Esportazioni di capitali ed esportazioni di merci
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Un comunicato di fonte governativa, emesso recentemente a Buenos Aires, rendeva noto che tecnici e macchinari italiani saranno trasferiti quanto prima in Argentina allo scopo di impiantarvi la prima fabbrica di trattori. A tale scopo è stato stipulato un contratto con la Fiat. Per le crocerossine dell’industria italiana, nobilmente votate alla sacrosanta missione di tutelare gli interessi della «produzione nazionale», siano essi dei partiti governativi o delle opposizioni di destra e di sinistra, l’avvenimento non potrà non essere fonte di giubilo. Grazie al buon dio, anche la Fiat, il galletto privilegiato del pollaio industriale della misera Italietta, avrà la possibilità, poveretta, di esportare capitali.
Secondo l’accordo, in un primo tempo verrebbero importati dalla Italia parti di macchine per la produzione iniziale di trattori, ma via via che lo stabilimento argentino sara completato, tutte le parti del macchinario, compresi i motori, verranno prodotti a Buenos Aires.
Qualcuno potra stupire che l’industria italiana, tradizionalmente descritta dai sicofanti del capitale come bisognosa di aiuti di fronte alle pretese degli operai, possa permettersi simili sforzi. Innanzi tutto, il caso della Fiat non è isolato. La C.I.S.A. e la SNIA Viscosa, ad esempio, hanno potuto finanziare la costruzione di impianti industriali oltre i confini d’Italia, installandosi in Spagna, Argentina, Messico, Sud Africa. Nè mancano altri esempi. Anzi, sulla stampa nazionalista sono apparsi forti critiche al « disfattismo » degli esportatori di capitali, bramosi di procacciarsi le migliori condizioni di mercato e la relativa tranquillità politica delle Repubbliche sud-americane. Il fenomeno si spiega proprio con lo squilibrio tra produzione e consumo, tra l’offerta dell’industria e il ridottissimo potere di acquisto del mercato indigeno: l’esportazione non basta a sanare il male, dato che il mercato internazionale, per l’accresciuta produzione estera, finisce col restringere vieppiù le possibilità di esportare i prodotti finiti dell’industria nazionale. E allora si esportano macchine e tecnici.
Frattanto fiorisce su tutta la stampa ufficiale, governativa o di opposizione che sia, la ciarlatanesca propaganda che presenta l’accrescimento dei traffici internazionali come la panacea di tutti i mali sociali.
Fra non molto i commessi viaggiatori delle ditte russe, che fanno i redattori dei giornali stalinisti, riempiranno di felicità i lettori, pubblicando statistiche e diagrammi del commercio estero russo. Ma noi sappiamo molto bene, per il semplice fatto di vivere in Italia, che gli aumenti delle masse e del valore delle merci esportate da una nazione non debbono coincidere necessariamente con il miglioramento del tenore di vita delle masse. Lo esempio della Fiat insegni. All’epoca della conferenza economica di Mosca si fece un gran baccano sulla tesi che l’incremento dei traffici dall’Italia con i paesi cominformisti sanerebbe ipso facto le condizioni di miseria dell’enorme maggioranza della popolazione italiana. Ai fini della contabilità aziendale, nulla importa se le merci prodotte dalla Fiat siano comprate a Mosca o a Buenos Aires: essenziale è il profitto realizzato. In ambo i casi nulla muta nelle sorti del proletariato che ha prodotto le merci, ma sono assicurate e conservate le condizioni per l’inarrestabile flusso di profitti aziendali.
Tutto ciò, senza contare il fatto che l’incremento delle esportazioni di un paese significa la riduzione delle esportazioni del paese concorrente, con conseguente ristagno della produzione, crisi, chiusura delle aziende, come avviene per le industrie tessili italiane nel momento attuale.
Le industrie del conte Marzotto esportano in Russia. Sorriso pieno dei Di Vittorio di tutto il mondo. La Fiat esporta in Argentina, il cui governo, per motivi politici tenta di ridurre al minimo la dipendenza dagli Stati Uniti. Mezzo sorriso dei detti signori. Loro hanno motivo di rallegrarsi. Quel che non si comprende è perche gli operai dovrebbero rallegrarsi dei traffici dei loro padroni.