Internationale Kommunistische Partei

Pietro Kropotkin

Kategorien: Anarchism

Dieser Artikel wurde veröffentlicht am:

di MAX STRYPYANSKY

Pubblichiamo questo notevole studio su Pietro Kropotkin, il celebre teorico anarchico morto recentemente in Russia. E‘ uno scritto interessante, poiché mentre rende con serenità il dovuto omaggio alla figura dello scomparso – cui la Russia Sovietista ha tributato solenni onoranze – critica brillantemente e con lucido rigore marxista le dottrine del Kropotkin, dimostrando l’affinità dell’anarchismo, pur nelle formulazioni del migliore e più «scientifico» suo esponente, colle ideologie piccolo borghesi, e i suoi punti d’incontro colla socialdemocrazia, trovando gli elementi suggestivi della dimostrazione anche in manifestazioni antecedenti all’epoca in cui il grande anarchico apparve, anche ai suoi, un «convertito».

Quando nel novembre 1917, i bolscevichi rovesciarono il governo di Kerensky, essi furono combattuti e denunciati non dai soli beati possidentes di tutto il mondo. Fra i loro nemici c’erano anche gli altri partiti rivoluzionari del loro paese, che comprendevano alcuni dei più famosi e più venerati nomi della storia rivoluzionaria della Russia. L’intera stampa borghese, e socialista dei due mondi non si stanco di sfruttare tale fatto. Essa si fermava con maggiore insistenza su alcuni uomini come Plekhanov, il fondatore del marxismo russo; Burstew l’infaticabile smascheratore delle spie della polizia czarista: Chaikovsky, il «Nestore» dei rivoluzionari russi del settanta, Caterina Breshkovskaya, la «nonna» della rivoluzione e specialmente il principe Pietro Kropotkin, il grande geologo, naturalista e storico.

Pietro Kropotkin era in special modo indicato per costituire un’importante prova di fatto contro la rivoluzione proletaria russa, poiché egli infine, non poteva essere accusato d’essere un moderato od un socialista «all’acqua di rose».

Egli era il fondatore ed il più grande teorico di quella teoria ultra-rivoluzionaria chiamata «Comunismo Anarchico» i cui aderenti usavano di quando in quando spaventare il mondo con i loro atti terroristici. Kropotkin era una stella solitaria nel firmamento rivoluzionario russo. II posto che egli occupava quale fondatore di una scuola era presso a poco simile a quello di Leo Tolstoi. Generalmente venerato per i suoi lavori puramente scientifici come il saggio di Jasnaya Polyana lo era per le sue opere letterarie – egli era però generalmente disprezzato per ciò che riguardava le Sue idee politiche. Benché circondato da una notorietà che non aveva quasi l’eguale nella lunga lista degli eroi rivoluzionari russi la sua origine principesca – il suo imprigionamento nella fortezza di Pietro e Paolo – la sua fuga sensazionale nel 1876 – il suo arresto in Francia come cospiratore anarchico – il suo lungo esilio in Inghilterra – egli non doveva essere profeta nel proprio paese.   

I suoi insegnamenti anarchici erano molto più conosciuti ed avevano molti più aderenti in tutti gli altri paesi che in Russia. Persino nei paesi Latini dell’Europa occidentale, dove per un certo tempo le sue idee furono in voga, il suo prestigio comincio a svanire col principio del secolo XX. Lo sterile utopismo del suo vangelo che attendeva che le masse si rivoltassero per il bellissimo ideale dell’«anarchia» (una società comunista senza alcun governo), ha condannato il movimento anarchico a vivere come una setta di ingenui entusiasti e di chiacchieroni esaltati; i loro elementi più intelligenti e più rivoluzionari si unirono usualmente al movimento sindacalista rivoluzionario, nel quale essi vedevano una più efficace protesta contro la società borghese ed il socialismo riformista. 

Egli era quasi dimenticato nel movimento operaio di tutti i paesi, quando l’inizio della guerra mondiale lo lanciò di nuovo in prima linea nella pubblica attenzione. In quel tempo egli pubblicò un manifesto diretto ai compagni francesi, esortandoli ad arruolarsi nell’esercito, per difendere la libertà della Francia e la civiltà contro il militarismo e l’assolutismo della Germania. E poco tempo prima egli aveva scongiurato i suoi compagni egli l’anarchico e l’anti-militarista, – allo scopo di impedire il pericolo tedesco, di non protestare contro gli sforzi del governo francese per aumentare il tempo del servizio militare obbligatorio.

A molti dei suoi seguaci quest’atteggiamento del loro amato maestro causò una penosa sorpresa. Gli anarchici russi e francesi cercarono di spiegarlo con un’improvvisa ricaduta nelle illusioni patriottiche e democratiche. Ma essi avevano torto. Per coloro che hanno seguito la carriera teorica di Kropotkin, il suo atteggiamento non era un atto di tradimento, esso era la conseguenza del suo intero sistema teorico, esso era la conclusione logica che completava l’intero sistema mentale e psicologico di un uomo che si credeva il più acerrimo nemico della società borghese ed il più irreconciliabile di tutti i rivoluzionari, e che in realtà non era altro che un fervente democratico e  «progressista».

Anarchico o Democratico? 

    La base della sua teoria era la sua concezione dello Stato. Egli non si basava su di una vedute marxista come il carattere di classe di un fenomeno storico, egli non considerava lo Stato come una macchina per l’oppressione di una classe sull’altra: egli scorgeva lo Stato soltanto dove esso appariva nella forma di un apparato fortemente centralizzato, che ricopre un vasto territorio. 

    «Lo Stato  – dice Kropotkin nella sua Anarchia – sua Filosofia. suo Ideale» – rappresenta una forma di vita sociale che nella nostra società Europea si è stabilita solo da poco tempo. L’uomo era già esistito migliaia di anni, prima che si formassero i primi Stati. La Grecia e Roma furono fiorenti per molti secoli prima dell’apparire degli Imperi Macedone e Romano: e per gli Europei d’oggi, lo Stato è sorto propriamente parlando, soltanto dopo il secolo XVI. In questo tempo si creò quella società di mutua protezione fra il potere militare e giudiziario, i proprietari fondiari ed i capitalisti che si chiamò lo Stato». 

    Noi vediamo le investigazioni storiche di Kropotkin condurlo ad una meravigliosa scoperta. Le città repubblicane di Roma e di Atene nel tempo antico, le città del Medio Evo come Firenze, Brema, Novgorod ecc., non erano ancora Stati, non erano organizzazioni per l’oppressione di una classe sull’altra, essi erano «liberi Comuni», organismi senza Stato, e Stati simili a quelli di Alessandro il Grande di Macedonia, e degli Imperatori Romani ne apparvero in Europa soltanto col sorgere relativamente moderno dell’assolutismo centralizzatore. 

    E questa è la veduta di Kropotkin, nonostante il fatto che per molti secoli prima di questi grandi imperi la maggioranza della popolazione delle citate comunità consisteva di schiavi, nonostante il fatto che c’era la lotta di classe e l’oppressione di classe nelle città del Medio Evo. 

    La succitata citazione fornisce la chiave per la spiegazione del tragico malinteso che costituisce l’essenza della dottrina anarchica di Kropotkin. 

    Entrato nell’atmosfera di uno spirito intellettuale idealistico e di «nobile pentito»1, egli fu profondamente colpito del modo con cui il suo grande paese era mantenuto in uno stato di soggezione orientale e di barbarie da una cricca di governanti corrotti ed ignoranti che, con le loro innumerevoli ramificazioni, da un punto centrale opprimevano, divoravano e devastavano un vasto impero. Questa idea doveva in modo speciale imprimersi nel suo spirito durante i suoi lunghi viaggi intrapresi per scopi scientifici, quando egli serviva come ufficiale con i Cosacchi dell’Amur nella Siberia Orientale. Così sorse in lui una profonda ostilità contro l’assolutismo ed il centralismo, che sotto l’influenza degli insegnamenti di Prudhon e di Bakunin formò la base per la sua «totale negazione dello Stato».

    Ma subcoscientemente, era sempre rimasta in lui l’ammirazione dell’intellettuale russo per la forma borghese-democratica degli Stati dell’Europa occidentale, dove l’amministrazione era più intelligente, meno vasta, dove c’era un’autonomia locale – in una parola dove c’era più «democrazia» e federalismo, come nelle «libere» città dell’antichità e del Medio Evo al contrario dell’assolutismo centralista di Alessandro il Grande, Cesare, Luigi XIV e dei Romanov. Per lui non contava il fatto che, per la gran massa dei lavoratori, gli schiavi del lavoro manuale, i benefici della democrazia e dell’autonomia non esistevano, che essi erano esclusi da ogni partecipazione all’amministrazione democratica degli Stati e che sotto la libertà democratica c’era proprio lo stesso, affamamento e le stesse repressioni sanguinose degli operai ribelli come sotto la tirannia autocratica. Dopo tutto, nonostante tutta la sua generosità ed il suo idealismo col quale egli sacrificava i suoi interessi personali e di classe, egli rimaneva sempre un’intellettuale borghese incapace di guardare le cose dal punto di vista dei lavoratori. 

    Veramente, ci fu un momento nella sua vita nel quale egli quasi si avvicinò al vero punto di vista proletario. Ciò avvenne durante il suo processo a Lione, in Francia, nel 1883, quando fu accusato d’esser membro di un’organizzazione anarchica segreta, la «Associazione Internazionale dei lavoratori». In quel tempo egli disse: «La storia ci insegna che i governi sono tutti eguali e che uno vale l’altro. I migliori sono i peggiori. Alcuni di essi adoperano un maggior cinismo, altri invece una maggior ipocrisia…». E trenta anni più tardi egli chiamava i suoi seguaci a dar la vita in difesa di uno Stato che adoperava maggior ipocrisia, quando questo fu attaccato da un altro Stato che adoperava un maggior cinismo.

    Le sue vedute sulle possibilità rivoluzionarie in Europa. 

      Ma non gli occorsero trent’anni per cambiare così radicalmente le sue vedute. Già nel 1892, nel suo manuale «La conquista del pane». parlando delle possibilità di una rivoluzione Europea egli manifestò delle opinioni per le quali avrebbe potuto ricevere le congratulazioni dei più moderati menscevichi (se essi fossero esistiti in quel tempo) non solo, ma anche dai semplici «Progressisti». Egli dice in quel libro che in Francia il popolo può aspirare ad una se non proprio comunista, libera comune (una repubblica federale come opposizione al presente centralismo); che la Germania andrà un po‘ più lontano della Francia nel 1848 (essa diverrà una repubblica simile agli Stati Uniti d’America) e che «le idee con le quali governerà la rivoluzione russa saranno le idee del 1789 modificate in alcuni punti dalle correnti di pensiero del nostro secolo (le idee di Miliukov, Kerensky, e del loro piccolo gruppo di amanti della libertà)2.

      Questa sua opinione che la Russia non era «matura» per una rivoluzione sociale, Kropotkin la disse anche durante la prima rivoluzione russa del 1905-1907. Nell‘Almanch de la Révolution, del 1907, egli scrisse in quel tempo in merito alla rivoluzione russa: Questa non sarà ancora la rivoluzione sociale – l’onore di iniziarla spetterà alle nazioni latine – ma essa sarà un passo verso la rivo- luzione…». Veramente, quasi nello stesso tempo egli scrisse nel giornale anarchico russo Listki Khleb i Volya. N. 18: «La terra al popolo, le fattorie, le botteghe e le ferrovie ai lavoratori, in ogni luogo la libera comune rivoluzionaria, che prenda nelle sue mani l’amministrazione dell’economia nazionale.. questa sarà la parola d’ordine del secondo periodo della rivoluzione russa.

      Ma questa diretta contraddizione col brano citato dall‘Almanach francese può essere spiegato soltanto se noi pensiamo che la parola «periodo» deve essere intesa non come un breve termine di anni, ma come un’epoca cosmica come è impiegata in geologia, la sua scienza favorita. 

      Ideale anarchico e realtà democratica.

        Lo scopo dell’anarchismo di Kropotkin è l’abolizione dello Stato e l’instaurazione di un Comunismo libero, – una società nella quale non ci sono autorità costituite, non corpi organizzati, capaci di rafforzare la volontà della comunità: non obbligatorietà del lavoro, ma ciascuno lavora secondo le proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni. Uno stato di cose bellissimo, piuttosto ideale, che ha un piccolo difetto, di essere troppo bello. Così bello, che anche i suoi più ardenti seguaci ritengono difficile la possibilità della sua istituzione immediata per mezzo di una rivoluzione violenta. Un lungo periodo preliminare d’educazione, preparazione, sviluppo dei sentimenti di solidarietà e di aiuto reciproco è necessario, secondo i suoi teorici, alcuni dei quali, come Jean Grave o Cornelissen. calcolano questo periodo anche in secoli prima che l’umanità sia capace di adottare questo sistema ideale.

        E qui ci siamo. Questo vangelo ultrarivoluzionario, questo sistema più che rosso, malgrado gli atti occasionali di violenza commessi da alcuni dei suoi più accesi adepti, più che un movimento di educazione e di elevazione riflette un «rivoluzionamento degli intelletti». Ed in un momento storico, in cui si presenta una reale situazione rivoluzionaria, come in Russia nel 1917, e in Germania nel 1918, i suoi aderenti sono condannati a rimanere inattivi e perplessi, essi non possono essere utili non essendo suonata l’ora della loro rivoluzione ideale.

        Non c’è dubbio che deve essere venuto un momento nella vita di Kropotkin in cui egli si rese conto della sua situazione e da essa ne trasse le conclusioni necessarie. Se è necessario un lungo periodo di preliminare preparazione intellettuale, allora è preferibile quella forma di governo che concede la maggior possibilità di propaganda cioè una repubblica democratica così come è in Francia, che rispetta al massimo grado la libertà di parola e di stampa, piuttosto che il semi-assolutismo della Germania. Così, nuovamente egli vedeva la questione principale dal punto di vista dell’intellettuale, del maestro del popolo e non da quello del lavoratore, per il quale questa libertà significa solo libertà di leggere o di ascoltare delle frasi inspirate che non rechino alcun danno ai padroni tutte queste libertà sono abolite non appena divengono inopportune e la libera parola può danneggiare realmente i privilegi di classe. 

        Di più. Kropotkin concepì una strana e curiosa idea di distruzione dello Stato, per fasi successive. Secondo lui lo Stato era più forte sotto un regime assolutista ed era tanto più debole quanto più era democratico. Nella sua prefazione alla «Comune di Parigi» di Michele Bakunin, egli dice: «Gli anarchici si sforzavano non di rinforzare il potere dello Stato, ma di indebolirlo, di spezzarlo tanto territorialmente quanto funzionalmente e finalmente di abolirlo del tutto. E nel suo opuscolo «La rivoluzione russa» pubblicato nel 1905, egli dice che la repubblica democratica ha il vantaggio di aver allentato la morsa del potere statale. Non era necessario dimostrare quanto fosse ingenua questa idea, poiché ognuno sa che quanto più democratico è uno Stato tanto più solide sono le sue basi e quindi più difficile l’opera dei suoi schiavi per spezzare le catene che, quantunque invisibili (o meglio, perché esse sono invisibili) sono più forti che in una monarchia tirannica che non ha ornamenti «liberali».

        L’ideale anarchico è così divenuto per Kropotkin una stella che serve da guida per una serie continua di domande per una maggior indipendenza nazionale, per l’autonomia provinciale e municipale, in una parola, per una sempre più ampia democrazia! L’Ideale anarchico si è così riconciliato con la realtà democratica.

        Difensore della Francia.

          La sua prima schermaglia quale difensore della Francia democratica ebbe a combatterla, in modo abbastanza strano, con Gustavo Hervé, la più grande banderuola del XIX e XX secolo, attualmente accanito sostenitore di Wrangel, Pilsudsky, Clemenceau, Millerand ed altri briganti dell’imperialismo europeo. 

          In questo tempo, nel 1905, Hervé, nella veste di estremista di sinistra, inventa un nuovo mezzo  «pour épater le bourgeois». Egli formula la sua teoria dell’«antipatriottismo», basata principalmente su di una famosa sentenza marxista del Manifesto dei Comunisti (Il lavoratore non ha patria). Tutti i sindacalisti e gli anarchici lo acclamano. Ma cosa avviene? Chi scende in campo contro di lui, fra il plauso dell’intera stampa borghese? II padre dell’anarchia, Pietro Kropotkin.  «No, se la Francia è assalita – questo era il punto essenziale della sua argomentazione, – noi non possiamo piegare le nostre armi e lasciarla sconfiggere da un potere monarchico reazionario. Ma noi non dobbiamo difendere l’attuale forma di governo della Francia. Noi faremo la rivoluzione sociale, innalzeremo la bandiera rossa sul palazzo della capitale, poi difenderemo il nostro paese». Molto grazioso. Ma se ciò era quello che lui pensava, perché il Temps, l’organo principale della plutocrazia francese, applaudiva così entusiasticamente e chiedeva al governo di ritirare l’ordine di espulsione che, venti anni prima, le autorità avevano emesso contro questo coraggioso amico della Francia? Era impazzito il Temps, giornale capitalista, da chiedere la riabilitazione di un uomo che difendeva l’innalzamento della bandiera rossa sul palazzo della capitale? Oppure comprendeva perfettamente che egli agitava la bandiera rossa soltanto per abbagliare il suo gregge, affinché potesse ingoiare con maggior facilità la pillola patriottica? Quanto avesse ragione il Temps apparve otto anni dopo (1914) quando la Francia fu attaccata dalla Germania, e Kropotkin, nel suo patriottico appello ai compagni francesi, non menzionava più le parole che riguardavano la rivoluzione e «l’innalzamento della bandiera rossa». Ed è interessante il fatto che, quando Kropotkin all’inizio della guerra raggiunse una grande popolarità il New York Times del 27 agosto 1914, in un articolo editoriale intitolato «Le speranze di Pietro Kropotkin» lo chiamava il «veterano agitatore e democratico russo». (Per una volta tanto lo scrittore, congratulandosi con sé stesso di dire un’utile bugia. era senza volerlo nel vero). Ma anche per il Times la sua entusiastica speranza per il «rafforzamento delle forze liberali in Russia» sembrava un po‘ esagerata. «Sarebbe interessante conoscere le ragioni specifiche di questo ottimismo», si chiedeva il giornale. Le ragioni specifiche erano le speranze che la «democratica» Francia e l’Inghilterra eserciterebbero probabilmente sullo Czar una pressione in questa direzione. 

          Si vede che un grande geologo può essere savio quanto un grande novelliere, poiché H. G. Wells nello stesso tempo esprimeva la medesima veduta. Soltanto Wells ultimamente si era disilluso della sua fiducia nelle generose intenzioni degli Alleati, mentre Kropotkin non dette mai segno di una tale debolezza.

          Kropotkin e la rivoluzione di Novembre

            Quando scoppiò la rivoluzione nel marzo 1917, Kropotkin vide le cause immediate di questo evento nel fatto che il popolo russo venne a sapere «che l’autocrazia, con l’intera cricca civile ed ecclesiastica fosse dalla parte dei conquistatori tedeschi». La ragione evidente, cioè, che la fame ed i disagi della guerra spinsero il popolo ed i soldati alla rivolta, era completamente sfuggita alla sua attenzione. E l’opera principale della Russia in questo momento, secondo lui, era di «ricacciare i tedeschi dai territori occupati».

            Quando egli ritornò in Russia, il suo ricevimento fu molto freddo. II suo punto di vista non era dissimile da quello del grande marxista Plekhanov, e – ironia del fato – questi due acerrimi avversari teorici, insieme con i socialisti rivoluzionari Burtsev e Savinkov, rappresentavano per così dire l’estrema destra mentre menscevichi, social-rivoluzionari e bolscevichi erano tutti più o meno avversi alla guerra. Anche I suoi stessi discepoli, gli anarchici, lo abbandonarono quasi interamente.

            La rivoluzione di novembre suscitò da parte sua una duplice disapprovazione. In primo luogo per il dissenso sul compito principale della rivoluzione, che secondo lui era di «ricacciare i tedeschi». Secondariamente perché essa era centralistica, dittatoriale, «Giacobina» tre parole che per lui erano scomuniche. Egli non credeva che la rivoluzione dei soviets avesse successo. Non soltanto per l’intervento della Germania e dell’Intesa; ma specialmente per il suo «metodo centralizzatore che paralizzava l‘ opera ricostruttiva del popolo».

            Brailsford ed anche Bertrand Russel hanno dimostrato che senza questo «metodo centralizzatore» l’opera ricostruttiva del popolo per l’egoismo, e l’avidità dello spirito capitalistico del contadino, avrebbe semplicemente affamato le città e distrutto quel poco che era rimasto dopo la guerra imperialistica prima e la guerra civile poi. La delusione dell’utopia dell’«opera ricostruttiva del popolo» gli fece anche deplorare la «distruzione delle locali società cooperative, con la loro trasformazione in organismi burocratici di partito», questo nel tempo in cui le «libere» cooperative si sviluppavano sempre più in organizzazioni borghesi controrivoluzionarie, i cui capi in moltissimi casi cospiravano con Kolciak e Denikin: nel tempo in cui soltanto l’applicazione senza pietà di una forza dittatoriamente organizzata poteva salvare la rivoluzione da una totale distruzione da parte dei bianchi, degli eserciti imperialisti, dal sabotaggio e dalla disgregazione interna. 

            Ma in suo favore bisogna dire che, malgrado la sua opposizione dottrinaria, egli non approvava l’attività controrivoluzionaria russa ed internazionale contro il regime dei Soviet. E due volte, prima in una lettera ad un suo vecchio amico Giorgio Brandes, grande critico danese (28 aprile 1919), poi di nuovo in una lettera ai lavoratori inglesi (giugno 1920) egli protestò contro il blocco e l’intervento. Ma benché egli così si separasse da coloro che gli erano stati più affini, i social-rivoluzionari, che erano divenuti apertamente i sostenitori del capitalismo e dell’imperialismo mondiale contro la rivoluzione della classe lavoratrice, nelle sue proteste contro lo strangolamento dei Soviet proletari della Russia, egli non seppe mai trovare accenti cosi vibrati come per la borghese, ma democratica Francia, quando questa fu minacciata dalla monarchica Germania. Mentre nel 1914 egli chiamava i suoi discepoli a combattere con le armi alla mano contro il brutale invasore della bella Francia, nel tempo in cui fu posta la grande causa dell’emancipazione dell’intera classe lavoratrice, egli s’accontentò di alcuni lacrimevoli appelli agli Alleati, nei quali egli credeva ancora, e non lasciò passare anche questa occasione senza manifestare la sua indignazione verso il «criminale atteggiamento dei bolscevichi durante la guerra».

            Il brano contro l’intervento nella sua lettera a Brandes, dice quanto segue:  «In Occidente si parla di una restaurazione dell’ordine in Russia con un intervento armato degli Alleati. Ah, bene, caro amico, voi conoscete come fosse criminale verso tutto il progresso sociale in Europa, secondo me, l’atteggiamento di coloro che lavorarono per disorganizzare la forza di resistenza della Russia che prolungò la guerra di anni, ci diede una invasione tedesca sotto il manto di un trattato – e costò un mare di sangue- per prevenire alla Germania conquistatrice di schiacciare l’Europa sotto gli stivali imperiali. Voi conoscete bene i miei sentimenti riguardo a costoro. Ciò nonostante io protesto con tutte le mie forze contro ogni specie di intervento armato degli Alleati negli affari della Russia. Questo intervento si risolverebbe in un aumento del sciovinismo russo. Esso ristaurerebbe un sciovinismo monarchico, e notate bene, esso produrrebbe nelle masse del popolo russo un atteggiamento ostile verso l’Europa occidentale, atteggiamento che avrebbe le peggiori conseguenze… Quelli fra gli Alleati che vedono chiaramente negli avvenimenti dovrebbero ripudiare ogni intervento armato. Di più, se essi vogliono realmente venire in aiuto alla Russia, essi troveranno un tremendo lavoro da fare in altra direzione…».

            Questo mostra che anche dopo il Trattato di Versailles, anche quando i più sciocchi ammiratori delle «democrazie» occidentali ebbero visto attraverso le loro ipocrite pretese, egli credeva ancora nelle buone intenzioni degli Alleati e li pensava diversi dai briganti imperialisti tedeschi. Egli persiste nelle sue illusioni democratiche fino alla fine.  

            Ma con tutto questo, egli era un uomo la cui memoria la Russia onorerà sempre. Per quanto non libero dai borghesi pregiudizi democratici della vecchia generazione dei rivoluzionari russi, per quanto incapace di comprendere il significato di questa grandiosa sollevazione nella storia dei popoli, e quantunque questa rivoluzione era in contraddizione con tutta la sua concezione storica e politica, egli serbò incontaminato il suo onore rivoluzionario, mentre molti dei suoi contemporanei del settanta e dell’ottanta, i Burstevs, i Chaikovskys, le Breshkovskajas, i Morozovs, dopo un glorioso passato di lotte eroiche per la rivoluzione borghese in Russia, divennero coscientemente od incoscientemente strumenti della controrivoluzione mondiale dell’imperialismo e del capitalismo, ponendosi nella storia della Russia fra i peggiori nemici dell’emancipazione della classe lavoratrice. 

            1. Così erano molte volte chiamati quei membri della nobiltà che, sentendo un senso di responsabilità per la miserie e l’ignoranze del popolo, verso la metà del secolo scorso difesero l’abolizione della servitù e la diffusione dell’educazione fra il popolo. Essi erano i predecessori di quella generazione apparsa più tardi nel settanta che decise di andare fra il popolo. ↩︎
            2.  Su questo punto uno dei critici di Kropotkin, il rivoluzionario russo A. Wolskj (W. Maehajski) una volta abilmente rimarcò che mentre la causa dei lavoratori è identica in tutto il mondo, il metodo induttivo-deduttivo di Kropotkin metteva il dito prima sulla linea che va lungo il Reno, poi lungo la linea che attraversa Alexandrovo. Verzhbolovo e Radzivillovo (confine Russo-Germanico), e insegnava che queste non erano soltanto dei confini, delle cornici con le quali le classi dominanti dei diversi Stati si divideveno fra di loro le ricchezze della terra ed i prodotti per la struitamento dei lavoratori. ↩︎