Lear: chiusi nella galera capitalista
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Dopo mesi di dissidi interni il conflitto tra la Fiom da una parte e la maggioranza della Cgil dall’altra sembra essersi risolto a favore della seconda, con la prima costretta a rientrare nei canoni del sindacalismo concertativo; ha prevalso la via del riavvicinamento alla linea espressa dalla segreteria confederale e, a testimoniare questa “ritrovata unità”, sempre e comunque avversa alla classe salariata, nell’accordo integrativo firmato alla Lear campeggia anche la firma della Fiom. Che fine hanno fatto le proteste contro il “modello Marchionne”? Sono sparite come sempre dentro le manovre da retrobottega che caratterizzano da decenni il sindacalismo nostrano marcio di opportunismo e cogestione.
L’integrativo firmato presso l’Unione industriali di Napoli ricalca fedelmente gli accordi alla Fiat di Pomigliano e Mirafiori: premio di produzione per un 30% legato alla presenza in fabbrica; possibilità di spostare la mensa per i turnisti a fine turno; possibilità di elevare fino a 120 le ore di straordinario comandato (in deroga al contratto nazionale); sistema di turnazione in deroga al decreto legislativo del 2003; energica clausola di raffreddamento per prevenire le proteste spontanee dei lavoratori.
In sede di referendum tra i lavoratori l’accordo è stato bocciato, ma con una spaccatura quasi a metà. Lo Slai-Cobas ha cantato vittoria inneggiando alla “democrazia” ristabilita. Noi comunisti non saremmo così ottimisti: la riscossa operaia, anche quando si riflettesse nel prevalere in meccanismi elettorali e nelle opinioni dei singoli, potrà fondarsi solo sul dispiegarsi di una forza reale, nell’intensificazione delle lotte intransigenti e nella robusta organizzazione della classe.
La generalizzazione di questo tipo di accordi (che a questo punto diventa insensato definire “separati”) impone una riflessione d’ordine generale sulla contrattazione decentrata. Il testo del 21 settembre si apre significativamente con il problema della presenza al lavoro: «Le parti convengono che la presenza al lavoro dei dipendenti è condizione indispensabile per garantire il rispetto degli impegni di fornitura nei confronti del Cliente»; il fulcro sta proprio qui: aumentare la produttività per garantire consegne tempestive alla Fiat. Al di là delle migliaia di particolarità aziendali è sempre questo lo “spirito” della contrattazione di secondo livello, far meglio aderire le norme che governano il processo di lavoro alle esigenze di valorizzazione di quella quota particolare del capitale mondiale in modo da spingere all’estremo lo sfruttamento della forza-lavoro.
È una novità dell’ultima ora? Assolutamente no. Indubbiamente la crisi generale di sovrapproduzione ha inasprito lo scontro, ma i germi delle situazioni odierne si possono ritrovare già in quei contratti aziendali degli anni ’60, quando l’espansione del capitalismo seguente alla fine della Seconda Guerra imperialista permetteva di elargire briciole dei sovrapprofitti imperialisti.
La politica volta a sviluppare a dismisura la contrattazione articolata veniva presentata, allora, come metodo per derogare, in meglio per i lavoratori dell’azienda, dal contratto nazionale. L’istituto del premio di produzione permette di dimostrare la continuità di fondo del sindacalismo tricolore che attraversa i periodi di prosperità come quelli di crisi. Il capitalismo ha la necessità di valicare continuamente i limiti che esso stesso ha posto nel passato, spingere l’estrazione di plusvalore oltre il livello precedente. Nei momenti di espansione il sistema dei premi di produzione può essere definito come “positivo” (non in termini morali): se produci di più riceverai un premio per questo; nel corso delle crisi invece il premio diventa “negativo”: se non ti assenti potrai arrivare al 100% dello stipendio. Cosa c’è di comune? Il sistema è costruito in modo da aderire comunque alle esigenze produttive delle imprese, inchiodando in un modo o nell’altro i lavoratori tra le mura della fabbrica. L’incentivo alla produzione altro non è che un incentivo allo sfruttamento, un mezzo per scaricare sulle spalle dei salariati persino il compito di fustigarsi qualora non siano sufficientemente produttivi.
Gli ultimi contratti decentrati chiudono il cerchio. Il sindacato di regime in Italia, completamente prono alle richieste della classe borghese, non è in grado di darsi una linea che contrasti in maniera generale l’offensiva capitalista. Invece di unire tutti i fronti di lotta in un’unica battaglia almeno a livello nazionale con la proclamazione di uno sciopero generale ad oltranza, invece di preparare la classe operaia ad uno scontro che sarà necessariamente aspro e di lunga durata, la Triplice sfianca le lotte che scoppiano spontaneamente isolandole, presentando ogni singola vertenza come un “affare” che riguarda esclusivamente il singolo capitalista e la manodopera che direttamente opprime.
Ai lavoratori che gridano: Salario!, rispondono in coro i sindacati: Lavoro! Quale lavoro? Non esiste lavoro in generale, ma il lavoro salariato, sempre più precario, sottopagato, massacrante. Combattere per questo genere di lavoro equivale a difendere la miseria assoluta di un’intera classe.
Il proletariato, storicamente chiamato a seppellire la società capitalista, ha sempre più i caratteri di classe internazionalmente omogenea. Viceversa, ogni programma sindacale che esalti le particolarità delle diverse “realtà” aziendali non può che porsi inevitabilmente a difesa dello sfruttamento operaio, incentivandolo e facendo aderire al meglio l’organizzazione del lavoro agli interessi dell’impresa. I contratti di secondo livello, nell’epoca del sindacalismo patriota, hanno il compito di intensificare la produttività della forza-lavoro. I contratti aziendali diventano delle professioni di fede al sacro mito della produttività, e non casualmente si aprono con dichiarazioni d’intenti volte a migliorare la competitività aziendale. La vittoria del fascismo a livello sociale sta anche in questo, i lavoratori devono sentirsi membra di un corpo al cui vertice sta la borghesia ma per il cui funzionamento pacifico e normale sono chiamati a sacrificarsi. Ogni lotta deve essere prevenuta (tregua sindacale) e indirizzata in binari che, se essa dovesse comunque scoppiare, garantiscano la non interruzione del meccanismo di sfruttamento della classe operaia; ciò è tanto più vero nei periodi di crisi acuta ma non lo è meno nei momenti di boom economico.
I comunisti non negano la realtà e la necessità anche di una lotta operaia all’interno delle fabbriche e del reparto, della “galera aziendale”, ma ritengono che, in particolare in un momento di crisi, la forza della classe diminuisce all’interno della singola impresa e che si possa invece dispiegare soltanto socialmente. La difesa operaia è possibile solo nell’unità di lotta e di organizzazione dei lavoratori di tutte le categorie.