A proposito del capitalismo di Stato sovietico
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L’esatta comprensione del fenomeno russo è fondamentale per la critica rivoluzionaria contemporanea. E’ evidente che nessun dubbio può sussistere sul carattere di classe di tale organizzazione sociale, carattere di classe che si traduce in uno sfruttamento del proletariato perfino più brutale e spietato di quello che si manifesta in regime capitalistico tradizionale o, altrimenti detto, occidentale. Questo sfruttamento non comporta solo la costruzione e il mantenimento di una mostruosa macchina poliziesca che domina nel sangue e nell’arbitrio, non impone solo la deformazione dei cervelli e l’incoraggiamento di un servilismo e di una cortigianeria di cui non si trova l’uguale nella storia passata, ma si manifesta anche nella profondissima differenziazione sociale fra la classe dominante e i lavoratori dominati, differenziazione anch’essa senza confronti.
L’organizzazione sovietica è comunemente chiamata capitalismo di Stato, a significare la trasformazione dello Stato da semplice strumento di difesa della classe dominante ad organo di amministrazione diretta della produzione.
A contestare questo carattere della società russa sono ormai rimasti solo alcuni interpreti interessati, e, in particolare, i corifei del capitalismo occidentale, che, riconoscendo nello Stato russo il proprio antagonista imperialista, organizza intelligenze e mezzi per combatterlo e contemporaneamente valorizza il contrasto ai fini della lotta contro il movimento proletario nel proprio settore e ad avallo della tesi che il socialismo non possa portare se non alla costruzione di una obbrobriosa macchina statale. Ma è per noi evidente che fra Russia e socialismo vi è un abisso attraverso il quale nessun ponte può essere gettato. La ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato internazionale dovrà necessariamente avvenire anche contro lo Stato sovietico, e vedrà lo Stato sovietico alleato ai capitalisti occidentali contro la classe operaia di tutti i paesi.
Ma come funziona questo organismo? Come si regge, e come si amministra? È veramente, almeno in senso capitalista, una parola nuova, il modello verso cui i moderni stati a borghesia individualista fatalmente tendono? È in questo senso che deve svolgersi la critica rivoluzionaria, e in questo senso occorre sforzarsi di portare la maggior chiarezza possibile.
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A tale proposito ci sembra interessante recensire il libro di un economista di scuola inglese: Michael Polanyi, dal titolo: «Piena occupazione e libero commercio»1.
L’autore è un fanatico partigiano delle più recenti teorie economiche borghesi, soprattutto keynesiane, e tende ad accreditare il concetto che tutte le contraddizioni del capitalismo siano componibili mediante un’adatta politica monetaria.
Fra l’altro, il volume contiene un capitolo dedicato appunto alla Russia, che presenta alcuni aspetti interessanti soprattutto in quanto espressione del giudizio di un economista borghese sui caratteri dell’economia sovietica.
La principale e più fondata delle osservazioni fatte in merito dal Polanyi è che non si possa affatto attribuire il successo dei piani produttivi russi, (successo che l’autore naturalmente vede dal puro punto di vista capitalistico e perciò identifica nel fatto che in determinati settori la produzione è sensibilmente aumentata), all’introduzione o all’adozione di metodi socialisti. I sovietici hanno conseguito la piena occupazione, il lavoro per tutti, che è stato trasformato persino in lavoro forzato, non per aver seguito l’obiettivo della costruzione di una società socialista ma per aver ricorso all’espediente di pompare denaro nell’economia produttiva e di controllarla attraverso la Banca di Stato, precisamente come viene consigliato ad altri Stati e governi occidentali. Il controllo della produzione, i piani di sviluppo sono una conseguenza di questo espediente monetario, e non viceversa, così come i buoni risultati raggiunti sono conseguenza dell’aver ricorso a metodi capitalistici moderni, sia pure per iniziativa dell’autorità centrale.
Ricordato come l’originario tentativo di trasformare l’economia e la società russa in senso veramente socialista fatto subito dopo la rivoluzione sia stato dovuto abbandonare, il Polanyi passa alla NEP. La NEP pose anzitutto il problema dei deficit delle unità produttive o aziendali. Se la banca di Stato li avesse colmati ciò. avrebbe significato la rinuncia ad ogni controllo della loro efficienza; se non lo avesse fatto, il Capitalismo di Stato avrebbe dimostrato di creare disoccupazione su vasta scala come qualsiasi altra forma di capitalismo. Per queste difficoltà e per il bisogno politico di liquidare le masse di contadini indipendenti che potevano offrire seria resistenza alla politica del Governo vennero elaborati i Piani Quinquennali. Questi piani naturalmente non risolsero le difficoltà di un capitalismo tanto accentrato. Al contrario, la loro organizzazione e il loro lancio secondo principii strettamente mercantilisti, ovvero secondo il concetto che le singole imprese dovessero rendere un profitto e che qualunque transazione fra le imprese dovesse avvenire su basi commerciali, non fece che dilatare su scala nazionale le difficoltà dell’organizzazione capitalista statale. Lo Stato cominciò a pagare i deficit commerciali attraverso la banca centrale. Questo saldo monetario, traducendosi nell’immissione di un nuovo flusso di moneta nell’economia, creò la possibilità dello sviluppo degli investimenti, e conseguentemente anche di un moto inflazionista. L’inflazione, oltre a ridurre i salari dei lavoratori, determinò un’intensificazione della richiesta delle forze di lavoro e questa si tradusse in frequentissimi spostamenti dei lavoratori. Fu allora che il Governo sovietico si accorse di aver eliminato la disoccupazione, ma anche che per poter dominare una situazione così fluida doveva accentuare la propria azione di controllo e soprattutto strangolare ancor più il lavoro.
Di qui la stretta regolamentazione degli spostamenti dei lavoratori, che è giunta fino all’introduzione di un passaporto interno in seguito al quale gli operai si trovano inchiodati alla fabbrica o al luogo dove producono; intensificazione della produttività del lavoro; razionamento e via di seguito.
Nel regime capitalista individuale, il «boom» o fase di prosperità che comporta la piena occupazione è seguito da una maggiore richiesta delle forze lavoro, che a sua volta si traduce in maggiori salari. Nel regime sovietico di capitalismo accentrato, i lavoratori hanno pagato la piena occupazione con un’inflazione progressiva, che li ha spogliati in misura ancor maggiore che per il passato. È avvenuto cioè che lo sviluppo dei piani quinquennali non ha affatto comportato un miglioramento delle condizioni di vita, ma al contrario è stato portato a termine a prezzo di inenarrabili sofferenze della popolazione lavoratrice, e solo di essa. Il tesseramento, il mercato libero e il mercato controllato, l’introduzione di una legislazione sul lavoro di estrema severità sono state tutte conseguenze implicite di una forma di produzione capitalista regolata dal centro, e dal ricorso al flusso monetario per sviluppare e determinare l’attività produttiva. E il Polanyi ingenuamente dichiara che tali metodi sono non tanto la prova del carattere dittatoriale del regime quanto una necessità di forza maggiore destinata ad imporsi a qualsiasi governo venga a trovarsi sotto pressione inflazionista.
Resta pertanto il fatto che la Russia ha reintrodotto i metodi e principii capitalistici nella condotta delle imprese, senza però dare a queste una completa indipendenza finanziaria. Al contrario, esse sono state mantenute sotto il rigoroso controllo della Banca di Stato che si esercita per così dire quotidianamente. Attraverso questo sistema la Banca di Stato adempie al doppio ruolo del finanziamento e della regolamentazione, ed evita il rischio di unità economiche indipendenti e insolventi, come al tempo della NEP. La Banca di Stato può infatti esercitare la sua pressione come creditrice facendo fallire le aziende che divenissero insolventi, mentre di regola agisce con nuovi apporti di capitali e semmai con cambiamenti del personale direttivo quando nascono difficoltà di produzione. Si vuole così evitare anche il nascere di un vero torrente monetario a copertura dei deficit aziendali.
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Questo, in sostanza, il giudizio dato dal Polanyi sull’economia russa. Si può obiettare che è un po’ semplicistico spiegare il fenomeno dell’amministrazione sovietica dal puro punto di vista monetario. Nondimeno, l’analisi, seppur parziale, ha un fondo di verità, ed è verità che il ricorso ad espedienti inflazionistici è stato uno degli strumenti principali del dirigismo russo, Tale dirigismo, anzi, è una delle principali conseguenze della strada battuta in questa direzione, non già (come si vorrebbe asserire a destra o a sinistra) un tentativo di instaurare il socialismo con una regolazione dal centro. Il centro è intervenuto solo per appropriarsi i benefici che la direzione della produzione nazionale concede, senza uscire per questo dal solco dell’economia capitalista. Se il capitalismo ha delle contraddizioni interne, queste possono essere combattute dalla autorità centrale. Se questa autorità centrale riesce a governare le notevoli masse di moneta create da sempre nuove emissioni quale strumento per mettere in moto il processo produttivo, essa può anche riuscire ad eliminare la disoccupazione facendo morire di fatica e di miseria milioni di lavoratori: in nessun caso a costruire il socialismo. La Russia non fa eccezione, ed è notevole che un economista borghese l’abbia presa a modello non di una realizzazione socialista, ma di una manovra economica capitalistica, presupponente fra l’altro l’uso a fini di sfruttamento di classe dello strumento monetario. Ciò non ha nulla a che fare col socialismo.
Il socialismo è la società senza classi, senza sfruttati né sfruttatori.
Note
- Full Employement and Free Trade, Cambridge 1945. ↩︎