La crisi nel mondo borghese e la situazione italiana.
II grosso della corrente opinione pubblica borghese italiana dimostra nei suoi orientamenti -se così meritano di essere chiamati – una ingenuità senza pari.
Sullo sfondo permanente della sua apatia e della sua adattabilità, si è verificato il passaggio dal pessimismo all’ottimismo solo perché sono mutati gli aspetti e i rapporti della vita sociale nazionale: ieri la quasi rassegnazione all’imminente avvento rivoluzionario, oggi la sicurezza compiaciuta che la rivoluzione è scongiurata definitivamente, per sempre.
Siccome è già molto che i borghesi italiani che si occupano di politica – parliamo della massa, non di una élite di occhiuti governanti che non crediamo del tutto inabili al loro mestiere – guardino al di là del proprio naso e degli occhiali di cui si servono per leggere i quotidiani in voga, non è da stupirsi che essi non tengano alcun conto, né dei caratteri meno superficiali della crisi che l’Italia attraversa, né di quanto si va svolgendo nel resto d’Europa e in tutto il mondo – e si appaghino, per concludere allegramente alla sconfitta definitiva del socialismo, delle ultime cronache delle imprese condotte trionfalmente a termine dal fascismo.
L’incendio e la devastazione delle sedi proletarie, l’aggressione e l’oltraggio agli uomini che dirigono il movimento della classe operaia, ed il fatto, innegabile anche da noi, che questa non trova le energie per una immediata e adeguata risposta ecco quanto basta per consolare questa Italia borghesuccia… che già si disponeva a consolarsi facilmente della proclamazione della repubblica soviettista.
I borghesi e con essi i rivoluzionari pessimisti e scoraggiati o rinunciatari di quest’ora, che indubbiamente si reputano tra i più faciloni e ottimisti di qualche tempo addietro mettono il problema su di un terreno falso, o per lo meno ne vedono solo un aspetto; quando si pongono la questione se sia più forte la borghesia nel difendere le sue istituzioni o il proletariato nell’assalirle. La risposta a questa sola domanda non può, certo, essere altra che quella: la situazione, dal punto di vista rivoluzionario, è molto peggiorata nel breve giro di alcuni mesi.
Ma il problema deve essere portato su basi più vaste. Riescono le attuali istituzioni, la classe dominante attuale, a dare un assetto qualsiasi alla situazione di dissesto e di squilibrio economico, sociale, politico, prodotto dalla grande guerra?
Per poco che si guardi a questo interrogativo semplice, deve concludersi che, se la situazione dimostra come sia complicato ed aspro il processo della rivoluzione proletaria, essa dimostra al tempo stesso che le condizioni generali divengono sempre più rivoluzionarie, e allontanano ogni altra soluzione e sistemazione che non sia il passaggio della direzione della società nelle mani delle classi lavoratrici.
Mentre anche gli Stati vincitori sono in preda a gravissima crisi della produzione e dello scambio e il più potente di essi, l’Inghilterra, ha l’Impero in rivolta ed il proletariato della madre patria in gigantesca agitazione; in tutto il territorio degli Stati vinti, nell’Europa Centrale, nei Balcani, e verso l’Oriente ottomano vive un caos spaventevole; e tutto è scomposto e dissestato, etnicamente, socialmente, politicamente.
La potenza degli Alleati vittoriosi non solo non viene a escogitare ed attuare sistemazioni, ma, con ogni suo intervento, accende nuovi contrasti e semina nuovo scompiglio mentre le onde di questo mare in tempesta vengono a frangersi ai piedi del colosso soviettista russo, che, quale rude blocco granitico regge all’imperversare della bufera, nè cede alle raffiche ed alle folgori di essa.
Sarebbe dunque l’Italia borghesemente beneficiata di una eccezione a questa regola di sconvolgimento, sì da dare alle classi privilegiate il diritto di trarre il fiato e dire: «è passata»?
Guardatevi intorno. L’industria attraversa uno stadio di decomposizione e rovescia sulle piazze torme di senza lavoro. Il problema agrario si rizza dinanzi a tutti come una incognita sempre più paurosa. Le stesse classi intermedie sono lungi, molto lungi, dal liberarsi dal senso di soffocamento che dopo la guerra le ha prese. La macchina dello Stato geme sotto i carichi che la generosità degli alleati grava ogni giorno più, e stride in tutti i suoi ruotismi malgrado il lubrificante giolittiano.
La borghesia vera non può ostentare la serenità e l’ottimismo dei poveri politicantucci da farmacia. Le gesta delle sue bande bianche, le danno fremiti di soddisfazione, ma la sua psicologia illividisce in quella del brigante che aggiunge delitto a delitto; quale unico espediente per sfuggire alla sanzione penale dei primi, ma vive senza speranza e senza riposo.
La situazione sfugge dalle mani della classe dominante, e tuttavia questa infierisce sulla classe dominata, l’attacca sulle piazze e nelle posizioni già conquistate, e la sconfigge quasi dovunque.
Vi è in questo una contraddizione? Certo, ma è di quelle contraddizioni di cui vive il processo storico che sbocca nelle rivoluzioni. Tutte le classi che sono al sommo della scala sociale evolvono da rapporti tollerabili e quasi patriarcali coi loro sudditi e dipendenti, sino a forme di prepotente arbitrio che, rendendosi intollerabili, accelerano la reazione della classe dominata.
La questione rivoluzionaria delle masse e l’infierire dei loro sfruttatori, sono in rapporto diretto, ma non crescono parallelamente e continuamente, in modo esteriormente dosabile, misurabile. I loro rapporti sono definiti da tutto il complessa gioco della tattica di lotta della classe proletaria. Molte volte questa tattica ha agito, non come il fattore che, dal malcontento che a disagio economico suscita, elabori precise coscienze e forze rivoluzionarie, ma sventuratamente nel senso opposto, come elemento temperatore di contrasti e sedatore di ribellioni.
La vera linea di azione rivoluzionaria il proletariato mondiale la va affannosamente cercando, attraverso il mondo borghese che paurosamente rovina. Le delusioni lo aiutano a trovarla.
Chi gli ha fatto smarrire molte volte la via è la insidiosa predicazione democratica e, peggio, socialdemocratica, che gli additava vie illusorie di pacifica evoluzione, e molte volte lo ha consegnato smarrito all’avversario, proprio nel momento in cui questo deponeva la sua maschera di umanità e liberalità.
Il meccanismo di queste influenze è stato in Italia molto più difficile a scoprire, solo mille roboanti proclamazioni pseudo-rivoluzionarie, e solo oggi, nel contegno del partito socialdemocratico, esso si va rivelando alle masse.
E’ qui in gran parte la causa del disorientamento proletario. Ma la reazione bianca colle sue imprese, mentre non traccia nessun piano di ricostruzione o di riparazione del presente edifizio sociale, registra si passeggere vittorie su di un avversario che paga la colpa della sua impreparazione, su di un esercito che sconta i delittuosi errori dei suoi condottieri, ma uccide la illusione democratica e liberale, e demolisce l’influenza della socialdemocrazia sulla massa, mostrando l’inanità delle pacifiche e civili sue conquiste, corporative od elettorali che siano.
La socialdemocrazia china il capo e l’animo sotto i colpi, e risponde invitando ancora le masse ad impegnarsi nello stessissimo circolo vizioso che oggi si risolve nel disarrno dei loro slancio rivoluzionario.
Il Comunismo, mentre dove può argina le offensive avversarie combattendo con onore, si ritempra nella forza della sua fede, e vede venire la sua ora – l’ora del proletariato.
Appello dell’Internazionale Comunista per il 1° MAGGIO
Un altro anno è passato senza che in alcun paese del mondo, salvo che in Russia, la classe operaia possa vantare una vittoria. I capitalisti di tutto il mondo esprimono apertamente la loro gioia quasi che essi fossero convinti del loro trionfo definitivo. Un altro anno è passato e la borghesia tiene sempre nelle sue mani il governo, mentre il mondo diviene un campo di rovine. Nei paesi capitalisti vinti, Germania, Austria, Ungheria, la miseria aumenta continuamente e i briganti internazionali s’impossessano a vil prezzo anche degli ultimi beni di questi paesi. Gli sfruttatori indigeni trovano il loro tornaconto, mentre la miseria delle masse lavoratrici aumenta sempre di più. Da lungo tempo i salari non corrispondono più ai prezzi altissimi della vita e benché i magazzini rigurgitino di merci, milioni di uomini non sanno come nutrire i loro fanciulli e come comperare gli indumenti più indispensabili.
Nei paesi vincitori, la disoccupazione va aumentando. In Francia la rovina economica si accentua ogni giorno più. In Inghilterra, nel paese che sopra ogni altro ha guadagnato dalla guerra, una on- data di scioperi si succede all’altra. I signori delle Borse di Londra, di Parigi e di New York, credono di poter trasformare in mendicanti la metà, ed anche più della metà della popolazione di tutti i paesi, senza che nessuno disputi loro il potere. Essi s’ingannano grandemente. Due anni e mezzo sono passati dall’ultima guerra e il capitale mondiale non può aggiungere altre sofferenze a quelle già esistenti. II mondo intero soffre ancora delle conseguenze della guerra e già se ne prepara una nuova. Se il proletariato mondiale non prende per il collo il suo nemico, lo si obbligherà a versare di nuovo il suo sangue per gli interessi del capitale mondiale,
II proletariato deve serrare le sue file ed avviarsi risolutamente per la via della rivoluzione.
La Russia dei Soviet ha tenuto testa alla reazione mondiale e l’Inghilterra è stata obbligata a concludere un trattato commerciale con essa. Le masse proletarie della Russia dei Soviet per quanto grande sia la loro miseria, sanno raggrupparsi risolutamente intorno al potere dei Soviet. Le persecuzioni non possono arrestare la marcia vittoriosa delle idee comuniste, nella stessa Francia, dove le idee nacquero e furono consacrate dal sangue dei martiri della Comune di Parigi.
Ecco la nostra parola d’ordine per il Primo Maggio: Noi ci dobbiamo porre alla testa delle masse senza partito, che aspirano al miglioramento delle loro condizioni di esistenza. La pazienza delle masse lavoratrici, il momento in cui esse non vogliono più sopportare le sofferenze e le pene loro imposte dal capitalismo agonizzante può giungere da un momento all’altro. E‘ allora che l’avanguardia comunista adempirà con gioia il suo dovere di trascinare con sé le larghe masse nella lotta per la conquista del potere. L’Internazionale comunista adempirà con gioia il suo dovere di trascinare con sé le forze, ad essere uniti e pronti alla lotta. Noi non siamo in un periodo di lento lavoro d’agitazione e di propaganda, ma in un periodo di lotte sempre più aspre. I comunisti di tutti i paesi sono le truppe d’assalto di queste lotte. La nostra rossa bandiera, bagnata di sangue, non deve essere soltanto il simbolo delle lotte future. No! Essa deve essere portata avanti, nelle grandi lotte rivoluzionarie di oggi e di domani. Noi vogliamo dimostrare alla borghesia mondiale, in questo Primo Maggio, che siamo pronti alla lotta, che vogliamo che la bandiera rossa sventoli su tutte le fabbriche e su tutte le officine, e che sia portata in testa ai nostri cortei perché risvegli la coscienza delle masse proletarie, le quali devono udile l’appello:
Unitevi, voi tutti che siete oppressi, sfruttati ed asserviti, voi che soffrite !
Abbasso gli amici dichiarati e clandestini della borghesia! Viva la Russia dei Soviet, antesignana della Rivoluzione mondiale! Viva l’Alleanza internazionale delle repubbliche soviettiste !
IL COMITATO ESEC. DELL’INTERNAZ COMUNISTA.
Ai proletari italiani: manifesto elettorale dei PCd'I
PROLETARI!
Il Partito Comunista d’Italia scende sul terreno elettorale per riaffermare, in mezzo alle grandi masse del popolo lavoratore la parola d’ordine più che mai storicamente attuale e vigorosa, dell’Internazionale Comunista e della Rivoluzione mondiale.
Un grande lavoro deve essere compiuto dall’avanguardia proletaria, dai militanti più fedeli e devoti della classe operaia, lavoro di riorganizzazione delle file rivoluzionarie, di ricostruzione delle fedi e della volontà, di riassestamento delle forze necessarie per la difesa e per l’attacco.
Il Partito Comunista ispirandosi agli insegnamenti della storia delle Rivoluzioni proletarie moderne e al corpo di dottrine elaborate dal secondo Congresso mondiale della Internazionale Comunista, è persuaso della necessità e della utilità di servirsi del periodo elettorale per realizzare questi fini e chiama a raccolta i migliori elementi del proletariato e della classe contadina perché mobilitino intorno alle sue bandiere tutti coloro che hanno conservato, nel caos e nell’angoscia del momento presente, un carattere saldo e il proposito tenace di lottare incessantemente per gl’ideali delle classi oppresse e sfruttate, perché rincuorino gli avviliti e i dispersi, perché da questa inumana decomposizione delle armate rivoluzionarie italiane ricreino le armate nuove della riscossa e alla Caporetto del massimalismo demagogico e poltrone facciano succedere la Vittorio Veneto proletaria. Questo grande lavoro deve essere compiuto e sarà compiuto coraggiosamente con spirito di sacrificio e di disciplina, senza infatuazione per immediati successi, senza scoraggiamenti per le difficoltà da affrontare, con la serenità e la perseveranza che devono essere proprie del rivoluzionario comunista, il quale valuta il momento storico da superare, riconosce la necessità dell’opera specifica da fornire, foggia e salda un nuovo anello della catena storica che conduce alla emancipazione della sua classe e alla liberazione dell’umanità.
COMPAGNI OPERAI,
Da queste elezioni deve risultare con esattezza e precisione quale grado di consapevolezza politica e di chiarezza spirituale abbiano raggiunto le grandi masse popolari italiane. Le elezioni del 1919 sono state il processo della classe dirigente la Società italiana, del personale politico borghese che nel 1915 aveva in mano le sorti del popolo e ne fece scempio, che al popolo aveva domandato tutti i sacrifici, promettendo benessere e libertà, e mantenne la promessa accumulando disastri e vergogne, miserie e tirannie. Le elezioni del 1921 devono essere il processo del Partito Socialista, del personale politico che le classi popolari, dopo le disillusioni patite nella guerra avevano scelto nel Partito Socialista per farsi rappresentare in Parlamento, per amministrare le istituzioni sindacali, cooperative, municipali.
Alle promesse fatte dalla borghesia durante la guerra, corrispondono le promesse fatte dal Partito Socialista dopo l’armistizio a un fallimento corrisponde un altro fallimento. Le grandi masse popolari avevano affidate le loro sorti al nuovo personale dirigente, avevano costituito un immenso esercito in campo per la lotta suprema, si mostravano disposte ad affrontare tutti i pericoli e tutte le sofferenze pur di uscire dall’inferno dello sfruttamento capitalista e poter iniziare, protette da un forte Stato proletario, l’opera di elaborazione e di costruzione d’una nuova civiltà – su basi comuniste. – Le incertezze, le esitazioni, le paure del Partito Socialista, hanno portato allo sfacelo dell’esercito proletario. Il Partito Socialista si è rivelato, specialmente dopo che dalle sue file usci la minoranza comunista, nient’altro che un partito piccolo-borghese, sprovvisto di spirito internazionalista, senza fede nelle energie rivoluzionarie del proletariato, pervaso di una grande ammirazione per la democrazia borghese e per la capacità tecnica e politica del capitalismo e dei suoi staffieri, incapace d’organizzare le masse non solo per le supreme vittorie rivoluzionarie, ma anche per la difesa e conservazione delle conquiste già realizzate e degli istituti di classe.
Ogni operaio consapevole del processo storico delle rivoluzioni proletarie deve ormai esser persuaso che la sua classe non riuscirà a procedere oltre in Italia se non passando sul cadavere del Partito Socialista, deve ormai essersi persuaso che non è possibile vincere la borghesia se prima non si sgombra il campo della lotta da questo cadavere in putrefazione, che svigorisce e spesso annienta le energie proletarie, ritardando il risveglio e l’organizzazione delle grandi masse popolari. Il Partito Comunista, senza esitazioni, senza amarezze sentimentali, sicuro di compiere così una non trascurabile parte della sua missione storica, imposta la sua propaganda per il periodo elettorale, aprendo il fuoco su due fronti: contro l’imperialismo capitalista, ormai capace di soddisfare le esigenze vitali delle masse proletarie solo col piombo e con la mazza ferrata delle guardie bianche e contro il Partito Socialista, che ha rinnegato l’Internazionale Comunista pur di esimersi dall’aspro dovere di preparare la Rivoluzione e che per non aver voluto sistematicamente preparare la classe operaia alla Rivoluzione è incapace oggi a infrenare qualsiasi attacco reazionario e deve assistere paralizzato dallo stupore e dal panico all’incendio e alla distruzione degli edifici proletari e al sistematico massacro dei militanti rivoluzionari.
PROLETARI COMUNISTI!
La propaganda illuminatrice dei valorosi teorici del comunismo internazionale aveva preparato i vostri spiriti agli avvenimenti che si stanno svolgendo anche nel nostro paese. Perciò voi non siete intimoriti né avete mai pensato d’emendare e correggere il vostro indirizzo e i vostri programmi. Gli stessi avvenimenti in corso siano la prova migliore del come continuino a sussistere implacabilmente e anzi si generalizzino e si approfondiscano le premesse economiche e sociali per l’avvento dello Stato operaio. Se lo Stato parlamentare non riesce più a garantire a nessun cittadino le libertà fondamentali; se l’arbitrio e il sopruso dilagano, se ogni privato può impunemente sostituirsi all’autorità legale nell’arrestare, nel giudicare, nel condannare, se le popolazioni sono torturate e interrorite, se la pena di morte è ristabilita di fatto contro i militanti operai, ciò significa che il controllo delle forze produttive sfugge ormai completamente ai vecchi gruppi dirigenti, che le gerarchie sociali costituite si spezzano irreparabilmente e che non è lontano il giorno di una irresistibile, immensa sollevazione fin dagli strati popolari più profondi contro un regime che sussiste solo come escrescenza infetta della società. E‘ ormai evidente che il capitalismo non può riorganizzarsi e ricostruire le sue basi essenziali altro che determinando la morte e l’imbarbarimento delle grandi masse popolari. E‘ evidente anche come sia ormai divenuto impossibile uno sviluppo ulteriore dell’organizzazione proletaria nei vecchi schemi sindacali, cooperativi, municipali. Le Leghe contadine, disseminate in un vastissimo territorio, non possono resistere all’assalto sistematico delle bande armate.
I grandi Sindacati degli operai industriali vanno in pezzi, poiché la serrata e la disoccupazione disarticolano le vecchie maestranze e i licenziamenti allontanano dalle fabbriche e dalle città gli elementi migliori proletari, privando le organizzazioni dei loro agenti e dei loro viventi legami connettivi. Nei municipi si rivela con evidenza clamorosa una delle tesi fondamentali dell’Internazionale Comunista: quando la lotta di classe giunge alla sua fase più acuta, diventa inutile e ridicolo ogni duello oratorio tra oppressi ed oppressori nelle assemblee elettive e si rende improrogabile il dominio di una sola classe, o della borghesia o del proletariato.
In Italia la borghesia caccia con le armi in pugno i rappresentanti operai dai Comuni, costringe le amministrazioni socialiste a dimettersi, e afferma la volontà di monopolizzare con la violenza i poteri locali. La borghesia stessa insegna dunque alle masse la via da seguire per mantenere il livello d’organizzazione raggiunto e per creare le condizioni di uno sviluppo ulteriore fino alla totale emancipazione: la conquista di tutti i poteri statali, la dittatura di classe, l’uso della forza armata proletaria per schiacciare il terrorismo borghese e per imporre alla borghesia, in preda alla dissoluzione e al disordine, il rispetto delle leggi e la legge del lavoro produttivo.
COMPAGNI OPERAI!
Esistono le premesse economiche e sociali per la Rivoluzione proletaria e per la fondazione dello Stato operaio. Mancano ancora le premesse spirituali; un preciso orientamento politico delle grandi masse, un indirizzo concreto per l’azione, il riconoscimento da parte delle grandi masse d’un organismo politico centrale che sia capace di lanciare parole d’ordine che risuonino nella coscienza universale proletaria, come inderogabili comandi della storia. Voi dovete, compagni, lavorare attivamente, in questo periodo di agitazione delle idee e dei programmi, per far conoscere il Partito Comunista, per renderlo vivente e onerante nelle coscienze proletarie, per sfatare le leggende e le calunnie che la stampa prezzolata diffonde astutamente sul suo conto. Voi dovete lavorare perché il Partito Comunista diventi la più grande potenza italiana così come l’Internazionale Comunista è già diventata la più grande potenza del mondo. Compagni, dovete trasfondere nelle masse la vostra persuasione e la vostra assoluta fiducia che solo attuando questi programmi può ottenersi la salvezza del popolo lavoratore dalla barbarie e dalla degenerazione fisica e morale. Sì, solo nel proletariato rivoluzionario è da ricercarsi oggi il principio d’ordine che può riorganizzare le forze produttive disperse e sperperate dall’imperialismo capitalista, solo negli ordinamenti soviettisti, proprii della civiltà proletaria, può trovare disperse e sperperate dall’imperialismo capitalista, solo negli ordinazionale Comunista, divenuta il governo mondiale delle forze produttive e delle masse lavoratrici di tutto il mondo, l’umanità può riprendere il suo sviluppo unitario, verso forme sempre più alte di convivenza e di coltura. Compagni, con la fede incrollabile nei destini della vostra classe e nella energia dell’avanguardia proletaria di attuarli che voi diffonderete in questo periodo tra le masse demoralizzate e disorientate, voi dovete ricostituire le armate italiane della Rivoluzione mondiale e dell’Internazionale Comunista; è un lavoro rivoluzionario quello al quale vi chiama il Partito Comunista, e un lavoro che deve essere compiuto e che voi compirete, mobilitando tutte le vostre energie, concentrando tutta la passione e la volontà di cui sono capaci i soldati fedeli e devoti di una grande idea.
OPERAI ITALIANI!
L’Internazionale Comunista, che domanda il vostro entusiasmo è il movimento della vostra riscossa e della vostra emancipazione. Il Partito Comunista, deve diventare per opera vostra l’unico Partito politico della classe operaia italiana.
Evviva il proletariato italiano, liberato definitivamente dall’influsso degli opportunisti e dei rinnegati!
Evviva l’Internazionale Comunista!
Evviva la Rivoluzione mondiale!
IL COMITATO CENTRALE.
La situazione in Italia (Pt.1)
(dalla ROTE FAHNE di Berlino)
Di KRISTO KABAKCIEF
I.
II Congresso dei Partito Socialista Italiano, tenutosi a Livorno dal 15 al 21 gennaio, mise capo alla scissione. I centristi (gruppo Serrati) e i riformisti (gruppo Turati), respinsero la mozione dei comunisti che chiedeva l’espulsione dei riformisti. Dopo la votazione, in cui i comunisti riportarono 58 mila voti, i centristi 98 mila e i riformisti 14 mila, i delegati dei comunisti abbandonarono dimostrativamente il Congresso e in altro locale tennero il primo Congresso di fondazione del Partito Comunista Italiano. I centristi e riformisti rimasero uniti, e chiusero il Congresso in quella stessa seduta, dopocché i comunisti ebbero abbandonato la sala. E così Serrati, il leader dei centristi, in nome dell’unità del Partito da lui agitata come bandiera, provocò la scissione di 58 mila comunisti, per conservare l’unità con 14 mila riformisti!
Ma il vero trionfatore del Congresso non fu Serrati, cui tutta la stampa borghese italiana ed europea dedicò corone d’alloro e canto inni di lode. II vero vincitore di Livorno è il nuovo Partito Comunista d’Italia. I centristi dovettero la loro prevalenza numerica ad una serie di circostanze, che esamineremo da presso, e che provano come la separazione di Livorno non solo sia stata una necessità, ma anche rappresenti il primo e decisivo passo verso la preparazione della dittatura proletaria in Italia.
La guerra imperialista ha gettato l’Italia in una grave crisi economica e finanziaria, che si inasprì con singolare rapidità dopo la cessazione della guerra. I sintomi esterni della crisi sono il crescente rincaro dei viveri, la relativa discesa delle mercedi operaie, la crescente disoccupazione, il deprezzamento della valuta italiana. L’Italia; come quella che era la potenza meno forte dell’Intesa, uscì dalla guerra esaurita più delle altre, e conseguì la parte minore del bottino. La guerra non fu popolare in Italia: e dopo la cessazione di essa svanì presto il fumo della vittoria artificialmente alimentato dalla borghesia. La crisi e la conseguente miseria del proletariato e del piccolo contadiname inasprirono ancor più la lotta di classe, mai cessata del resto neppure per tutta la durata della guerra.
Questi sono i motivi, che dopo la cessazione della guerra gettarono immediatamente l’Italia in una permanente agitazione rivoluzionaria.
II dominio di classe della borghesia italiana uscì profondamente scosso dalla guerra. La borghesia solo con grande fatica manteneva il potere statale, e la disorganizzazione, la demoralizzazione e l’impotenza avevano attaccato tutti gli organi dello Stato. Nel medesimo tempo si alzava e rafforzava l’intrattenibile corrente dell’indignazione popolare, i cui flutti coprirono tutto il paese. Alla testa di questo movimento, che assumeva come suo programma le formule della rivoluzione russa ed era un grande movimento rivoluzionario, stava il proletariato italiano. Tale movimento, assunse forma molto accentuata ed ampiezza colossale, come si può provare col solo accenno ad alcuni dei più importanti momenti di esso. Nell’estate del 1919 la lotta contro il rincaro si esplicò in grandi agitazioni, che si estesero per tutto il paese e si spinsero tanto oltre, che la borghesia, sentendo la propria impotenza e atterrita dalla potenza del proletariato rivoluzionario (in molti luoghi furono costituite guardie rosse operaie), consegnò alle Camere del Lavoro le chiavi delle sue fabbriche, dei suoi magazzini, delle sue botteghe, delle sue banche. Contemporaneamente s’iniziava un movimento di scioperi, che s’andò continuamente allargando, e che, limitato dapprima a sole richieste di aumenti di salari, nel suo ulteriore sviluppo doveva inevitabilmente avviarsi sempre più allo stabilimento del controllo sulla produzione e alla occupazione delle fabbriche. Questo movimento, già poderoso nell’aprile 1920, si esplico nel settembre dello stesso anno in grandiose azioni rivoluzionarie, e porto all’occupazione delle fabbriche per opera degli operai di Milano, di Torino e di molti altri luoghi.
Mai come in quest’ultimo periodo la lotta rivoluzionaria del proletariato italiano prese tanta ampiezza ed acutezza. La borghesia non solo rifiutò di accogliere le domande degli scioperanti, ma attuando il boicottaggio, il trafugamento di capitali e di macchine all’estero, mostrò di esser decisa a sabotare la produzione, e a condannare alla fame milioni di lavoratori e di loro famiglie, pur di salvare i suoi profitti e il suo dominio di classe. Rimaneva al proletariato un solo mezzo di difesa, un mezzo rivoluzionario occupare le fabbriche, prendere la produzione in sue mani e trasformare i mezzi di produzione da proprietà privata in proprietà pubblica.
E infatti il proletariato italiano nel settembre 1920 aveva cominciato a battere questa strada. Esso inizio questo assalto rivoluzionario con impeto irresistibile e su un fronte che cresceva con smisurata rapidità. Varie centinaia di aziende industriali, le maggiori dell’Italia settentrionale, caddero nelle mani degli operai. Su molte centinaia di fabbriche sventolarono le bandiere rosse della rivoluzione proletaria. La guardia rossa operaia difendeva le fabbriche e preparava la difesa dei rioni operai. L’armamento del proletariato procedeva rapidamente. Esso utilizzava le sue esperienze di guerra per respingere gli assalti della borghesia, che, arretratasi in un primo momento, ritornava ora impetuosamente all’offensiva.
Questo poderoso movimento rivoluzionario terminò con la sconfitta dei lavoratori, perché i Sindacati e il Partito Socialista, guidato da riformisti e da centristi, rifiutarono di spingerlo fino al suo grande scopo finale – la conquista del potere politico ma invece si dichiararono contrari a tale scopo e pugnalarono alle spalle il proletariato rivoluzionario.
Nel medesimo tempo scoppiava la rivolta dei semiproletari e dei piccoli contadini in Sicilia, nell’Italia meridionale e in varie parti dell’Italia settentrionale. Questo movimento tendeva all’occupazione dei latifondi e alla spartizione del suolo tra chi non ne possedeva o ne possedeva poco, e in molti luoghi mise capo all’occupazione delle terre dei grandi proprietari. Neppure questo movimento fu sostenuto dal Partito. Anzi i riformisti e i centristi prevalenti nel Partito qualificarono tale movimento come reazionario, lasciarono che esso fosse sfruttato dai partiti borghesi; e in tal guisa, nel momento più decisivo, quando le masse dei contadini erano in rivolta e venivano in aiuto al proletariato urbano anch’esso insorto, quando il massimo compito e dovere del Partito era quello di fondere questi due movimenti rivoluzionari e rivolgerli arditamente allo scopo ultimo, all’abbattimento del dominio capitalista in città e in campagna, alla conquista del potere statale e all’instaurazione della dittatura proletaria, in questo momento decisivo il Partito tradì e disperse le forze della rivoluzione.
II poderoso e brillante movimento rivoluzionario, per l’occupazione delle fabbriche e della terra da parte del proletariato e dei contadini terminò come tutte le altre lotte rivoluzionarie d’Italia dalla fine della guerra in poi. II proletariato e i contadini poveri sono attirati nella marea rivoluzionaria che si solleva e s’allarga per tutto il paese; ma, per difetto di direzione conscia e fedele, che rivolga il movimento rivoluzionario verso scopi generali, lo organizzi e lo fonda, a motivo del tradimento dei riformisti e dei centristi, che predominano nel Partito e nei Sindacati, ogni volta questo movimento si manifesta in lotte e rivolte singole, che non si collegano in un tutto e quindi terminano con la sconfitta e la strage dei lavoratori. II grande movimento di occupazione delle fabbriche e della terra fu paralizzato dalla Confederazione del Lavoro. Questa dichiarò che il movimento non aveva scopo politico e indusse i lavoratori ad un accordo con la borghesia, dal quale i lavoratori non hanno avuto un bel nulla, ma che diede tempo al Governo di armarsi fino ai denti e di riprendere il sopravvento. Benché la maggioranza della direzione del Partito Socialista fosse composta di comunisti ed avesse riconosciuto il carattere politico del movimento, e il diritto del Partito a dirigerlo, tuttavia il Partito stesso non era in grado di assumere la direzione, perché i riformisti e centristi avevano nelle loro mani tutti gli organi e mezzi del Partito, lo dominavano completamente e adoperarono questa potenza ad ostacolare la lotta rivoluzionaria degli operai e dei contadini.
Questa era la situazione in Italia alla vigilia del Congresso di Livorno, ed essa spiega benissimo l’asprezza delle discussioni e della lotta tra i comunisti da un late e i riformisti e centristi dall’altro, lotta cominciata già alcuni mesi prima del Congresso.
II
La situazione rivoluzionaria, creata in Italia dalla profonda crisi economica e finanziaria, diede un poderoso impulso allo sviluppo del Partito Socialista. Nel Congresso di Bologna (fine del 1919), il Partito contava 1981 organizzazioni, con 91.469 inscritti, 47 deputati e 350 Consigli Comunali, in quello di Livorno esso possedeva 4567 organizzazioni con 219.327 inscritti, 156 deputati e 2200 Comuni. Questo grande incremento del Partito è una prova della intensità con cui in Italia andava salendo il movimento della rivoluzione proletaria.
Ma tale incremento non fu accompagnato da un corrispondente aumento della capacità combattiva del Partito. Questo non si è dimostrato pari al suo compito storico, e si è chiarito incapace di assumere la direzione delle grandi lotte rivoluzionarie, scoppiate alla fine della guerra ed allargatesi con fulminea rapidità. Anche le Camere del Lavoro e le Cooperative crebbero con la stessa rapidità, ma tuttavia anziché favorire il movimento rivoluzionario del proletariato, ne ostacolarono e paralizzarono lo sviluppo. Quali erano le cause per cui il Partito, i Sindacati e le Cooperative, nonostante il loro gigantesco sviluppo, non furono in grado di assolvere la loro missione storica, di assumere la direzione della lotta rivoluzionaria del proletariato?
Le cause sono quelle che passiamo ad esporre.
Il Partito Socialista Italiano per effetto delle particolari condizioni in cui esso si era trovato durante la guerra e continuò a trovarsi per qualche tempo anche dopo la fine di essa, rimase sotto la influenza dei riformisti, che da soli e con l’aiuto dei centristi (comunisti unitari), dominavano il Partito e ne determinavano la politica. I riformisti, con Turati alla testa, non avevano osato dichiararsi apertamente per la guerra essi non dimenticavano l’esempio di Bissolati, espulso dal Partito per aver dato man forte alla borghesia durante la guerra libica. In Italia furono contro la guerra imperialista non soltanto Turati, ma anche Giolitti e il Papa. Dopo la disfatta subita dalla politica imperialista a Tripoli, la massima parte del popolo italiano era contrario alla guerra, sicché i riformisti non osarono mettersi apertamente contro la generale opinione popolare, e il Partito Socialista fu unanime contro la guerra.
Ma tale unanimità non era che superficiale apparenza. Ben presto sorsero nel Partito dissidi e conflitti tra il proletariato rivoluzionario combattente contro la guerra e gli opportunisti prevalenti nel Partito. A Torino e in una serie di altre città industriali nel 1915 e 1917 e in altri momenti scoppiarono insurrezioni rivoluzionarie contro la guerra. Nel 1917 il proletariato torinese lottò eroicamente per vari giorni sulle barricate, offrendo in sacrifizio 500 morti e più di 2000 feriti gravi. Il Partito non fece niente per allargare queste insurrezioni proletarie isolate, e dirigerle tutte ad un unico scopo, la fine della guerra. Questo contrasto tra la politica opportunista del Partito e la tattica rivoluzionaria del proletariato fu accuratamente celato sotto il pretesto della «unità».
Dopo la guerra i contrasti si fecero sempre più gravi, frequenti ed aperti. E tuttavia il Partito non volle combattere i riformisti, che sotto il pretesto dell’unità vi rimasero, onde poter continuare a fornire nell’interno del Partito il loro proditorio lavoro contro la rivoluzione proletaria che si sviluppava in Italia. A Bologna il principale apostolo dell’unità fu Serrati. Con la formula dell’unità e col cosiddetto «programma massimalista» egli riusci a salvare Turati e i riformisti. Ma il bel «programma massimalista» si trasformo in una semplice piattaforma elettorale: per virtù di esso il Partito conseguì le sue grandi vittorie dapprima nelle elezioni politiche e poi anche in quelle amministrative. Il Partito conquistò 156 mandati parlamentari e alcune migliaia di Comuni. Ma la maggior parte di questi rappresentanti fin dall’indomani delle elezioni dimenticò il programma rivoluzionario di Bologna, diventando alleati e duci della politica degli opportunisti, e rafforzando così nel Partito l’influenza del riformismo.
Ma la burocrazia del Partito, del Parlamento e dei Comuni, diventata interprete della politica opportunista della frazione di Turati, non ebbe il coraggio di passare apertamente nel suo campo. II proletariato italiano, nonostante la tattica del Partito di occultare le divergenze di principio, capiva il giuoco dei riformisti capeggiati da Turati, e quindi questa frazione rimase nel Partito insignificante minoranza. Ma comparvero altri ad assumere l’incarico di difendere, estendere e rafforzare l’influenza dei riformisti – e furono i «comunisti unitari», i centristi. La burocrazia del Partito, del Parlamento e dei Comuni nella sua grande maggioranza si schierò sotto la bandiera del «comunismo unitario».
Serrati, che fino al Congresso di Mosca non aveva manifestato la sua ostilità all’Internazionale comunista, dopo il Congresso si mise alla testa della frazione dei «comunisti unitari», la quale costituì il riformismo dapprima in tono minore, ma poi con aperta spavalderia.
Intorno al centro serratiano si raccolse non soltanto la burocrazia di partito, del Parlamento e dei Comuni, ma anche quella delle organizzazioni sindacali e delle cooperative. Tutti gli elementi semiriformisti e riformisti del Partito, che non osavano schierarsi apertamente con Turati, si schierarono intorno alla bandiera unitaria di Serrati. II tradimento di Serrati, non è soltanto un caso personale e coloro che si occupano tanto della persona di Serrati e ricercano nella sua psicologia la spiegazione della parte da lui avuta nel Partito Socialista italiano, non conoscono lo sviluppo interno e le lotte di questo Partito. Serrati fu sempre una personalità di second’ordine tanto nella politica che nel giornalismo. Egli deve la sua influenza alle formule della rivoluzione russa, di cui fece propaganda fino al Congresso di Mosca, ma anche Turati fece la lotta elettorale sotto il simbolo della repubblica russa dei Soviety. Serrati rappresentava appunto quella opportunista burocrazia del Partito, dei Sindacati e delle Cooperative, la quale non era ancora in grado di capire i nuovi metodi rivoluzionari di lotta, e per disposizione d’animo e interesse è ostile alla rivoluzione proletaria. Essa è troppo vile per porsi apertamente dalla parte dei riformisti, ma ne subisce sempre più l’influenza, ne difende la causa e in pratica si identifica con essi.
Contro i riformisti dichiarati e i semiriformisti si schierarono i comunisti. Questi ultimi hanno con sé la parte più evoluta, cosciente ed attiva del proletariato italiano. Non è un caso che il proletariato torinese sia stato il primo ad alzare nel Partito la bandiera della lotta risoluta contro l’opportunismo. Esso era già stato tradito più volte dal Partito, guidato dai riformisti. Già nell’aprile del 1920 la sezione di Torino si dichiarò contro la tattica del Partito, e la sua mozione fu dimostrativamente accolta nelle tesi della I. C. come giusta critica contro il Partito, e corretta tattica rivoluzionaria. L’opposizione comunista si allargò presto in tutto il Partito, e trovò vigoroso appoggio di larghe masse operaie. Il contegno di Serrati dopo il 2° Congresso della I.C., la creazione della frazione dei «comunisti unitari», la lotta disonesta da lui condotta contro la I.C. tutto ciò aprì gli occhi ai lavoratori e rafforzò la frazione comunista giorno per giorno. Prima del Congresso di Livorno le tre frazioni riformisti, centristi e comunisti tennero le loro separate adunanze. Già da queste conferenze era apparso chiaro, da un lato che i centristi si staccavano completamente dal programma e dalla tattica della I. C. e stavano sul terreno dei principi riformisti, dall’altro che il distacco dei comunisti e la formazione di un nuovo Partito comunista era l’unica via per salvare il proletariato italiano dalla politica di tradimento dei riformisti e dei centristi.
Ma i comunisti non poterono ottener subito la maggioranza nel Partito. Questo, che non solo aveva sciupato lunghi anni nella convivenza coi riformisti, ma si trovava ancora sotto la loro influenza e direzione, non poteva liberarsi così d’un tratto dell’inganno riformista. E tanto più ciò riusciva difficile, quando si consideri che Serrati e i suoi amici sotto la maschera di difendere la I.C., in realtà difendevano i riformisti e con l’ingannatrice formula della «unità», in realtà lavoravano affinché essi rimanessero nel Partito. Col motto della «unità» la frazione Serrati ottenne la maggioranza nelle elezioni per i delegati al Congresso. Ma ora, dopocchè Serrati ebbe preferito la «unità» con 14 mila riformisti a quella con 58 mila comunisti, la sua parola di «unità» ha perduto l’antico valore magico. Serrati ha dato la prova di essere il capo di una tendenza che nei riguardi politici e tattici difende il riformismo e si identifica sempre più con esso, e ciò è peggiore e più pericoloso del riformismo genuino, giacché tale tendenza cela il suo vero essere ed ha con sé tutta la numerosa schiera dei burocratici del Partito, dei sindacati e delle cooperative. La liberazione del proletariato italiano da questa corrente era non meno necessaria della sua liberazione dalla tendenza riformista. La frazione comunista, coll’impegnare la lotta contro queste due correnti reazionarie esistenti in seno al Partito italiano e conducendo tale lotta fino alle sue ultime conseguenze, compì un atto di grande importanza storica per l’avvenire della rivoluzione proletaria in Italia.
(Continua).
I comunisti e il problema della scuola
Al prossimo Congresso nazionale del Sindacato Insegnanti medii aderenti alla Confederazione del Lavoro, i comunisti si presenteranno con un programma esattamente inspirato ai caposaldi e ai principii comunisti. Pubblichiamo le tesi che il Gruppo degli insegnanti comunisti ha predisposte e che presenterà al Congresso, nelle quali è segnata in modo interessante la teoria della valutazione comunista della questione scolastica.
Tesi sul problema della scuola proposte dal Sindacato Insegnanti scuole medie.
I.
La scuola attuale, in tutti i suoi gradi, tipi, e modi organizzativi, al pari delle altre istituzioni della civiltà borghese, è un’organizzazione destinata a conservare e rafforzare il dominio economico e politico della classe dei capitalisti.
II.
Essa esercita tale funzione:
a) restringendo la cultura alla classe dominante e a quelli tra i più vicini strati della classe dominata, del cui servizio anche intellettuale il capitalismo ha bisogno, e lasciandone fuori le grandi masse lavoratrici dei campi e delle officine;
b) svolgendo tutta un’opera destinata a distruggere negli elementi della classe dominata, ch’essa accoglie, la coscienza della posizione e degli interessi della classe da cui essi derivano, o ad impedire che tale coscienza si sviluppi, sostituendo le stratificazioni ideologiche borghesi.
III.
La futura società senza proprietà privata, fondata sul lavoro comune di tutti i suoi membri, non può utilizzare ai suoi fini la scuola attuale, e non può utilizzarla neppure lo Stato proletario di transizione, che sorge per il fatto dell’assunzione del potere politico della classe lavoratrice, mentre ancora permangono avanzi più o meno considerevoli dell’antica economia capitalista.
IV.
Quando, con la eliminazione degli ultimi avanzi del privilegio economico borghese, la nuova società senza classi sarà definitivamente organizzata, essa sarà venuta creando frattanto gradualmente una nuova scuola, informata presumibilmente ai seguenti principi:
- scomparsa della differenziazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale tutti i membri della società debbono aver ricevuto una preparazione scolastica tale da rendersi atti sia all’una che all’altra forma di lavoro;
- assoluta gratuità della scuola, in tutti i suoi gradi, e assegnazione gratuita agli alunni di tutti i necessari mezzi di sussistenza, abitazione, vestiario, materiale scolastico, assistenza extrascolastica, ecc., che rendano la scuola realmente accessibile a tutti:
- la scuola deve avere un primo grado comune, che dà le conoscenze pratiche e teoriche atte a fare di ciascun individuo un lavoratore socialmente utile, capace di lavorare sia col braccio, sia con la mente, ed altri successivi gradi di cultura sempre più elevata e specializzata. riservati a quel numero necessariamente minore di giovani che nei gradi precedenti hanno mostrato maggiori attitudini intellettuali.
V.
Nel periodo di transizione, che s’apre con l’ascesa dei proletariato al potere politico, il compito del nuovo Stato proletario nel campo scolastico-culturale è quello di combattere con ogni energia gli avanzi dell’ideologia borghese, di destare e rafforzare nelle vaste masse lavoratrici dell’industria e dell’agricoltura la coscienza della missione storica della loro classe, e di stimolare le energie produttive necessariamente disorganizzate nel trapasso dal vecchio al nuovo regime. Quindi lo Stato proletario di transizione dedicherà i suoi maggiori sforzi alla lotta contro l’analfabetismo, e alla creazione di una rete più fitta che sia possibile di organizzazioni scolastiche nelle campagne e nelle officine, in cui s’integrino reciprocamente l’insegnamento e il lavoro produttivo, secondo il criterio dell’atto didattico che nasce direttamente dall’atto creativo e ne è manifestazione derivata.
VI.
Nel periodo, già iniziato, di preparazione della classe lavoratrice all’assunzione del potere, mentre però questo si trova ancora nelle mani della classe capitalistica, l’azione del Sindacato deve proporsi due principali obbiettivi:
- resistenza a tutti i tentativi che la borghesia capitalista fa e farà per consolidare o restaurare mediante la scuola il proprio dominio di classe, e quindi:
- lotta contro tutte le limitazioni di natura fiscale o altra alla possibilità d’accesso alla scuola d’ogni grado e tipo, e per la gratuità di essa;
- lotta contro l’analfabetismo, e per la creazione di sempre maggior numero di scuole di primo grado, di scuole per adulti analfabeti, di istituzioni prescolastiche, post-scolastiche e ausiliari, di istituti d’assistenza economica e morale per gli alunni poveri delle scuole di ogni tipo e grado;
- lotta contro le inframmettenze parlamentari, finanziarie, giornalistiche, ecc. nella scuola, e per l’assoluta tecnicità di essa;
- lotta contro l’asservimento della scuola alle ideologie politico-sociali della classe dominante, e per la completa e reale indipendenza dottrinale, didattica e politica della scuola e degli insegnanti;
- lotta contro lo sfruttamento che lo Stato e gli organismi autonomi, l’uno e gli altri emanazione della classe dominante, esercitano su tutti coloro che in qualsiasi modo lavorano per la scuola e per la cultura, e per la conquista di trattamenti economici commisurati al costo della vita.
- Fusione di tutte le organizzazioni di lavoratori della scuola e della cultura in un unico sindacato unitario, che eserciti effettivo controllo su tutta la vita della scuola e degli istituti di cultura, sottratti così al capriccio spesso incompetente della burocrazia centrale e locale.
Raymond Lefebvre, Lepetit, Vergeat
Impressioni e ricordi
Lettera di Giacomo Dadoul a Vaillant-Couturier
La seguente lettera di Giacomo Sadoul è datata da Pietrogrado, 19 novembre 1920. Essa ha impiegato cinque mesi ad arrivare dalla Russia e ciò in causa del blocco esistente, nonostante tutte le menzognere dichiarazioni ufficiali. Questa lettera annunziava la terribile notizia della morte dei nostri compagni Lefebvre, Lepetit, Vergeat e Toubine. Essa ci dà delle impressioni e dei ricordi che, dopo più di cinque mesi, non hanno perso nulla del loro vivo interesse…
Compagno Vaillant-Couturier,
Sto per togliervi ogni speranza. Perdonatemi. Non posso tacere. Poco fa siamo stati oppressi da una notizia spaventosa. Non v’è nulla di ufficiale ancora. Si sta facendo un’inchiesta a Mourmansk. Ma le informazioni che possediamo sono disgraziatamente troppo precise perché noi possiamo dubitare della nostra disgrazia. Io penso che i nostri amici di Francia hanno fin d’ora il diritto d’essere avvertiti e preparati a lasciare ogni speranza.
Raymond Lefebvre, Lepetit et Vergeat sono periti in mare, trascinando nella morte il modesto e coraggioso Sacha, il devoto compagno russo che li accompagnava fin da Parigi.
Senza dubbio noi non sapremo mai se essi furono assassinati dalla canaglia poliziesca che l’Intesa imbosca alle frontiere della Russia, o se essi naufragarono nella tempesta. D’altronde cosa importa, essi sono morti! Essi caddero dopo tanti altri – vittime dei barbari che bloccano la Repubblica operaia e contadina. Il sangue dei nostri martiri ricade su questi banditi. Noi non lo dimentichiamo.
Avevo consigliato ai nostri amici di pazientare qualche settimana, sapendo che delle vie più brevi e più sicure stavano per aprirsi. Ma questi uomini di lotta erano impazienti di combattere. Ogni telegramma che annunciava l’imminenza della battaglia che stava per mettere alle prese riformisti e rivoluzionari, nella C.G.L. e nel Partito, li rendeva sempre più frementi e li attirava sempre più irresistibilmente verso la Francia.
Essi avevano premura di raggiungere il loro posto, di rientrare in quella Parigi che adoravano, di ritrovare gli esseri amati di cui sovente evocavano il ricordo.
Volevano partire. Malgrado i tragici presentimenti, abbastanza ossessionanti da strappare, a quel nervoso, cosi sensibile allo scherzo, questa confidenza molte volte mormorata con accento di collera e di timore insieme: «Non so il perché, ogni attraversata mi opprime!», che lo turbavano al punto da impedirgli di compiere l’ammirabile discesa del Volga e poi una deliziosa passeggiata sul Mar Nero, malgrado questi avvertimenti misteriosi, Lefebvre accettò il rischio conosciuto e sconosciuto d’un viaggio in mare. Egli voleva partire. Sono partiti.
E noi non abbiamo più che da piangere quattro morti.
Inesorabile fatalità! Sembrava che il caso li avesse avvicinati solamente per questo viaggio. Ed ecco che il destino li lega indissolubilmente. Essi resteranno per sempre uniti nella nostra memoria. Io immagino che un giorno l’Oceano, dopo aver lungamente cullato il loro dolore ed il loro sogno, ci renderà i loro corpi gelati, perdutamente avvinti l’uno all’altro.
Essi erano così simili e così differenti. Un intellettuale e tre lavoratori del braccio. Senza sforzo questi erano saliti fino a lui. Con semplicità egli era andato verso di essi. Durante la loro corsa pericolosa, il terrazzaio, lo chauffeur ed il metallurgico avevano sovente protetto con la loro tenerezza e con le loro braccia il corpo debole dello scrittore, loro compagno e loro fratello. Malgrado le grandi divergenze che scoppiavano in veementi discussioni, fra di essi era sorta un’amicizia profonda «e durevole fino alla morte», prediceva Lefebvre, appoggiando l’avvenire, che egli costruiva superbo e grandioso, alle solide spalle dei suoi valenti compagni di viaggio.
Egli diceva il vero. Fino alla morte.
Così differenti! Un aristocratico davanti al quale la vita s’apriva facile, sorridente e dolce, privilegiato nelle lettere e nell’arte, d’una curiosità universale, d’una erudizione sorprendente, fiore sontuoso e raro di elevata coltura francese. Tre proletari condannati fin dall’infanzia al lavoro estenuante, arrivati a forza di fatiche a strappare alcuni lembi di quell’insegnamento che la borghesia egoista riserva gelosamente ai suoi figli. Bretone, Parigino, Normanno, Russo; ebreo, cattolico, protestante…
Così simili! Separati da un tale abisso, essi dovevano pertanto sboccare sulla stessa via, con gli occhi fissi nella medesima stella, caricati dalla stessa missione meravigliosa, tutti e quattro pellegrini dell’assoluto. Tutti e quattro giovani, ardenti e puri. Tutti e quattro superbi d’audacia, assetati di giustizia, infiammati dal desiderio di rinnovare il mondo e di salvarlo. E tutti e quattro ricolmi d’amore.
Con avidità noi assorbimmo la fresca rugiada della loro tenerezza. Dopo sei anni di guerra, tre anni di combattimenti rivoluzionari, dopo tante angosce, dopo tanti delitti borghesi, dopo tanti martiri proletari, l’odio degli uni è nato dall’amore degli altri, la volontà s’è tesa per non essere spezzata, il cuore s’è corazzato per non scoppiare. Egli s’è chiuso alla snervante pietà, ma anche alla gioia. Si è prodotto un indurimento dell’essere. Nell’uomo votato esclusivamente all’azione, solo la ragione ed i nervi vivono ancora. Anestesia del sentimento, deplorevole e dolorosa ma, credetemi, inevitabile e disgraziatamente necessaria. Altrimenti, si potrebbe fare ciò che si deve fare e sopportarne il peso?
Sui nostri animi contristati i quattro messaggeri della Francia sparsero il balsamo di una sensibilità intatta, egualmente viva in ciascuno di essi. Sotto l’asprezza di Lepetit e sotto l’impulso di Vergeat, si scopriva senza pena quella bontà generosa che la malinconia di Lefebvre e la bonomia di Sacha lasciavano apparire senza veli.
Imparai a conoscerli bene durante quel viaggio d’Ukraina che avevo organizzato sopratutto per loro intenzione. Attenti ed appassionati, essi vi attinsero una ricca documentazione. Più facilmente che a Mosca, antica capitale, anchilosata da dieci secoli di tradizioni accumulate, metropoli e poi necropoli dei preti, dei funzionari e dei mercanti, avvelenata dai loro avanzi corrotti, dai rimasugli della speculazione e del dispotismo, meglio che in questo centro amministrativo necessariamente burocratico e freddo, essi poterono constatare e constatarono con stupore nelle città e nelle campagne la incomparabile flessibilità e la vitalità della costruzione soviettista. Si resero esattamente conto dell’opera immensa compiuta nei Soviet, nei Sindacati e nel Partito Comunista. Avvicinarono le masse. Contemplarono con allegro orgoglio questa élite proletaria divenuta padrona degli organi vitali della nuova società, la base dell’edificio rivoluzionario, ingrandito in modo colossale nella scienza e nella coscienza con tre anni di potere. Essi ammirarono questa avanguardia operaia e contadina, che dopo aver posto tre anni d’eroismi, di sofferenza e di miseria a servizio della Rivoluzione sociale, sono pronti a dare nuovi sacrifici, a soffrire ed a morire per la causa dell’emancipazione umana. Penetrarono il carattere sublime di questo popolo eletto, predestinato al martirio dal suo gusto inaudito del sacrificio.
Attraverso l’Ukraina fertile, vasta e popolata quanto la nostra Francia, dal nord al sud, dall’est all’ovest fu tutta una corsa vertiginosa. Cinque o sei volte al giorno, tre o quattro volte per notte, comizi improvvisati riunivano folle innumerevoli, rurali e cittadine sovente lacere, ma sempre entusiaste. Al vertice di queste formidabili manifestazioni brillava la fiamma rivoluzionaria dei nostri amici. Essi si prodigavano senza misura. Lefebvre e Lepetit si spossavano in discorsi.
L’aspetto doloroso di Lefebvre, la sua alta e nobile statura, la sua chiara dizione accentuata dal gesto sicuro, la fede intensa che l’animava, scatenava delle ovazioni che scuotevano tutte le sue fibre e lo lasciavano infranto. L’asprezza di Lepetit, la sua voce vibrante, così francese, il suo pallido viso monacale sul quale luceva la febbre di due occhi infossati, la dolcezza amara del suo dire che incessantemente opponeva le bontà di domani alle crudeltà di ieri, lo portavano immediatamente al cuore di quelle moltitudini esaltate, semplici e rudi come lui, nelle quali la vasta pianura russa, oceano di terra e di neve cosparso d’isole boscose, sviluppò il senso dell’infinito e dell’assoluto che gli antenati bretoni di Lepetit ricevettero dalla contemplazione dell’oceano di altra pianura. Fra esse e lui, fin dalle prime parole, questa comunanza d’idealismo sembrava stabilisse un mistico legame. Come risero, come vibrarono, come piansero i nostri poveri compagni sulla via trionfale percorsa dal nostro treno da un punto all’altro della Repubblica della Speranza e del Sacrificio, degna di essi, come essi erano degni di lei. Piansero molto. E le foro lacrime mal dissimulate alle folle commosse, lacrime di riconoscenza, di compassione e d’amore, affermarono meglio che i più eloquenti discorsi la fraterna solidarietà che univa i quattro francesi (li si chiamava sempre così) al proletariato della Russia.
Solidarietà, comunione completa. In questa traversata troppo rapida di un mondo nuovo, solo questa unione nella stessa fede poteva permettere loro di oltrepassare le apparenze e di immergersi nella sostanza delle cose. Noi non nascondemmo loro nulla degli errori, degli sbagli numerosi e gravi che erano stati e sono ancora commessi. Inevitabile seguito di ogni sconvolgimento sociale, della accessione al potere di una classe oppressa e per conseguenza ignorante. Essi sapevano le difficoltà vinte. Erano stupefatti dei risultati. L’ammirazione di Raymond Lefebvre si affermava senza riserve. Ogni giorno egli si inginocchiava pietosamente davanti alla rivoluzione e l’adorava. Anima religiosa dotata d’una intuizione singolare, egli aveva presentito da lungi più che non avesse conosciuto lo splendore della realtà. Sul luogo, il suo sguardo acuto, sguardo d’aquila in altissimo volo, sfiorò ogni dettaglio, poi abbraccio e domino l’insieme. Quando egli abbandonò l’Ukraina era nostro, assolutamente comunista fin dal più profondo, impaziente d’agire e possentemente armato per l’azione.
Vergeat e Lepetit, quest’ultimo sopratutto, non furono mai conquistati del tutto. Lepetit ci amava molto, ma non aveva affatto riguardi per noi. Sovente strani preconcetti oscuravano la sua visione. Quanti esempi potrei citare delle sue prevenzioni e dei suoi ritorni.
Credendo nelle voci in circolazione nell’Occidente nei centri anarchici, egli manifestava, forse per affettazione, essendo un uomo di lotta e di opposizione, una curiosità ed una vivissima simpatia per Mackno. Condotto nel centro stesso di questo regno incerto, giornalmente taglieggiato da questo «compagno», nella carne sanguinante dell’Ukraina Soviettista, Lepetit constatò con facilità che le bande di Mackno, saccheggiatrici e sanguinarie, compivano un compito di pura distruzione e demoralizzazione, che la politica di Mackno era esclusivamente appoggiata sulla piccola borghesia contadina. Intravvide che questa esperienza anarchica non era che una avventura miserabile, utile solamente alla controrivoluzione. Egli dimenticò Mackno.
A Odessa, a Kharkow, Lepetit e Vergeat affermarono nettamente la necessità provvisoria di una dittatura proletaria. A Poltava a Zuamenka, davanti alle unità rosse in partenza per il fronte polacco, questi antimilitaristi, trascinati dalla realtà, si sorpresero a glorificare l’armata rivoluzionaria. Ne furono un po‘ sconcertati. Ma avevano compreso in questa occasione ed in molte altre – la forza irresistibile dei fatti ai quali ogni teoria deve sottomettersi, sotto pena di morte. Queste lezioni non erano perdute. Ma esse aggravarono il cattivo umore di Lepetit.
Vergeat più flessibile, meno tenace, meno bretone, segnava più volentieri le sue capitolazioni. Mi sembra in fin dei conti che l’evoluzione subita dall’uno e dall’altro, seguiva presso a poco la medesima curva. Sovente ho pensato che ritornati in Francia, essi avrebbero confessato una metamorfosi molto più completa di quella che essi lasciavano indovinare qui. Ma a qual scopo azzardare questa ipotesi?
Fino all’ultimo giorno essi protestarono contro la subordinazione indiscutibile in Russia dei Sindacati al Partito Comunista. Questa tutela legittima in Russia non sarebbe augurabile in Francia dove d’altronde – nell’attuale stato di cose si tenterebbe invano di stabilirla. Vergeat riteneva utile come me l’entrata in massa dei sindacalisti comunisti in un Partito puro da ogni legame opportunista e politico, dovendo questo Partito, in un determinato momento contenere una maggioranza sindacalista. Essi erano d’accordo nell’ammettere la necessità d’una azione parallela condotta su di un terreno nettamente determinato, di una collaborazione sempre più stretta che arrivi fino alla creazione d’un organismo unico, di un Comitato Esecutivo comune alla C.G.L. ed al Partito Comunista, che stabilisca e sorvegli nelle sue grandi linee l’esecuzione d’un programma d’azione politico-economico dell’intera classe operaia.
In queste settimane sopraccariche di impressioni, spesso come un lampo che squarcia la notte una parola, un gesto, un incontro, rischiaravano improvvisamente il mistero rivoluzionario e permetteva agli inquisitori di scorgere fino in fondo la verità, quella verità che Lefebvre, Lepetit e Vergeat ricercavano così ansiosamente.
Tenacemente essi esaminavano il problema della conquista del potere, non più dal punto di vista russo, il punto di vista di un popolo che non si è limitato a proclamare la necessità della rivoluzione proletaria, ma che l’ha preparata e l’ha fatta. Ogni militante che per orgoglio – come qualcuno – o per stupidità – come molti – è incapace di metter da parte le sue formule invecchiate utilizzando l’esperienza russa, che si cristallizza in una teoria condannata o sorpassata dai fatti, è divenuto controrivoluzionario. Egli è pericoloso tanto quanto il generale che si rifiutasse di trasformare le antiche concezioni tattiche e strategiche sconvolte da cima a fondo dagli insegnamenti della guerra del 1914-1918. Come successe a Cachin, a Frossard, a Rosmer, a tutti gli uomini di buona fede capaci di comprendere e di apprendere, Lefebvre, Lepetit e Vergeat dovevano evolversi qui nella misura in cui ciascuno era suscettibile e nel senso in cui ciascuno era portato ad evolversi. lo ho appunto detto a quale fase di questa evoluzione mi sembravano rispettivamente arrivati alla fine del viaggio in Ukraina. In seguito li ho seguiti troppo poco per sapere se l’ultimo periodo del loro soggiorno in Russia aveva precipitato la loro trasformazione o li aveva al contrario portati a riprendersi. Checchè ne sia, io mi guarderei bene dal fissare in formule troppo precise lo stato d’animo di compagni che non ci sono più per poter eventualmente opporsi a tale interpretazione. Considerate dunque, ve ne prego, le riflessioni precedenti come impressioni personali e nulla di più.
Certo, noi non abbiamo più il diritto di disegnare arbitrariamente le sinuosità della nuova strada, più larga e più corta, che i quattro pellegrini intendevano seguire per arrivare allo scopo: la Rivoluzione sociale. Ma lo scopo non era cambiato. II loro viaggio che fu da un capo all’altro una prodigiosa lezione pratica, aveva loro insegnato al disopra di tutto la necessità di una più grande rapidità e d’una più grande energia nell’azione.
Essi non avevano avuto bisogno di venire a Mosca per proclamare che al primo piano di questa azione immediata si trova la difesa della Rivoluzione russa.
Ma per essi la difesa della Rivoluzione russa cessava d’essere una formula astratta, un cliché da tribuno. L’eroismo del popolo russo e Ia sua gran miseria, la sua lotta permanente contro il freddo, la fame e la morte evocavano in essi dei ricordi viventi. Avevano visitato i campi di battaglia dove, da tre anni, gli operai e i contadini di Russia cadevano a centinaia di migliaia per una causa comune ai proletari di tutti i paesi e che rimasero soli a sostenere. Con il cuore gonfio avevano attraversato le città i villaggi dell’Ukraina saccheggiata, incendiata, distrutta dalle armate di Petliura, di Denikin e di Piljudski e sapevano che queste orde selvagge erano armate, nutrite, pagate dalla Francia, dal popolo francese che non riuscirà a scindere la propria solidarietà dal suo governo finché non l’avrà costretto ed interrompere i suoi delitti. Avevano raccolto dalla stessa bocca delle vittime le violazioni, le torture inaudite che hanno fatto della vita di queste popolazioni martiri una interminabile agonia.
Dopo una di queste giornate spaventose noi arrivammo a Odessa. Un grandioso comizio ci accolse. Lefebvre, Lepetit e Vergeat vi parlarono. I loro occhi riflettevano ancora le visioni d’orrore. Essi gridarono la loro indignazione, il loro dolore e la loro vergogna. Con un’emozione che trasportò l’uditorio, solennemente si impegnarono a fare di tutto, non appena ritornati a Parigi, per trascinare la nostra classe operaia a compiere infine il suo dovere, a salvare ad ogni costo la Repubblica dei Soviet, con tutti i mezzi legali ed illegali. Denunciarono l’insufficienza scandalosa dell’assistenza oratoria di cui s’è soddisfatta fino ad oggi la coscienza dei compagni francesi. Non è infatti difendere rivoluzionariamente la Russia quello di organizzare dei comizi ed emettere dei voti. La campagna rimbombante e platonica condotta, con encomiabile buona volontà, da Cachin e Frossard, poteva essere un’abile preparazione del Congresso di Tours, ma essa non farà deviare d’una linea uno solo dei milioni di obici, per mezzo dei quali lo stato maggiore parigino della reazione mondiale lacera le viscere del proletariato russo. Il discorso non è scusabile se non è un appello all’azione. E finché i lavoratori francesi non avranno agito, con i mille mezzi di cui essi dispongono, finché non avranno costretto la loro borghesia a cessare la lotta contro la Repubblica rossa, essi porteranno la responsabilità delle sofferenze e del sangue versato nella stessa misura con cui essi portano oggi la responsabilità della morte di Lefebvre, Lepetit e Vergeat, vittime di un blocco di cui solo l’inescusabile inerzia degli operai di occidente ne permette il prolungamento.
***
Lefebvre, Lepetit e Vergeat non potranno mantenere le promesse fatte ad Odessa. Essi mancheranno alla Rivoluzione Russa, ai destini della quale s’erano strettamente associati. Mancheranno ancor di più alla preparazione prima, alla direzione poi della Rivoluzione Francese. I sindacati minoritari ed il Partito Comunista saranno per lungo tempo indeboliti da questa perdita irreparabile.
Tutti e tre erano dei capi.
Usciti dalle file da qualche anno soltanto, Lepetit, poi Vergeat, infine Lefebvre s’erano successivamente imposti. Essi non avevano ancora dimostrato la loro capacità. Erano in pieno periodo di crescenza. Le terre rosse della Russia, così fertili, avevano accelerato in modo incredibile lo sviluppo di queste piante giovani e robuste. Essi ritornavano a voi trasformati, più maturi ed ingranditi, nello stesso tempo più realisti e più entusiasti. Bentosto la stima e la fiducia dei compagni li avrebbero certamente chiamati ai posti più importanti.
La loro sparizione lascia un vuoto pericoloso nei ranghi già così rari dello stato maggiore rivoluzionario. Essa complica l’importante problema dei quadri posto in tutti i paesi d’Europa in termini egualmente angosciosi. In tutti i paesi meno in Russia.
Solo fra tutte, la classe operaia russa possedeva fin da prima della rivoluzione, fin da prima della guerra, un nucleo compatto di capi provati, sperimentati, che godevano di un enorme prestigio.
Le condizioni storiche crearono in Russia, fra il 1900 ed il 1920, questi quadri rivoluzionari incomparabili. Differenti in Europa, esse facevano nello stesso tempo naufragare nell’opportunismo e poi nel socialsciovinismo la maggior parte dei leaders della socialdemocrazia. Alcuni hanno fatto recentemente degli sforzi per comprendere, altri per riconquistare l’autorità. I migliori ed i più abili si lasciano trascinare oggi dalla corrente che conduce l’avanguardia proletaria alla Terza Internazionale. Non facciamoci illusioni. I più sinceri di questi uomini sono irrimediabilmente deformati dai venti anni di pratica opportunista. Potranno essere, quando verrà il momento, dei rispettabili combattenti. Non potranno essere mai delle guide. I comunisti hanno il dovere di utilizzare gli avanzi del loro prestigio per attirare le masse alle nuove concezioni durante il periodo in cui i partiti socialisti si trasformeranno in partiti comunisti. Ma bisogna utilizzarli con prudenza. Dal momento che la preparazione rivoluzionaria veramente detta sarà incominciata, vale a dire dal momento in cui per ogni comunista diverrà necessario non solo parlare, ma anche agire rivoluzionariamente, di combattere, quasi tutti questi leaders si riveleranno insufficienti. La loro opera di arruolatori sarà terminata. Essi dovranno essere urgentemente relegati ai servizi di retrovia. Il comando sarà affidato a cervelli più vigorosi, a mani più sicure. L’avanguardia proletaria, animata da una fede rivoluzionaria, da una volontà di sacrificio che manca ancora alla maggior parte dei capi, è abbastanza ricca d’uomini di valore. Di più è necessario che essi siano antecedentemente ricercati, scelti e preparati. La relativa tolleranza che manifesta a nostro riguardo la borghesia francese, non deve illuderci. Essa è fatta sopratutto di disprezzo. La classe nemica non crede nella nostra forza. E la debolezza della nostra azione giustifica la sua quiete. Ma una crisi economica più acuta, complicazioni internazionali, possono trascinare rapidamente la classe operaia alla battaglia. La borghesia s’impaurirà. Allora, non dubitiamone, con colpi sempre più brutali successivamente portati alla testa delle nostre sezioni, con imprigionamenti, con le fucilate essa si sforzerà di intimidirle, di disorganizzarle, di ridurle all’impotenza.
Gli opportunisti penetrati nelle nostre file, coglieranno queste occasioni per riprendere tutto il loro potere e corrompere il Partito se i comunisti non avranno raggruppato una élite militante, vivaio di nuovi capi. Formare dei quadri, ancora dei quadri e sempre dei quadri, tale la questione essenziale che deve antecedentemente risolvere ogni creatore d’armata e più di qualunque altro ogni creatore d’armata rivoluzionaria. Altrimenti le nostre truppe si disperderanno al primo urto o diverranno preda dei demagoghi controrivoluzionari. Questa è una ragione di più per separarvi a Tours da tutti gli elementi sospetti. lo non so se il Comitato della Terza Internazionale (che riceverà al prossimo Congresso la ricompensa della sua attività coraggiosa) ha già preso le misure necessarie per formare questi nuovi quadri. Durante i mesi decisivi che saranno i mesi di formazione del Partito Comunista, nulla sarà più pericoloso che l’abbandonare la direzione effettiva del C.A.P. agli astuti conigli, vecchi opportunisti, che ieri si sono battezzati neo-comunisti.
L’incarcerazione di Loriot e di Souvarine aveva creato una situazione difficile. La morte di Lefebvre la rende inquietante.
Dovrò io dirvi, compagno Vaillant-Couturier, che egli aveva in voi una fiducia infinita. La sua amicizia intelligente vi aveva tenacemente propagandato. Noi vi conoscevamo di già. Egli ci ha insegnato ad amarvi.
Contavamo molto su di lui. Messo al corrente in modo straordinario dal suo soggiorno in Russia, egli avrebbe potuto essere a Tours il portavoce francese della Internazionale.
Sulla folla un po‘ grigia e piatta dei comunisti riuniti a Mosca dal Secondo Congresso, la figura di Raymond Lefebvre – e quella di qualche altro, fra i quali brillava il poeta americano John Reed fratello spirituale di Raymond, preziosa conquista che la morte ha egualmente poco tempo fa strappato alla nostra affezione – emergeva in un rilievo colorito. Uno dei rari occidentali che meritavano d’essere paragonati ai migliori dei delegati russi. Differenti, ma eguali. I suoi difetti appariscenti non erano che i difetti della giovinezza che passano presto oppure i complementi delle sue qualità eminenti, il giuoco naturale dei raggi e delle ombre che scaturisce con più vivo contrasto da ogni possente individualità.
Egli non aveva una sorprendente coltura dottrinale. Aveva poca esperienza. Ma gli incredibili progressi teorici e pratici che egli realizzò sotto i nostri occhi, l’elegante facilità con la quale egli assimilo la sostanza delle tesi monumentali che caddero in masse così compatte sullo stomaco dei delegati, che un certo numero di essi, non sono ancora arrivati e non arriveranno mai a digerirle, le applicazioni immediate e sempre giudiziose – non servili ma originali e libere – ch’egli seppe fare agli avvenimenti di Francia, delle lezioni successive che gli apportava ogni giornata, la sicurezza dei rapidi giudizi ch’egli portava sui fatti e sugli uomini, tutto garantiva che la meravigliosa ricchezza della sua intelligenza e la tempra del suo carattere lo classificherebbero ben presto nei primi ranghi. Per poco che si volesse avvicinarlo e che egli consentisse ad aprirsi – si abbandonava con tale semplicità, con una spontaneità commovente, agl’impulsi del suo cuore – si scopriva un genio così politico prossimo a sbocciare. Figura luminosa. Giovane dalle doti magnifiche, che sentiva la sua forza e voleva provarla ed usarla a servizio d’una grande causa. Nobilmente ambizioso. Per qualche tempo egli ha brancolato. Ma quale uomo degno di questo nome, quale alta personalità non è per lungo tempo passata attraverso le idee e le dottrine prima di fissarsi? Scegliere è conoscere. Chi trovò la sua via fin dal primo giorno se non vi fu gettato dalle circostanze? La guerra rivelò Lefebvre a sè stesso. Uscito dalla borghesia conservatrice, innalzato al vertice della classe dominante, egli volse i suoi occhi pietosi verso i dominati. Per un bisogno della ragione e del cuore, egli si votò ad essi. Tosto, con la forza del suo temperamento, scivolò verso la rivoluzione e si diede interamente ad essa. Ma per darsi bisogna possedersi. Lefebvre dovette rinnegare la sua classe. Egli dovette gettar via il pesante bagaglio intellettuale e morale che lo schiacciava, principi, pregiudizi, disciplina. Dovette vincere una timidezza innata, forma nella quale forse si chiudeva l’istinto, presentimento del suo tragico destino. Dovette reagire contro una circospezione estrema, tara della sua casta, di quella vecchia borghesia normanna saggia e timorosa, nella quale un soggiorno troppo lungo nel ricco e grasso paese della Manica ha smorzato il piacere delle avventure e delle conquiste, circospezione aggravata senza dubbio dalle tenere cure che dovettero proteggere l’infanzia delicata di Raymond. Egli si trascino a sfidare il pericolo. Si slancio fuori d’ogni prudenza e d’ogni saggezza. Divenne il pazzo che deve essere innanzi tutto eroe. A forza di volontà divenne eroico. Arrischiò la sua salute così fragile, la sua libertà, la sua vita.
Alla vigilia della sua partenza per la Russia, questo poeta, già segnato dal Destino, scriveva per titolo del suo ultimo opuscolo, come un atto di fede, come un testamento politico, una formula concisa, che riterrà il nostro comunismo giacobino, l’imperiosa divisa della sua nuova vita, «La Rivoluzione o la Morte».
La morte è venuta, la morte precoce ed atroce, la cui minaccia gli era sempre vicina. Non la paventava egli già in Francia? Non era essa forse la sorgente amara alla quale s’abbeverava la sua melanconia?
Tutti i rivoluzionari piangeranno questo compagno di cui i comunisti francesi ne avrebbero ben presto fatto uno dei loro capi.
lo non avevo letto nulla di Raymond Lefebvre. Ho premura di ritrovarlo nelle sue opere. II dono dell’osservatore, del parlatore, mi permisero di scorgere quale grande scrittore egli sarebbe diventato, se non le era di già. Trotsky, spirito scintillante e dialettico incomparabile, fatto d’ordine e di luce, salutava un giorno, da conoscitore, «la spirituale chiarezza francese» di Paul Lafargue. Questa formula felice riassume ammirabilmente l’impressione che mi lasciarono i lunghi colloqui con Lefebvre. Durante il meraviglioso viaggio d’Ukraina, l’entusiasmo sacro che egli provava, inspirava la sua eloquenza. Giammai incontrerò nuovamente un parlatore più saporito e più brillante. Profondo senza essere pedante, naturalmente pittoresco, oratore senza enfasi, sensibile con gusto, e al disopra di tutto lucido, logico, misurato, appena cugino del suo patriota Corneille, molto vicino al contrario di Racine e di Pascal, come essi preso di semplicità e di verità umana, come essi ricchissimo di vita interiore e come essi velava con un’ironia leggera un’anima inquieta e dolorosa. Quali descrizioni egli seppe tracciare dei grandi spettacoli che si succedevano sotto i nostri occhi! E quali commenti! Un giorno bisognerà raccogliere questi ricordi. Quali sorprendenti ritratti egli scolpì di Lenin e di Trotsky, di tutti questi uomini che io pretendevo di fargli conoscere ed egli rivelava a me stesso, un po‘ romantici e così viventi. Che libri meravigliosi sarebbero stati quelli che egli progettava di scrivere sulla Rivoluzione.
La Rivoluzione o la Morte.
Progetti politici, progetti letterari, progetti sentimentali, tante speranze che noi avevamo posto in lui, tutto è naufragato nel nulla.
Quanto e più di nessun altro in Francia, egli era destinato ad assolvere uno di quei compiti schiaccianti, che la Storia riserva ai migliori figli della nostra epoca gigantesca. Come non saremmo noi disperati da questa perdita! Quale tristezza per coloro che l’hanno avvicinato! Quale strazio crudele per i suoi amici, per voi, compagno Vaillant-Couturier, di cui l’animo era, più che nessun altro, caro alla sua anima. Qui voi non l’avevate abbandonato. Dappertutto, sempre, ad ogni visione, ad ogni sensazione nuova, Lefebvre deplorava la vostra assenza. In ogni discussione, vi chiamava in aiuto. Voi siete stati strettamente uniti nel nostro primo colloquio. E mentre l’automobile si muoveva, alla partenza da Mosca, il 9 settembre, è ancora il vostro nome che sale alle sue labbra: «Vi manderò Paolo, gridò, o piuttosto, no, ritornerò con la mia compagna e con lui».
Era impossibile avvicinare Raymond Lefebvre senza esserne sedotti, di vivere con lui senza amarlo. Meno profonda di quella dei suoi la mia ferita è abbastanza dolorosa perché io presento l’accasciamento nel quale vi getterà la morte di questo essere delizioso, la cui vita si mescolò così intimamente alla vostra, ch’egli apparve come la carne della vostra carne, come il cuore del vostro cuore.
Vi compiango vivamente, compagno Vaillant-Couturier, e vi prego di credermi vostro fraternamente devoto.
GIACOMO SADOUL.