Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.6)
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Parte I – Rivoluzione europea ed area „Grande Slava“
Il bilancio 1875 di Engels
Al termine dello studio del 1875, che esprime – talvolta frase a frase – lo stesso giudizio storico di Marx, allora vivente e che conobbe certamente lo scritto prima della pubblicazione, noi troviamo la sintesi della valutazione del socialismo internazionale ed europeo sullo sviluppo della Russia.
A quella data, come sappiamo, in tutta l’Europa occidentale e centrale la rivendicazione storica della rivoluzione antifeudale è raggiunta, e la borghesia capitalista è al potere: non dovunque vi è giunta per la classica via della interna guerra civile, come in Inghilterra e in Francia, ma le guerre del ’59, ’66, e ’70 hanno compiuto la sistemazione.
La sola grande potenza rimasta al di là è la Russia: essa, se ha cessato di avere la funzione di baluardo reazionario del feudalismo in Europa, ha parimenti, come largamente abbiamo mostrato, per Marx ed Engels, la squisita funzione controrivoluzionaria storica di intervenire ogni qualvolta il proletariato di nazioni europee abbia a levarsi per abbattere la borghesia, sola classe dominante ormai in tutto l’Occidente.
La caduta di questa potenza interessa dunque ai fini internazionali in sommo grado: se il dispotismo zarista e il potere della nobiltà sono abbattuti in Russia, e anche in questa la borghesia organizza uno stato liberale, la vittoria della lotta finale socialista sarà avvicinata.
Fin qui la parte negativa del bilancio. La parte positiva consiste nella analisi delle forze sociali inteme di quel paese immenso.
Schematicamente, si è trovato questo. Nobiltà terriera, che tuttavia controlla solo una parte del suolo e della produzione agraria. Stato dispotico centrale, centralizzato, con cui in sostanza, oltre all’esercito, il clero è tutt’uno, e che socialmente ha il controllo diretto dell’altra metà del suolo e dei servi. Borghesia che timidamente appare nelle città come forza sociale, e soprattutto consiste nella influenza indotta dalle borghesie estere progredite (e si suol dire anche da noi, per speditezza di discorso, dalle «idee» occidentali). Proletariato in pratica assente, essendo l’industria all’inizio (e non perché quel poco si vada organizzando dallo Stato), e ancora non sensibile l’influenza su di esso del movimento operaio occidentale. Infine il fattore, in un certo senso, originale: i contadini servi e appena emancipati, e la forma della comunità agraria di villaggio, finora tributaria dei boiardi, dei conventi e dello Stato, che non si è ancora risolta in proprietà e gestione parcellare e nemmeno in aziende grandi di proprietà privata nel senso borghese.
Dinanzi al quesito se una tale forma possa costituire un punto di partenza per una economia socialista nelle campagne, la conclusione è che tale forma di comunismo primitivo è già in via di scadimento. La dottrina che da essa possa partire un tipo di rivoluzione sociale che prescinda dal proletariato industriale e dal salariato rurale, e quindi da uno svolgimento capitalista, che sarebbe così saltato, ha questa risposta: NO, se i contadini russi devono fare questa rivoluzione da soli. FORSE, se si verifica la rivoluzione PROLETARIA nell’Occidente capitalistico, contemporanea o immediatamente successiva all’abbattimento dello zarismo. Questa è la sola ipotesi per la quale possa evitarsi che allo zarismo succeda in Russia un potere borghese capitalistico.
In Russia non meno che altrove una rivoluzione originale contadina non è una possibilità storica. I contadini possono essere classe ausiliaria della rivoluzione borghese, come in Europa sono stati, e come è stato in Europa anche il proletariato primo. Che possa sopravvivere la comunità rurale non può essere risultato di una lotta nazionale degli agricoltori comunisti contro il potere statale che li tiene soggiogati, ma effetto soltanto di una vittoria del proletariato salariato in campo internazionale.
Tuttavia, anche se resterà una rivoluzione borghese, la rivoluzione russa sarà un grandioso passo in avanti: essa ben venga. Tale la conclusione.
Emesso il verdetto
Dopo una descrizione della crisi interna della società e dell’amministrazione russa, così viene formulata la condanna a morte della Santa Russia zarista, come può essere dal marxismo affermata in anticipo di ben quarant’anni, e sullo sfondo che abbiamo testé riepilogato nei grandi tratti.
«Qui sono unite tutte le condizioni di una rivoluzione, la quale dalle alte classi della Capitale, forse dal governo stesso, si avii oltre, attraverso i contadini, e rapidamente si spinga al di là della prima fase costituzionale: una rivoluzione la quale sarà della più alta importanza per tutta l’Europa, perché essa annichilirebbe di un colpo la riserva, tutto intatta, della reazione di tutta Europa. Soltanto due avvenimenti potrebbero ritardarla: una guerra vittoriosa contro la Turchia e l’Austria, al qual fine necessitano denari e sicure allenanze, oppure un prematuro tentativo di insurrezione, il quale gitterebbe di nuovo le classi possidenti nelle braccia del governo».
Non possiamo credere, lettore, che Engels sonnecchiasse (quandoque bonus dormitat Homerus) proprio nello stendere il passo finale di un così impegnativo studio, e nel saggiare le previsioni degli eventi futuri. Il commento deve quindi superare qualche stupore dinanzi alla rivoluzione fatta da classi alte e dal governo stesso, mentre poi l’amplesso tra le prime e il secondo sarebbe la sanzione della controrivoluzione.
Questo controllo delle profezie è un compito di prima importanza per stabilire che noi «ortomarxisti», a dispetto di tutte le diarree di traditori, siamo ben decisi a non andarci a riporre.
Un articolo di commento a un recente libro di Santonastaso: «Il socialismo francese da Saint-Simon a Proudhon» vuole criticare la netta contrapposizione tra socialismo utopistico e socialismo scientifico, assumendo che secondo i marxisti ogni socialismo utopistico sia non marxista e ogni posizione marxista sia esente da utopismo. Viene citato Engels appunto, ma al solito la questione è mal posta, colla solita pretesa che Marx abbia sempre aborrito dal disegnare schemi del futuro (contagiata da untore ad untore fino a Stalin). Il marxismo è, in sostanza, proprio una previsione del futuro. L’utopismo nel giusto senso non è una previsione del futuro ma una proposta di plasmare il futuro. Il marxismo fa tutto il lavoro di previsione mediante la spiegazione dei fatti del passato e del presente e la ricerca di leggi storico-sociali, e attribuisce la possibilità di raggiungere la giusta spiegazione degli eventi dati, e la previsione di quelli che verranno, ad una classe e al suo partito. L’utopismo è dettato solo – o almeno dice di esserlo – da generosa volontà e da intelligente razionalismo di un riformatore, ma sempre (ad esempio sono moltissimi i passi di Marx ed Engels in lode a Saint Simon) risente del contemporaneo scontrarsi di interessi e di classi e anticipa in misura più o meno grande le conclusioni «scientifiche».
Per il sistema utopistico il mancato avvento della società migliore non è una prova cruciale: sarà la prova che gli uomini sono cattivi, sordi o … scalognati. Per il marxismo sono invece proprio le sue previsioni la prova del fuoco, e altro senso non ha la parola (d’accordo che per la battaglia di propaganda di un partito, che in ogni rigo vive per Marx ed Engels, occorre tagliare netto con formulazioni recise) scientifico. Se abbiamo sempre mal preveduto, andiamo pure a spasso e lasciamo campo libero ai gran politiconi del vento che tira.
Prendiamo il passo di Engels dalla coda. Guerra con la Turchia. Si verificò due anni dopo (quello di Plewna e del tifo di Carlo Marx denunziato dalla moglie); andò poco che vi intervenisse l’Austria, e la Russia ne uscì male, o almeno non vittoriosa. Forte ancora tanto da far pesare la sua volontà nel congresso di Berlino: il che spiega che lo zarismo «durasse». «Denari e sicure allenze» lo Stato russo ne ebbe: i primi largamente dalle banche del capitalismo internazionale, le seconde soprattutto dalla democratica Francia. Vi fu finalmente solo nel 1914 la guerra con l’Austria (e la Germania), sia pure, per i nostri testi, in ritardo a quella stazione della storia. Ma le alleanze, che furono bastevoli a far cedere alla fine gli austrotedeschi nel 1918, non evitarono la catastrofe militare nel 1917 e la rivoluzione, che già la precedente disfatta col Giappone aveva avvicinata, nel 1905.
La finale allusione al tentativo prematuro di insurrezione mira ai metodi insufficienti del terrorismo individuale e di piccola setta, che in altro passo Engels ammira nel coraggio, ma critica come sterili: solo quindi quando a queste forme di azione rivoluzionaria ne succederanno ben altre, lo zarismo soccomberà.
La previsione del compito antizarista delle classi alte, è prudente in quanto limitata alla sola Pietroburgo: infatti non ancora si ravvisa una borghesia della industria, del commercio, della finanza, nelle varie città, di peso notevole, e queste classi si delineano in minoranze dei ceti intellettuali e professionisti, più che altro. Di qui la significativa frase «dal governo stesso». In Russia come lo Stato predomina sulla nobiltà in una funzione parallela, cosi è da attendere che la funzione storica della classe borghese sarà, ove questa come aggregato di persone difetti, assunta da uno Stato-capitalista. Così è andata.
Partita di lì, da una capitale che non può ormai non organizzarsi come tutte le capitali borghesi, da un centro di potere che da feudale deve divenire capitalistico, questa futura rivoluzione borghese passerà «attraverso i contadini».
I contadini non sono una classe da cui la rivoluzione possa partire. Possono solo essere attraversati dalla rivoluzione di un’altra classe, e in genere dalla rivoluzione borghese. Si ferma con questo termine che adottiamo, nel suo senso passivo, il teorema marxista: mai il contadiname classe rivoluzionaria; che firma una rivoluzione storica.
Questa rivoluzione dovrà rapidamente superare la prima fase costituzionale. Non si legga che debba divenire proletaria e socialista. Deve divenire repubblicana, e tagliare a sua volta la testa del monarca, con che il livello storico borghese non è superato ancora. Solo allora essa «sarà della più alta importanza per l’Europa, annichilendo la riserva della reazione».
Tale punto era notevole davanti alla posizione dei russi liberali, che si appagavano di un parlamento e di uno statuto giurato dai Romanoff, ed alle dubbie posizioni già ricordate del bakuninismo col suo «zar dei contadini».
Le condizioni e i caratteri della rivoluzione russa, quali sono nel fatto realizzate, corrispondono al «modello». È seguita dalle guerre e dalle disfatte militari. Non ha avuto a protagonista una borghesia dai drastici profili, ma si è iniziata in seno ad un manovrante (ed affittato alla borghesia di occidente) governo a velleità costituzionali, presto disperse. È facilmente passata attraverso i contadini. Dallo statalismo agrario, non al socialismo, ma allo statalismo industriale.
Indubbiamente ha avuto poi altro formidabile attore: il proletariato, che dal 1875 al 1917 si era sviluppato in ragione del crescere dell’industria. Ma perché questo fosse il definitivo protagonista è mancata l’altra condizione: la vittoria proletaria in Occidente.
Vent’anni dopo
Engels è, nel 1894, alla fine della sua vita, quando aggiunge allo scritto la già richiamata appendice; nulla egli deve in sostanza mutare delle precedenti conclusioni, ma solo darci atto della mutata posizione di avanzamento di due forze su cui il quesito si era concentrato: la comunità contadina nelle campagne, l’industria capitalista nelle città.
Il nuovo bilancio si riassume facilmente: la prima ha perduto ulteriormente vitalità; la seconda ne ha poderosamente acquistata.
Tuttavia anche nel 1894, pure essendo al corrente della importante diffusione del marxismo teorico in Russia, e del sempre maggior legame tra socialismo europeo e rivoluzionari russi, Engels ancora non porta in avanscena la classe operaia.
Circa la comunità rurale russa Engels accentua le conclusioni pessimiste. Uno dei primi esaltatori di questa «originale» forma nazionale russa fu lo Herzen democraticone russo in parallelo ai vari Blanc, Mazzini, Garibaldi e altri radicali europei, cui si riporta il citatissimo Tschakoff. Engels lo chiama «retore panslavista gonfiato a rivoluzionario», Marx nella prima edizione del Capitale lo definiva «cultore delle belle lettere mezzo russo e tutto moscovita, dedito al ringiovanimento dell’Europa a mezzo del knut e della trasfusione di sangue calmucco».
Ma l’uno e l’altro tennero in ben diversa considerazione lo scrittore Cernicevski che aveva con serietà studiato la differenza tra la tradizione slava e quella superindividualista di occidente (e forse ancora nel 1920 i bolscevichi russi non tennero conto di questo maggiore nemico, con cui non avevano nella loro epica lotta avuto a che fare abbastanza). Mentre infatti Marx respingeva l’accusa di pensare, coi liberali borghesi russi, che non vi fosse nulla di più urgente che «dissolvere la proprietà comunistica e precipitarsi nel capitalismo»; Engels dà la maggiore importanza alle considerazioni di questo autore. Questi parla dei cosacchi degli Urali presso cui dominava ancora la coltivazione in comune del suolo con la successiva ripartizione del prodotto fra le singole famiglie, e dice: «Se questi Uraliani persistono colle loro presenti istituzioni fino al tempo in cui le macchine saranno ben introdotte nella coltivazione del frumento, allora saranno ben lieti di aver conservato un ordinamento della proprietà che permette loro l’applicazione anche di macchine che suppongono una unità colturale di colossali proprozioni, di centinaia di ettari». Un marxista non può non trovare qui la tesi economica della grande gestione, rispetto a cui è retrograda quella parcellare.
E nel campo storico non è meno marxista la critica della esaltazione della «persona», in quel pensatore: «L’introduzione di un migliore ordine sociale è resa difficile nell’Europa occidentale dalla infinita estensione dei diritti delle singole personalità … ivi l’individuo è già avvezzo al carattere illimitato dei diritti privati … cui non si rinunzia tanto facilmente … un migliore ordinamento dei rapporti economici congiunto con sacrifici individuali è difficile ad ottenersi … Ciò che pare là un’utopia … sussiste presso i russi nel potente costume popolare della nostra vita agricola».
Quindi né Marx né Engels disprezzano questo voto di poter saldare comunismo primitivo e socialismo generale «procedendo senza i dolori dell’inferno capitalistico». Si tratta di vedere come si vanno connettendo le effettive fasi storiche.
Ora, nei venti anni trascorsi altri passi irreversibili sono stati fatti verso la risoluzione delle terre del mir in possessi singoli. «Mai dal comunismo agrario della società delle gentes si è sviluppato altro, che non fosse il suo dissolvimento», ha insegnato la storia. Presto questo comunismo cede il posto alla «economia a singole famiglie» – negazione del nostro modello. Ed allora: «la proprietà comune consiste solo nelle ripetute ripartizioni del suolo da lavorare alle famiglie. Basta che tali ripartizioni siano tenute in sospeso o siano abrogate e si ha già il villaggio dei proprietari parcellari». Ciò che a noi fa orrore, e invece manda il comunismo staliniano in sollucchero.
Ma anche il fatto che in Occidente si è sviluppata in pieno la produzione capitalistica, e si pongono le condizioni dell’impiego dei mezzi di produzione come proprietà sociale – «questo semplice fatto, non può dare alla comunità russa la forza di sviluppare da se stessa questa nuova forma sociale».
«Tutte le forme di società gentilizia sorte prima della produzione delle merci e dello scambio individuale, hanno questo di comune colla società futura socialista: che certe cose, mezzi di produzione, sono possedute ed usufruite in comune da certi gruppi. Ma questa comune proprietà non abilita la forma sociale inferiore a svolgere da sé la futura società socialista, questo particolarissimo ed ultimo prodotto del capitalismo».
Dunque niente sviluppo «autoctono» del comunismo di villaggio russo in socialismo.
Invece possibile acceleramento del processo sempre con la ribadita condizione enunciata nella prefazione al Manifesto, della vittoria proletaria nei paesi compiutamente industriali.
Questo era stato detto nel 1872 da Marx ed Engels. Ma dopo?
Scadimento ulteriore del villaggio
La qui ricordata forte dissoluzione della proprietà collettiva russa ha fatto di poi notevoli progressi. Le sconfitte nella guerra di Crimea avevano già resa evidente la necessità di uno sviluppo industriale per la Russia. Innanzi tutto si abbisognava di ferrovie; e queste non sono possibili senza grande industria locale su vasta scala. Condizione per questa fu la cosiddetta emancipazione dei contadini, e con essa incominciò per la Russia la èra capitalistica. Ma con ciò pure l’èera del rapido seppellimento della proprietà collettiva del suolo. Il prezzo del riscatto imposto ai contadini, accanto alle tasse aumentate, e contemporaneamente alla diminuzione e al peggioramento del terreno loro diviso, li gettò immancabilmente nelle mani degli strozzini, nella maggior parte membri della comunità contadina divenuti ricchi. Le ferrovie aprirono a molti luoghi finora discosti un centro di smercio per il loro grano, ma vi portarono pure i prodotti a buon prezzo delle grandi industrie, e con questi soppiantarono l’industria casalinga dei contadini, i quali sino allora avevano provvedutoai prodotti simili in parte per i bisogni personali e in parte per la vendita.
«Si disordinarono le vecchie fonti di guadagno, si presentò la rovina, che ovunque accompagna il passaggio dall’economia naturale all’economia del denaro. Nel comune sorsero le grandi differenze di beni tra i membri – i poveri divennero i debitori schiavi dei ricchi. In poche parole il medesimo processo, che prima di Solone aveva dissolta la gens ateniese per mezzo della introduzione della economia e del denaro, incominciò qui a dissolvere la comunità russa.
Solone potè invero, con un attacco rivoluzionario a questo giovane diritto di proprietà privata, liberare i debitori condotti in schiavitù, giacchè con le sue leggi istituzionali annullò semplicemente quei debiti. Ma con ciò l’antica gens ateniese non poteva certo risuscitare; tanto meno qualunque forza al mondo potrà risuscitare la comunità russa. Per giunta il governo russo ha probitio di rinnovare la divisione del terreno tra i membri della comunità più spesso che di dodici in dodici anni, per cui il contadino deve di più in più disabituarsi a questa ridistribuzione, e deve cominciare a considerarsi il vero proprietario privato della sua parte».
Col passare dunque degli anni appare sempre più irresistibile lo sciogliersi delle terre comunali in piccoli lotti privati, e la questione del sussistere della comunità diviene sempre meno importante.
Nel pieno della discussione dei russi su tale argomento, giunse la lettera di Marx del 1877, che girò in Russia nell’originale francese e, finalmente stampata a Ginevra nel 1866 da un giomale di emigrati, solo più tardi fu pubblicata in Russia.
La lettera di Marx
Come già detto, questa confuta la insinuazione che il suo punto di vista coincida con quello dei liberali che vogliono liquidare la comunità, e mostra la massima considerazione per il Cernicevski di cui così riproduce la posizione: «Se la Russia, come pretendono gli economisti liberali, debba incominciare colla distruzione della proprietà comunistica e quindi passare al regime capitalistico, o se al contrario, senza attraversare i tormenti (che per i liberali sono delizie) di questo sistema, possa appropriarsi tutti i frutti dello stesso, in modo che i suoi presupposti storici si sviluppino ulteriormente».
Marx dà la propria risposta: «In breve, poiché io non vorrei lasciare qualcosa da indovinare, voglio parlare senza riserve. Per giudicare lo sviluppo economico della Russia con completa conoscenza di causa, ho imparato il russo, e quello sviluppo ho studiato nelle pubblicazioni ufficiali e nelle altre per lunghi anni. I lrisultato a cui sono venuto è questo: Se la Russia continua a seguire la via, che ha presa dopo il 1861, perderà la più bella occasione che la storia abbia mai offerta ad un popolo, di saltare oltre a tutte le alternative fatali del sistema capitalistico».
Come Engels riferisce, Marx prosegue confutando il suo critico e la falsa utilizzazione delle proprie teorie per suffragare tesi che in Russia premevano ai borghesi. E arriva a un passo ancora più decisivo.
«Ora il mio critico quale applicazione potrebbe fare alla Russia del mio schizzo storico sulla accumulazione primitiva del capitale? semplicemente questa: La Russia aspira a divenire una nazione capitalistica secondo il modello dell’Europa occidentale – e negli ultimi anni ha spesa molta fatica in questa direzione – ma non vi arriverà senza aver prima tramutata una buona parte dei suoi contadini in proletari; e quindi, una volta gettata nel vortice dell’economia capitalistica dovrà sopportare le inesorabili leggi di questo sistema, appunto come avviene agli altri popoli. Questo è tutto».
In conclusione nell’ultima parola che abbiamo di lui, Carlo Marx, dopo non aver escluso in principio quella formidabile eventualità storica, che abbiamo ormai ripetutamente indicata come salto del capitalismo, e che oggi si vorrebbe da tanti lati far credere avvenuta nello scorcio di brevi mesi del 1917, si mostra solidamente sicuro che la Russia percorrerà il grande travaglio del capitalismo, e ne berrà anche essa come noi di occidente il calice fino alla feccia.
Oggi noi riteniamo che non abbia ancor finito di trangugiarlo.
Capitalismo avanzante
Engels si ripropone la questione 17 anni dopo, egli dice, quella lettera, e passa in rassegna il sorgere del capitalismo in quel paese.
«Allorchè, dopo la disfatta di Crimea e il suicidio dell’imperatore Nicola, l’antico dispotismo zarista continuò invariato, soltanto una via era aperta: il passaggio più rapido possibile all’industria capitalistica … ciò significava ferrovie … le ferrovie significano oltre che industria capitalistica, rivoluzionamento dell’agricoltura primitiva. Da una parte la produzione agricola, anche dei punti più lontani, va ad unirsi direttamente al mercato mondiale, e d’altra parte non è possibile costruire ferrovie senza una industria (pesante) locale che provveda rotaie, carri, locomotive, ecc. Ma non si può introdurre un ramo della grande industria senza accettarne tutto il sistema; l’industria tessile, sul piede relativamente moderno, che anche prima nelle contrade di Mosca e di Vladimir, come anche nelle coste dell’ovest, aveva preso radice, ha avuto nuovo sviluppo. Alle ferrovie e alle fabbriche si aggiunse lo sviluppo delle già esistenti banche e la fondazione di nuove; l’emanicpazione dei servi produsse la libertà di domicilio, in attesa della conseguente avulsione di gran parte dei contadini anche dalla proprietà fondiaria. Con ciò, in breve, furono poste in Russia tutte le condizioni della produzione capitalista. Ma fu dato pure il colpo d’ascia alla radice della comunità agricola».
Qui Engels descrive in pochi periodi un processo di «accumulazione capitalistica per investimenti di Stato» che tuttavia forma una giovane borghesia ed è la incubatrice migliore per questa. Che significano le parole: «Or venne il tempo della rivoluzione dall’alto, che procedeva dalla Germania, e con ciò l’epoca del rapido crescere del socialismo in tutti i paesi europei»?
Si tratta ancora una volta della rivoluzione borghese e capitalistica, della uscita dall’economia feudale e di isole agrarie chiuse di produzione-consumo, con apertura dei mercati nazionali e internazionali. Ma non è la borghesia che fa questa rivoluzione dal basso, dall’esterno del potere, e non nella sola Russia essa è stata troppo vile, cercando di appioppare il suo carico a chicchessia: al governo feudale, al contadiname, al proletariato perfino, facendo come il cuculo covare le sue uova in nidi altrui. Quanto hanno mostrato Inghilterra e Francia non si ripeterà: in Germania Bismarck e gli Hohenzollern non cadono, ma sono costretti essi a industrializzarla (cominciando dal ferroviarla) e a proletarizzarla.
Quella borghesia che altrove è nata nel rischio di intrapresa, spesso spinto fino all’eroismo, come nell’eroismo nacque il barone terriero dal cavaliere della Tavola Rotonda, per poi divenire conservatrice, parassitaria, monopolista e protezionista; in Russia invece nasce con questo clima: lo Stato si indebita all’estero e all’interno. «La prima vittoria della borghesia consistette nelle concessioni ferroviarie, che diedero tutto il guadango agli azionisti, ma tutte le future perdite allo Stato (in ogni paese di economia povera le ferrovie sono passive e sorgono solo sovvenzionate; non da investimento progressivo del profitto della impresa, che non esiste). Quindi vennero le sovvenzioni e i premi per le intraprese industriali, i dazi protettivi a piacere dell’industria locale, i quali resero impossibile l’importazione di svariati articoli». Come altra volta avemmo a dire, non solo protezionismo, ma investimento di Stato, «IRI» avanti lettera.
«Quindi la pretesa che la Russia debba divenire un paese industriale indipendente dall’estero, che basti a se stesso, quindi gli sforzi spasmodici del governo russo per portare in pochi anni lo sviluppo capitalistico al punto culminante». E nessuno ignora la favorevole condizione delle materie prime disponibili illimitatamente.
«E così procede la trasformazione del paese in industriale-capitalistico, la proletarizzazione di una gran parte dei contadini, e la rovina dell’antica comunità comunistica in un tempo sempre più rapido».
Ultimo bilancio
La finale conclusione di Engels è dunque più radicalmente che nel 1875 pessimistica riguardo all’avvenire del microcomunismo rurale. Ma con ciò non viene proclamata senza rimpianto e senza speranza la sua rovina. Si vuole ancora non soggiacere all’equivoco che la tesi storica sia scambiata per una lieta diana allo sbocciare nella Russia dormiente di un moderno «civile» capitalismo, in una apologia di questa forma occidentale, che è invece compito fondamentale del marxismo rivoluzionario svergognare prima, abbattere poi.
Ma due sono le condizioni necessarie di un sopravvivere di quelle tradizioni del microcosmo agrario slavo, che hanno la grave deficienza di stringere la società umana nei limiti angusti del villaggio, ma hanno tuttora il vantaggio di allargare il gretto avvilente individualismo borghese mercantile dalla persona singola ad una comunità fraterna, sia pure limitata nel numero.
La prima condizione è che una rivoluzione sociale e politica travolga la dispotica monarchia dello zar e la nobiltà terriera slava.
La seconda è che una rivoluzione anche sociale e politica di oltre frontiera travolga gli Stati capitalistici di Europa e il potere della grande borghesia.
Su questi cardini e in sede di appello dopo un ventennio, si ha la nuova sentenza, cui cui il l’Appendice si chiude, e che è l’ultima parola sulla Russia e la sua prospettiva storica dei maestri del marxismo.
«Se di queste comunità si può ancora salvare tanto che, in un dato caso, come Marx ed io speravamo ancora nel 1882, in accordo con una rivoluzione nell’Europa occidentale, possa divenire il punto di partenza di una società comunistica, io non mi assumo di rispondere. Questo però è sicuro: se deve rimanere un resto di questa comunità, ne è la prima condizione la caduta del dispotismo zarista, la rivoluzione in Russia. Questa strapperà non soltanto la grande massa della nazione, i contadini, dall’isolamento dei loro villaggi che formano tutto il loro mir, il loro mondo, e li condurrà sulla grande scena della vita, ove essi mireranno questo mondo, e quindi anche se stessi, le loro proprie condizioni, i mezzi per salvarsi dalla miseria presente. Ma questa rivoluzione darà pure al movimento operaio di occidente nuovo impulso e nuove condizioni di lotta, e con ciò affretterà la vittoria del moderno proletariato industriale – senza di che la Russia non potrà pervenire ad una trasformazione socialista, che la conduca sia oltre la comunità, che oltre il capitalismo».
Il classico marxismo europeo e la Russia
Abbiamo per tal modo fin qui condotta, sulla base di documentazione diffusa dai testi, una sicura presentazione del problema della Russia nel marxismo classico, dal Manifesto fino alla morte di Engels.
In tutta questa questione viene in evidenza ad ogni passo lo stretto legame tra le lotte di classe nell’occidente e centro di Europa, e la funzione della potenza russa, in primo tempo, e anche le lotte interne russe, in secondo tempo.
Nel successivo corso abbiamo visto il marxismo seguire l’Europa, e tutte le sue nazioni, nel loro storico viaggio dal feudalesimo medievale al capitalismo moderno, e poi alla costituzione del proletariato in classe e alle sue lotte per il potere politico, fin qui non coronate da stabile successo, e la cui storia è segnata da gravi insuccessi, ripiegamenti, e delusioni.
Nella fase delle grandi rivoluzioni borghesi, nazionali e liberali, il marxismo proletario segue e attende con impazienza il loro affermarsi stabile in tutto il campo europeo: un massimo e principale ostacolo si erge su questo cammino; esso è la Russia degli zar, che invia e minaccia di inviare forze armate in enormi masse dovunque il fuoco della rivoluzione si attacca, e, come piega in Napoleone la gigantesca ondata rivoluzionaria a cavallo dell’ottocento e del settecento, così riesce a spegnere a mezzo secolo l’incendio che nel ’48 balza dall’una all’altra delle capitali d’Europa.
Tuttavia economicamente, socialmente, politicamente, per la via delle guerre civili, sociali o nazionali, la complessa sistemazione dell’Europa borghese è verso il 1870 un fatto compiuto, e in questo campo il grandeggiante movimento della classe operaia si accinge a condurre la sua autonoma lotta. Deve tuttavia volgersi attentamente verso lo Oriente. Lo Stato massiccio degli zar non è stato attaccato dal fuoco della grande rivoluzione che ha mutato volto all’Europa; bisognerà in caso di lotta fare i conti con esso e, intanto rendersi conto delle profonde cause storiche del suo immobilismo.
Due tesi abbiamo visto stabilirsi. La forza russa è la principale riserva per la difesa in Europa dei regimi feudali superstiti, e l’asse delle Sante Alleanze. Al tempo stesso la forza russa è la prima pronta all’intervento quando nei paesi ormai governati dai capitalisti si muova la classe lavoratrice per le sue conquiste.
Come sarà questo ostacolo rimosso dal cammino della nuova rivoluzione europea, ormai slacciata dai suoi agganci colle lotte democratiche e nazionali?
Una lunga lotta teorica sorge innanzi alla proposizione che quivi le leggi del materialismo storico e delle lotte di classe, che ben si sono potute attagliare alla storia di occidente, siano in difetto, e che si debba teorizzare altro meccanismo dello sviluppo di successive forme sociali.
Abbiamo ricapitolato gli argomenti del marxismo contro questa strana assunzione, sviluppando il confronto tra i vari campi storici dell’evoluzione sociale quali li abbiamo stabiliti rispetto alla storia degli ultimi secoli e, anzi li abbiamo riportati attraverso tutta la loro storia alle originarie condizioni geografiche e al loro effetto sull’insediamento dei popoli stabili e sulle loro istituzioni e forme di vita. Ed abbiamo quindi procurato di provare che il determinismo di Marx è strumento bene adatto a dare ragione della storia russa e del suo grave «ritardo di fase» rispetto all’Europa.
Stabilito dunque che le cose sociali russe si trattano collo stesso metodo di quelle di Occidente, abbiamo posto in relazione, sempre sulla scorta dei testi della nostra scuola, le sue particolarità storiche con quelle del paese e della sua natura fisica, svolgendo un sommario confronto tra tre tipi di organizzazione in Europa: romano classico, germanico, e grande slavo, trattando anche del quarto tipo asiatico.
Non sono così state negate, ma sono state esaminate largamente, le peculiarità del succedersi russo dei modi di produzione.
Il dramma grande slavo
Queste caratteristiche principali sono la poca fertilità della terra, la difficoltà delle comunicazioni, la poca densità di popolazione, il più difficile fissarsi di essa in sede stabile; viceversa la formazione, più precoce che per i popoli germanici, di un grande potere centrale, con analogie ai dispotismi storici asiatici, che tutela e mette a tributo le comunità di lavoratori della terra.
Fino all’ottocento questo centralismo statale terriero sta a fianco della nobiltà feudale, meno autonoma e centrifuga che nella forma germanica, e delle comunità di villaggio, parte serve dello Stato, parte dei nobili.
Diverso quindi il processo di fusione, in un complesso di scambi, delle isole locali, rispetto ai paesi europei, il formarsi dei mercati, delle manifatture artigiane e industriali, e ritardato l’avvento della produzione capitalista.
La tesi che in questo paese non si ponga il problema di due rivoluzioni – che possono sovrapporsi – della borghesia contro il feudalesimo e del proletariato contro il capitalismo; ma di una originale rivoluzione unica condotta dai contadini delle comunità contro lo Stato dispotico e la aristocrazia boiarda, con una diversissima via per condurre al socialismo della terra e dei mezzi di produzione, viene dal marxismo classico denegata.
Si attendono quindi in Russia le due rivoluzioni: imminente è quella antifeudale e antizarista. Succederà ad essa stabilmente una fase capitalista borghese, o si porrà subito il passaggio ad una lotta proletaria?
Fino al 1894 la risposta è questa: non si può attendere questa sovrapposizione delle due rivoluzioni facendo assegnamento su forze interne; il proletariato è ancora embrionale, per quanto la industria progredisca a grandi passi, soprattutto ad opera dello stesso Stato dispotico-feudale; e questo compito non può essere assunto dai contadini delle comunit; tanto meno dai contadini parcellari che vanno sostituendo la prima forma tradizionale.
In tal caso la prospettiva è una rivoluzione russa soltanto borghese, che dovrà uscire da una guerra: e si prevede la guerra con la Turchia, non si prevede quella col Giappone, ma soprattutto si fa leva sulla futura grande guerra degli slavi e latini contro i tedeschi, che nel 1914 scoppiò, e determinò il crollo dello zarismo. Anche fermandosi qui, un grande ostacolo controrivoluzionario sarà stato tolto dal cammino del proletariato dei paesi avanzati.
Un’altra prospettiva è per Marx ed Engels fin da allora ammessa, in alternativa all’assidersi di una Russia borghese tra gli Stati borghesi europei superstiti delle guerre: quella che la rivoluzione in Russia contro lo zar, pura o spuria che sia, scateni la rivoluzione socialista in Occidente.
In questo caso – in questo solo caso – la rivoluzione russa potrà divenire socialista, e potrà riassumere le ultime forme di un comunismo agrario, innestandole coi potentissimi mezzi di produzione moderni passati nelle mani del vittorioso proletariato internazionale.
Ma – allo stato dei testi nel 1894 almeno – è sicuramente escluso lo sviluppo col quale la Russia, partita da una rivoluzione antizarista, possa pervenire ad una società socialista.
Alla fine di questo studio verremo a stabilire che la storia non ha smentito tale prospettiva. In Russia si sviluppano le stesse forme produttive di occidente. L’industria prende la prevalenza sull’economia agraria, ed anche la grandissima industria. L’originale rivoluzione capitanata da comunità contadine emancipate non si è avuta. Le guerre europee sono venute e hanno portato il crollo dello zarismo. Non essendo giunta alla vittoria la rivoluzione operaia occidentale, non si è potuta avere in Russia una forma sociale comunista.
Ivi si è partiti da un feudalismo di Stato – si è giunti ad un capitalismo di Stato industriale, ad una forma in parte capitalista in parte precapitalista di economia della terra, il tutto in ambiente di scambio mercantile nazionale, e sempre più tendente ad internazionalizzarsi.
Le prospettive del partito marxista in Russia
Il problema che è stato visto dall’esterno della Russia dobbiamo ora vederlo dall’intemo, e saldarlo dal 1894 alla rivoluzione russa. Questo l’ulteriore compito di questa trattazione, che non conterrà ancora tutto l’argomento dell’economia sociale in Russia fino ad oggi.
Al 1894 è in atto lo sviluppo del capitalismo in modo deciso, e si è già preso a formare un potente proletariato. Engels non ce ne ha dato il peso storico: né l’occidente anche proletario se ne renderà conto prima del grandioso moto del 1905.
Ben vero per la innata internazionalità del procedere storico della lotta nostra, e a smentita della tesi della missione speciale del popolo slavo o di altro, anche prima del 1894 (e anche dieci anni prima), si sono definiti in Russia i contorni di un partito proletario (che allora si chiamava socialdemocratico). Era esso ben noto ad Engels, soprattutto nel grande teorico Plechanoff, presente inoltre nel 1889 alla fondazione della II Internazionale. Ma non aveva ancora dato prova di esprimere la comparsa storica di un valoroso proletariato urbano capace di indimenticabili battaglie, ed Engels, mentre come riferimmo si tiene riservato sulle differenze fra questi dichiarati marxisti e gli altri movimenti rivoluzionari nell’impero dello zar – era egli infatti non solo uno storico o un teorico, ma soprattutto il capo intemazionale del partito – nell’ultima analisi che di lui possediamo non porta ancora in conto il compito, la parte, di questa, essa sì giovanissima, classe della società russa, non tratta delle sue organizzazioni economiche, non si impegna ad escludere in modo reciso dal movimento della Internazionale i partiti a sfondo contadino, deboiissimi in dottrina, ma eroici sul fronte della rivoluzione e del terrore rivoluzionario.
Tuttavia nell’originale lavoro del nostro mondiale movimento non è l’ultima parola e il possesso dell’ultimo dato a che poteva essere importante. È invece ogni sistemazione che stabilisce le direttive della dottrina in modo che nella azione faccia da solido scudo contro i colpi dell’opportunismo e le pugnalate dei disertori.
Quando la grande rivoluzione bolscevica vinse, i più dei vecchi compagni e dei neofiti, perplessi i primi, corrivi gioiosamente i secondi, non esitarono ad inneggiare ad essa, ma convinti che i canoni del vecchio Marx e del vecchio Engels avessero ricevuto un tremendo sbrego.
Noi siamo, che parliamo da qui, i pochissimi che nella gloria del vittorioso evento che fece tremare dalle fondamenta il mondo capitalista, non vedemmo che luminosa conferma di una armonica e completa dottrina, il realizzarsi di una lunga, dura, ma certissima attesa.
Corsi altri trent’anni ed oltre di eventi difficili e meno favorevoli all’entusiasmo rivoluzionario; avendo il colosso del capitalismo mondiale resistito alla scossa del sottosuolo, e dominando esso ancora di fronte a noi dopo la seconda e più bestiale guerra di tutto il mondo; nel rivedere il corso aspro e di difficile lettura, e collegarlo, come il marxismo tiene a saper fare – e a questo rinunziare è ammissione di aver perduto su tutto il fronte – colla catena delle costruzioni di due secoli o quasi, ci sentiamo ora cento volte più certi di una conferma del fatto alla dottrina, più sicuri di non aver mai masticato fatue, frettolose, presuntuose e soprattutto vigliacche smentite a quella inflessibile linea, che, una volta trovata e scelta, non si può distorcere senza tradire.