia. Il risultato sarebbe lo stesso: quando si propone un blocco, un patto, un compromesso tra partiti, sindacati, governo, Stato, più gravi lutti per le sorti della classe operaia si devono attendere.

È da questa sanguinosa e dolorosa esperienza storica della classe che la Sinistra Comunista ha tratto la lezione della sua intransigenza anche nel campo tattico, respingendo blocchi e fronti tra partiti e ali di partiti, esigendo la subordinazione dei sindacati alla direttiva comunista (cinghia di trasmissione): e non il frutto di un idiota dottrinarismo o di un fariseo moralismo.

PREPARARSI ALLO SCONTRO

Come si vede tutto questo non è nuovo. Non è una «svolta».

Vent’anni fa lo Scià di Persia dichiarò che nel suo paese se non ci fosse stato un partito socialista si sarebbe dovuto inventarlo. È una considerazione materialista. Lenin sosteneva che la verità era più facile sentirsela dire dai nemici che dagli opportunisti.

Nei paesi capitalistici il «programma» delle «sinistre» è una frode e si contrappone solo formalmente a quello delle «destre», per meglio ingannare le masse proletarie. Era questo il pensiero della Sinistra Comunista nel 1921. Lo è a più forte ragione oggi.

I patteggiamenti sono il pane quotidiano dei partiti «popolari», riformisti, opportunisti, da sempre e non una scoperta odierna. Sono il mezzo con cui si sono legate allo Stato le sorti della classe operaia. Questi piani di collaborazione tra le classi sono una volgare scimmiottatura di quelli fascisti di collaborazione tra «capitale e lavoro», peraltro contenuto della democrazia liberale.

Quando la classe operaia spezzerà questa solidarietà sottraendosi alla tutela di «contratti sociali» e di «compromessi storici», oppure sarà la borghesia stessa a spezzarla, ritenendola inadeguata e insufficiente per la conservazione del suo regime, allora, gettata la maschera dell’uguaglianza tra «contraenti», tra «collaboratori», il capitalismo sarà costretto a scoprirsi e si avventerà sulle masse proletarie. La Sinistra Comunista ricorda ai proletari che, dovendo crollare ogni compromesso, lo scontro violento con le forze regolari e irregolari dello Stato sarà ineluttabile e indifferibile. Arrivare allo scontro invischiati e disarmati dall’opportunismo traditore e dall’inganno democratico, significa perdere in anticipo la partita.

Le braccia della provvidenza

La provvidenza sindacale ha larghe braccia: nei sindacati tricolori accanto a preti progressisti e commercianti onesti, possono trovare posto anche i poliziotti.

Non a caso Lama, Storti e Vanni, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio Rumor, hanno comunicato la propria intenzione di farsi portavoce delle rivendicazioni di questi «umili servitori dello Stato, perché molto spesso il Governo considera questi lavoratori come strumenti di parte»: essi chiedono di «assumere concrete e sollecite iniziative a tutela dei principi di socialità che permeano l’istituto di polizia e, nello stesso tempo, a tutela degli interessi e dei diritti di una benemerita categoria di lavoratori».

Dopo aver rilevato che i principi legislativi e regolamentari su cui si regge l’istituto di polizia non sono «coerenti nella sostanza con le intenzioni e lo spirito della Costituzione repubblicana», i tre segretari illustrano le richieste e le iniziative che il movimento sindacale intende assumere in questo settore, cioè il diritto ai rappresentanti sindacali della polizia di far parte delle commissioni relative allo stato ed all’avanzamento del personale e di contribuire alle riforme dell’istituto, «tenendo presente che occorrerà affidare le direzioni generali della Pubblica Sicurezza a funzionari responsabili e capaci». I bonzi sindacali sono favorevoli anche a rivendicazioni di carattere economico e normativo e al riconoscimento di «adeguate indennità in corrispettivo delle prestazioni di carattere straordinario».

«La federazione CGIL-CISL-UIL – conclude la lettera – si propone fin da ora di avviare un dibattito su tale argomento, con la partecipazione diretta dei dipendenti della polizia».

Avanti, dunque, proletari, aiutateli ad ottenere un… premio di produzione: magari perdonandoli quando dovranno andare contro di voi che siete «i loro fratelli»; le braccia della «provvidenza» sono infinite, ma non stupiamoci se domani, alla prima sparatoria, avremo la gioia di sentire come fischiano le pallottole della «polizia democratica»!

Ergänzung zu den Thesen von Neapel über die historische Aufgabe, Aktion und Struktur der kommunistischen Weltpartei

1. Die Thesen von Neapel behaupten die fortdauernde Gültigkeit jener Positionen, die seit über einem Jahrhundert das Vermögen der kommunistischen Linken bilden. Das Verständnis sowie die natürliche und spontane Umsetzung dieser Positionen ergeben sich nicht daraus, dass man in Paragraphen, Gesetzes- oder Verfassungstexten nachschlägt, und sie werden auch nicht durch Abstimmungsverfahren gefestigt, die auf Versammlungen, oder schlimmer noch, von Richterkollegien oder Gerichtshöfen durchgeführt werden, die über Anfragen weniger Erleuchteter befinden sollen. Die Arbeit, die wir machen, um zu diesen, nicht leicht zu erreichenden Ergebnissen zu kommen, wird erfolglos bleiben, wenn wir nicht das aus der lebendigen Erfahrung der revolutionären Bewegung über große Zeiträume resultierende historische Material nutzen, das wir vor und nach der Veröffentlichung der Thesen durch gemeinsame und beharrliche Arbeit vorbereitet und verbreitet haben.

2. Die heutige kleine Bewegung sieht sehr klar, dass die vergangene düstere Geschichtsperiode die Arbeit sehr erschwert, die, nach so langer Zeit, die Lektionen der großen Kämpfe – nicht nur der großen Siege, sondern ebenso der blutigen Niederlagen und unrühmlichen Rückzüge – auszuwerten hat. Damit sich das revolutionäre Programm herausbilden kann, reicht die theoretische Strenge und Tiefe der historischen Kritik nicht aus, denn der Lebenssaft ist die Verbindung mit den rebellierenden Massen in den Perioden, in denen der Druck unwiderstehlich wird und sie dazu bringt zu kämpfen. Ein dialektischer Zusammenhang, der heute besonders schwierig ist, wo die Kampfbereitschaft der Massen aufgrund der flach verlaufenden Krisenkurve des altersschwachen Kapitalismus und der immer größeren Schäbigkeit der opportunistischen Strömungen eingeschlafen und erloschen ist. Auch wenn wir uns der geringen Reichweite der Partei bewusst sind, müssen wir doch wissen, dass wir die wirkliche, gleichzeitig intakte und schlagkräftige Partei in Hinblick auf jene Zeit vorbereiten, in der die Niederträchtigkeiten in der heutigen gesellschaftlichen Struktur die sich erhebenden Massen wieder an die Spitze der Geschichte zurückkatapultieren werden. Im Schwung, den eine solche Periode mit sich bringt, könnten sie wieder scheitern, wenn eine feste und starke Partei (keine Massenpartei) als unverzichtbares Organ der Revolution fehlen würde. Die, auch schmerzhaften, Widersprüche dieser Zeit müssen dann überwunden sein, was dann der Fall ist, wenn dialektisch die Lehre aus den bitteren Erfahrungen der Vergangenheit gezogen wird und unerschrocken die Gefahren ebenso wie die tückischen Formen aufgezeigt werden, die die opportunistische Krankheit jeweils annahm und die von der Linken frühzeitig bemerkt und angeprangert wurden.

3. Mit diesem Ziel vor Augen wird die kritische Darstellung der vergangenen Kämpfe und Reaktionen der kommunistischen Linken hinsichtlich der historischen, durch theoretische Abweichungen und Verwirrungen gekennzeichneten Wellen, die der proletarischen Revolution seit über einem Jahrhundert den Weg versperren, noch tiefer und gründlicher getan werden; und durch die Bezugnahme auf die Phasen, in denen die Bedingungen eines militanten Klassenkampfes bestanden, ohne dass der Faktor der revolutionären Theorie und Strategie stark genug gewesen wäre; vor allem aber durch die geschichtlichen Wechselfälle, die die III. Internationale zu einer Zeit schwächten, als der kritische Punkt schon ein für alle Mal gelöst zu sein schien, und durch die kritische Haltung, die die Linke ihr gegenüber einnahm, um die heraufziehenden Gefahren und den dann leider folgenden Niedergang der weltumspannenden Organisation abzuwehren – durch all dies lassen sich die Lehren benennen, die weder Erfolgsrezepte sein wollen noch sein können, sondern ernste Mahnungen sind, damit wir uns vor den Fallen schützen, worin jene Gefahren und Schwächen konkrete Gestalt annahmen, und worin die Geschichte jene Kräfte so oft gehen ließ, die sich der Sache des revolutionären Vormarsches geweiht zu haben schienen.

4. Die nun folgenden, an Beispielen illustrierten Punkte beziehen sich nicht direkt auf Fehler und Schwierigkeiten, die die jetzige Arbeit bedrohen könnten, sondern sollen weiter dazu beitragen, die Erfahrungen der vergangenen Generationen weiterzugeben; Erfahrungen, die in einer Zeit gemacht wurden, in der die Lehre wirklich wiederhergestellt wurde (proletarische Diktatur in Russland; Lenins Arbeit und die seiner Mitkämpfer auf theoretischer, Gründung der KI auf praktischer Ebene) und in der die kommunistischen Parteien, unter breiter Teilnahme der Massen, mitten im revolutionären Kampf standen. Die Lektionen stehen heute, infolge einer starken „Phasenverschiebung“ im chronologischen und geschichtlichen Sinne, auf dem Spiel, doch sie zu lernen, bleibt stets, heute genauso wie morgen, wenn die Lage besser aussehen wird, eine lebenswichtige Bedingung.

5. Eine wesentliche Charakteristik des Phänomens, das Lenin mit dem von Marx und Engels übernommenen Begriff des Opportunismus bezeichnete, besteht darin, den kürzeren, bequemeren und weniger schwierigeren Weg dem längeren, unbequemeren, mit Steinen gepflasterten Weg vorzuziehen; doch nur auf Letzterem kann Beides wirklich zusammengehen, nämlich unsere Grundsätze und Programme, d.h. unsere höchsten Ziele, durchzusetzen, und zugleich direkt die Tageskämpfe in der jeweils realen Situation zu entfalten. Lenin hatte Recht, als er sagte, dass der taktische Vorschlag (am Ende des I. Weltkrieges), auf die parlamentarische Tätigkeit zu verzichten, sich nicht mit dem Argument begründen lasse, wonach der kommunistische und revolutionäre Kampf in den Parlamenten „schwierig“ sei, da der bewaffnete Aufstand und die darauf folgende Situation, in der die gesamte ökonomische Transformation der dem Kapitalismus gewaltsam entrissenen sozialen Welt beherrscht werden muss, ungleich größere Schwierigkeiten aufweise. Aus unserer Sicht der Dinge war allzu offensichtlich, dass die Vorliebe für die demokratischen Methoden der Neigung entgegenkam, die bequemen Verfahrensweisen der legalen Tätigkeit die Strenge der illegalen vorzuziehen, und dass eine solche Praxis die ganze Bewegung unweigerlich auf den fatalen sozialdemokratischen Irrweg zurückführen würde, den man durch heroische Anstrengungen gerade hinter sich gelassen hatte. Wie Lenin verurteilten wir den Opportunismus nicht aus moralischen oder ethischen Gründen, sondern wussten, dass er in den Arbeiterreihen dem Vorherrschen von Positionen entspricht (Marx und Engels für das England des fortgeschrittenen 19.Jahrhunderts), die den kleinbürgerlichen Mittelschichten angehören und mehr oder minder bewusst dem sozialen Interesse der herrschenden Klasse, daher der herrschenden Meinung, folgen. Die starke Position Lenins zur parlamentarischen Tätigkeit, die der gewaltsamen Zerstörung des bürgerlichen Systems und des demokratischen Gerüsts Hand bieten und durch die Klassendiktatur ersetzt werden sollte, führte dann aber in der Praxis dahin, dass die proletarischen Abgeordneten den schlimmsten Einflüssen der kleinbürgerlichen Impotenz ausgesetzt wurden, was schließlich die Verleugnung des Kommunismus und sogar den käuflichen Verrat, zu Nutz und Frommen des Feindes, zur Folge hatte.

Die Tatsache, dass sich die theoretischen Vorwegnahmen in jener gewaltigen historischen Zeitspanne bestätigten (auch wenn es so scheinen mag, als sei diese Verallgemeinerung nicht so klar von Lenin, der wie wir Schüler der Geschichte war, ausgesprochen worden), ist eine Mahnung für die Partei, nicht Entscheidungen zu treffen, die vom Wunsch geleitet sind, mit weniger Arbeit oder geringeren Opfern Erfolg zu haben. In diesem scheinbar harmlosen Wunsch kommt die Trägheit des Kleinbürgers zum Ausdruck, dem die kapitalistische Grundregel in Fleisch und Blut übergegangen ist: größtmöglicher Profit bei minimalen Kosten.

6. Ein weiterer, immer wiederkehrender Gesichtspunkt des opportunistischen Phänomens (der in der II. Internationale auftrat und heute nach dem noch schlimmeren Zusammenbruch der III. Internationale triumphiert) ist, dass die schlimmsten Verdrehungen der Parteiprinzipien mit einer demonstrativen Bewunderung für die klassischen Texte, für den Stil und das Werk der großen Lehrer und Führer einhergehen. Unveränderliches Kennzeichen der kleinbürgerlichen Heuchelei ist, der Stärke des siegreichen Feldherrn, der Größe berühmter Autoren, der Rhetorik gewandter Redner, unterwürfig Beifall zu klatschen, um nach derartigen Gefühlsausbrüchen wieder in der gegenteiligen, miserablen Praxis zu versinken. Nichts bedeutet daher ein Korpus von Thesen, wenn es denjenigen, die ihn in einer Art literarischer Begeisterung aufnehmen, dann in der praktischen Tätigkeit nicht gelingt, dessen Geist zu erfassen und sich daran zu halten, und statt dessen durch eine pointierte, jedoch platonische Zustimmung zum theoretischen Text ihr Verhalten zu verschleiern suchen.

7. Eine weitere, aus bestimmten Lebensabschnitten der III. Internationale hervorgegangene Lektion besteht in der Nutzlosigkeit des „ideologischen Terrors“, jener unseligen Methode, die, statt auf den natürlichen Prozess zu setzen, in dem sich unsere Lehre durch die Konfrontation mit einer explosiven Realität im gesellschaftlichen Milieu verbreitet, Druck ausübt, um unbequeme und verwirrte Individuen (aus Gründen, die sich entweder als stärker als die Menschen oder die Partei erweisen oder in einer unzulänglichen Entwicklung der Partei selbst zu suchen sind) abzukanzeln, indem man sie auf öffentlichen, auch dem Feind zugänglichen Kongressen demütigt und beschämt, gerade auch dann wenn sie Vertreter oder Führer unserer Aktion in Episoden von politischer und historischer Tragweite waren. Es war üblich, diese Parteimitglieder zu einem öffentlichen Eingeständnis von Fehlern zu zwingen, meistens, indem man sie vor die Alternative stellte, wichtige Positionen im Organisationsgetriebe zu behalten oder verdrängt zu werden, somit die fideistische und pietistische Methode der Reue und des „mea culpa“ imitierend. Auf diesem wahrhaft philisterhaften, der bürgerlichen Moral würdigen Weg wurde kein Kämpfer besser, noch konnte die Partei so der Gefahr ihres Niedergangs entgehen. In der revolutionären, schlagkräftigen Partei ist der Gehorsam spontan und total, aber nicht blind und erzwungen, und die äußerst wichtige Disziplin drückt sich in einer perfekten Harmonie zwischen der Aktion und den Funktionen der Basis und des Zentrums aus; durch bürokratische Maßregeln eines antimarxistischen Voluntarismus kann dies mitnichten ersetzt werden.

Wie sehr der hier angesprochene Punkt zum richtigen Verständnis des organischen Zentralismus beiträgt, wird deutlich, wenn wir uns an die „Geständnisse“ erinnern, die großen revolutionären, später in Stalins Säuberungen umgekommenen Führern aufgezwungen wurden, oder wenn wir an die unsinnige „Selbstkritik“ denken, die zu leisten sie genötigt wurden, indem man sie mit dem Ausschluss aus der Partei oder mit der Verleumdung, sich an den Feind verkauft zu haben, erpresste – eine Niedertracht, die durch die nicht minder scheinheilige und bürgerliche Methode der „Rehabilitation“ keineswegs gutgemacht wurde. Wenn von derartigen Methoden in zunehmendem Maße Gebrauch gemacht wird, zeigt dies nur, auf dem verhängnisvollen Weg zu sein, auf dem die letzte opportunistische Welle ihre Triumphe feierte.

8. Eben weil der organisch geführte Kampf eine Notwendigkeit darstellt, und damit der Parteiorganismus als ein Ganzes funktionieren kann, der jeden Personalismus und Individualismus überwinden und vergessen lässt, muss die Partei ihren Militanten verschiedene, ihren Lebensprozess bildende Aufgaben und Tätigkeiten zuweisen. Dass es verschiedene Aufgaben gibt, die die Genossen, sich abwechselnd, erfüllen, ist normal und kann sicher nicht durch Regeln gelenkt werden, die der bürgerlichen Beamtenlaufbahn ähnlich sind. In der Partei gibt es keine Wettbewerbe, in denen es darum geht, möglichst hohe und angesehene Stellungen zu erreichen, vielmehr muss organisch darauf hingearbeitet werden – ohne die bürgerliche Arbeitsteilung nachzuahmen –, das komplexe und gegliederte Parteiorgan auf natürliche Weise seinen Funktionen anzupassen.

Wir wissen sehr wohl um die historische Dialektik, die jeden Kampforganismus dahin führt, seine Angriffsmittel durch die Anwendung der im Besitz des Feindes befindlichen Techniken zu vervollkommnen. Insofern werden die Kommunisten in der Phase des bewaffneten Kampfes eine Militärorganisation mit klaren und zielgerichteten Strukturen und Zuständigkeiten haben, die den größtmöglichen Erfolg der gemeinsamen Aktion sichern. Doch darf dies nicht für jede auch nicht-bewaffnete Parteiaktion gelten. Die Befehlsstrukturen bei den Operationen müssen, auch in den Reihen der Arbeiterassoziationen, klar und eindeutig sein: Nur darf uns diese Lektion des bürgerlichen Apparates nicht übersehen oder vergessen lassen, auf welchen Wegen sich Korruption und Degeneration einschleichen. Der organische Charakter der Partei erfordert keineswegs, dass alle Parteikämpfer die Partei in jenem Genossen personifiziert sehen, der damit beauftragt ist, die Anweisungen der Zentrale zu übermitteln. Diese Kommunikation zwischen den Molekülen, die das Parteiorgan bilden, hat gleichzeitig immer eine doppelte Richtung; und die Dynamik jeder Einheit fügt sich in die historische Dynamik des Ganzen ein. Das rein Formale in der Organisation überzubetonen, ohne dass ein zwingender Grund vorliegt, war und ist stets ein Fehler und eine tückische und dumme Gefährdung.

9. Die historische Produktionsweise des Kapitalismus, mit seinem Mythos des Privateigentums als einem Menschenrecht, das das Monopol einer minoritären Klasse mystifiziert und verschleiert, brauchte stets große, immer berühmtere Namen, um die Kernpunkte seiner Strukturen und die Etappen seiner Evolution, heute Involution, zu markieren. Zu Beginn der langen bürgerlichen Zeitspanne, deren düstere Geschichte wie ein Joch auf unseren sich aufbäumenden Schultern lastet, erreichten die fähigen und starken Menschen höchste Berühmtheit und größte Macht; heute, in diesem kleinbürgerlichen Spießbürgermilieu, sind es eher die Feigsten und Schwächsten, die durch schmutzige Werbekampagnen zu Amt und Würden kommen.

Unsere Partei muss sich bei ihrer äußerst schweren Aufgabe mühen, sich ein für alle Mal von dem trügerischen Reiz loszumachen, der von berühmten Menschen auszugehen scheint, ebenso wie sie sich von der verachtenswerten Methode freimachen muss, irgendwelche Namen bekannt zu machen oder deren Publizität zu produzieren, um auf diese Art und Weise Erfolg zu haben und ihre Ziele zu erreichen. In der Partei darf es keinem ihrer Mitglieder an der Entschlossenheit und dem Mut fehlen, für dieses Ergebnis zu kämpfen, das wirkliche Antizipation der Geschichte und zukünftigen Gesellschaft ist.

Betrachtungen über die organische Aktivität der Partei, wenn die allegemeine Lage historisch ungünstig ist

1). Die sogenannte Frage der internen Parteiorganisation ist stets Gegenstand der traditionellen Marxisten und der Kommunistischen Linken gewesen, die als Opposition zu den Fehlern der Moskauer Internationale entstand. Natürlich ist diese Frage nicht ein isolierter Abschnitt eines abgeschotteten Bereichs, sondern ist vom allgemeinen Rahmen unserer Positionen nicht abtrennbar.

2). Was die Lehre, die allgemeine Theorie der Partei betrifft, so findet sie sich in den klassischen Schriften und ist auf vertiefende Weise in Darstellungen jüngeren Datums zusammengefasst, in den italienischen Texten wie den „Römer Thesen“ und den „Thesen von Lyon“ und in vielen anderen, in denen die Linke ihre Vorahnung des Bankrotts der III. Internationale, der durch nicht weniger ernste Vorgänge wie von der II. Internationale dargeboten stattfand, zum Ausdruck brachte. Das ganze Material wird auch jetzt teilweise bei der Untersuchung der Organisationsfrage (verstanden in ihrem engeren Sinn als Parteiorganisation und nicht im weiten Sinne der Organisation des Proletariats in ihren verschiedenen geschichtlichen und gesellschaftlichen Formen) benutzt und wir wollen es hier nicht wieder zusammenfassen, wir verweisen auf besagte Texte und auf die umfassende Arbeit im Verlauf der „Storia della Sinistra“, von der der zweite Band in Arbeit ist.

3). Alles was die Weltanschauung der Partei und das Wesen der Partei betrifft, und das Verhältnis zwischen der Partei und ihrer ureigenen proletarischen Klasse, und was sich in der klaren Schlussfolgerung zusammenfassen lässt, dass die Klasse nur durch die Partei und die Tätigkeit der Partei zur Klasse für sich und für die Revolution wird, dies gehört zur unverfälschten Theorie, die uns allen gemeinsam ist und nunmehr außerhalb der Diskussion steht.

4). Gewöhnlich bezeichnen wir als taktische Fragen (unter Wiederholung des Vorbehalts, dass es keine unabhängigen und selbständigen Abschnitte und Bereiche gibt) diejenigen, die aus den Beziehungen zwischen dem Proletariat und den anderen Klassen, der proletarischen Partei und den anderen proletarischen Organisationen und zwischen der Partei und den anderen, bürgerlichen und nichtproletarischen Parteien hervorgehen und sich entwickeln.

5). Die Beziehung, die sich zwischen den von den theoretischen Grundsätzen nicht zu verwerfenden taktischen Lösungen und der vielgestaltigen Entwicklung der objektiven Situation entwickelt, in einem gewissen Sinn außerhalb der Partei, ist sicher reichlich wankelmütig; aber die Linke vertrat, dass die Partei dies im Voraus sehen und beherrschen muss, wie dies in den „Römer Thesen“ über die Taktik, verstanden als Thesenentwurf für die internationale Taktik, entwickelt wurde.
     Es gibt, um dies extrem zusammenzufassen, Zeiten, in denen die objektive Situation günstig ist, während die Bedingungen für die Partei als Subjekt ungünstig sind; es kann das Gegenteil der Fall sein; es gab wenige, aber beeindruckende Beispiele einer wohlvorbereiteten Partei und einer gesellschaftlichen Situation, in der die Massen der Revolution und derjenigen Partei zustreben, die dies im Voraus gesehen und dargestellt hat, wie dies Lenin für die Bolschewiki geltend machte.

6). Die Haarspaltereien beiseitelassend können wir uns fragen, in welcher objektiven Lage sich die heutige Gesellschaft befindet. Die Antwort lautet sicherlich, dass es die schlechtmöglichste ist, und dass ein großer Teil des Proletariats nicht nur von der Bourgeoisie ausgepresst, sondern von den in Diensten derselben arbeitenden Parteien kontrolliert wird, welche das Proletariat selbst solcherart an jeder revolutionären Klassenbewegung hindern, dass man nicht voraussehen kann, wieviel Zeit noch vergehen muss, bis in dieser toten und unausgeformten Zeit wieder das geschieht, was wir an anderer Stelle als „Polarisierung“ und „Ionisierung“ der gesellschaftlichen Moleküle bezeichneten, die dem Ausbruch des großen Klassenantagonismus vorausgehen.

7). Welches sind, in dieser ungünstigen Zeit, die Auswirkungen auf die innere organische Dynamik der Partei? Wir haben, in all den oben aufgeführten Texten, immer gesagt, dass es der Partei unmöglich ist, das Gepräge der sie umgebenden wirklichen Lage nicht zu verspüren. Deshalb sind die großen existierenden proletarischen Parteien zwangsläufig ausgesprochen opportunistisch.
     Es ist eine grundlegende These der Linken, dass unsere Partei aus diesem Grunde nicht aufhören darf, Widerstand zu leisten, sondern dass sie überleben und die Flamme entlang des historischen „Fadens der Zeit“ übertragen muss. Klar ist, dass dies eine kleine Partei sein wird, aber nicht, weil wir es so gewünscht oder gewählt hätten, sondern aus unvermeidlicher Notwendigkeit. Was die Struktur der Partei betrifft, so haben wir, auch in der Zeit des Zerfalls der III. Internationale, in zahlreichen Polemiken die verschiedensten Vorwürfe mit Argumenten zurückgewiesen, die hier nicht wiederholt zu werden brauchen. Wir wollen keine Geheimsekte oder Elitenpartei, die aus Reinheitskult jeden Kontakt nach außen ablehnt. Wir verwerfen jede Konzeption einer Arbeiter- oder Labourpartei, die alle Nicht-Arbeiter ausschließt – eine allen Opportunisten der Geschichte zugehörende Konzeption. Wir wollen auch nicht, laut über einem halben Jahrhundert alten Streitschriften, die Partei auf eine Organisation kulturellen, intellektuellen und scholastischen Typs reduzieren; auch glauben wir nicht, wie bestimmte Anarchisten oder Blanquisten, dass an eine Verschwörungen anzettelnde Untergrundpartei der bewaffneten Aktion zu denken sei.

8). Da sich die Kennzeichen der Verkommenheit der gesamten Gesellschaft in der Verfälschung und Zerstörung der Theorie und der eigentlichen Lehre verdichten, ist es klar, dass die heutige kleine Partei vorrangig von der Wiederherstellung der theoretischen Grundsätze geprägt ist, leider fehlt dafür der günstige Hintergrund vor dem Lenin dies nach dem Desaster des Ersten Weltkriegs bewerkstelligte. Deshalb können wir aber keine Schranke zwischen Theorie und praktischer Tätigkeit herunterlassen, denn über ein bestimmtes Maß hinaus würden wir damit uns selbst und alle unsere Grundsätze vernichten. Wir nehmen daher alle den günstigen Zeiten eigenen Tätigkeitsarten in dem Maß in Anspruch, wie es das wirkliche Kräfteverhältnis gestattet.

9). Dies alles müsste sehr viel ausführlicher dargelegt werden, doch kann man, was die Organisationsstruktur der Partei in einer so schwierigen Übergangszeit betrifft, zu einer Schlussfolgerung gelangen. Es wäre ein verhängnisvoller Fehler, diese Organisationsstruktur als in zwei Gruppen aufteilbar anzusehen: die eine widmet sich dem Studium, die andere der Aktion; denn eine solche Unterteilung ist nicht nur für den Parteikörper tödlich, sondern auch im Hinblick auf die einzelnen Genossen. Der Sinn der Geschlossenheit und des organischen Zentralismus besteht darin, dass die Partei die zu verschiedenen Funktionen fähigen Organe an sich entwickelt, wie Propaganda, Mitgliederwerbung, proletarische Organisierung, Gewerkschaftsarbeit usw. bis hin, morgen, zur bewaffneten Organisation, doch darf man aus der diesen Funktionen zugeordneten Anzahl der Genossen nichts folgern, denn grundsätzlich sollten keinem einzigen Genossen eine dieser Funktionen fremd sein.
    Dass es in dieser Zeit so erscheinen mag, dass zu viel Genossen der Theorie und der Geschichte der Bewegung zugewandt und nur wenige schon bereit zur Aktion sind, ist ein Unfall der Geschichte. Es wäre vor allem unsinnig, die Anzahl herauszufinden, die sich der einen oder anderen Verausgabung von Energie verschreiben soll. Wir wissen alle, dass unzählige Elemente bei Radikalisierung der Lage für uns eintreten, auf direktem Weg und ohne den geringsten, schulmäßige Qualifizierung nachäffenden Lehrgang.

10). Seit Marx gegen Bakunin, Proudhon, Lassalle kämpfte und seit allen späteren Phasen der opportunistischen Seuche wissen wir sehr u gut, dass die opportunistische Gefahr völlig mit dem Einfluss von falschen kleinbürgerlichen Verbündeten auf das Proletariat zusammenhängt.
Unser unbegrenztes Misstrauen gegenüber den Beiträgen dieser Gesellschaftsschichten darf und kann uns nicht daran hindern, auf der Grundlage der mächtigen Lehren der Geschichte, ihre Ausnahmeelemente zu nutzen, die die Partei ihrer Arbeit der Wiederherstellung der Theorie zuweist, ohne die es nur den Tod gibt, und die sich, in der Zukunft, mit der Absicht ihrer Verbreitung, hineindenken muss in die unermessliche Erweiterung der revolutionären Massen.

11). Das heftige Funken schlagende Feuer unserer Dialektik hat uns gelehrt, dass derjenige ein kämpfender Kommunist und Revolutionär ist, dem es gelang, die Klassifizierung zu vergessen, zu leugnen und aus dem Verstande und dem Herzen herauszureißen, in die ihn der Zivilstand dieser verwesenden Gesellschaft versetzt hat und der sich selbst in den tausendjährigen Spannbogen versetzt und in ihm sieht, der unsere mit wilden Tieren kämpfenden, in Stämmen organisierten Vorfahren verbindet mit dem in der freudigen Harmonie des gesellschaftlichen Menschen verbrüderten Mitglied der künftigen Gesellschaft.

12). Historische und formelle Partei. Diese Unterscheidung findet sich bei Marx und Engels, und sie, die sich durch ihr Werk auf der Ebene der historischen Partei befanden, hatten das Recht, den Anspruch, einer formellen Partei anzugehören, zu ignorieren. Doch deshalb hat heute kein Genosse das Recht zu sagen, er erfülle alle Voraussetzungen, um der „historischen Partei“ anzugehören, auf die formelle könne er verzichten. Dies nicht, weil Marx und Engels Supermänner einer sich von allen anderen unterscheidenden Rasse gewesen wären, sondern eben wegen ihres klaren Verständnisses bei der Unterscheidung zwischen historisch und formell, die dialektische und historische Bedeutung hat.
     Marx sagt: Partei im großen historischen Sinn, und im formellen oder ganz ephemeren Sinn. Der erste Begriff beinhaltet die Kontinuität, und von daher haben wir die uns kennzeichnende These der Invarianz der Lehre abgeleitet, seit sie Marx formulierte, nicht als eine Erfindung eines Genies, sondern als Aufdeckung eines Resultats der Menschheitsentwicklung. Aber die zwei Begriffe stehen sich nicht metaphysisch gegenüber und es wäre albern, sie in folgender lächerlicher Gelehrtheit zum Ausdruck zu bringen: sich von der formellen Partei ab- und der historischen Partei zuwenden.
     Wenn wir aus der invarianten Lehre heraus zu dem Schluss kommen, dass der revolutionäre Sieg der arbeitenden Klasse nur mit der Klassenpartei und deren Diktatur zu erringen ist und eskortiert von Marx’ Worten behaupten, dass vor der revolutionären und kommunistischen Partei das Proletariat vielleicht für die bürgerliche Wissenschaft eine Klasse ist, aber nicht für Marx und für uns, so ist daraus die Schlussfolgerung abzuleiten, dass es für den Sieg notwendig sein wird, eine Partei zu haben, die gleichzeitig die Bezeichnung „historische Partei“ und „formelle Partei“ verdient, das heißt, dass der offensichtliche Widerspruch – der eine lange und schwierige Vergangenheit dominierte – zwischen historischer Partei, also den Inhalt (invariantes, historisches Programm) betreffend, und der vergänglichen Partei, also die Form betreffend, die als physische Kraft und Praxis eines entscheidenden Teils des kämpfenden Proletariats handelt, in der Wirklichkeit der Aktion und der Geschichte gelöst ist.
     Diese auf den Punkt gebrachte Zusammenfassung der Lehre wird kurz auch auf hinter uns liegende historische Übergänge zurückgeführt.

13). Der erste Übergang von einer Gesamtheit von kleinen Gruppen und Verbänden, in denen der Arbeiterkampf in Erscheinung trat, zur von der Lehre vorausgesehenen internationalen Partei findet mit der Gründung der I. Internationale 1884 statt. Es ist jetzt nicht der Zeitpunkt, den Krisenprozess der Internationale zu rekonstruieren, die unter der Leitung Marx’ bis zum äußersten gegen das Eindringen kleinbürgerlicher Programme, wie etwa dem libertären, verteidigt wurde.
     1889, nach dem Tode Marx, wird die II. Internationale errichtet, unter der Kontrolle von Engels, dessen Anweisungen jedoch nicht angewandt wurden. Für einen Moment findet sich in der formellen Partei die Fortsetzung der historischen Partei, wird aber in den folgenden Jahren unterbrochen durch einen föderalistischen und nicht zentralistischen Aufbau, durch den Einfluss parlamentarischer Praktiken und des Kults der Demokratie und durch die nationalistische Sichtweise der einzelnen Sektionen, die nicht als Kriegsheer gegen ihren eigenen Staat aufgefasst wurden, wie dies das Manifest von 1848 wollte; daraus entsteht der offene Revisionismus, der das geschichtliche Ziel herabsetzte und die formelle und eingeschränkte Bewegung verherrlichte.
     Nach dem fürchterlichen Bankrott des reinen Demokratismus und Nationalismus quasi aller Sektionen 1914, entstand die III. Internationale, die, unserer Ansicht nach, in den ersten Jahren nach 1919, eine völlige Wiedervereinigung von historischer und formeller Partei war. Die neue Internationale entstand erklärtermaßen zentralistisch und antidemokratisch, aber das denkwürdige Verfahren des Übertritts zu ihr seitens der der bankrotten Internationale angeschlossenen Sektionen war besonders schwierig und übereilt durch den Gedanken, dass der Übergang von der Eroberung der Macht in Russland zu derjenigen der anderen europäischen Länder unmittelbar bevorstand.
     Wenn die aus den Ruinen der alten Partei der III. Internationale entstiegene Sektion in Italien – sicherlich nicht aufgrund persönlicher Tugenden, sondern geschichtlicher Folgen – besonders dazu neigte, die Notwendigkeit der Verschweißung von historischer Bewegung und ihrer gegenwärtigen Form anzumahnen, dann deshalb, weil sie besonders Kämpfe gegen die degenerierten Formen unterstützt hatte und somit das Eindringen, nicht nur der von Positionen nationaler, parlamentarischer und demokratischer Art beherrschten Kräfte abwies, sondern auch solche, die sich vom kleinbürgerlichen anarcho-syndikalistischen Revoluzzertum beeinflussen ließen (Maximalismus). Diese Strömung der Linken kämpfte besonders darum, dass die Aufnahmebedingungen (Aufbau der neuen formalen Struktur) besonders streng wurden, sie wandte sie in Italien voll an, und als in Frankreich, Deutschland usw. keine einwandfreien Ergebnisse erzielt wurden, war sie die Erste, die eine Gefahr für die ganze Internationale bemerkte.
     Die historische Situation, in der man in einem einzigen Land den proletarischen Staat gebildet hatte, während man in den anderen Ländern noch nicht zur Machteroberung gelangt war, machte für die russische Sektion die klare organische Lösung schwierig, die Führung der Weltorganisation beizubehalten.
     Die Linke war die erste davor zu warnen, dass, falls das Verhalten des russischen Staates, auf der Ebene der Binnenwirtschaft wie der internationalen Beziehungen, damit begänne, Abweichungen aufzuweisen, sich ein Unterschied zwischen der Politik der historischen Partei, das heißt aller revolutionären Kommunisten der Welt, und der Politik einer formellen Partei festgesetzt haben würde, die die Interessen des beschränkten russischen Staates verteidigt.

14.) Dieser Graben ist seither dermaßen vertieft worden, dass die „verbündeten“ Sektionen, die von der russischen Führungspartei abhängig sind, eine vulgäre eintägige Politik der Kollaboration mit der Bourgeoisie betreiben, nicht besser als die traditionelle Politik der korrupten Parteien der II. Internationale.
     Dies gibt den Gruppen, die aus dem Kampf der Italienischen Linken gegen die Degeneration Moskaus hervorgingen, die Möglichkeit (wir sagen nicht: das Recht), besser als alle andern zu verstehen, auf welchem Weg die wirkliche, aktive, und also formale Partei völlig verwachsen bleiben kann mit den Merkmalen der revolutionären historischen Partei, die mindestens seit 1847 potentiell existiert, während sie sich praktisch mit großen geschichtlichen Rissen, durch eine tragische Folge von Niederlagen der Revolution, durchgesetzt hat.
     Die Übertragung dieser unverfälschten Tradition auf die Bemühungen, eine neue Organisation der internationalen Partei ohne geschichtliche Unterbrechung zu verwirklichen, kann sich organisatorisch nicht auf die Auswahl von über die historische Lehre wohlinformierten oder hochqualifizierten Menschen begründen, sondern kann im organischen Sinne dafür auf zuverlässigste Art nur diejenige Linie verwenden, die zwischen der Tätigkeit der Gruppe, die diese vor vierzig Jahren ausdrückte und der gegenwärtigen Linie liegt. Die neue Bewegung kann weder auf Supermänner warten noch einen Messias haben, sondern sie muss sich auf die Wiederbelebung dessen gründen, was über lange Zeit erhalten werden konnte, und die Erhaltung kann sich nicht auf die Untersuchung von Dokumenten und Thesenschulungen beschränken, sondern sie bedient sich auch lebendiger Werkzeuge, die eine alte Garde formten und denen obliegt, eine mächtige und unverdorbene Lieferung einer jungen Garde zu übergeben. Diese strebt nach neuen Revolutionen, auf die sie vielleicht nun nicht mehr als zehn Jahre warten müssen, um im Vordergrund des Schauplatzes der Geschichte zu kämpfen; weder die Namen der einen noch die der anderen interessieren die Revolution.
     Die einwandfreie Übertragung dieser Tradition über Generationen hinweg, und deshalb über die Namen von lebenden und toten Menschen hinweg, kann nicht auf die Überlieferung der kritischen Texte und einzig auf die Methode beschränkt werden, die Lehre der kommunistischen Partei zuverlässig und den Klassikern getreu anzuwenden, sondern sie muss sich auf den Klassenkampf beziehen, den die Marxistische Linke (wir beabsichtigen nicht, nur ausschließlich auf die italienische Region zu verweisen) im wirklichen und lebhaftesten Gefecht der Jahre nach 1919 in die Wege leitete und führte, und der, mehr als durch das Kräfteverhältnis gegenüber dem Feind, durch die Fessel der Abhängigkeit von einem Zentrum gebrochen wurde, das von der historischen Weltpartei zu einer von der opportunistischen Krankheit zersetzten ephemeren Partei degenerierte, bis sie tatsächlich zerstört wurde.
     Ohne mit dem Grundsatz der zentralisierten weltweiten Disziplin zu brechen, versuchte die Linke, in der Geschichte eine Schlacht zu schlagen, die, auch defensiv, die proletarische Avantgarde unbefleckt lässt von Kungeleien mit den Mittelklassen und ihren dem Untergang geweihten Parteien und Ideologien. Auch dieses geschichtliche Wagnis, wenn nicht die Revolution, so doch wenigstens den Kern ihrer historischen Partei zu retten, schlug fehl, und heute wurde in einer objektiv dumpfen und stumpfen Situation neubegonnen, inmitten eines vom kleinbürgerlichen Demokratismus bis ins Mark infizierten Proletariats. Aber der entstehende Organismus, der die ganze von den Prüfungen der Geschichte bestätigte Tradition der Lehre und der Praxis benutzt, wendet diese auch in seinen täglichen Tätigkeiten an, die die Wiederherstellung eines sich stets verstärkenden Kontakts mit den ausgebeuteten Massen zum Ziel haben, und er streicht aus seinen eigenen Strukturen einen der Fehler, die ihren Ursprung in der Moskauer Internationale haben, die These des demokratischen Zentralismus und die Anwendung jeglicher Wahlmaschinerie, so wie er aus der Weltanschauung, auch des letzten Mitglieds, jegliches Zugeständnis an Neigungen demokratoider, pazifistischer, autonomistischer und libertärer Art gestrichen hat.
     Es ist in diesem Sinne, dass wir versuchen, weitere Schritte zu unternehmen, indem wir die vielen langen Jahre bitterer Erfahrung nutzen, um weitere Angriffe auf die politische Linie der historischen Partei zu verhindern, indem wir das Elend und die Kleinlichkeit auslöschen, die wir in den Kommen und Gehen der vielen, unglücklichen, formalen Parteien gesehen haben. Damit haben wir auch die Warnungen der ersten großen Meister über die Schwierigkeiten, diese Einflüsse aus dem bürgerlichen Umfeld wie die persönliche Schmeichelei und die vulgäre Jagd nach der Vorherrschaft und der Popularität der Hohlköpfen, die so oft zu bekämpfen sind, die mit heiterer Empörung Marx und Engels beiseite setzten, um sie aufzuhalten, ihren Weg zu verschmutzen.

Crisi: attacco a salari e occupazione

Sul fronte capitale-lavoro vediamo da una parte la diminuzione del salario effettivo (aumento dei prezzi, aumento dell’intensità del lavoro), dall’altra l’aumento costante della disoccupazione in seguito alla smobilitazione parziale delle grandi industrie e al crollo delle piccole per la non competitività sul mercato internazionale.

Nella Repubblica Federale il numero dei disoccupati è aumentato nel solo mese di settembre da 527 mila a 557.000 unità, venendo a rappresentare i disoccupati sulla popolazione attiva il 2,4% per i lavoratori tedeschi e il 2,6% per gli immigrati che ne vengono a sopportare le maggiori spese. Il governo prevede per la fine dell’anno un raddoppiamento della disoccupazione. Sempre da agosto a settembre i «disoccupati parziali» (parziale anche il salario!) sono raddoppiati, da 105 a 265 mila.

Indicativo che i 43.000 operai della Volkswagen e i 18.000 dell’AUDI-NSU hanno cominciato da oggi turni di lavoro ad orario ridotto.

Da ottimi difensori del regime del capitale, i sindacati (DGB), insieme a padroni e dirigenti della banca centrale e governo, hanno sottoscritto il «patto sociale» e approvato la linea governativa che vede nell’aumento dei salari la causa dell’inflazione e della disoccupazione.

Quindi, logica conclusione, nessuna rivendicazione, nessun aumento dei salari, sennò, ahimè, disoccupazione. Per i 200 mila metallurgici della Renania-Vestfalia il sindacato è riuscito a imporre agli operai, che ne richiedevano il 20%, l’aumento del solo 14%, come base per le trattative.

Fino a quando ancora il regime capitalistico, grazie al tradimento dei «rappresentanti operai», riuscirà a scaricare le sue inevitabili crisi sul sangue proletario?

Senza questa domanda i ministri, socialdemocratici o no, industriali, banchieri, «rappresentanti degli operai», dormirebbero anche nelle «crisi» i loro sonni tranquilli.

In Francia il ritmo di aumento dei prezzi al dettaglio è stato negli ultimi tre mesi del 13,4%; considerando nel 1970 base 100 il prezzo dei prodotti alimentari ha raggiunto, nell’agosto 1974, quota 142; 135,8 quello dei prodotti manifatturieri e 138,5 quello dei servizi.

La situazione si fa via via più tesa, licenziamenti e chiusure delle fabbriche si susseguono: 841 operai licenziati nella Titan Coder di Mauberger, altri a Samer, a Cannes, a Marsiglia, nelle miniere di carbone della Mosella. Gli operai occupano le fabbriche, proclamano lo sciopero per difendere il posto di lavoro. Purtroppo queste manifestazioni di difesa operaia rimangono isolate, disperse, fiaccate in partenza dalle centrali sindacali che non collegano gli scioperi e cercano invece di fiaccare con sterili manifestazioni cittadine la combattività operaia.

Accanto a queste manifestazioni di strenua e impotente difesa per salvare i posti di lavoro, troviamo tutta una serie di scioperi per aumenti salariali, come quello dei 7000 operai del ferro del bacino della Lorena.

I 1500 operai del centro di smistamento Paris-Brune hanno scioperato senza preavviso contro «i miglioramenti delle condizioni di lavoro» che aumentavano invece lo sfruttamento operaio senza rispondere alle rivendicazioni degli operai di un aumento degli effettivi. Da notare che questi «miglioramenti» erano stati decisi fra i rappresentanti operai e la direzione.

I sussulti di classe non risparmiano nemmeno la Spagna «fascista» e il «socialista» Egitto. In Spagna sciopero alle officine Fasa-Renault dove gli operai rivendicavano 44 ore lavorative settimanali. La manifestazione ha provocato parecchi feriti in scontri con la polizia e 8 arresti. In Egitto scioperi per aumenti salariali a Heluan (i salari degli operai privilegiati rispetto al resto della popolazione, non raggiungono le 50 mila lire mensili). Giustamente preoccupato il governo dall’incitamento alla lotta che questa manifestazione poteva costituire per tutti gli altri salariati, ha subito concesso un «anticipo» di L. 50 mila per il mese di Ramadan a tutti i salariati del paese.

Per concludere negli Stati Uniti la disoccupazione ha raggiunto il 5,8% in seguito a numerosi licenziamenti nell’industria, nelle costruzioni, nel commercio. Si prevede per la fine d’anno più del 6%. In Inghilterra 674.000 disoccupati per la fine del ’74, 900 mila per l’anno prossimo mentre l’aumento dei prezzi dal 16,7% per il ’74 passerà nel ’75 al 17,6%.

La paura dei bonzi

Da qualche tempo il sentimento più diffuso fra i sindacalisti sembra essere la paura. Paura di quello che succederà nell’autunno, paura di non dominare la situazione, paura di lasciarsi sfuggire il controllo delle masse.

Infatti, il cigiellino Benvenuto intervistato dal settimanale «Espresso» del primo settembre a proposito degli «errori» commessi dai sindacati negli ultimi tempi così ha risposto: «Nel 1974, per la prima volta dal ’69 in poi, il sindacato s’è fatto condizionare dal quadro politico, ha temuto che un’azione troppo energica avrebbe provocato la caduta del governo Rumor e per evitarla ha adottato un atteggiamento incoerente. Chiedevamo molto, tutto, la nuova „Città del sole“, ma non ottenevamo niente e facevamo poco per ottenerlo. In queste nostre incertezze ha pesato molto l’operazione Fanfani-Scalia: la minaccia di una scissione nella CISL ha prodotto effetti estremamente negativi su tutto il movimento, le Confederazioni si sono sfiancate in un’opera di mediazione al vertice e gran parte della dialettica sindacale si è ridotta ai dialoghi tra Lama e Storti. In queste condizioni non si può dirigere con efficacia un movimento di massa. Infatti le conseguenze si sono viste presto: la credibilità del sindacato è diminuita, ci sono stati fenomeni di distacco e di sbandamento».

Non ne dubitiamo affatto, egregio pompiere confederale. La paura è l’ingrediente fondamentale della psicologia del bonzo: non «paura di sbagliare le scelte strategiche e tattiche» (quelle resteranno sempre le stesse: non sono «scelte», sono «subite» per la difesa degli interessi del capitale), ma paura del sano istinto di classe proletario! Buon segno: indizio che il «controllo» non funziona più così bene per gli illustrissimi mandarini delle «riforme di struttura» e del «sindacalismo responsabile».

Etiopia: La borghesia salva il Re ma spara su operai e contadini

Una delle più tragiche conseguenze del crollo della III Internazionale, e della degenerazione dei partiti legati a Mosca è costituita dal fatto che il proletariato delle aree sottosviluppate è stato praticamente abbandonato a se stesso, ed ha dovuto sottostare alle esigenze delle varie borghesie nazionali. Una riprova di questo fatto la troviamo nell’esame di tutte le lotte di liberazione nazionale che si sono svolte dal 1945 ad oggi. In Cina, in Algeria, in Egitto, in Congo; in ogni paese, il proletariato è stato soggiogato dalla propria borghesia, la quale, dopo aver realizzato la propria indipendenza nazionale (e in molti casi prima ancora), ha ferocemente represso ogni sussulto di classe dei proletari, dei semiproletari, e dei contadini poveri.

I fatti di Etiopia, non sono che una nuova conferma di questo svolgimento. La borghesia etiopica rappresentata da ufficiali dell’esercito (come in molti altri paesi, vedi ad esempio Egitto e Algeria), sta procedendo allo smantellamento delle vecchie strutture feudali di un impero millenario, ma lo fa solo dopo aver schiacciato i proletari.

Ecco i fatti: Tra il 26 e il 29 febbraio all’Asmara, a Massaua e nella base aerea di Debre Zeit, le truppe, guidate da giovani ufficiali, si ammutinano. I militari ribelli reclamano la riforma della costituzione e la realizzazione di riforme sociali.

L’imperatore in difficoltà, cerca di temporeggiare con un cambiamento di governo e con la promessa di rivedere la costituzione e di realizzare la riforma agraria. Ma il «comitato di coordinamento militare» alla fine di marzo depone il nuovo governo e inizia ad arrestare i personaggi più in vista del vecchio regime accusandoli di «corruzione». Il 12 settembre i militari depongono lo stesso Haile Selassie e chiedono ad uno dei suoi innumerevoli figli, il principe Asfa Wossen (residente in Svizzera) di divenire re costituzionale. Il principe dieci giorni dopo, graziosamente dichiara di accettare.

La borghesia etiope (molto più «pratica» della borghesia francese del ’89) non taglia la testa al vecchio re. In compenso cerca però di tagliargli la borsa. Pare infatti che il «leone dominatore della tribù di Giuda», «eletto da Dio» fosse interessato non solo alle sue prerogative divine ma si sia compiaciuto nel corso del suo lungo regno, di accumulare un certo numero di miliardi prudentemente depositati in banche svizzere. Ma l’ex-imperatore, che non ha opposto resistenza quando gli hanno tolto la corona, è molto più ostinato quando tentano di soffiargli i quattrini e si è energicamente rifiutato di cedere i suoi «risparmi».

Il 26 settembre il comitato militare abolisce le prerogative «divine» dell’imperatore, stabilendo che esso non sarà più «eletto da Dio», ma «eletto dal popolo».

Così la borghesia ha proceduto allo smantellamento del regime feudale. I giornali borghesi occidentali, commentando questi avvenimenti, si compiacciono del fatto che «senza spargimento di sangue» si sia pervenuti all’abbattimento di un regime arcaico, fondato su una spietata oppressione e su privilegi di casta. In effetti, nei confronti dei rappresentanti del vecchio regime, la borghesia etiope ha proceduto con molta cautela. Poche decine di personaggi più in vista sono stati arrestati (molti si sono presentati spontaneamente) nessuno è stato fucilato. I borghesi occidentali che osservano con apprensione gli avvenimenti, possono respirare di sollievo, non vedremo le teste dei nobili rotolare dalla ghigliottina.

Con molta maggiore decisione, con grande ferocia, la borghesia etiope si è comportata nei confronti dei proletari e dei contadini poveri. Di fronte all’agitarsi minaccioso delle masse proletarie e semiproletarie, si è verificato quello che tante volte abbiamo osservato nella storia. La borghesia non esita ad allearsi con gli oppressori di ieri, con gli arnesi del vecchio regime feudale.

Su questo fronte i morti ci sono stati e a centinaia:

25 febbraio: sciopero ad Addis Abeba; la polizia spara: 3 morti e 20 feriti;

28 marzo: l’esercito spara sui contadini che protestavano contro lo sfruttamento dei grandi proprietari fondiari;

1 aprile: nuovi scontri fra polizia e contadini poveri;

17 aprile: la polizia spara sui ferrovieri in sciopero e studenti a Dire Doua;

24 aprile: la polizia spara contro gli scioperanti ad Addis Abeba;

3 maggio: l’esercito stronca uno sciopero delle poste e arresta i capi sindacali;

12 settembre: il comitato militare sopprime il diritto di sciopero;

20 settembre: i sindacati reclamano l’aumento dei salari; il diritto di sciopero e di associazione minacciando lo sciopero generale;

23 settembre: i militari arrestano i capi della CELU (Confederation Ethiopian Labour Unions) la confederazione proclama lo sciopero generale, ma gli operai sono ormai terrorizzati e impossibilitati a difendersi. Lo sciopero generale fallisce e viene revocato il 25/9.

È una nuova sanguinosa sconfitta del proletariato, ma è anche una nuova conferma delle lezioni che noi abbiamo tratto dagli avvenimenti degli ultimi 50 anni. I proletari etiopi non sono stati in grado di difendere nemmeno le proprie condizioni di vita, e non certo per mancanza di coraggio o di combattività. Abbandonati a se stessi, privi della guida del partito comunista rivoluzionario, sono passati dalla oppressione feudale alla oppressione borghese, subendo gli avvenimenti, senza poterli volgere a loro favore.

L’epilogo non poteva né potrà mai essere diverso, finché non risorgerà di nuovo il Partito Comunista Internazionale, che dichiarerà guerra ad ogni forma di oppressione, unificando le lotte del proletariato occidentale e delle masse sfruttate dell’Asia e dell’Africa.

Il turpe mito della resistenza

A trent’anni di distanza vogliamo commemorare anche noi la «Resistenza», nel modo che si confà al vero Partito Comunista: gloria ai compagni Atti ed Acquaviva, uccisi proditoriamente dai partigiani, sicari dei partiti traditori. Essi caddero in nome della guerra alla guerra, della trasformazione leninista della guerra tra gli stati in guerra tra le classi, come Rosa e Carlo, come infinite schiere di proletari di tutto il mondo.

A Firenze si è celebrato il trentennale della «Liberazione», ovvero del salto della quaglia della ciabattona borghesia italiana dal fronte nippo-tedesco, ormai agonizzante, a quello del dollaro all’atomo e al cacao; auspice quel tal Palmiro che di salti sommo maestro fu: dal fronte di Beppe il calzolaio, collezionatore di teste rivoluzionarie, a quello di Nikita, affossatore di staliniani. Per cui il proletariato fu «liberato» dal padrone tedesco per cadere sotto il tallone del più spregiudicato padrone americano. Viva la «Liberazione»!

Le cronache hanno riferito di una brillante parata «popolare». E popolare è stata. A plotoni affiancati sono sfilati in obbrobrioso gomito a gomito i reparti della repressione statale, polizia, carabinieri, truppe speciali, reparti dell’esercito, ex-partigiani, rappresentanze sindacali, politiche, dei partiti, delle associazioni patriottiche, ecc. ecc. Su tutti vegliava l’anima del «grande assente», che dall’alto della sua quadrata mandibola cristianamente perdonava coloro che non si sapevano quello che facevano quel giorno sulla strada di Dongo. Ma in quella variopinta rassegna non poteva mancare il «sinistro» alla moda, il «cinese», a contestare, lui medaglia al valore partigiano, la tradita Resistenza, la incompiuta democrazia. Lui è ancora lì a far credere che in fondo i cannoni potrebbero sparare marmellata.

Rinverdire la «Resistenza»! Motivo democratico per rinsaldare la pace tra operaio e padrone, tra oppressi e Stato oppressore, tra proletari ingannati e filibustieri di professione, in vista del potente terremoto, i cui sordi brontolii preannunciano una marcia funebre per l’ingorda borghesia e i suoi ruffiani. «Resista» la borghesia, il suo Stato, i suoi corifei, se potranno, all’assalto dell’unitaria armata internazionale del proletariato. La Resistenza è del capitalismo. L’offensiva è della classe operaia mondiale.

Contro le acrobazie della manovra politica

dalle tesi di Lione  I e II

Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione, e lontane da essa come rapporti delle forze (pur potendo esserne meno lontane di altre nel tempo, perché l’evoluzione storica presenta – è marxismo – diversissime velocità) in cui il voler essere a tutti i costi partiti di masse e di maggioranza, il voler avere a tutti i costi preminente influenza politica, non si può raggiungere che rinunciando ai principi ed ai metodi comunisti e facendo una politica socialdemocratica e piccolo borghese. Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile della sua ripresa. Su tale terreno dialettico e marxista, non mai sul terreno estetista e sentimentale, va respinta la bestiale espressione opportunista che un partito comunista è libero di adottare tutti i mezzi e tutti i metodi. Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nella organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico, e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe «manovre», ma secondo gli effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi alle false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative.