Problemi di cassa fra Santi e Diavoli
Categorie: Religion
Questo articolo è stato pubblicato in:
Socrate e Cristo sono accomunati dal fatto di non essersi minimamente curati di lasciare nulla di scritto dei loro insegnamenti e della loro dottrina. Cosicché, per Socrate, nessuno vieta di credere che Platone non ce l’abbia raccontata giusta ed ognuno di noi se ne può fare un’idea del tutto personale senza timore di essere smentito.
Nei confronti di Cristo questo non è possibile. È vero che nemmeno Lui, nei suoi 33 anni di vita, mai ha preso la penna in mano. Ma se Lui non ha scritto ci ha pensato Papà (il Padreterno) a far scrivere «gli Apostoli e uomini della loro cerchia» senza che nessuno possa mettere in dubbio la veridicità dei Vangeli. «Le Sacre Scritture contengono la parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente parola di Dio (…) Dio è l’autore della Sacra Scrittura nel senso che ispira i suoi autori umani. Egli agisce in loro e mediante loro. Così ci dà la certezza che i loro scritti insegnano senza errore la verità salvifica» (Conc.Ec.Vat.II – “Dei Verbum”, 24). Oppure, come direbbe S.Ugo da S.Vittore: «Omnis Scriptura divina unus liber est, et ille unus liber Christus est, quia omnis Scriptura divina de Christo loquitur, et omnis Scriptura divina in Christo impletur».
Detto questo, senza timore di essere contraddetti, possiamo senz’altro affermare che uno degli insegnamenti maggiormente ricorrenti nella Scrittura neo-testamentaria è quello del rifiuto delle ricchezze terrene. «Quando vi mettete in viaggio – insegnava il Maestro – non prendete nulla: né bastone, né borsa, né pane, né denaro e non portate un vestito di ricambio» (Luca, 9-3). Ed ancora: «Non preoccupatevi troppo del cibo che vi serve per vivere o del vestito per coprirvi (…) Osservate i corvi: non seminano e non raccolgono, non hanno né dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Ebbene, voi valete molto più degli uccelli (…) Perciò, non state sempre in ansia nel cercare che cosa mangerete o che cosa berrete (…) Sono gli altri, quelli che non conoscono Dio, a cercare sempre tutte queste cose. Voi invece avete un Padre che sa bene quello di cui avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e tutto il resto Dio ve lo darà (…) Vendete quel che possedete e il denaro datelo ai poveri: procuratevi ricchezze che non si consumano, un tesoro sicuro in cielo. Là, i ladri non possono arrivare e la ruggine non lo può distruggere. Perché, dove sono le vostre ricchezze là c’è anche il vostro cuore» (Luca, 12-22/34).
Queste parabole e molte altre dello stesso genere, chi ha, anche per poco tempo, frequentato la chiesa, se le è sentite ripetere centinaia di volte ed i preti hanno sempre giurato di conformare la loro condotta a questi insegnamenti. Che dire, infatti, di Paolo VI che donava ai poveri la tiara pontificia? E del suo successore Giovanni Paolo I (Papa Luciani) che alla tiara rinunciava del tutto? Che affermava che «la Chiesa non deve avere potere, né possedere ricchezze»? Che, ancora Patriarca di Venezia, nel 1976, aveva invitato i suoi parroci a spogliare le chiese delle ricchezze per donarne il ricavato ai poveri? Che dire, infine, dell’attuale Papa Giovanni Paolo II che nella lettera Enciclica “Sollecitudo Rei Socialis” (1988) ordinava di «alleviare la miseria dei sofferenti non solo con il superfluo, ma anche con il necessario»? E più esplicitamente affermava: «Di fronte ai casi di bisogno, non si possono preferire gli ornamenti superflui delle chiese e la suppellettile preziosa del culto divino: al contrario, potrebbe essere obbligatorio alienare quei beni per dare pane, bevande, vestito a chi ne è privo»?
Dopo la lettura della “Sollecitudo Rei Socialis” nessuno si scandalizzerà più se verrà a sapere che nei furti di opere d’arte che regolarmente colpiscono le chiese, in molti casi sono implicati direttamente i preti. Nessuno si preoccuperà più perché sa che il ricavato delle vendite e dei saccheggi è destinato ad alleviare le sofferenze dei poveri.
Questo il Vangelo dei primi due millenni: «Nessun servitore può servire due padroni: perché, o amerà l’uno e odierà l’altro. Non potete servire Dio e il denaro» (Luca, 16-13).
Ma la religione della società capitalista, bene o male, è costretta ad agire da capitalista ed a parlare la lingua del capitalismo, ed allora tanto vale farlo apertamente, in maniera inequivocabile. Così, in questo fine secolo, caratterizzato dalla “morte delle ideologie” nemmeno i Vangeli potevano superare la soglia del millennio senza una adeguata rivisitazione.
Portabandiera di questa rilettura in chiave “moderna” si è autoproclamato il cardinale Biffi che ci invita ad andarci a rileggere l’ottavo capitolo di Luca. Non tutto, per carità, sarebbe solo una perdita di tempo: bastano i primi tre versetti; anzi è inutile leggerli, ci pensa lui a spiegarcene il contenuto. Ma cediamo la parola all’eminente porporato: «Raramente sentirete citare quel passo – (chissà perché i preti finora ce l’avevano nascosto?) – ma lì si dice che anche Gesù e i Dodici avevano una organizzazione finanziaria che comprendeva nientemeno che la moglie dell’amministratore di Erode. E quella prima comunità aveva pure, non dimentichiamolo, un cassiere. Che finì male, perché si chiamava Giuda. Ma ciò non toglie che un cassiere ci vuole» (“Corriere della Sera”, 15.9.99). In altra occasione, sempre quel raffinato di Sua Eminenza Biffi scrive: «Diversamente da ciò che talvolta è stato affermato, Gesù da buon ebreo non demonizza il denaro. Lo rispetta e si preoccupa anzi di dare alla sua attività una realistica base finanziaria» (“Identikit del Festeggiato”).
La “base finanziaria” però non doveva essere del tutto “realistica” se il cassiere, Giuda, per comperarsi un campicello dovette vendere il Maestro ai… sacerdoti! È Pietro che parla: «Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto» (Atti, 1-18).
Vangeli a parte, quello che il cardinale di Bologna e tutti gli altri vogliono dire è che la Chiesa per funzionare ha bisogno di quattrini, molti, molti quattrini, e tanto di più quanto più si riduce la cerchia dei suoi fedeli e quindi il flusso delle elemosine, dei lasciti e dell’opzione dell’otto per mille. La Sposa di Cristo ha sempre più necessità di una “realistica base finanziaria”, ed ogni occasione è buona per ribadire questo concetto.
Da Assisi, la città di Francesco “il poverello”, monsignor Ennio Antonelli, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, lancia un grido di allarme contro il dilagare del Demonio che sembra amare i suoi accoliti più di quanto non faccia l’Eterno Padre: «Con il contributo dell’otto per mille arrivano alla chiesa cattolica italiana 1.000 miliardi l’anno, mentre il fatturato della magia ammonta a 1.500 miliardi» e “La Nazione” del 5 maggio, facendo eco al rappresentante della Chiesa cattolica, titola a tutta pagina: “Satana? guadagna più della Chiesa”.
I convenuti ad Assisi denunciano il dilagare delle forze sataniche ed i sempre più frequenti casi di possessione nei confronti dei quali «è comprovata l’inefficacia delle soluzioni psichiatriche e mediche in genere» mentre il rimedio certo deriva “dall’esorcismo”. A questo scopo il giornale fiorentino ci informa che è stata proposta la «formazione di gruppi di intervento tra esperti riconosciuti»: la volante degli esorcisti.
I preti del terzo millennio arrotonderanno i loro magri salari, elargiti da un avaro Dio Padre, grazie alla munificenza del Demonio, loro eterno nemico, ma buon datore di lavoro.