Internationale Kommunistische Partei

Grandi epoche della storia africana Pt.3

Kategorien: Africa, Colonial Question

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A che tende la rivoluzione africana? Avendo discusso talune importanti questioni legate alla storia passata e ai mutamenti sociali che sono in corso nel continente, crediamo che convenga concludere il presente lavoro, cercando di rispondere a tale quesito. Probabilmente esso va posto meglio nei termini seguenti: esiste una “via africana” di uscita dal precapitalismo, cioè un corso diverso da quello seguito dalle rivoluzioni antifeudali che si compirono fino al 1871 in Europa e America e dal 1917 ad oggi nella Europa orientale e in Asia? Oppure le energie sociali liberate dallo sblocco dei vecchi rapporti precapitalistici coloniali tendono potenzialmente, a seconda delle condizioni obiettive, a diversi traguardi storici? Detto altrimenti: è da ritenere inevitabile che il processo di rivoluzione sociale, testè in corso nei paesi afro-asiatici, sbocchi in tipi di società qualitativamente eguali a quelle rappresentate dagli Stati capitalistici d’Europa e d’America?

Tale quesito, cui abbiamo risposto già in parte nei precedenti paragrafi, non può essere risolto basandosi sulle enunciazioni ideologiche e sulle piattaforme programmatiche, le une e le altre quasi sempre insufficienti, che vengono sbandierate dai partiti politici africani. Semmai ci si può servire di tale materiale per misurare il grado di coscienza che le forze soggettive del rivolgimento hanno dei limiti e delle possibilità reali del medesimo. Al contrario, per vederci chiaro, bisogna riflettere sulle condizioni obiettive che sono destinate a determinare in futuro l’evoluzione storica africana, e cioè: 1) il grado di sviluppo delle forze produttive; 2) la situazione della lotta di classe tra la borghesia e il proletariato internazionale.

Abbiamo già assodato che esiste nel continente africano un accumularsi di cambiamenti quantitativi di ordine economico-sociale che preludono al rivolgimento rivoluzionario tipico dei paesi precapitalistici. Si tratta di vedere ora in quale epoca storica verrà a svolgersi la rivoluzione africana: se nell’epoca del capitalismo, che è presentemente la forma sociale predominante nel mondo, oppure nell’epoca della dittatura del proletariato, attualmente dovunque assente. Esiste una terza alternativa. È possibile che la rivoluzione afro-asiatica, che oggi è nella fase iniziale, si intersechi o sia raggiunta e superata dalla rivoluzione socialista del proletariato internazionale, prima che concluda il suo ciclo storico.

Posta la questione in tali termini, appare chiaro come la rivoluzione afro-asiatica abbia davanti a sé diversi sbocchi in dipendenza dello sviluppo della lotta di classe nei paesi capitalistici sviluppati. Se la rivoluzione comunista ritarda e la dominazione borghese dura nel mondo, essa non potrà che seguire, checché dicano i leaders dei movimenti africani, la vecchia “via” delle rivoluzioni antifeudali (vecchia dal punto di vista della storia universale, nuova e rivoluzionaria per la storia africana). Cioè non potrà non costruire, poco importa se nelle forme giuridiche della proprietà privata o dell’azienda di Stato, l’industrialismo salariato, vale a dire il capitalismo. Se, invece, il rivolgimento venisse a coincidere con lo scoppio della rivoluzione comunista nelle metropoli capitaliste e la direzione politica del movimento anticoloniale venisse a trovarsi nelle mani del proletariato africano, sarebbe allora possibile imboccare una via diversa e sottrarsi alla condanna della costruzione della industria capitalista, inserendosi nella nuova economia pianificata del socialismo. Si verificherebbe allora il caso della “doppia rivoluzione” antifeudale e antiborghese che Marx e Engels nel 1847 e Lenin nel 1917 attesero di vedere innestarsi sul tronco, rispettivamente, della rivoluzione germanica e della rivoluzione russa.

Per il grado di consistenza del proletariato africano, di cui tra poco discorreremo, ci sembra, a meno che il brutale colonialismo anglo-francese non riesca a durare più a lungo di quanto è lecito prevedere, che la rivoluzione afro-asiatica solo a mezzo del suo ciclo si incrocerà con la rivoluzione del proletariato internazionale. Ma ciò che veramente interessa, per l’atteggiamento politico che il partito marxista deve mantenere di fronte alla rivoluzione anticoloniale, è di poter respingere a ragion veduta le semplicistiche argomentazioni di certa gente che si autodefinisce marxista e rivoluzionaria, soltanto perché assume una infantile posizione di ultra-sinistrismo nelle questioni nazionale e coloniale. Costoro non sanno fare la dovuta distinzione tra le fasi di un processo storico, e confondono “ciò che tende al capitalismo”, cioè un movimento di interessi che cercano di sbarazzarsi dalle pastoie feudali (o coloniali), e il capitalismo, cioè la chiusura del processo. Essi trattano con lo stesso criterio le perfezionate macchine produttive e politiche che rispondono ai nomi dei grandi Stati capitalisti e imperialisti d’Europa e d’America e, non già un ordinamento sociale o un modo di produzione, una “tendenza” ad arrivare a quel grado di sviluppo. Peggio ancora se essi sono capaci di fare tale distinzione: cioè sono convinti che nulla potrà impedire che il movimento iniziatosi in Asia e in Africa raggiunga il traguardo capitalista. In ambo i casi sono dei dialettici da quattro soldi e dei rivoluzionari saturi di dubbi.

I nostri criticonzoli non sanno fare altro che ripetere monotonamente che la rivoluzione afro-asiatica è “del tutto diversa” dalle rivoluzioni antifeudali che il “Manifesto dei Comunisti” dichiarò che si dovessero appoggiare. Benché essi non abbiano mai provato con argomenti seri le loro affermazioni, è indubbio che esiste una differenza sostanziale tra i movimenti rivoluzionari di oggi, che tendono ad uscire dal precapitalismo coloniale, e le rivoluzioni antifeudali del passato. È una differenza che riguarda appunto gli sbocchi finali dei due ordini di rivolgimenti. Ma è proprio perché la rivoluzione antifeudale coloniale, che si svolge nell’epoca dell’imperialismo e accresce le possibilità storiche dell’incrocio della rivoluzione nazionaldemocratica con la rivoluzione proletario-comunista, è proprio per ciò che la dottrina marxista e leninista dell’appoggio proletario alle rivoluzione democratiche resta confermata in pieno.

Cerchiamo di chiarire i termini del problema. In che coincidono le rivoluzioni antifeudali dei secoli XVI, XVIII e XIX con le rivoluzioni anticoloniali di oggi? Nel fatto che in ambo i casi il movimento tende a creare lo Stato nazionale come strumento di lotta contro gli ordinamenti semifeudali e prefeudali. In che si differenziano? Nel fatto che le rivoluzioni cromwelliana e giacobina avevano uno sbocco esclusivo: il capitalismo; mentre le rivoluzioni antifeudali che scoppiarono, quando il proletariato si era già costituito in classe, attorno al 1848, e, a più forte ragione, quelle che avvengono ai giorni nostri, possono “passare in gestione” al proletariato, cioè possono confluire nella rivoluzione comunista internazionale.

La liberazione dell’Africa, che appare più difficile che l’avvenuta liberazione dell’Asia, precederà la rivoluzione comunista nelle metropoli capitaliste? Coinciderà con essa dando luogo alla doppia rivoluzione antifeudale e antiborghese? Oppure si affiancherà alla rivoluzione comunista internazionale quando questa già avrà percorso parte del suo ciclo? Certamente non è possibile escludere nessuna di queste tre possibilità storiche.

È da augurarsi che il colonialismo anglo-franco-belga-portoghese che tiene l’Africa in una morsa di ferro, esclusi naturalmente gli Stati indipendenti della fascia araba e della Guinea, crepi quanto prima. Ma non si può escludere che la lunga agonia coloniale si prolunghi per molto tempo ancora, come fa temere l’insufficienza politica dei movimenti indipendentisti e nazionali africani.

Quel che interessa soprattutto, come dicevamo, è la posizione che il marxismo assume di fronte al movimento. Una cosa è certa: da buttare assolutamente via e da respingere come frutto di puro dilettantismo è la posizione dei nostri critici, per i quali, non sappiamo per quale soprannaturale virtù profetica, il ciclo evolutivo africano e asiatico è completamente scontato. Per noi, che ci sforziamo di applicare i metodi della previsione scientifica, la società capitalista (non quella fabbrica, o quella raffineria, o quei bacini di carenaggio) asiatica e africana è un ulteriore anello della catena evolutiva che oggi faticosamente sta cominciando a intrecciarsi. Poiché esistono delle cause — la situazione economico-sociale locale e le condizioni generali della lotta di classe — che determinano codesti effetti, noi riteniamo che un nuovo processo evolutivo avrà origine, se e quando cambierà una delle cause in parola, e cioè la dominazione mondiale del capitale. Per i nostri critici, invece, il capitalismo afro-asiatico non solo è già uscito dalla fase uterina ed è diventato adulto, ma è già arrivato al “1871” afro-asiatico. Si può allora considerare questa gente come dei seguaci seri del materialismo dialettico?

L’appoggio alle rivoluzioni nazional-democratiche delle colonie va dato proprio perché il ciclo rivoluzionario è ben lungi dal concludersi, essendo appena agli esordi. Nel periodo precedente il 1871, anno della sanguinosa repressione della Comune proletaria di Parigi, il movimento rivoluzionario democratico europeo non era ancora arrivato all’epilogo; il capitalismo non era ancora pervenuto a sottomettere tutto il campo dell’economia sociale; la dominazione di classe della borghesia, che doveva tuttora strappare le residue posizioni delle classi spodestate e difendersi contro i conati di restaurazione feudale, non era ancora un fatto storico irreversibile. Per tali ragioni i comunisti appoggiavano le insurrezioni repubblicane democratiche. In quanto miravano a seppellire il passato, esse avevano un contenuto rivoluzionario. L’appoggio fu ritirato e le energie insurrezionali del proletariato furono riservate esclusivamente alla rivoluzione comunista, quando fu chiaro, per le montagne di morti elevate dai carnefici della Comune, che il periodo della rivoluzione democratica era terminata in Europa occidentale e il capitalismo aveva conquistato il dominio assoluto dello Stato e della società.

Lo stesso sta accadendo nelle ex colonie. I nuovi regimi vivono sotto la costante minaccia di una restaurazione coloniale, come è dimostrato dal recente attacco armato anglo-americano al Libano e alla Giordania, come dimostra l’occupazione americana di Formosa e tanti altri fatti della politica internazionale. Manca in essi al presente una classe borghese indigena, la stessa industrializzazione che procede in mezzo a mille difficoltà è più discussa che attuata. In altre parole, il ritiro dell’occupante colonialista ha segnato soltanto l’inizio della rivoluzione democratica. Cioè si ripetono le condizioni storiche in cui si trovarono a lavorare i comunisti europei nel secolo scorso e i bolscevichi russi nei primi due decenni di questo secolo.

Esistono, per concludere l’argomento, due modi di impedire la formazione del capitalismo nei paesi arretrati: uno rivoluzionario, l’altro reazionario. O si lavora in vista di bloccare lo sviluppo di forze economiche nuove e mantenere i vecchi rapporti sociali, e ciò compete alla reazione feudale alleata all’imperialismo, o si tende a “saltare” il capitalismo e legare l’evoluzione dei paesi arretrati al socialismo trionfante nei paesi industrializzati: e questo è un lavoro da rivoluzionario marxista. Noi siamo sicuri che la rivoluzione comunista internazionale scoppierà in tempo per permettere ai popoli afro-asiatici di saltare, se non tutte, almeno le fasi più micidiali del capitalismo. Ma ciò può avvenire alla condizione che i comunisti, negando ogni appoggio ai partiti del putrefatto capitalismo euro-americano, lavorino “dentro” la rivoluzione afro-asiatica, applicando i principii marxisti.

Società precapitalista e proletariato

Bisognava premettere una enunciazione delle posizioni marxiste, perché dobbiamo adesso occuparci dei movimenti politici africani e giudicare quali di essi hanno posizioni avanzate e quali altri seguono direttive insufficienti. E lasciamo ai nostri critici il vezzo pseudo-sinistro di respingere in un blocco tutti i movimenti anticoloniali. Avendo ribadito che il marxismo di fronte alla rivoluzione dei Paesi arretrati e coloniali imposta la sua posizione in coerenza con il principio della “doppia rivoluzione” o in previsione della futura fusione del movimento rivoluzionario nazionale con la più grande e decisiva battaglia della rivoluzione proletaria comunista, noi possiamo tranquillamente operare delle scelte politiche tra i partiti e i programmi del campo anticolonialista. È chiaro che il nostro appoggio, anche se si tratta attualmente soltanto di adesione teorica, va dato ai movimenti la cui azione favorisce, poco importa se inconsapevolmente, la lotta che il proletariato afro-asiatico è destinato a condurre nell’ambito delle nuove società di classe che si vanno formando sulle rovine del colonialismo.

Prima di farlo, sarà utile porre in rilievo un’altra caratteristica importante dei movimenti anticoloniali: l’estrema debolezza numerica del proletariato indigeno. Ciò vale soprattutto per l’Africa. Naturalmente, il confronto è da istituirsi con le altre aree sociali che hanno avuto in comune con i popoli afro-asiatici uno sviluppo sociale ritardato, per cui hanno potuto uscire dal precapitalismo, mentre era già subentrata la fase estrema del capitalismo nei maggiori Stati del mondo. Come termine di paragone nulla può servire meglio della Russia zarista e, in linea subordinata, della Cina imperiale. Infatti, in ambedue questi paesi la classe operaia è nata ancor prima che maturasse la rivoluzione borghese, e ha raggiunto una maturità politica che le ha reso possibile, ad onta della debolezza numerica, di assumere la direzione del movimento rivoluzionario.

Il nostro movimento, nelle fondamentali trattazioni teoriche riguardanti la rivoluzione russa, ha dato esauriente spiegazione del formarsi della classe operaia nell’ambiente sociale precapitalistico russo. È stato provato in esso come lo stesso Stato zarista, che pure era fondato su classi sociali i cui interessi imponevano la conservazione delle forme produttive precapitalistiche, fosse indotto, per ragioni di sicurezza militare, a introdurre in Russia i moderni mezzi di comunicazione che sono alla base dell’industrializzazione (ferrovie, telegrafi, ecc.) e talune branche industriali indispensabili alla produzione di armamenti moderni. In altre parole, fu lo Stato a introdurre il capitalismo in Russia già alcuni decenni prima che la tirannia staliniana, spietata esecutrice della seconda ondata di capitalismo di Stato, portasse a fondo l’industrializzazione dell’immenso paese. Le rivoluzioni del 1905 e del 1917, nelle quali il proletariato sostituì superbamente l’imbelle borghesia, conducendo vittoriosamente la terribile lotta contro la reazione zarista, stanno li a provare come un proletariato numericamente debole, ma armato della teoria marxista, può assumere la direzione della rivoluzione antifeudale e passare addirittura oltre di essa, aprendo la via alla rivoluzione socialista, che nell’Ottobre 1917 trionfò in Russia. Se ha dovuto soggiacere alla controrivoluzione capitalistica dello stalinismo, che degnamente il sordido krusciovismo sta continuando, ciò non inficia, ma dimostra tutta la validità della teoria della “doppia rivoluzione”. Questa può essere iniziata e condotta validamente dallo scarno proletariato del paese precapitalistico, ma può vincere a condizione che i proletariati dei paesi capitalisti conquistino il potere. In definitiva, lo stalinismo ha vinto in Russia perché il capitalismo è riuscito nel primo dopoguerra a resistere e a durare nel resto del mondo.

Anche la Cina imperiale, altro grandissimo paese importante per dimensioni fisiche e tradizione storica, ma rimasto enormemente indietro nella via della rivoluzione capitalista, conobbe un fenomeno simile. Tuttavia la drastica menomazione dell’autorità dello Stato, assediato da tutti i lati dai predoni imperialisti e assoggettato al mortificante regime dei “trattati ineguali”, doveva impedire che i primi elementi del capitalismo raggiungessero proporzioni paragonabili a quelli russe. La fabbrica capitalista fece il suo ingresso nel paese solo pochi anni prima che scoppiasse la rivoluzione repubblicana. E il fatto che la rivoluzione cinese abbia avuto uno sviluppo tormentato, fatto di faticose avanzate e di repentini disastri, fino a sboccare nell’attuale regime pseudo- comunista, si spiega soprattutto con l’estrema debolezza numerica del proletariato e la sua insufficiente preparazione politica. Comunque, il sorgere di un combattivo e risoluto Partito comunista subito dopo la fondazione della Terza Internazionale e le grandi lotte da esso sostenute durante un intero trentennio, stanno a dimostrare quanta parte il proletariato abbia svolto nella rivoluzione antifeudale cinese, ad onta della degenerazione revisionista della burocrazia dirigente maoista.

Rispetto alla Russia e alla Cina, le altre rivoluzioni antifeudali che sono accadute nell’ultimo cinquantennio hanno presentato un decorso del tutto diverso. È mancato in esse, come elemento di propulsione e di guida, il proletariato socialista. Ciò è accaduto specialmente nei paesi assoggettati al regime coloniale e alla incorporazione forzata in grandi Stati imperialistici. La causa principale del fenomeno è da ricercarsi nel fatto che è venuto a mancare l’elemento storico che, come abbiamo visto, apporta deterministicamente importanti modifiche nella società preborghese, e cioè lo Stato indipendente. È legge della evoluzione storica che le società decadenti producono esse stesse le forze esplosive che ne determineranno il crollo. Il colonialismo, e i suoi alleati-servitori feudali, non hanno potuto impedire che sorgessero nelle colonie e nei paesi arretrati classi nuove, quale la piccola borghesia commerciale e intellettuale — e abbiamo visto che per l’Africa tale fenomeno è in pieno sviluppo — ma le condizioni obiettive della dominazione coloniale hanno permesso che si sviluppasse meno rapidamente il proletariato industriale, Anzi, in molte regioni dell’Africa il salariato industriale è quasi del tutto assente. Certamente ciò non sarebbe accaduto se la dominazione coloniale non avesse cancellato per lungo tempo ogni forma di Stato indipendente, sostituendo agli antichi apparati di potere locali le sue rapaci burocrazie periferiche, emanazione degli interessi capitalistici metropolitani.

Conviene a costo di ripeterci tornare sulla questione. Lo Stato, che è l’organo dell’esercizio del potere di classe, deve porre innanzi a qualsiasi esigenza il problema del costante miglioramento dell’armamento. La produzione di armi è la preoccupazione massima dello Stato, che è permanentemente mobilitato a perfezionare l’organizzazione della difesa contro il nemico interno e i rivali esterni. Ma porre la tecnica della produzione di armi al livello degli Stati più minacciosi esistenti al di là delle frontiere, non significa per lo Stato precapitalista essere costretto ad adottare i metodi industriali vigenti nei paesi capitalisti? Avviene così che società che sono al di qua del capitalismo e tendono accanitamente a restarvici presentano importanti elementi di industrialismo moderno. In essi, pertanto, il capitalismo, e quindi il lavoro a salario, e quindi il proletariato, preesistono alla rivoluzione antifeudale. Nelle società preborghesi che sono prive invece di ordinamenti statali indipendenti, lo industrialismo, e quindi il proletariato, mancano. Ne consegue che in questi ultimi il ciclo industriale è destinato ad avere inizio soltanto dopo il trionfo della rivoluzione anticoloniale. Ciò vale per i paesi asiatici ex coloniali e soprattutto per l’Africa nera.

L’esempio clamoroso di come lo Stato preborghese concorra in maniera determinante all’introduzione dei primi elementi di industrialismo capitalista nell’ambiente sociale arretrato da cui è espresso fu dato nei primi anni di questo secolo dal Giappone. Il fulmineo conflitto russo-nipponico fu vinto clamorosamente dalle armi giapponesi, che si rivelarono straordinariamente perfezionate e adatte alla guerra moderna. Ciò doveva provare come lo Stato di Tokyo, che fino al 1904 nessuno nel mondo intese giudicare meno che secondario, aveva saputo importare nel paese la tecnica industriale capitalistica. La vittoria sulla Russia e la conquista della Manciuria fecero il resto. In tal modo il Giappone divenne lo Stato più potente e l’unica potenza industriale dell’Asia.

Se Se la rivoluzione antifeudale nelle colonie procede asmaticamente, se la lotta dei “popoli di colore” è un miscuglio di azione armata e di mercanteggiamenti diplomatici con il gangsterismo imperialista, ciò accade appunto perché manca il potente lievito rivoluzionario proletario. Il movimento va avanti con esasperante discontinuità, fermandosi a ogni piccola avanzata per offrire tregue e compromessi al campo reazionario. Basti guardare appunto a quanto avviene nei paesi arabi. Dopo ogni brusco cambiamento, che sia il riuscito colpo contro la Compagnia del Canale di Suez o l’unificazione egizio-siriana o la rivoluzione irachena, i pan-arabisti nasseriani, invece di sfruttare il successo ottenuto, si affrettano a proclamare il “cessato allarme”, temendo di far indispettire più del lecito i potentati dell’imperialismo, temendo soprattutto di essere scavalcati dalle moltitudini affamate.

Non c’è nulla in esse che possa reggere il confronto con le magnifiche lotte che diedero grandezza a sconvolgimenti storici, come le ricordate rivoluzioni antifeudali di Russia e di Cina. E si comprende bene il perché. In queste battaglie il ruolo di protagonista toccò al proletariato industriale, la classe più rivoluzionaria che sia apparsa nella storia, l’unica capace di condurre una “doppia rivoluzione”. Invece, la circospezione e l’incertezza, la tendenza al compromesso e alla retorica che caratterizzano la rivoluzione anticoloniale tradiscono la mano piccolo-borghese. Non potrebbero comportarsi in altro modo movimenti che sono diretti, per l’assenza fisica del proletariato, dalla piccola borghesia. Evidentemente, la piccola borghesia intellettuale delle colonie, che sogna lo Stato nazionale indipendente e la industrializzazione, ha ereditato ben poco delle attitudini rivoluzionarie rivelate dagli organizzatori delle Comuni giacobine europee. C’è in essa il marchio indelebile del “complesso di inferiorità” (ci si perdoni la espressione) che prova di fronte alle arroganti borghesie delle stesse metropoli imperialistiche e colonialistiche.

È tale appunto l’impressione che si ricava esaminando i programmi dei partiti politici africani. Il lettore non pretenderà che si faccia qui una disamina dettagliata degli schieramenti politici africani e della loro evoluzione. Ciò stonerebbe con il carattere del presente lavoro che ha inteso soltanto trattare in maniera generale le principali questioni legate alla rivoluzione africana. Continueremo invece a seguire tale criterio, riservandoci di dare in altra sede la cronistoria dei movimenti politici sorti in Asia dalla fine della seconda guerra mondiale.

Il triplice quesito africano: Unione, Federazione o Indipendenza?

Come detto nel titolo di questo paragrafo i partiti africani possono dividersi a seconda della risposta che essi danno al triplice quesito: unione con la metropoli, vincolo federale con la stessa, o indipendenza? Naturalmente tali linee di demarcazione politica e programmatica passano attraverso le compagini sociali considerate singolarmente, oltre che tra regione e regione.

1) Unionismo. — È questa la tendenza politica che è meno pericolosa ai fini della conservazione del regime coloniale e della “presenza” dei colonialisti sul territorio. Naturalmente le giustificazioni ideologiche di questa posizione variano da partito a partito, da luogo a luogo. Ma si può dire che le diverse interpretazioni non cancellano, a parere nostro, il fatto che l’unionismo, cioè la conservazione su nuove basi giuridiche dei rapporti tra metropoli e colonia si risolvono nella migliore delle ipotesi in una banale forma di autogoverno, che la scaltra politica coloniale britannica ci ha fatto già conoscere. L’autogoverno prevede, infatti, l’autonomia politica interna dei popoli soggetti, ma riserva alla metropoli il diritto di amministrare gli affari esteri del paese, come di conservare la direzione della difesa e il controllo finanziario. Come si vede, si tratta di strappare alle burocrazie colonialiste meno di quanto lo Stato borghese concede agli “Enti regionali”.

A questa forma reazionaria di governo sono interessati gli elementi “collaborazionisti” delle caste feudali locali e dell’apparato politico venduto ai colonialisti, quali i movimenti dai vari M’Bida o Grunitski, imperanti all’ombra delle baionette francesi nel Togo o nel Camerun, o quegli elementi della piccola borghesia che è asservita agli interessi dei monopoli capitalisti stranieri, come accadeva nella Cina imperiale per i “compradores”.

2) Federalismo. — Questo è un tipico prodotto della mentalità dei piccolo-borghesi istruiti che sono incapaci di concepire l’evoluzione storica fuorché in maniera volontaristica e sentimentale. Non a caso le utopie federalistiche trovano il più fertile terreno di coltura nei cervelli di poeti e altri intellettuali che vivono nel Sudan occidentale, che pure è la regione politicamente più avanzata dell’Africa Nera.

Il federalismo è una via di mezzo tra l’unionismo e l’indipendentismo. I suoi fautori tendono ad ottenere l’indipendenza statale dei territori coloniali, ma non se la sentono di rompere completamente con la metropoli. Ancora una volta, agisce nei seguaci del federalismo, ad onta delle declamazioni retoriche, la sfiducia nella possibilità che i popoli africani valorizzino autonomamente le risorse dei loro territori. E bisogna riconoscere che tale preoccupazione non è infondata, visto che la industrializzazione richiede la soluzione di problemi formidabili, come investimenti di ingenti capitali, istruzione professionale della mano d’opera, ecc. Ma è anche certo che tali problemi restano pressoché insolubili fino a quando la potenza colonialista mantiene in un modo o in un altro il proprio controllo sui possedimenti coloniali.

Il concetto fondamentale del federalismo, che naturalmente consente svariate interpretazioni e versioni, è che il costruendo Stato indipendente africano debba inserirsi in un più ampio organismo federale comprendente la stessa Potenza che attualmente occupa il territorio coloniale. Non si sa bene se pensare ad una sorta di Stati Uniti afro-europei o ad una nuova edizione per l’Africa del Commonwealth britannico. È chiaro comunque che i teorici del federalismo sono incapaci di un pensiero politico originale e riecheggiano, nel loro gioco intellettualistico, esperienze che hanno fatto il loro tempo. Figurarsi che lo stesso capo della “Convenzione africana”, il massimo partito del Senegal, e cioè il poeta Senghor, è autore addirittura di un progetto che prevede l’inserimento della Federazione franco-africana in un superiore organismo confederale destinato ad accogliere una vagheggiata Federazione degli Stati asiatici, una volta soggetti al dominio francese!

È da augurarsi che la svolta totalitaria e nazionalista, segnata nella politica dello Stato francese dall’avvento del gollismo, serva a dissipare tali utopie. Ci domandiamo come è possibile pensare che la Francia che cosi ferocemente massacra i fellagha algerini, e per meglio poterlo fare si è liberata dalle ipocrisie democratiche, possa accettare i piani dei federalisti. Bisogna, però, riconoscere il lato buono del federalismo, consistente nella lotta contro i pericoli del frazionamento territoriale. Lo spezzettamento della Africa ebbe solenne sanzione al Congresso di Berlino, a conclusione del quale le potenze colonialiste (Inghilterra, Francia, Belgio, Germania, Portogallo, ecc.) si riconobbero scambievolmente le rapine perpetrate nel continente.

I francesi innanzitutto divisero i loro domini africani nelle grandi sezioni amministrative dell’Africa Occidentale, Africa Equatoriale francese, con capoluoghi rispettivamente a Dakar, Brazzaville, e del Madagascar. In secondo luogo suddivisero in numerosi territori e province questi enormi possedimenti. Non poche volte è successo che una stessa compagine etnica o linguistica risultasse spezzata da una assurda barriera amministrativa. Naturalmente è interesse fondamentale degli africani che tali divisioni siano cancellate e sia superato il frazionamento delle stirpi e delle lingue nell’ambito di ampi organismi federali. Cioè il federalismo è un elemento di progresso ma se si concepisce come strumento di unione dei popoli africani e garanzia contro una “balcanizzazione” — per usare l’appropriata definizione di Senghor — dell’Africa, che gioverebbe unicamente all’imperialismo. Per il resto è null’altro che utopia.

Per meglio spiegarci è augurabile che i popoli africani, liberatisi dal giogo colonialista, si uniscano in uno Stato federale, che consenta la pacifica convivenza delle stirpi; ma è da combattere la tesi di una Federazione franco-africana, che perpetuerebbe le usurpazioni dell’imperialismo francese.

Eppure nello stesso R.D.A. (Rassemblement Democratique Africaine), il massimo movimento politico dell’Africa Nera, che insieme con la “Convenzione africana”, si sono fatti artefici della unificazione dei partiti politici dell’Africa Nera francese, esiste una corrente che propugna la Federazione franco-africana, con l’aggravante della tesi della adesione individuale dei vari territori dell’AEF e AOF. Rappresentante di tale corrente, per fortuna minoritaria, è lo stesso presidente del R.D.A., Houphuet Boigny, che sembra essere un ingrediente obbligatorio dei vari ministeri parigini, avendo fatto parte di alcuni governi del defunto regime parlamentare, ed essendo stato accolto nell’attuale governo De Gaulle. Non a caso le idee politiche di Houphouet-Boigny sono gradite a democratici e totalitari parigini, così pronti ad abbracciarsi teneramente quando c’è da salvare la preda coloniale. Non occorre spiegare che il tipo di federazione voluta dal presidente dell’R.D.A. coincide perfettamente con il programma unionista, cioè con la soppressione a parole del colonialismo.

3) Indipendentismo — Inutile dire che le nostre simpatie vanno a coloro che lottano in questo campo: ai rivoluzionari del Madagascar che perirono a decine di migliaia nella insurrezione del 1947, agli insorti algerini, ai guerriglieri del Camerun che combattono sotto la guida della “Unione dei popoli del Camerun”, alla sinistra dell’R.D.A. Il programma di costoro è sgombro di compromessi e di fantasticherie reazionarie, come di inutili ipocrisie. Essi chiedono apertamente la liquidazione della laida dominazione coloniale e la piena indipendenza politica. Anche i federalisti chiedono l’indipendenza, ma quando si esaminano i mezzi e i modi usando i quali essi dicono di poterla ottenere ci si convince che le loro posizioni politiche sono contagiate dall’opportunismo. Non è legittimo sospettare, invece, di coloro che dicono di essere decisi a lottare contro il colonialismo, tenendo le armi in pugno.

Il proletariato istintivamente è con tutti gli oppressi che decidono di affrontare in una lotta estrema i loro oppressori. Non sono ancora tramontate le parole del “Manifesto dei Comunisti” che dicono: «I comunisti appoggiano in generale ogni moto rivoluzionario diretto contro le esistenti condizioni sociali e politiche». Gli indipendentisti africani sono degli oppressi che lottano rivoluzionariamente contro le condizioni sociali arretrate che il colonialismo protervamente tende a perpetuare. Perciò il proletariato comunista è con loro.

È chiaro che per le speciali condizioni storiche che abbiamo illustrato più sopra, soltanto la fondazione di uno Stato nazionale può mettere in moto il processo di formazione dell’industrialismo e quindi dare vita al proletariato africano. In ogni epoca della lotta di classe, la classe che si accresce come determinante economica è destinata, presto o tardi, a impossessarsi del comando della società. Appoggiando le rivoluzioni afro-asiatiche il proletariato internazionale favorisce il sorgere di nuove condizioni, che trarranno da un materiale sociale in fermento nuove sterminate leve proletarie. E ciò, mentre la degenerazione monopolistica del capitalismo riduce sempre di più la classe della borghesia capitalistica a un pugno di sfruttatori. In tale senso, la rivoluzione anticoloniale avvicina la rivoluzione comunista.