Internationale Kommunistische Partei

[RG112] Riunione generale di lavoro a Sarzana (Pt. 1)

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21-22 gennaio 2012

A distanza di due anni il partito è tornato a convocare a Sarzana la sua riunione generale, che nell’Indice dal 1975 sarebbe la numero 112. I lavori si sono potuti adeguatamente tenere in un comodo e spazioso locale preso in affitto da un circolo di quartiere.

Gli arrivi dei compagni, come preavvisato da ciascun gruppo, si sono scaglionati fra il venerdì pomeriggio ed il sabato mattina, quando abbiamo dato inizio alla seduta dedicata alla organizzazione dei lavori. I gruppi di studio hanno riferito in grandi linee del contenuto delle loro relazioni e delle conclusioni cui sono pervenuti. Benché i punti di approccio siano diversi e ripartiti fra i gruppi il partito si sforza di addivenire ad una sintesi di tutti i contributi sui vari argomenti, che in realtà sono interconnessi e separati solo a scopo di indagine e di esposizione. Non a caso capita che, dopo ascoltata e meditata una complessa relazione, le conclusioni siano tratte, in tutta coerenza, da un altro compagno, non “specialista”.

La natura non contraddittoria degli interessi della classe che rappresentiamo, della dottrina che professiamo e della rivoluzione a cui ci prepariamo fa sì che il partito possa tendere ad un massimo di efficienza centralizzata e di disciplinato operare senza, o riducendo ad un minimo essenziale, le forme esteriori della centralizzazione e della disciplina, necessarie ove, come nel mondo dei borghesi, la loro sostanza può essere risultato solo di una coercizione, di una codificata ingessatura in regole e regolette.

Qui segue una brevi sintesi delle relazioni, il testo completo delle quali sarà pubblicato o sulla rivista Comunismo, o su questo giornale.

CORSO DELLA CRISI

Sono stati esposti ed illustrati i quadri numerici ed i grafici aggiornati descriventi il progredire della crisi economica mondiale.

Riguardo la produzione industriale abbiamo potuto seguire il commento degli sviluppi in Stati Uniti, Germania, Giappone, Francia, Gran Bretagna, Italia, Russia, Cina, India, Corea del Sud, Brasile, Grecia, Portogallo e Spagna.

A distanza di tempo si verifica che una onda della stessa forma e sincrona descrive la crisi in corso di tutti i paesi presi in esame. Il ventre precedente si verifica nell’inverno-primavera del 2009. La recessione fu ovunque molto grave: si va dal -40% annuo del Giappone, al regressi da un quarto ad un terzo per Germania, Italia, Corea del Sud; -22% la Francia; circa -14% Usa, Gran Bretagna, Russia, Portogallo.

La ripresa si manifesta già nella primavera-estate del 2010, con aumenti però non eccezionali, essendo da commisurare al crollo dell’anno precedente.

Si ha poi un progressivo rallentamento della crescita espressa in tassi annui. Questo nei mesi più recenti è più marcato in Germania, in Italia ed in Spagna, ma è generale, con esclusione della Cina.

Nell’ultimo dato disponibile a Sarzana, per lo più novembre 2011, avevamo ancora in crescita Usa, Germania, Russia, Corea del Sud e Cina, tutti gli altri già in recessione rispetto all’anno precedente. Peggiori Giappone con -4%, Italia con -4,1%, Grecia con -7,8%, Spagna con -7,0%.

Ma se misuriamo la ripresa dal 2010 non rispetto all’anno immediatamente precedente ma al massimo già raggiunto dalla produzione del paese, come è logico fare, dobbiamo rilevare che il vuoto provocato dalla crisi del 2009 non è stato colmato da alcuno, Germania esclusa che solo negli ultimi mesi del 2011 raggiunge il precedente suo massimo del 2007, senza però superarlo. Gli Usa sono ancora sotto del -5,4% al loro 2007, la Francia dell’8,6%.

Il relatore passava poi ai dati del commercio internazionale del 2011. Come valori esportati la Cina dal 2009 supera la Germania e gli Usa, mentre questi due restano quasi alla pari, com’è da molti anni. Segue, un po’ discosto, il Giappone.

Come saldo commerciale abbiamo in forte attivo la Germania, la Cina e la Russia, che esporta materie prime. In un fortissimo passivo gli Stati Uniti, come anche, seppure minore, Francia, Gran Bretagna ed India.

Viste nel tempo, le esportazioni denotano da metà 2010 a metà 2011 una crescita velocità costante intorno al +17% annuo in media; successivamente, da agosto dell’anno scorso in poi, una netta tendenza a ridurre la crescita e fino a incrementi del +5% ad ottobre, ultimo mese registrato.

Per la prima volta era esposto un quadro numerico con la bilancia dei pagamenti, che comprende il saldo commerciale più il flusso degli investimenti. Qui si riconosce un gruppo di paesi, nell’ordine Cina, Germania, Giappone, con bilancia dei pagamenti in fortissimo attivo. In attivo anche Russia e Corea del Sud. In passivo i vecchi capitalismi di Portogallo, Francia, Grecia, Italia, Gran Gretagna, Spagna, Canada, e i nuovi di Brasile ed India. In enorme passivo gli Stati Uniti.

Misurando invece il passivo come percentuale del Pil si passa da un massimo del 5,7% della Germania, del 5,2% della Cina e del 4,8% della Russia, ai passivi massimi del 10,7% della Grecia, del 9,9% del Portogallo, del 4,6% della Spagna, al 3,2% di Usa, Gran Gretagna, Italia, India, Canada.

Infine altri due nuovi grafici illustravano l’andamento del debito, dei privati e dello Stato negli Usa, solo dello Stato in Francia, aggiornati per ora solo al 2009. In Usa è in forte crescita, con accelerazione dal 2007, quanto il debito pubblico ha una impennata, che compensa e supera la contrazione del debito privato. Per la Francia anche il debito dello Stato prende il volo nel 2008 e nel 2009, mentre il Pil regredisce.

Se ne concludeva che il capitalismo mondiale non riesce ancora ad uscire dalla crisi iniziata nel 2009. Il recente rallentamento del commercio mondiale indica inoltre che la ripresa non è da considerare imminente. L’aumento del debito è stato uno strumento degli Stati per cercare di rimandare la recessione.

LA QUESTIONE MILITARE

II guerra di indipendenza italiana

L’esposizione iniziava illustrando il contesto generale in cui si svilupperà la seconda guerra di indipendenza. Nel breve periodo 1850-1870 non vi sono più guerre per la sistemazione interna dei singoli Stati europei, alcuni ancora in via di precisazione territoriale, bensì brevi e limitati conflitti tra Stati già formati e per il controllo di aree esterne: la guerra di Crimea, la seconda e terza guerra d’indipendenza italiana, quella russo-austriaca per la Danimarca e la guerra franco-prussiana che, con la Comune di Parigi, segna la fine in Europa dell’alleanza tra borghesia e proletariato in funzione antifeudale e l’inizio dello scontro fra queste due classi per il controllo politico della società.

Il relatore ha accennato a Pisacane e alla sua spedizione a Sapri ed è stata data lettura del giudizio negativo di Marx sulla politica di Mazzini.

Nel 1858 l’attentato di Orsini a Napoleone III, rimasto illeso, sembrò vanificare gli sforzi di Cavour di coinvolgere la Francia e le ambizioni personali del suo imperatore alla causa italiana, almeno nel primo obiettivo di cacciare gli austriaci dalla pianura padana, il cui sistema economico si espandeva sempre di più in contrasto con i limiti imposti dall’occupazione straniera. È stata poi letta una buona parte della lettera di Marx a Lassalle sulle contraddizioni e incertezze che muovono o frenano Napoleone III sull’intervento in Italia.

Degli accordi tra Cavour e Napoleone III nel loro incontro segreto a Plombières, nel luglio 1858, esiste solo la lettera di Cavour a Vittorio Emanuele sulla necessità di un casus belli per costringere l’Austria a dichiarare la guerra, l’entità degli eserciti da schierare e il disegno finale dei quattro Stati italiani che ne deriverebbe: un regno dell’Alta Italia fino all’Isonzo, quindi Trieste esclusa, sotto i Savoia; uno centrale con i vari ducati tosco-emiliani, ora tenuto da dinastie austroungariche, più tutto lo Stato pontificio, da affidare a Luisa di Borbone; uno con i territori immediatamente vicini a Roma, che sarebbe rimasto al Papa; un regno delle due Sicilie, eventualmente affidato a Luciano Murat figlio di Gioacchino. Questi quattro Stati avrebbero formato una confederazione, tipo quella germanica, sotto la presidenza del Papa. In cambio, la cessione alla Francia delle due zone strategiche di tutta la Savoia e della provincia di Nizza. L’accordo fu poi firmato alla fine di gennaio 1859. Il timore di una confederazione sotto la tutela del papato spinse molti a sostenere l’unità italiana sotto la monarchia sabauda indipendentemente dalle simpatie o meno per quella, anche qui vista come male minore.

Dal punto di vista tecnico l’introduzione del sistema Bessemer per la conversione della ghisa in acciaio in modo più rapido e economico dei precedenti permise la produzione in massa di armi e materiale rotabile, sottraendo la preminenza in Europa della Svezia. In questo campo la Francia deteneva un incontestato primato adottando una produzione in serie dei primi cannoni a canna rigata, dotati di maggior gittata e precisione; anche nel campo del munizionamento di fucili, ancora per poco ad avancarica, ci fu un notevole sviluppo e impulso. È del 1848 la realizzazione in officine svedesi del primo cannone a retrocarica dell’ingegnere militare G. Cavalli; ma per la sua produzione in serie ed uso in combattimento si dovrà ancora attendere.

L’esercito francese da inviare in Italia era composto di 110 mila tra ufficiali e truppa con 324 cannoni, era ben armato e aveva ottimi ufficiali di grande esperienza. Quello piemontese, formato anche con volontari di altri Stati italiani, disponeva di 60 mila effettivi con 120 cannoni ma non adeguatamente armato, diretto da Vittorio Emanuele che non era un buon stratega. A questi si aggiungevano i 5 mila Cacciatori delle Alpi, utilizzati solo in parte, volontari, per lo più repubblicani, guidati da Garibaldi, cui fu affidato il compito di creare un secondo fronte sotto le Alpi allo scopo di distogliere parte dell’esercito austriaco; questo si sarebbe impegnato alla sua ricerca e neutralizzazione, come avvenne durante la difesa della Repubblica romana quando le truppe napoletane ebbero questo incarico. Il comando unico di queste truppe fu preteso per sé da Napoleone III.

L’esercito austriaco, in seguito diretto dall’imperatore Francesco Giuseppe, era forte di 120 mila effettivi con 884 pezzi di artiglieria cui si aggiungevano le truppe dei presidi di altri 31 mila uomini. Aveva due grandi punti deboli: era per buona parte, secondo la tradizione feudale, formato da milizie dei vari principi i quali in molti casi si rivelarono incapaci dei loro compiti, in più il 39% della fanteria era composta da italiani del Lombardo-Veneto che già nella guerra del 1848 avevano disertato in 11 mila per passare con l’esercito sabaudo. Si decise quindi di separarli in unità minori, alla scopo di ridurre il rischio di diserzione, o di consegnarli nei depositi.

Una clausola dei trattati militari imposti all’esercito sabaudo impediva la formazione di corpi franchi composti di volontari o di disertori degli altri eserciti presenti in Italia. Per arruolare una parte dei quali, che raggiunsero la ragguardevole cifra di 40 mila, Cavour ideò il fragile espediente di ampliare con questi uomini la Guardia Nazionale, dedicata al controllo del territorio in tempo di pace, dotata di sole armi leggere e ridotti gruppi a cavallo: dipendendo la Guardia dal ministero degli Interni e non da quello della Guerra, formalmente non si violavano i trattati. Ma con ciò non si evitarono vigorose proteste austriache.

Nel frattempo Inghilterra e Russia tentavano di evitare un conflitto, che avrebbe potuto estendersi ma soprattutto trasformare una guerra per l’indipendenza in una guerra civile del proletariato. Proposero quindi al Piemonte di disarmare l’esercito, sciogliere i Cacciatori per in seguito partecipare a un Congresso ove si sarebbe discussa la causa dell’indipendenza italiana. A questa proposta si associò pure Napoleone III, che avvertiva l’ostilità dell’opinione pubblica francese per una simile guerra al punto che un apposito prestito di guerra fu ritirato prima di essere lanciato mentre l’analogo italiano raccolse 80 milioni al posto dei 50 previsti. Cavour e il Savoia dovettero sottostare alle pressioni francesi e delle altre potenze europee sì che il 19 aprile spedirono un telegramma a Parigi affermando di sottostare alle richieste di disarmo, mentre Cavour faceva approvare dal parlamento leggi speciali per i tempi di guerra.

Caso volle che, sempre il 19, Vienna preparasse un ultimatum per il Piemonte, da consegnare a Torino il 23, in cui si intimava perentoriamente di disarmare i corpi franchi e rimettere sul piede di pace l’intero esercito; se dopo tre giorni non fosse giunta risposta di assenso l’imperatore Francesco Giuseppe, suo malgrado, sarebbe ricorso alle armi. Cavour avvisò Parigi chiedendo l’immediato arrivo di un contingente francese di 50 mila uomini e rispose, equivocando volutamente sulla non conoscenza a Vienna del precedente telegramma sul disarmo richiesto dalle maggiori potenze europee, che non aveva nulla da aggiungere a già quanto pubblicamente espresso. L’apparente risolutezza francese e austriaca nascondeva però grandi paure e confusione e di ciò è da tenere conto per capire l’improvviso armistizio dopo alcune sanguinose battaglie senza che si raggiungessero tutti i risultati previsti.

SIRIA: ELEMENTI PER UNA VALUTAZIONE

Seguiva una dettagliata disamina di quell’importante e antico paese, nella sua storia passata e recente e per i suoi rapporti con i vicini nella tormentata regione.

Un giudizio più puntuale sulla natura delle classi e delle forze in armi attualmente presenti sul terreno portà essere più completa quando disporremo di informazioni meno incerte e lacunose.

Il testo del rapporto è pubblicato in questo stesso numero del giornale.

IL RIARMO DEGLI STATI

Il Capitale è sempre militarista e imperialista. La relazione esordiva con questa afermazione e riportando la domanda di molti, di fronte alle conseguenze sociali della crisi economica e al peggiorare delle condizioni di vita di larghe fasce della popolazione, sul perché si continuino a produrre costosissimi aerei, navi, missili e non beni di consumo, perché i governi spendano in armamenti e non per combattere la fame e l’ignoranza, perché gli Stati investano decine di milioni di euro per comprare sistemi di armi sempre più moderni e poi taglino la spesa sociale, riducano stipendi, pensioni, ammortizzatori sociali.

Esempio recente è il caso dello Stato ellenico che, proprio mentre attua una politica che porta alla miseria larghi strati di popolazione, acquista armi dalla Germania e dalla Francia per diversi milioni di euro. Die Zeit ha riassunto qualche dato sulle forniture militari ad Atene: «60 aerei da guerra per 3,9 milioni di euro, navi francesi per 4 milioni, navi da pattuglia per 400 milioni di euro, il tutto per modernizzare la flotta greca. Bisogna poi aggiungere le munizioni per i carri armati Leopard, e c’è bisogno di rimpiazzare un paio di Apache americani. Oh, e non possono mancare due sottomarini tedeschi dal costo di due milioni di euro». Nonostante i problemi finanziari infatti, le spese militari sono cresciute durante la crisi globale: la Grecia ha speso 7,1 miliardi di euro nel 2010 contro i 6,24 nel 2007.

Come e dove il capitale, e privato e pubblico, investe non è una questione morale ma deriva dal puro interesse, da un freddo calcolo del profitto. In generale per un capitalista, o per un anonimo capitale, produrre bombe a grappolo che seminano morte indiscriminata tra la popolazione o medicine per curarne la malaria è perfettamente indifferente; la scelta dipende dalla valutazione del profitto che si prevede di ottenere da un dato investimento di capitale in quella produzione, al netto dei probabili rischi.

Ebbene, accade che nei periodi di instabilità economica, politica e sociale come quello attuale, che le industrie legate alla produzione di armamenti siano tra quelle che danno le maggiori garanzie di profitto agli investitori.

A conferma di questa asserzione il compagno ha riportato alcuni dati sulla spesa mondiale per la produzione di armamenti ricavati dalle tabelle che l’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma aggiorna con cadenza annuale e fornisce, a partire dal 1988, calcoli per tutti i maggiori paesi del mondo, espressi in dollari a valore costante. Si è rilevata la ripartizione della produzione per aree geografiche, i paesi che risultano essere i maggiori produttori di armi e quelli che vi spendono di più.

I dati sulla spesa militare nel 2010, anno di crisi generale, confermano che essa è tuttavia cresciuta dell’1,3%, in termini reali, rispetto al 2009, raggiungendo l’enorme cifra di 1.630 miliardi di dollari USA.

Questa spesa aveva raggiunto un massimo nel 1988. Negli anni seguenti, con la caduta del blocco russo, si era ridotta fino a trovare il suo punto più basso nel 1998, con una riduzione di circa il 40% rispetto a dieci anni prima. Il riacutizzarsi della crisi economica e la guerra in Iraq e poi in Afghanistan, hanno spinto verso un rapido aumento della spesa militare mondiale e soprattutto di quella degli USA. Nel 2008, proprio nell’anno in cui si è verificato il fallimento della Lehman Brothers, essa ha raggiunto il livello di venti anni prima; e non ha poi cessato di accrescersi. La crescita del 2010 è però più lenta di prima dato che in media, tra il 2001 e il 2009, essa era aumentata di ben il 5,1% all’anno portando enormi profitti alle imprese coinvolte.

Questi semplici dati confermano che la crisi economica spinge verso l’aumento della spesa militare mondiale, il che va in parallelo con la preparazione di quella guerra generale che per il Capitale costituirebbe l’unica vera via d’uscita dalla crisi di sovrapproduzione.

Un resoconto più ampio degli elementi quantitativi presentati nel rapporto sarà prossimamente pubblicato su questo giornale.

IL MOVIMENTO OPERAIO NEGLI STATI UNITI

Lo studio è giunto a riferire della grave crisi che, negli Stati Uniti, iniziava nel 1893 per trascinarsi fino al 1897, una crisi di dimensione mai vista in precedenza nel Paese e che significò altissimi tassi di disoccupazione, spostamenti di popolazione in cerca di lavoro, attacco generalizzato del padronato alla classe operaia.

Il governo federale si rifiutò di dare aiuti ai disoccupati, che ebbero qualche provvigione solo localmente, spesso dai sindacati ancora in piedi. Questo nonostante una famosa marcia su Washington da parte di migliaia di disoccupati, la cosiddetta “Coxey’s Army” (L’esercito di Coxey).

Nonostante la disoccupazione, le condizioni disperate in cui i proletari versavano li spingevano a lottare per difendersi: non vi erano margini di trattativa, altro che “privilegi” da difendere, e la lotta era per la sopravvivenza. Scioperi importanti vi furono tra i minatori dell’Ovest e dell’Est, contro le compagnie minerarie e tutto l’apparato dell’autorità pubblica schierato, con risultati alterni, ma sempre intrisi di violenza.

Era chiaro che serviva una svolta nel sindacalismo americano, ma le forze in campo, a partire dall’AFL, non intendevano cambiare stile. Eppure, mentre si discettava sull’importanza dell’unità, i suoi vantaggi erano sotto gli occhi di tutti. Infatti un nuovo sindacato dei ferrovieri, la American Railway Union, era nato sulla base del principio di unità tra tutti i lavoratori di un dato settore, realizzando il sindacato d’industria, che in breve tempo era riuscito a inanellare vittorie che fino a quel momento i ferrovieri non avevano osato sperare. Era ormai evidente che il modello per un movimento operaio americano unito era il sindacato d’industria, che unisse gli operai specializzati, semispecializzati e non specializzati.

Dopo alcune vittorie altisonanti, l’ARU si schierò a sostegno della lotta dei dipendenti della compagnia Pullman, che costruiva vetture ferroviarie. La compagnia aveva ridotto in pochi mesi i salari del 25, 30, 50% e oltre ai dipendenti, ma non aveva mancato di concedere ricchi dividendi agli azionisti; nel frattempo si era guardata bene dal ridurre in proporzione gli affitti delle case di sua proprietà concesse ai dipendenti. Così 4.000 operai cessarono di lavorare l’11 maggio 1894, e le poche centinaia rimaste al lavoro furono mandate via dalla proprietà, che chiuse gli impianti senza scadenza.

Per un mese gli operai tirarono avanti grazie al sostegno della classe operaia di Chicago. Il 12 giugno, in occasione della prima convenzione nazionale dell’ARU, i rappresentanti degli scioperanti chiesero sostegno ai delegati tramite un boicottaggio della compagnia Pullman se questa non avesse accettato di sottomettersi a un arbitrato. Quando Pullman rispose “non c’è niente da arbitrare” il boicottaggio fu fissato per il 25 giugno; ebbe inizio puntualmente, praticamente ovunque le vetture Pullman furono staccate dai convogli e spinte sui binari morti. La risposta della categoria sorprese perfino il sindacato: quasi un quarto di milione di lavoratori delle ferrovie, soprattutto quelli dei ranghi più bassi e peggio pagati, si dimostrarono pronti a mostrare solidarietà contro un padrone che ben rappresentava lo sfruttamento insopportabile che tutti stavano subendo in quegli anni.

Ma i padroni delle ferrovie non si erano fatti trovare impreparati: poco tempo prima avevano creato la General Managers’ Association per realizzare un programma di graduale riduzione dei salari su tutte le tratte, “equalizzandoli” al basso. Ben 58 compagnie si erano incontrate a Chicago nell’agosto 1893, proprio mentre l’ARU stava cominciando ad operare, per concertare il loro attacco contro i lavoratori. I suoi componenti si resero ben presto conto che il nuovo sindacato rappresentava un poderoso ostacolo ai loro progetti, e cominciarono a pianificare un attacco per distruggerlo.

L’occasione si presentò con lo sciopero Pullman, ma ben presto la GMA dovette ammettere, con le ferrovie del tutto bloccate, che le compagnie da sole non avrebbero potuto battere gli operai in lotta e ne conclusero che «è oramai compito del governo gestire il problema». Due giorni dopo un comunicato dichiarava: «Per quanto riguarda l’atteggiamento delle compagnie ferroviarie circa questa lotta, esse ne sono fuori. Lo scontro è adesso tra il Governo degli Stati Uniti e l’American Railway Union, e che se la vedano loro». Il governo federale, passando sopra alle leggi costituzionali, intervenne direttamente con numerose truppe e con ingiunzioni che in pratica impedivano l’esercizio del diritto di sciopero. Vi furono scontri con decine di morti, e i dirigenti dell’ARU furono incarcerati.

Si profilava inevitabile una sconfitta. L’unica speranza sarebbe stato uno sciopero generale, che solo gli altri sindacati, e in particolare l’AFL, avrebbero potuto indire; ma questo non avvenne, all’insegna di quello che fu definito “prudential unionism”, ma che oggi possiamo tranquillamente chiamare sindacalismo di collaborazione con il capitale.

(Il resoconto della riunione segue al prossimo numero)