Ancora se le cifre che le varie fonti riportano sulla situazione economica, finanziaria ed alimentare della Polonia fossero artatamente gonfiate, non c’è dubbio che lo Stato polacco non pare più in grado di sopportare a lungo una situazione di conflitto così radicale e profonda, di instabilità sociale, di caduta della produzione. Il formidabile moto degli operai di Danzica, Stettino, scoppiato dieci anni fa, anche se per l’asprezza dello scontro e per la genuina conduzione classista più poderoso del presente, e i cui frutti, in bene ed in male sono oggi allo sguardo preoccupato del mondo, poté essere alla meno peggio riassorbito stante gli oggettivi margini che l’economia poteva allora avere; lo scontro di questi mesi invece, pur se sulla base dell’esperienza allora fatta è stato prontamente imbrigliato da una direzione piccolo borghese, cade, pur se di radicalità inferiore, cade su di un apparato produttivo vicino al collasso, su una struttura finanziaria sommersa dai debiti, con risorse alimentari drammaticamente condizionate dai piccoli produttori agricoli, uno dei pilastri su cui poggia lo stato «socialista» polacco, che non possono oltre aumentare, o si rifiutano di farlo, la produzione per la scarsissima remunerazione della agricoltura. Nell’ottica di queste immediate considerazioni, la «gravità» del momento presente, per i governanti polacchi, è enormemente maggiore di quella di allora. Non c’è dubbio sia stato offerto un aiuto importantissimo dal sindacato libero «Solidarietà», che, strutturandosi sull’onda dei comitati operai di allora, si è poi sviluppato con tutte le tare più infami dei modelli corporativi d’Occidente, e che in quest’ultima convulsa fase quasi tende a costituirsi quale «partito polacco del lavoro», cercando di fondare anche un partito dei piccoli proprietari contadini — la famigerata Solidarietà rurale — al quale poi subordinare, e per la difesa degli interessi del quale condurre le lotte degli operai. E, per inciso, di fronte ad una simile prospettiva, il governo polacco ha immediatamente opposto un deciso no — un partito contadino organizzato potrebbe mettere in ginocchio per la difesa della sua proprietà, l’economia peggio di uno sciopero di mesi.
Partito polacco del lavoro, se non contrapposto, almeno deciso interlocutore del POUP alla guida dello stato, forza politica autonoma a programma piccolo borghese che tenderebbe a spaccare il tradizionale monolitismo della conduzione statale nel blocco «socialista». Solidarietà si è quindi assunta direttamente l’onere di operare da ammortizzatore della spinta sociale, per condurre con strumenti «tutti polacchi» l’opera di spegnimento col solito trucco della democratizzazione, della concordia nazionale, della salvezza dell’economia e dello stato, l’azione potente delle grandi masse operaie, i cui scioperi travalicano ormai l’ambito strettamente sindacale e si pongono anche se inconsciamente in diretto antagonismo dello stato polacco, e per esso del POUP che ne è l’espressione politica. In questo modo, per gli oggettivi successi iniziali dell’azione, Solidarietà e la sua truce direzione vestita da prete, è stata accettata dal governo, nel quale ha inizialmente prevalso l’ala incline al «compromesso» e malgrado il movimento non potesse essere arrestato del tutto, un accordo dopo l’altro ha tamponato le iniziative di lotta autonome degli operai. Però alla fine è definitivamente saltata anche l’ultima faticata tregua di tre mesi — e si badi bene, proprio per un «incidente» causato dagli stessi operai che hanno occupato una prefettura — con una violentissima risposta della polizia che ha innescato una reazione a catena nel tutt’altro che calmo quadro sociale, che Solidarietà si è trovata suo malgrado a dover condurre anche alla radicale prospettiva dello sciopero generale — il che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che Solidarietà è ben lungi dall’avere il controllo totale sugli operai, ma è costretta in svolte critiche a seguire le spinte del movimento — e quest’ultima vicenda l’ha resa un interlocutore molto meno valido per il governo polacco, nel quale l’ala fedele a Mosca ha ripreso decisamente vigore. Quindi lo stesso apparato statale si mostra diviso, ed oscilla tra la volontà aperta di repressione e la rottura netta con Solidarietà, in accordo con le insistenti pressioni della URSS, da una parte, e dall’altra nella ricerca di un nuovo accordo con il sindacato libero che si faccia garante di controllare le lotte e riportare la pace sociale, coadiuvato dall’opera mediatrice della Chiesa polacca. E‘ degno di attenzione il fatto che questa ala «possibilista» accusi però la direzione Walesa del sindacato di essersi fatta scavalcare da gruppi estremisti miranti allo scardinamento dello stato, alla ricerca dello scontro in ogni modo. Il che sembrerebbe indicare, al di là di deboli giustificazioni del proprio operato verso l’alleato di Mosca per aver appoggiato l’operato di Solidarietà, dell’esistenza comunque in questo organismo (ci è difficile chiamarlo soltanto «sindacato libero») di frazioni con programmi di azione diversi; ma le notizie che si hanno sulle fonti di stampa dalla Polonia non portano niente in proposito e dobbiamo riferirci a Solidarietà per il solo programma condotto dal gruppo dirigente di Walesa. Ed infine la stessa organizzazione di base del POUP si sta sfaldando sotto le contraddizioni indotte dall’ambiguità dei dirigenti e la forza stessa dello scontro in atto; il che provoca un ulteriore indebolimento nella possibilità di controllo nelle fabbriche ed in tutte le altre istanze della società che da parte di Mosca non può essere in alcun modo accettata. In questo senso il sommarsi di azioni repressive ed accordi, di agitazioni che scoppiano d’improvviso in un punto o nell’altro, di iniziative autonome operaie, riducono drasticamente i margini della possibilità di accordo. Anche se l’ennesimo pateracchio di concordia nazionale sarà stipulato tra le parti, non è pensabile una sua lunga durata. Alla data in cui scriviamo non sappiamo ancora quale strada avrà battuto l’ormai indilazionabile esigenza di normalizzazione della situazione polacca; se — ed è la speranza di tutti i filistei democratici d’occidente, dei preti d’ogni colore e delle banche presso cui la Polonia è esposta per circa 30 miliardi di dollari — potrà essere realizzata una tregua duratura che permetta di rimandare ad una fase meno socialmente calda l’intervento di repressione statale con mezzi solo polacchi; se l’ala dei «duri» nel POUP vorrà passare immediatamente all’offensiva contro gli operai, le truppe del patto di Varsavia — ed è l’ipotesi che pare la più debole perché allo stato attuale delle nostre conoscenze non pare che lo stato polacco abbia ora la forza di andare da solo ad uno scontro — anche se al presente la direzione del movimento è nelle mani di Solidarietà — o se infine il fraterno aiuto dei potenti vicini in armi liquidi con la forza dell’occupazione militare lo scontro di classe insieme ai democratici di Walesa e compagnia. Questa terza possibilità è quella di maggior «costo» per il blocco sovietico. Costi militari, per l’impiego di uomini e mezzi quando è ancora aperto il fronte afghano, costi economici perché dovrebbe la sola URSS accollarsi l’onere, pena la perdita di credibilità del Comecon esposto presso le banche internazionali per globalmente 70 miliardi di dollari, dell’intero debito con l’estero della Polonia, costi strategici per tutto il sistema di alleanze attuali e future, costi «alimentari» perché 40 milioni di bocche polacche peserebbero sulle scarse riserve alimentari della Russia, ed infine il costo della gravissima incognita dell’apertura di un fronte di resistenza interno della Polonia — ipotesi probabile, malgrado gli inviti alla non resistenza di Solidarietà in questo caso, dal momento che a differenza della Cecoslovacchia, dove la fognosa e piccolo borghese primavera di Praga cedette senza resistenza ai tanks sovietici nell’indifferenza della classe operaia, la matrice delle agitazioni sociali in Polonia è schiettamente operaia — fronte di resistenza che causerebbe uno sconvolgimento formidabile nel cuore d’Europa, ed i cui effetti non prevedibili potrebbero anche costituire la premessa per il terzo conflitto mondiale.
La cautela nei fatti, dimostrata dai dirigenti di Mosca, anche se la truculenza degli scritti contro Solidarietà ha raggiunto toni violentissimi, si comprende alla luce di questi pochi punti; per ora, pressione nemmeno tanto discreta, le truppe del patto di Varsavia hanno prolungato le loro manovre invernali in Polonia. E‘ certo però che se «l’infezione» della rivolta operaia, fiamma facile ad attaccare ove non esista, come sciaguratamente esiste in questo marcio occidente, il tradimento organizzato e sistematico dei falsi partiti operai e dei sindacati di regime si diffondesse agli altri paesi del blocco dell’est, alla stessa URSS, che ha già cominciato a sperimentare timidi accenni di lotta operaia, oppure se il sistema imperiale sovietico in Europa dovesse veramente essere messo in crisi dalla semplice minaccia di un mutamento istituzionale della Polonia, tali costi vanificherebbero, e l’intervento sarebbe immediato, tornando veramente l’ordine a regnare a Varsavia sulle bocche dei cannoni.
Nel numero passato evidenziammo i principali risultati economici della riforma agraria degli anni 1949-1953 ed a quale stratificazione sociale aveva portato nelle campagne, arrivando alla conclusione che l’estesa piccola produzione famigliare contadina (autosufficiente per la maggior parte), era divenuta la palude nella quale stavano per affondare i progetti di rapida industrializzazione, per la bassa produttività della conduzione agricola parcellizzata incapace di assolvere pienamente al compito schiettamente borghese di formazione e sviluppo del mercato nazionale.
Questa la tesi che sinteticamente esponemmo e alla quale ci rifacciamo riprendendo il filo di una trattazione degli avvenimenti non facile per le molte lacune del materiale documentario a noi disponibile, e dando i primi cenni delle polemiche fra Liu Shaoqui e Mao.
L’inizio della polemica fra Mao e Liu Chaoqui
Durante la rivoluzione culturale Liu Shaoqi ed i dirigenti più o meno a lui vicino, furono accusati di essere da sempre i difensori dei contadini ricchi e dei contadini medi e per contro di disconoscere gli interessi dei contadini poveri e dei contadini medi inferiori. Accusa che, nel contempo, era anche una esplicita confessione che allora nel biennio 1966-67 le classi in Cina c’erano e come.
In un articolo apparso sia sul “Quotidiano del Popolo” sia sulla rivista teorica “Bandiera Rossa” intitolato “La lotta fra le due vie nelle campagne cinesi” e riportato su “Beijng Information” del 4 dicembre 1967 si cita il testo di Liu Shaoqi “Istruzioni date ad An Ziwen ed altri” del 23 gennaio 1950 come un esempio della via capitalistica di sviluppo delle campagne contrapposta a quella socialista di Mao.
An Ziwen sarà nel 1956 a capo del Dipartimento Organizzazione e pure lui subirà la polvere durante la rivoluzione culturale per essere poi pienamente riabilitato, questo sia detto aneddoticamente.
Dal testo di Liu: «In questo momento lo sfruttamento non fa altro che salvare persone; non permetterlo è un dogmatismo; in questo momento è indispensabile lo sfruttamento; bisogna riservare un trattamento favorevole allo sfruttamento (…) Si deve permettere (nell’agricoltura e nell’artigianato) l’impiego di mano d’opera salariata e all’attività individuale di svilupparsi di conseguenza (…) è positivo lasciar sviluppare un certo numero di contadini ricchi (…) non bisogna limitare l’impiego di mano d’opera salariata per la coltura della terra, che è legale e nel contempo ugualmente vantaggiosa per i poveri (…) fra qualche anno le famiglie contadine che possiedono 3 cavalli, un aratro, una carretta raggiungeranno la quota dell’80% (…) Solo con il 70% delle famiglie contadine con tre cavalli possiamo mettere in piedi delle fattorie collettive (…) non bisogna credere che tutti quelli che si oppongono alle attività individuali siano dei collettivisti».
Ed ancora Liu citato nello stesso articolo: «Dopo la riforma agraria, le tendenze spontanee dei contadini al capitalismo e le differenziazioni di classe cominciano a manifestarsi con lo sviluppo dell’economia rurale. Nel partito ci sono dei compagni che, di fronte all’apparizione di queste tendenze spontanee e questa differenziazione di classe, si impauriscono, e tentano di prevenire e di impedire lo sviluppo di questo fenomeno. Essi si immaginano di poter utilizzare per questo scopo le squadre di aiuto reciproco e le cooperative di approvvigionamento e di vendita. Alcuni hanno formulato l’opinione secondo la quale bisogna gradualmente scuotere, indebolire, annientare la proprietà privata e trasformare le squadre di aiuto reciproco, perché così appariranno forze nuove capaci di vincere i fattori che generano le tendenze spontanee dei contadini al capitalismo. Ecco un punto di vista erroneo, pericoloso ed utopistico concernente l’agricoltura» (Nota alla risoluzione del Comitato del PCC della provincia dello Shanxi: “Una nuova tappa per le squadre di aiuto reciproco della vecchia regione liberata”, 3 luglio 1951). «La politica di conservazione della economia dei contadini ricchi è una politica di lungo termine» (“Su certi problemi della riforma agraria”, 14 giugno 1950).
Aveva buon gioco l’estensore dell’articolo ad accusare Liu, 16 anni dopo, di difendere il capitalismo e l’azienda agraria del contadino ricco impiegante manodopera salariata, accuratamente distinto dallo speculatore ed unico ad apportare cereali sul mercato; azienda agraria che pure nelle campagne cinesi era ed è innegabile passo avanti di fronte a micro aziende familiari e quasi autosufficienti, tecnicamente arretrate e che sopravvivevano soltanto per la fatica e la miseria a cui si sottoponevano i conduttori.
Il fatto è, qui l’estensore dell’articolo prendeva un sonoro abbaglio, che lo stesso Mao in quegli anni fu difensore dell’economia dei contadini ricchi e niente faceva di diverso se non dispensare consigli di prudenza e duttilità nei loro confronti.
Il 12 marzo 1950 in una circolare inviata ai responsabili delle province in cui si stava effettuando la “riforma agraria” e titolata “Richiesta di opinione sulla tattica verso i contadini ricchi”, Mao Zedong deve ribadire che nella riforma che sarebbe iniziata nell’inverno a venire, dopo il raccolto per non precludere la buona riuscita «non solo non saranno toccati i contadini ricchi capitalisti, ma neanche quelli semifeudali e la questione di quest’ultimi sarà risolta un’altra volta tra alcuni anni», e che “non toccare per il momento i contadini ricchi è relativamente più opportuno al fine di rassicurare la borghesia nazionale»; citazione che fa il pari con la dichiarazione di Liu del giugno 1950 sulla conservazione dell’economia dei contadini ricchi.
Si rileva solo che Liu parlava di una politica di conservazione dei contadini ricchi “a lungo termine”, Mao di alcuni anni, previsione che del resto lui stesso cambiò a più riprese, ad esempio il 23 giugno 1950 a commento della riforma agraria si lasciò andare alla seguente dichiarazione: «Il passaggio dall’industria privata a quella statale e alla socializzazione dell’agricoltura sono ancora molto lontane», e nel 1953 arrivò a fissare in 15 anni il tempo occorrente per la socializzazione dell’agricoltura (riunione dell’Ufficio Politico del PCC il 15 giugno 1953).
Ma i 15 anni di Mao valevano bene gli anni che Liu concedeva alla famiglia-azienda di dotarsi di tre cavalli, un aratro e una carretta !
Ad ogni modo il dissidio rimaneva sulla determinazione della velocità di avvicinamento, non al socialismo sia chiaro, ma al pieno capitalismo sia in campo industriale che agrario.
Sullo stesso tono Mao si espresse alla terza riunione plenaria del CC del VII Congresso del PCC, il 6 giugno 1950, ulteriore conferma che la politica di appoggio ai contadini ricchi non era di Liu ma di tutto il Partito e di tutto il Governo, e non certo addebitabile al “più alto dirigente incamminatosi sulla strada del capitalismo», come ripeterà ossessivamente la rivoluzione culturale.
Nel rapporto di Mao si legge: «La nostra politica verso i contadini ricchi deve cambiare, dalla politica di requisizione delle loro terre e delle loro proprietà eccedenti bisogna passare a quella di preservare l’economia dei contadini ricchi, al fine di ristabilire rapidamente la produzione agricola, isolare i proprietari fondiari, proteggere i contadini medi e quelli che danno in affitto poca terra», affermazioni che seguivano la constatazione che i contadini poveri stavano ricevendo meno terra degli altri e, per le loro difficoltà, era necessario utilizzare il metodo dei prestiti statali i quali quindi dovevano surrogare alle funzioni dell’usuraio messo alla lanterna.
Nello stesso rapporto si ammetteva pure che «in gran parte delle campagne, dato che non si è ancora iniziata la riforma agraria e che si debbono riscuotere le imposte in cereali, i contadini hanno da ridire», fatto che conferma come il PCC intendesse la riforma agraria, Mao Zedong in testa, come una operazione di polizia amministrativa, socialmente inevitabile ma da circoscrivere.
È del 19 marzo 1953 quest’ultimo brano di Mao di una Direttiva interna del CC del PCC, in cui, ammesso che l’agricoltura cinese è una “piccola economia contadina dispersa” la quale utilizza mezzi rudimentali, si deduce che:
«nell’attuale fase di transizione, fatta eccezione per le aziende agricole statali, nella nostra agricoltura non è ancora possibile portare avanti una produzione unificata e pianificata, non possiamo esercitare troppe interferenze nelle attività dei contadini; per ora solo la politica dei prezzi (sottolineato da noi) e con il necessario e possibile lavoro economico e politico possiamo guidare la produzione agricola e inserirla nella economia pianificata di Stato».
Mao quindi propone una moderatissima politica dei prezzi che nuovamente vale Liu e la sua politica di ammettere l’impiego di mano d’opera salariata nelle campagne per non intralciare l’economia dei contadini ricchi e no !
Ma al di là dell’identità sostanziale fra questi due attori, il problema della concentrazione e modernizzazione tecnica delle “piccole proprietà contadine disperse” ed utilizzanti mezzi rudimentali, rimaneva e, negli anni dal 1953 al 1958 sarebbe apparso in tutta evidenza e lo stesso PCC avrebbe dovuto affrontare il problema anche con evidenti contrasti al suo interno, ed allora vedremo che la formazione dell’azienda familiare contadina nel quadro di un solidarismo imposto dalle oggettive condizioni ambientali sfavorevoli sarà contemporaneamente punto di forza e limite della rivoluzione borghese in Cina.
Punto di forza perché significò il risveglio di immense masse rurali che, negli anni a venire con la “collettivizzazione” e le Comuni sarebbero state irreggimentate in giganteschi lavori pubblici con una mobilitazione che prolungò in periodo di pace i modi e le forme associative di una nazione in guerra. Il suo limite, perché ha significato, e tuttora significa, una resistenza caparbia alla formazione della grande industria e della grande agricoltura moderna, la lentezza e contraddittorietà del processo di accumulazione capitalistica nelle campagne.
Processo che allo stato attuale, fatto fiasco l’accentramento e l’accumulazione attraverso le Comuni prima, le Brigate e le Squadre poi, sembra passare attraverso gli “appezzamenti privati», attraverso i mercati rurali con prezzi delle derrate liberalizzati, quindi con una conseguente formazione e accumulazione individuale di Capitale, la strada dell’economia dei contadini ricchi, quindi, difesa negli anni 1950-53 sia da Mao che da Liu, certo dal secondo con meno illusioni e più conseguentemente.
Verso la collettivizzazione. Primi dati economici
La collettivizzazione delle terre degli anni 1953-57, come anche la formazione delle Comuni rurali nel biennio 1958-59, sconvolgerà nuovamente le strutture produttive e sociali nelle campagne cinesi; infatti riguarderà direttamente poco meno del 90% della intera popolazione cinese, come tutta la struttura governativa e di partito, con immediate ripercussioni nelle città, e questo dopo che in un primo momento la riforma agraria del giugno 1950 sembrava assicurasse un relativo lungo periodo di pace sociale nelle campagne. L’intera politica del PCC negli anni 1949-53 dava adito a tale valutazione, con la sua insistenza sullo sviluppo della produzione e le sue continue rassicurazioni nei confronti della sorte dei contadini ricchi. Abbiamo visto come tale politica di stabilità fosse fermamente sostenuta dallo stesso Mao e, a scanso di equivoci, diamo l’ennesima citazione:
«Il compito generale del partito nel periodo di transizione è di realizzare sostanzialmente, in tre piani quinquennali, l’industrializzazione socialista e la trasformazione socialista dell’agricoltura, dell’artigianato e dell’industria e del commercio capitalisti. Tre piani quinquennali sono quindici anni. Un anno un piccolo passo, cinque anni un grosso passo, e con tre grandi passi siamo quasi arrivati. Realizzare sostanzialmente non vuol dire realizzare integralmente. Sostanzialmente è un modo prudente di esprimersi: per le cose in questo mondo è meglio essere sempre un po’ prudenti. «L’agricoltura cinese oggi è in gran parte costituita dall’economia individuale, bisogna portare avanti la trasformazione socialista un passo dopo l’altro. Per sviluppare il movimento per il mutuo aiuto e la cooperazione bisogna attenersi al principio del consenso. Non svilupparlo sarebbe seguire la via capitalista, e si cadrebbe nella deviazione di destra. Ma non va bene nemmeno procedere con troppa irruenza, si cadrebbe nella deviazione di “sinistra”» (“Nell’attività della Lega della Gioventù bisogna tener conto delle caratteristiche dei giovani”, 30 giugno 1953).
Tuttavia dal luglio 1955 – la riforma agraria era terminata nella primavera del 1953 e di poco dopo sono le prudenti affermazioni di Mao – partito e Stato si orienteranno verso una accelerata politica di collettivizzazione le cui ragioni reali vanno cercate nella struttura economica agraria ed industriale e rifuggendo il facile ed ingannevole terreno della disputa ideologica e dottrinaria, disputa dalla quale trarrà alimento la stessa rivoluzione culturale di un decennio posteriore.
La tabella che abbiamo preparato presenta nella sua prima parte (colonne dalla 1 alla 14) le grandezze proprie del settore agricolo e di quello industriale, grandezze che vengono confrontate fra loro; la seconda parte (colonne dalla 15 alla 24) intende invece confrontare l’andamento della produzione dei prodotti principali dell’agricoltura (cereali e cotone) con quello della popolazione, rurale ed urbana, e con le superfici di semina.
La prima parte della tabella mostra quindi il determinante contributo del settore agricolo all’economia cinese, che solo nel 1954 viene pareggiato da quello del settore industriale: la colonna 3 (% valore produzione agricola sulla totale), la 4 (% valore prodotti agricoli nelle esportazioni) danno i dati più significativi i quali, insieme alla percentuale della popolazione rurale sulla totale ed alla partecipazione del settore agricolo al gettito fiscale dello Stato cinese (il 30% nel 1950 contro il 14% nel 1958), misurano come gli sforzi dei pianificatori di Pechino fossero tutti rivolti ad accorciare le distanze fra agricoltura ed industria e come le possibilità di sviluppo, di quest’ultima dipendessero in gran parte dallo sviluppo della prima.
Anche gli incrementi medi annui della produzione industriale confrontati con quelli di popolazione e cereali, che abbiamo calcolato a parte, rivelano chiaramente tale tendenza, che è da sempre tipica del modo di produzione capitalistico nel quale mentre l’industria corre l’agricoltura segna il passo ed è già molto quando riesce ad assicurare le stesse quantità di derrate alla crescente popolazione.
Le colonne dal 9 al 14 riportano invece gli indici dei salari, dei redditi dei contadini, la percentuale dell’imposta agricola, l’indice dei prezzi al dettaglio di tutte le merci e dei prodotti industriali venduti nelle campagne, quindi i prezzi di acquisto dei prodotti agricoli.
Le colonne 12 e 13 sui prezzi al dettaglio si riallacciano a quello che già avevamo anticipato nel numero precedente sull’insufficiente approvvigionamento di derrate alimentari nelle città. L’indice generale dei prezzi al dettaglio aumenta infatti dal 1952 al 1957 di otto punti e mezzo mentre quello dei prodotti industriali venduti nelle campagne solo di 1 e mezzo, segno quindi che i prezzi delle derrate alimentari subirono un aumento ben superiore agli 8 punti e mezzo del totale. Infatti i cereali e l’olio combustibile vengono razionati nelle città nel 1953, per estendersi a tutta la Cina nel 1955, mentre dal 1954 tocca invece al razionamento dei tessuti di cotone.
Le colonne 10, 11 e 14 mostrano invece la difficoltà dello Stato cinese di operare una politica di “sfruttamento” dell’oceano rurale per finanziare l’industrializzazione. L’imposta agricola era relativamente bassa e negli anni tende a diminuire, oggi siamo al 4%, di contro il prezzo di acquisto dei prodotti agricoli da parte dello Stato aumenta di 22 punti e sta senz’altro qui una delle ragioni della collettivizzazione: lo Stato non riesce ad assicurarsi il surplus del mondo rurale necessario per i grandi progetti di investimenti industriali. Il contadino non ne vuol sapere di essere il tramite di uno sviluppo borghese delle città e delle campagne, infatti aumenta sì il suo reddito ma nel contempo diminuisce la sua partecipazione al gettito fiscale statale; ma soprattutto permane uno squilibrio fra la quantità dei prodotti agricoli venduti allo Stato e alla città e la quantità di mezzi di produzione venduti dallo Stato ai contadini, riportate ambedue nelle colonne 6 e 7: il denaro dalla città passa alla campagna, e lo Stato deve addirittura pagare per mantenere anche il ritmo normale e lento del capitalismo agrario, che si sarebbe incaricato, attraverso l’espropriazione economica, di lentamente “collettivizzare” l’agricoltura cinese.
Scrivemmo nel giugno 1966 sulla rivista Programme Communiste: «Mao Zedong, al pari di Stalin, non se la sarebbe presa con il “kulak” se i granai (e la cassa, aggiungiamo noi) dello Stato fossero stati pieni», giudizio che collima perfettamente anche con l’ulteriore precisazione statistica di quei primi anni della Repubblica Popolare Cinese.
Le colonne 6 ed 8 sono altresì importanti per valutare le possibilità proprie dell’agricoltura di meccanizzarsi. I mezzi di produzione acquistati dall’agricoltura per tutto il periodo 1949-57 saranno una piccola parte di quelli prodotti dall’industria nonostante la preponderanza del settore agricolo sull’intera economia cinese: il massimo si ha nel 1956 sia come valori assoluti sia percentualmente rispetto all’intera produzione industriale.
La situazione dal punto di vista dell’attrezzaggio agricolo era del tutto insufficiente e il numero dei trattori impiegati in agricoltura lo rilevava impietosamente. Negli anni dal 1949 al 1957 viene denunciato infatti 401; 1.286; 1.410; 2.006; 2.719; 5.061; 8.094; 19.367; 24.629 macchine standard da 15 HP, macchine che altresì erano quasi totalmente impiegate nelle fattorie statali e nelle zone di collettivizzazione del Nord-Est, del Nord-Ovest e del Sud-Ovest. Tanto che nel 1954 risultava che gli “agiati contadini ricchi”, con in media 4,6 mu di terra arabile, possedevano ben due animali da tiro e un carretto a famiglia ed una ruota idraulica ogni 3 famiglie !
Era molto rispetto ai contadini poveri che possedevano un animale da tiro ogni 2 famiglie, un carretto ogni 3 ed una ruota idraulica ogni 17, ma certo la formazione di una impresa agricola capitalistica pure impiegante mano d’opera salariata, in quelle condizioni, era un innegabile passo in avanti !
Liu Shaoqi propugnava la collettivizzazione. Ma quando il 70% delle famiglie contadine possedesse 3 cavalli, un aratro e un carretto, era certamente troppo prudente per i fiduciosi pianificatori di Pechino (nel numero passato abbiamo visto le incaute previsioni di Deng Zihui e abbiamo accennato anche a quelle di Mao), tanto più che la legge agraria promulgata dai Taiping cent’anni prima conteneva una previsione analoga: «Che ogni famiglia dell’Impero possieda cinque galline e due scrofe», ma rimane il fatto che la collettivizzazione fu intrapresa con una mancanza assoluta di mezzi di produzione ed il disastro che ne conseguì fu pari alla misera situazione che voleva sanare.
Un dato per tutti: in Russia alla fine del 1920 le importazioni annuali di trattori erano di circa 23 mila unità, senza contare i 9.000 della produzione nazionale.
La parte seconda della tabella riporta invece le produzioni di cereali e cotone confrontate con le superfici di semina e la popolazione urbana, rurale e totale.
Anni
Valore produzione agricoltura (miliardi di yuan )
Valore produzione industriale artigianale (miliardi di yuan)
Valore produzione agricoltura su val. produzione totale (miliardi di yuan)
Prodotti agricoli nelle esportazioni
Valore prodotti agricoli (miliardi di yuan 1952)
Acquisto mezzi di produzione acquistati dell’agricoltura (miliardi a di yuan)
Grado di commercializzazione prodotti agricoli 5:1 x 100
Grado di di influenza dell’agricoltura sull’espansione industriale 6:2 x 100
Indice salari impiegati operai 1952=100
Indice reddito contadini 1952=100
Imposta agricola sulla produzione lorda fisica %
Indice prezzi al dettaglio 1952=100
Indice dei prezzi prod. industriali venduti nelle aree rurali 1952=100
Indice dei prezzi di acquisto dei prodotti agricoli 1952=100
Popolazione totale (mil.)
Popolazione urbana (mil.)
Popolazione rurale (mil.)
Popolazione rurale sulla totale (%)
Produzione cereali (mil. di t.)
Produzione cotone (mil. di t.)
Produzione unitaria cereali q:h
Produzione unitaria cotone q:h
Disponibilità annua pro capite di cereali kg
Superficie coltivata (mil. di h.)
1949
32,6
14,0
69,9
–
–
–
–
–
–
–
–
–
–
–
541,7
57,7
484,0
89,3
113,2
0,445
1,11
1,65
209
97,9
1950
38,4
19,1
66,7
90,7
8,00
0,73
20,8
3,8
–
–
–
–
–
–
552,0
61,7
490,3
88,3
129,8
0,692
1,23
1,82
235
100,3
1951
42,0
26,3
61,4
86,0
10,50
1,03
25,0
3,9
–
–
–
–
–
–
563,0
66,3
496,7
88,1
140,1
1,030
1,32
1,88
249
103,6
1952
48,4
34,3
58,5
82,1
12,97
1,41
26,8
4,1
100,0
100,0
13,2
100,0
100,0
100,0
574,8
71,6
503,2
88,5
163,9
1,304
1,46
2,33
285
107,9
1953
49,9
44,7
52,8
81,6
15,32
1,92
30,7
4,2
111,2
106,9
11,9
103,2
98,5
110,1
588,0
77,7
510,3
86,8
166,8
1,304
1,46
2,25
283
108,5
1954
51,6
51,9
49,8
76,0
17,36
2,50
33,6
4,8
116,4
110,7
12,4
105,5
100,2
113,8
601,7
81,5
520,2
86,4
169.6
1,065
1,45
1,95
282
109.4
1955
55,5
54,8
50,3
74,5
17,80
2,80
32,1
5,1
119,7
120,7
11,6
106,3
101,4
113,2
614,6
82,8
531,8
86,5
183,9
1,518
1,55
2,63
299
110,2
1956
58,3
70,4
45,3
73,9
18,40
3,70
31,5
5,2
136,8
124,3
10,8
106,3
100,4
116,6
627,8
89,2
538,6
85,8
192,7
1,445
1,55
2,35
307
111,8
1957
60,3
78,4
43,5
71,6
20,28
3,26
33,6
4,1
142,8
127,9
11,5
106,6
101,6
122,4
646,5
92,0
554,5
85,8
195,0
1,640
1,61
2,85
302
111,8
Incominciamo dalla popolazione: dal 1949 al 1957 la popolazione rurale è aumentata del 15% e quella cittadina del 60%; per contro i cereali essenziali (la serie è stata da noi ricalcolata rispetto alla precedente, altra volta esposta, includendo nel conto anche la soia, così come è stato fatto verso la metà degli anni Sessanta da Pechino) si attestano al 72% nell’intero periodo, ma come abbiamo calcolato nella tabella negli anni 1953-57 l’incremento della produzione cerealicola deve cedere nei confronti di quella della popolazione urbana: 3% contro il 5,1%. L’origine della non lieve lievitazione dei prezzi delle derrate alimentari, come anche del razionamento a cui abbiamo accennato, prende le mosse anche da tale situazione la quale, dopo le speranze andate deluse del Balzo in Avanti, costringerà molti inurbati a ritornare nelle campagne.
Popolazione e Produzioni Incrementi medi annui %
Anni
Popolazione
Prod. industr.
Cereali
Pop. rurale
Pop. urbana
1949-57
2,2
24,0
7,0
1,7
6,0
1949-52
2,0
34,8
13,1
1,3
7,5
1953-57
2,4
17,9
3,5
1,9
5,1
Superficie coltivata: su 9 milioni e 561 mila kmq. che rappresentano l’intera superficie della Cina la percentuale di superficie coltivata passò dal 10,2% del 1949 all’11,7% il che dava in quell’anno una densità di popolazione sulla terra coltivata altissima: ben 5,7 persone per ogni ettaro (dopo 24 anni le cose sono ulteriormente peggiorate), con meno del 7% delle terre coltivate del globo terrestre la Cina doveva alimentare un quinto circa della popolazione mondiale.
È questa estrema mancanza di terra il dato più significativo dell’agricoltura cinese, considerando che i territori delle regioni periferiche, che dispongono altresì di grandi ricchezze minerali, sono ben lungi dall’aver raggiunto la massima utilizzazione agricola. Gli esperti stimano che nelle regioni della Manciuria e del Xinjiang Uygur, potrebbero essere messi in coltura 30 milioni di ettari, ma tale operazione richiederebbe lavori grandiosi e dispendiosi, fuori dalla portata del Governo di Pechino che ha dovuto concentrare i suoi sforzi sulla superficie coltivata delle vecchie 18 Provincie cinesi, il cui miglioramento ed anche mantenimento di rendimento richiede del resto forti investimenti di capitale.
Le condizioni fisiche e geografiche del territorio e le condizioni pluviometriche fanno sì che grandi e continui lavori di regolamentazione delle acque sono necessari per rendere la condizione agricola sicura di anno in anno, non sottoposta alle irregolarità climatiche e alle periodiche inondazioni dei secoli e dei decenni passati.
L’aumento della produttività delle coltivazioni di cotone e cereali, mostrato nelle ultime due colonne, fu determinato infatti non solo dal ritorno a condizioni meno precarie del processo di produzione e di scambio dei prodotti agricoli, ma anche dal miglioramento del controllo del regime idrico, devastato da anni di guerra civile.