Verso un nuovo gigante in Asia: la Corea riunificata
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È di questi giorni lo storico incontro a Pyeongyang tra i presidenti delle due Coree, Kim Jong-il del nord e Kim Dae-iung del sud. L’armistizio di Panmunjon, del luglio 1953, tracciava la divisione del paese lungo il 38° parallelo, da allora nessun incontro ufficiale tra i due Stati. Oggi, dietro diplomatici ordini del giorno, quali la riconciliazione delle famiglie separate dalla guerra, la coesistenza pacifica, etc. etc. ben più importanti determinazioni spingono le due borghesie al dialogo.
L’economia capitalistica del nord, stile sovietico, ha subìto una crisi profonda, dovuta anche al crollo dell’U.R.S.S. ed al suo isolamento politico. In aggiunta si trova a fronteggiare in questi ultimi anni una grave carestia. Nonostante l’informazione sia nulla (ma com’è, con i satelliti del Grande Fratello che, dicono, ti leggano financo i numeri della targa?) abbiamo letto di scioperi e manifestazioni della popolazione ormai ridotta alla fame. La borghesia “nordista” vede sfuggirsi di mano la situazione. Il paese però è ricco di materie prime, era già il più industrializzato nel ’53 e non dev’essere economicamente tanto da buttar via, infatti si è avvicinato all’arma nucleare ed ha sperimentato missili balistici. Il giovane capitalismo del sud, stile occidentale, dopo la pesante crisi dello scorso anno, oggi viaggia nuovamente a ritmi sostenuti, ma sa perfettamente che deve espandere la sua area di influenza per non ricadere velocemente nella inevitabile crisi. Non a caso, oltre ai vari ministri e lacchè, al seguito del presidente “sudista” vi erano i presidenti delle aziende più importanti (Hyundai Samsung, Daewoo, etc.).
Per le separate borghesie coreane l’interesse per un’eventuale riunificazione è notevole: da un lato rafforzarsi a livello economico e dall’altro diventare un paese di forza confrontabile a quella dei maggiori imperialismi. Il paese unito sarebbe formato da circa 70 milioni di abitanti (45 del sud, 25 del nord), un mercato sicuramente “interessante”, e dal secondo esercito al mondo per numero di militari allenati da una guerra non ancora conclusa: il nord metterebbe a disposizione l’industria militare pesante mentre il sud l’aviazione, più sviluppata rispetto ai colleghi “nordisti”.
Anche per il proletariato l’abbattimento dell’innaturale confine imposto dagli imperialismi sarebbe un fatto progressivo e, non più diviso, porterebbe unito la sua lotta contro l’unificata bandiera nemica, intanto nazionale, del capitale. Ai proletari del nord sarà certo in un primo momento data l’illusione che in un mercato libero le loro condizioni di vita migliorerebbero, e questo potrebbe essere vero, ma in contropartita aumenterà notevolmente lo sfruttamento. Ai proletari del sud l’unificazione sarà fatta pagare con una progressiva diminuzione dei loro salari, maggiori di molto a quello del nord, col ricatto dello spostamento delle aziende nelle zone dove la mano d’opera è meno costosa. A questo piano della borghesia il proletariato di Corea potrà rispondere mobilitandosi unitariamente, sfruttando l’esperienza che i lavoratori, soprattutto del sud, hanno accumulato in decenni di dure lotte contro il regime, dando così un esempio per i fratelli dell’intero sud-est asiatico.
A livello internazionale il summit ha suscitato notevole interesse, soprattutto in USA, Russia, Giappone e Cina, le potenze che nell’area hanno più influenza e si preparano al risiko di un nuovo macello mondiale. L’unificazione del paese è in realtà, ed è percepita come il reale riscatto nazionale dal giogo dell’imperialismo, premessa per pretendere dagli americani che sollevino, almeno in parte, la pesante cappa di occupazione militare. Gli Stati Uniti, che dal 1953 tengono 37 mila uomini sul 38° parallelo, da ottimi avvoltoi quali sono, immediatamente il giorno dopo il vertice hanno annunciato che doneranno alla Corea del nord 50 mila tonnellate di grano e che revocheranno le sanzioni per permetterle di esportare negli USA materie prime e merci e riapriranno le vie aeree e marittime. Tutto questo nell’intento di mantenere l’influenza nell’area e magari aumentarla impiantando qualche base militare a ridosso del confine cinese.
La Russia dal canto suo, per non perdere terreno e con le stesse velleità americane, manderà d’urgenza il “prode” Vladimir Putin a Pyeongyang per capire come e da che parte schierarsi. La Cina già chiede che i soldati americani lungo il 38° parallelo vengano rispediti a casa.
I proletari sappiano che qualsiasi imperialismo prevalga, se non vorranno fronteggiarsi per la sola difesa degli interessi del capitale, dovranno combattere uniti sia per la difesa dei loro interessi immediati di classe sia per la liberazione della umanità futura.Imbalsamatori