[RG-47] Teoria marxista della moneta Pt.3
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LA MONETA NELLA CIRCOLAZIONE DEL CAPITALE
La trasformazione del denaro in capitale
Come abbiamo visto, Marx conduce la sua analisi fondamentale sulla natura e sulle funzioni del denaro sulla base di una economia mercantile in cui il capitalista e l’operaio salariato non hanno ancora fatto la loro comparsa. Appena questi due personaggi entrano in scena, il denaro subisce una profonda metamorfosi, che esprime la rivoluzione avvenuta nei rapporti fra le classi. Da innocente mezzo di circolazione delle merci, il denaro si trasforma in capitale-denaro e, benché questo prenda a prestito dal „tesoro“ la sua forma esteriore, ne differisce profondamente per la sostanza. Finora, le merci recitavano la parte principale e il denaro appariva come l’ausiliario del loro movimento; appena il modo di produzione capitalista si è impadronito della produzione, la moneta, il denaro, figura invece come prima donna mentre le merci si accontentano di servire a loro volta di strumenti della circolazione del denaro. Le parti sono così capovolte, ma è vero che nel frattempo lo stesso denaro ha cambiato natura per diventare capitale.
Nella circolazione semplice delle merci, anche se il rapporto di produzione monetario impone una via traversa, e così oscura un rapporto fra i produttori che per il fatto stesso dello scambio appare formalmente come rapporto tra i loro prodotti (le merci), il fine stesso del movimento dei prodotti rimane evidente. Vendere per comperare, vendere i prodotti il cui valore d’uso eccede i bisogni del produttore per permettergli di acquistare valori d’uso corrispondenti a bisogni che egli non può soddisfare direttamente con il risultato della sua attività produttiva; in tutto questo non v’è alcun mistero. Ben diversamente stanno le cose nella produzione capitalistica: il capitalista compera per vendere invece di vendere per comperare (cosa che si applica già a quel precursore del capitalista moderno che è il semplice mercante). Se la circolazione delle merci può essere schematizzata con M – D – M, la circolazione del denaro trasformato in capitale si presenta invece come D – M – D.
Da un punto di vista formale, il denaro appare nell’uno e nell’altro degli schemi di circolazione; ma il loro modo rispettivo di circolazione non è lo stesso: „Denaro come denaro e denaro come capitale si distinguono in un primo momento soltanto attraverso la loro differente forma di circolazione“ (Il Capitale, I, 2, cap. IV. pag.163). Il denaro che funziona come mezzo di circolazione delle merci si mantiene costantemente nella sfera della circolazione, mentre le merci ne escono continuamente per essere consumate: il denaro è qui un semplice intermediario della circolazione delle merci e perciò cambia continuamente di mano. Il denaro che funziona come capitale circola invece in un altro modo. All’origine, esso si presenta come un „tesoro“ accumulato che viene gettato in blocco nella circolazione per acquistare delle merci (vedremo poi quali; per ora, si può considerare che si tratti solo di capitale commerciale), ma lo scopo dell’operazione non è di ottenere dei valori d’uso da consumare: le merci acquistate saranno al contrario gettate di nuovo nella circolazione e quindi scambiate contro denaro. Il denaro si presenta come il punto di partenza e il punto di arrivo del ciclo, come lo scopo stesso della circolazione, e quindi riaffluisce costantemente verso il personaggio che ha dato l’avvio al ciclo con un certo anticipo di capitale denaro. Invece di mantenersi esclusivamente nella sfera della circolazione, come il denaro in quanto mezzo di circolazione delle merci, e quindi sfuggire sempre al suo detentore provvisorio, il capitale-denaro è destinato a riaffluire verso il suo detentore, che se ne è disfatto temporaneamente solo perché scontava questo riafflusso. „Il fenomeno del riafflusso come tale ha luogo appena la merce comperata è rivenduta, e così il ciclo D – M – D è descritto completamente. E questa è una distinzione tangibile fra la circolazione del denaro come capitale e la circolazione del denaro come puro e semplice denaro“ (Il Capitale, I, ibid., pag.165).
Apparentemente, la circolazione del capitale-denaro presenta un carattere di assurdità. Se il ciclo M – D – M ha per termini estremi dei valori di scambio equivalenti, l’operazione ha un senso nella misura in cui questi valori di scambio equivalenti sono incarnati in merci di diversi valori d’uso. Merci di valore di scambio equivalente possono circolare (scambiarsi) solo in quanto hanno diversi valori d’uso. Se alle due estremità del ciclo del capitale-denaro si ritrova il denaro, per giustificare questo movimento non si possono invocare valori d’uso diversi, perché il denaro ritirato alla fine è evidentemente identico, da questo punto di vista, a quello anticipato all’inizio. Il ciclo ha quindi un senso solo se il valore di scambio ottenuto alla fine del ciclo è superiore al valore anticipato: la circolazione del capitale-denaro si presenta perciò, fin dall’inizio, come una „violazione“ della legge del valore, dello scambio fra equivalenti, perché il valore di scambio ottenuto alla fine deve superare il valore di scambio messo in gioco all’inizio: „Il ciclo M – D – M comincia da un estremo, che è una merce, e conclude con un estremo, che è un’altra merce, la quale esce dalla circolazione per finire nel consumo. Quindi il suo scopo finale è il consumo, soddisfazione di bisogni, in una parola, valore d’uso. Il ciclo D – M – D comincia invece dall’estremo denaro e conclude ritornando allo stesso estremo. Il suo motivo propulsore e il suo scopo determinante è quindi il valore stesso di scambio“ (Il Capitale, I, ibid., pagg.165 – 166).
Il ciclo del capitale-denaro non è quindi D – M – D ma piuttosto D – M – D‘, in cui D‘ = D +Δ D, cioè una somma superiore al denaro inizialmente anticipato D. La differenza fondamentale tra la circolazione delle merci e la circolazione del capitale-denaro si riconduce perciò al fatto che la prima ha il suo motore nell’appropriazione di valori d’uso, il che le dà un carattere relativamente „rigido“, come dice Marx (infatti i bisogni non sono estensibili a volontà, per uno stadio dato della produzione sociale), mentre la seconda è per essenza illimitata. Poiché lo scopo della circolazione del capitale-denaro è il suo proprio accrescimento, essa non conosce né limite né fine, e ciò che definisce il capitale-denaro (e il capitale in generale) non è il suo volume e neppure l’accrescimento derivante dal compiersi del suo ciclo, ma la ripetizione necessaria1 e quindi l’estensione illimitata di questo accrescimento: il capitale è definito dal suo proprio moto, ed è un moto „perpetuo“; può accelerarsi o rallentarsi, ma deve sempre proseguire, pena la morte del capitale stesso:
„Nella circolazione, il valore originariamente anticipato non solo si conserva, ma altera anche originariamente la propria grandezza di valore, mette su un plusvalore, ossia si valorizza. E questo movimento lo trasforma in capitale“ (Il Capitale, I, ibid., pag. 167).
„La circolazione semplice delle merci – la vendita per la compera – serve di mezzo per un fine ultimo che sta fuori della sfera della circolazione, per l’appropriazione di valori d’uso, per la soddisfazione di bisogni. Invece, la circolazione del denaro come capitale è fine a se stessa, poiché la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato. Quindi il movimento del capitale è senza misura“ (Il Capitale, I, ibid., pag. 168).
Non è necessario qui sviluppare la teoria del plusvalore; accontentiamoci di ricordare qual è la merce speciale il cui acquisto permette al capitalista di trarre dalla circolazione del suo capitale „un di più“, un plusvalore. Consideriamo oramai il capitalista industriale, non più soltanto il capitalista commerciale. Entrambi acquistano per vendere; ma il primo non rivende semplicemente le merci acquistate, fa loro subire una trasformazione attraverso un processo di produzione. Il capitale-denaro, egli lo trasforma anzitutto in mezzi di produzione (edifici, attrezzature produttive, utensili, macchine, ecc.) e in oggetti di produzione (materie prime) che acquista al loro valore sul mercato; questa frazione del suo capitale prende il nome di capitale costante. Ma, per animare questo „capitale morto“, egli deve anche acquistare sul mercato il lavoro umano che, applicato ai mezzi di produzione, trasformerà gli oggetti di produzione in prodotti. Il capitalista compera contro salario la forza-lavoro di un certo numero di operai per un periodo di tempo determinato e si chiamerà capitale variabile la frazione di capitale anticipata che giuocherà questo ruolo. Anche qui, la merce sarà pagata, in media, al suo valore, che può essere soltanto l’equivalente in valore dei prodotti necessari a conservare la forza-lavoro dell’operaio; cioè, a mantenerlo in grado di produrre normalmente e di assicurare la propria discendenza.
Compiuto il processo di produzione, il capitalista avrà trasformato in merci il suo anticipo di capitale-denaro; ma il valore di queste merci supererà quello dell’anticipo iniziale. In realtà, la forza-lavoro è una merce particolare il cui uso fornisce appunto del lavoro umano. Ora, se durante il processo di produzione essa trasmette alle nuove merci prodotte il valore anteriormente contenuto nell’anticipo di capitale costante, vi aggiunge però, in più, un valore supplementare che supera l’anticipo di capitale variabile effettuato dal capitalista: se la forza-lavoro di un operaio può essere utilizzata dieci ore al giorno, l’insieme dei prodotti il cui valore equivale al salario giornaliero rappresenterà, per esempio, soltanto cinque ore di lavoro medio. La differenza, o plusvalore, sarà intascata dal capitalista, che non avrà perciò meno rispettato, diversamente da quello che a tutta prima parrebbe, la legge dello scambio fra equivalenti, nei confronti sia del salariato che del compratore delle sue merci. Troviamo qui definito nel modo più breve possibile il rapporto fondamentale, specifico del modo di produzione capitalista, quello che permette di distinguerlo dai modi di produzione anteriori (benché essi abbiano in comune certe categorie economiche) e, a maggior ragione, dal modo di produzione socialista2.
La merce, la moneta, il denaro sono esistiti prima del capitalismo, anche se quest’ultimo ne ha immensamente esteso la sfera di azione, ma il denaro non ha per se stesso la virtù di funzionare come capitale. Perché subisca questa metamorfosi, deve essere soddisfatta una doppia condizione: è necessario che a un polo della società si sia verificata una accumulazione di denaro e che all’altro si sia realizzata una massiccia espropriazione dei produttori indipendenti – espropriazione che sola permetterà di trasformare la forza-lavoro in merce e perciò il denaro in capitale, cioè gli permetterà di comprare della forza-lavoro.
Il modo di produzione capitalista è definito dall’esistenza generalizzata del salariato, la cui nascita suppone a sua volta un’economia mercantile sviluppata. Denaro e capitale-denaro non sono la stessa cosa; la trasformazione del denaro in capitale-denaro esprime, in una sfera particolare, l’introduzione di un rapporto di produzione determinato. Il denaro può ormai comperare la forza-lavoro come un’altra merce; il salariato è nato e il capitale con esso.
Lo scambio dei prodotti deve già possedere la forma della circolazione delle merci perché la moneta possa entrare in scena: „Le forme particolari del denaro… indicano di volta in volta, a seconda dell’estensione e della relativa preponderanza dell’una o dell’altra funzione, gradi diversissimi del processo sociale di produzione. Eppure, a norma dell’esperienza, una circolazione delle merci relativamente poco sviluppata è sufficiente per la produzione di tutte quelle forme. Ma, per il capitale, la cosa è differente. Le sue condizioni storiche d’esistenza non sono affatto date di per se stesse con la circolazione delle merci e del denaro. Esso nasce soltanto dove il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore della sua forza-lavoro, e questa sola condizione storica comprende tutta una storia universale. Quindi il capitale annuncia fin da principio un’epoca del processo sociale di produzione. Quello che dà il carattere all’epoca capitalistica è il fatto che la forza-lavoro assume anche per lo stesso lavoratore la forma di una merce che gli appartiene, mentre il suo lavoro assume la forma di lavoro salariato. D’altra parte, la forma di merci dei prodotti del lavoro acquista validità generale solo da questo momento in poi“ (Il Capitale, I, 2, pag. 187 e nota).
Note
- Nel presentare le loro panacee riformiste, gli opportunisti «operai» invertono i termini dei rapporti reali. La necessità oggettiva che anima il movimento del capitale determina anche la volontà soggettiva dei suoi agenti, i capitalisti; per gli opportunisti, la causa della marcia del capitale sarebbe invece la volontà del capitalista, la sua sete di guadagno, la malvagità dei monopoli, ecc.. Questa visione infantile del modo di produzione capitalista è in realtà assetato di guadagno, gli è che deve esserlo: la concorrenza si incarica di insegnargli che un capitalista «generoso» cessa rapidamente di essere capitalista, cioé fallisce. E‘ dunque solo falsificando prossolanamente la realtà economica e sociale del modo di produzione capitalista e le sue leggi, che l’opportunista può pretendere di modificarle, non diciamo con una rivoluzione politica da tempo mandata in soffitta, ma nemmeno con una riforma dello stato (democrazia popolare, democrazia vera ecc.) mentre solo una rivoluzione sociale può sperare d’infrangere i rapporti di produzione capitalistici. ↩︎
- L’economia politica staliniana arzigogolò a lungo sul problema di sapere se si potesse parlare di plusvalore in URSS e, i più demagoghi fra gli accademici sovietici si scandalizzarono che certi economisti impiegassero questo vocabolo nella enumerazione delle categorie economiche del socialismo marca Cremlino; è vero che si scandalizzavano assai meno dell’esistenza nella realtà sociale e non solo nella testa degli economisti di grido del salariato. Oggi, tutti questi pudori sono stati spazzati via dalla realtà concreta (come dicono loro) dell’accumulazione del plusvalore in Russia, quindi, si cantano le lodi del profitto, della redditività, di una giusta politica dei salari (equivalente alla famosa «politica dei redditi» del mondo occidentale): l’ipocrisia economica è così ridotta al minimo; è bon ton appiccicare l’aggettivo «socialista» a tutte le categorie economiche del capitalista – profitto «socialista», salario «socialista», ecc. E non si tratterebbe che di giochi di parole spassosi, se non fossero tatuati sulla pelle del proletariato russo! ↩︎